Love as Experience


Candid Camera. #2

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Nocciolinae iuvant. #3

 

Un grande cazzo

in fondo è solamente

un cazzo grande.

 

Mani e caffè

pare mamma che dice

fatti la barba.

 

In verità

in verità vi dico

disse Gesù.

 


Candid Camera. #1


Domenica dilettante. Chirurgia editoriale

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Se c’è qualcosa che mi fa sentire un uomo peggiore di quello che avrei voluto essere, è la pigrizia che m’impedisce di portare avanti le mie inimicizie. Il tempo riesce immancabilmente a rimarginare cicatrici e ferite come farebbe un discreto cerusico soltanto perché, più indolente dell’impero di Verlaine, trascorro la convalescenza obbedendo controvoglia alla prescrizione di non muovermi troppo.  L’odio è  un sentimento potente. Conduce al lato oscuro. E alla vendetta. E alla spada laser. Ma chi può oggi permettersi davvero di alimentare periodicamente la fornace infernale dell’odio? Un nemico richiede una devozione inestinguibile. Un’attitudine che mi è estranea, come avrete intuito dalla scarsa frequenza con cui si susseguono i post di questo blog. Magari potessi avere un vero nemico! Ah poterne, ah volerne! E invece il mio arci-nemico è ormai un ex arci-nemico, presente persino nel mio album di famiglia accanto agli altri cari. Quel che resta è qualche semi-nemico. Qualcuno che in verità si è guadagnato l’appellativo più per una mia ironica concessione alla sua capacità di rompere le scatole che per un reale astio nei suoi confronti.

Uno dei miei attuali semi-nemici, un casertano cinquant’enne ingrassante, mi ha recentemente concesso di leggere uno dei suoi racconti. In quanto semi-nemico non sarebbe per me sensato lasciare considerazioni sul suo racconto, dato che al mio simpatico e scaccolantesi lettore non potrebbe giovare un giudizio dichiaratamente frutto di una pigra, ma comunque viva, inimicizia.  D’altra parte ciò mi lascia lo spazio per alcune riflessioni parallele, derivanti dal fatto che il racconto mi è stato generosamente fornito con tanto di revisioni di un editor. Così ho potuto finalmente osservare da distanza ravvicinata il lavoro di questa mitologica figura con il corpo di uomo e la testa di somaro. Ecco a voi il presentatore del gran premio del cattivo gusto letterario. La patente manifestazione dell’idiozia editoriale planetaria. L’editor.

-Cosa fa un editor?

-Corregge un testo da pubblicare.

- Ah, – dirà il mio lettore ingenuo e fiducioso – corregge gli errori che possono essere sfuggiti all’autore.

- Eh no, mio caro Candido. Se così fosse, cosa giustificherebbe la ripugnanza che provo nei suoi confronti? In quel caso, invece, gli sarei grato per il suo lavoro a tal punto che lo omaggerei con una simpatica dedica al principio e al termine dei miei scritti. No, Candido, quello a cui ti riferivi tu era il correttore di bozze: l’uomo-macchina il cui compito è sì tremendo e faticoso, ma sacrosanto nonché utilissimo. L’editor, invece, è colui il quale si occupa di rendere il testo da pubblicare pubblicabile (E qui gli occhi del mio buon Candido compiono una rotazione verso l’alto assecondando l’imminente domanda verdoniana “In che senso?”).

Insomma l’editor ha l’ingrato e ignobile compito di adattare il testo ai gusti del pubblico o a quelli della casa editrice (che spesso per ragioni di bilancio devono coincidere). I nomi dei personaggi fanno cacare? (Certo pure tu che chiami un personaggio Fabio Musso, che diavolo!) Lui gli dà sex appeal. La tua storia ha una patina dialettale? Lui la rende, invece, internazionale (già gli italiani sono pochi, quelli che leggono meno; perché vuoi limitare il tuo pubblico?!). I tuoi personaggi non hanno introspezione psicologica? Lui si inventerà qualche struggimento manierato per compiacere il suo ego nutrito dall’idea balorda della scrittura come sofferenza interiore, nonché per rassicurare l’educazione sentimentale del lettore per sempre adolescente. Non c’è trama? Eccolo sferruzzare al tuo posto, così che tu abbia una sciarpa rossa da indossare quando ti chiederanno di presentare il tuo insulso codalavoro.

L’editor, dunque, non è altro che un ben ammaestrato chirurgo plastico. Sebbene il suo senso estetico sia quello di nexus di seconda generazione, egli è comunque capace di innestare su qualsiasi corpo ciò che è in grado di adescare la bestiale sensibilità del lettore. Sa fare tette, culi, nasi, cappotti, zigomi e canotti simili a labbra. Tutti uguali, certo, ma sa farli. E inoltre sa convincere il cliente circa l’opportunità del suo necessario intervento.

La figura dell’editor più che a quella di un qualsiasi miserabile dotato di velleità letterarie, è assimilabile quindi a quella di un operaio addetto alla verifica dello standard richiesto. Un operaio, non un artigiano. Se avesse, infatti, anche solo un qualsiasi vago residuo di temperamento artistico, l’editor non potrebbe in alcun modo accettare il suo lavoro. Egli ne avvertirebbe immediatamente la profonda immoralità, comprendendo di non essere affatto un censore dignitoso, ma un imbellettatore di manichini destinati a scalare l’Olimpo della spazzatura indifferenziata; capirebbe di essere nient’altro che un compiacente allevatore di polpette per il tritacarne del talk show letterario, un camice bianco che sancisce con il suo marchio a fuoco la macellabilità di un capo di bestiame e si fa garante della digeribilità del prodotto. Reciterebbe così un mea culpa e si metterebbe a riparare caldaie o lavatrici infestate dal calcare.

“Va bene”, direte voi. “Ma adesso dove vuoi andare a parare. Cosa ce ne facciamo di cinquecento parole di insulti? Spiegati meglio. Concludi”.

Mi dispiace, ma non ci riesco. Avete ragione: manca qualcosa. Manca la forza di odiare fino in fondo qualcuno. Chi sa, forse ho bisogno anche io di un editor.

[Il mio editor mi ha consigliato di inserire questo ultimo paragrafo dopo la parola "prodotto", ditemi cosa ne pensate] E allora, cari lettori-scrittori, adesso che sapete cos’è un editor, con quale spirito accetterete da domani (oggi è festa) di sottoporvi al suo cieco parere? In quale altro modo potrete reagire alle sue proposte di modifica se non con un plateale e rumorosissimo gesto dell’ombrello? Sarete ancora capaci di sacrificare la vostra integrità di scrittore scadente o di grande voce inascoltata in cambio del narcisistico compiacimento derivante dalla pubblicazione in una rinomata collana di bigiotteria editoriale? E, invece, voi cari lettori-lettori, come farete d’ora in avanti a non considerarvi truffati ogni volta che aprirete un libro dell’ultimo fenomeno in fiera di turno, sapendo che l’autore di quel libro è soltanto un volto e un nome anagrafico la cui consapevolezza artistica è stata completamente erosa dalla cretinaggine linguacciuta dell’editor? Come disse il saggio Siddharta Gautama oltre duemilacinquecento anni fa: “Probabilmente gli unici autori viventi che vale la pena leggere sono quelli che hanno rifiutato i consigli nefasti di un editor”.

[N. B. Per la riuscita di questo post nessun editor è stato maltrattato]


Nocciolinae iuvant. #2

Mediocre sempre

perché solo nel mezzo

vive il messaggio.

 

Non che lo creda

ma è tutti chiacchieroni

sta vita e foglio.

 

Con questi versi

pulisco la mia penna

mica poeto.


Domenica dilettante. Zerocalcare

Zerocalcare mi fa morire dal ridere e secondo me è uno in gamba. – Sì, va bene, coglioncello, noi lo leggiamo da quando è uscito e adesso vieni tu e ce lo vuoi propinare come una tua scoperta. Non ti rendi conto di quanto tu sia inadeguato. Dove cazzo sei stato fino ad ora? Ma vai a studiare, capra! Capra! E non scrivere sul blog, capra. Capra. Capra. Capra. [Non so perché questa volta l'incarnazione delle obiezioni ovvie ha assunto le maniere di Sgarbi e non del mio ex arcinemico, la mano sinistra del diavolo. Ah, ricordatemi, chiunque voi siate, lettori dei miei stivali (a proposito di miei stivali, avete mica letto il fumetto di Dalisi "La polvere dei miei stivali"? A me è piaciuto. Mi piace come disegna. Vabbè) di parlarvi prima o poi di quanto mi piacciano le persone come Sgarbi o come Giannino o come il miglior Carmelo Bene o come il Gadda di Eros e Priapo, insomma tutti quelli che mostrano un brillante eloquio durante le loro sbrodolature aggressive]. Dicevo, prima che mi si aprissero queste parentesi, che mi piace Zerocalcare e che se non lo leggete dovreste farlo. E che se lo leggete ma non avete comprato il suo libro, dovreste farlo. Perché? Fatelo e basta. (Ogni volta che la mia coscienza mi impone di essere risolutivo ha il tono di voce di Dottor House doppiato in italiano).

Un tizio ha una passione. Apre un blog dove decide di pubblicare i suoi disegni periodicamente. Laggente lo legge perché è divertente, arguto, romano e non troppo volgare. Ha successo e la sua roba viene pubblicata. E allora che fa? Smette di pubblicare a gratis e comincia a frequentare il giro di quelli che comprano merda contemporanea (non d’artista) per darsi un tono mentre incespicano su zeppe vertiginose da pornostar e fingono di capire quando non capiscono niente?  Ma che! Continua a pubblicare sul blog roba che laggente pagherebbe anche per leggere. E allora, dico io: gli vogliamo dare la possibilità di continuare ad avere il tempo per prepararci un lunedì lieto su due? Anzi: gli vogliamo dare il tempo di scrivere il suo capolavoro senza che su di lui aleggi lo spettro della fame? (A tal proposito vi consiglio un libro consigliatomi da un amico, in cui si dimostra una volta per tutte che la fame fa pensare solo alla fame e non aguzza in nessun modo l’ingegno. Mi pare si chiamasse “Fame”.). Gli vogliamo dare l’occasione di scrivere un nuovo Watchmen o un V for Vendetta? Vabbè, dai. Adesso sto esagerando e mi calmo (se fossi Zerocalcare vi metterei una bella vignetta in cui assumo una posa scomoda per la meditazione e un gregge di pecore della sigla Rai mi cammina lentamente intorno).

Di Zerocalcare mi piacciono innanzitutto le sopracciglia. Mi ricordano allo stesso tempo quelle di Stefano Belisari, e quelle di diversi amici incontrati in un momento della mia vita, in cui mi ero ormai arreso all’idea che la depilazione delle sopracciglia avesse implacabilmente preso il sopravvento sulla brutale villosità neolitica.Poi mi piacciono i siparietti su aspetti minuscoli della nostra vita quotidiana; quegli aspetti che se finissero in un romanzo sarebbero opera di J. D. Salinger (esatto come il protagonista di Scrubs. Potete abbassare l’indice-grilletto) o di qualche altro ebreo americano con buoni motivi per reclamare un premio Nobel per la letteratura. L’avete letta quella della risposta mai pronta? Non è solo una delle situazioni in cui mi sono arrovellato ciclicamente per tutta la mia vita, ma è anche il motivo per cui amo gli impasse di Kafka.  E’ una di quelle maledette situazioni in cui non puoi tornare indietro: il meccanismo è partito; avevi un’occasione e l’hai sprecata. Adesso puoi rimuginarci quanto vuoi, ma non farai altro che ingigantire il tuo senso di colpa. Se la leggete in Zerocalcare vi fare qualche risata, mentre se la leggete in Kafka comincia a crescervi il ciuffo sull’occhio e le unghie vi si autosmaltano di nero. Ma perché? Io riuscirò a farvi smettere di considerare Kafka un ipocondriaco musone, a costo di andare ad accorciare il cazzo a tutti cannibali del Congo. (il sergente Hartman è una delle presenze fisse nelle mie fantasticherie su un domani da docente)

E ora per concludere: “Gran finale con scorreggia riflessiva”. Ma vogliamo parlare dei personaggi che si aggirano tra le vignette di Zerocalcare? Vogliamo parlare del bambino rappresentato come Blanka? oppure dell’armadillo? o dello struzzo? o di Toki? Si può dire: una trovata esilarante ma allo stesso tempo nostalgica? Si può dire?  Ed è proprio questo duplice statuto del ricordo zerocalcàreo che non mi fa storcere il naso di fronte alla trovata e pensare da snob quale sono diventato: “Ecco un avtro che cvede di esseve spivitoso e invece fa solo cagave”. C’è profondità brasiliana e napoletana in questo fumetto. Saudage e appucundria. Diceva Splinter (il maestro delle tartarughe ninja mutanti): “Figlio mio, il passato ritorna”. Ed è proprio vero. E il passato che torna nelle schermate di Zerocalcare (o nelle pagine se avete smesso di essere tirchi e avete comprato il libro) è quello della nostra adolescenza perduta. Quella quando si scrivevano poesie d’amore e si pensava di poterci conquistare le ragazze. Quella delle giornate lunghissime tra amici di fronte a uno schermo che ci trasmetteva l’idea di un mondo più colorato [Blanka era giallo con capelli rossi oppure blu con capelli verdi se avevate già SFIIturbo e vi piaceva il mirror match (che all'epoca non si sapeva nemmeno cosa fosse)], più ingenuo (pausare il fotogramma in cui Chun Li saltava per vederne le parti intime sembrava una gran trasgressione) e soprattutto più interattivo (se premevo X il Romualdo di turno passava la palla senza batter ciglio, mentre oggi pure per farvi leggere ste due righe devo faticare come neanche Sisifo). Quel calcare che il primo “Signore, mi passa la palla” ha sbriciolato in un istante. – Sì Forrest, lo so che la vita è una scatola di cioccolatini, ma a volte mi pare che quelli che abbiamo lasciato alla fine sperando di gustarceli meglio, se li sia mangiati qualcuno mentre aspettavamo il tram.


Un’odissea nello spazio


Nocciolinae iuvant. #1

 

Cantami o diva,

l’ira del pie’ veloce

pelide Achille.

 

All’orizzonte

due bravi, cosa fare?

Come salvarsi?

 

I giorni scorrono

amore da lontano.

Cascata e baci.

 

 


Domenica dilettante. La pizza

Darioshow

Ci risiamo. E’ la solita storia del cuoco, pizzaiolo, parrucchiere, calciatore, comico, politico di turno che realizzata una fortuna grazie alla sua indubbia professionalità decide di tirare fuori dal cassetto il romanzo che vi aveva sempre stipato e di darlo finalmente in pasto agli editori assetati di sangue fresco. I vampiri sono dei formidabili gourmet e sanno bene che la stitichezza media dello scrittore di nicchia (Joyce, Verga, per fare qualche nome che comunque non vi dirà molto) rende il loro sangue, quel poco sangue che ancora pulsa nei loro eburnei e violacei cadaveri surgelati, amaro come la bile. O sang’ e chi ve mmuort’, ma o capisc ca si facimm ascì o libr’ e stu strunzill ce facimm nu sacc e sord? Sangue rosso come le rose rosse; vivo, pulsante, pornografico. Il libro del VIP come feticcio per entrare in empatia con lui, per cercare di scovare anche in lui lo sporco segretuccio che titilla la fantasia demente di ogni idolatra. E la ressa che si fa intorno poi, ha l’odore ributtante dell’acquitrino: R. invitato alla trasmissione di RaiUno. R. invitato su La7. Stasera quell’imbecille di R. da Fazio. Imbecille, poi. Va bene, ma andiamoci piano. Non è che se una persona è diventato un magnate della pizza napoletana partendo dal nulla, deve essere proprio un cretino. Potrà essere un ignorante, un povero di spirito, un illetterato, persino un analfabeta. Però, imbecille. Dai, non esageriamo.

E se per una volta, invece le cose non stessero così? Se per una volta uno degli uomini più ricchi del mondo, non fosse altro che un povero cristo che a trent’anni ha ripiegato sul suo hobby – l’approssimativa pizza che preparava per qualche amico il sabato sera- perché il suo lavoro sembrava la più triste e solitaria delle felicità che aveva sognato? Un povero cristo che ogni notte per vent’anni, dopo una giornata trascorsa tra l’odore fragrante e leggermente pungente della pasta madre, dopo aver dato la buonanotte alla sua famigliola devota, si  rintanava el suo studiolo per dedicarsi al suo vero lavoro? E se quel mattone di seicento pagine fosse il più denso megalito letterario dai tempi di Horcynus Orca?

“Benvenuto signor R., finalmente ho il piacere di conoscerla. E’ stato da Letterman qualche anno fa. Ma il nostro show ha un tono culturale più alto e noi  l’abbiamo invitata solo in qualità di scrittore. E’ uscito il suo primo libro. Allora, Signor R., di cosa parla?”, disse Conan cercando di conservare quella compostezza che era dote specialissima del suo collega Letterman. “Lo sa che per far lievitare l’impasto di una pizza ci vogliono più di dodici ore?” rispose R.. Conan guardava in camera perplesso.


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