Buon viaggio modello B

Terminator

Ieri ho finalmente compilato e spedito il famigerato modello B. L’ho compilato da casa, sebbene qualche giorno prima mi fossi recato presso la sede del Sindacato per farmi assistere. Non che non fossi in grado di farlo da solo, ma per qualche strana ragione ero convinto che lì mi avrebbero indicato delle scuole con delle liste di attesa meno folte. Ma mi ero sbagliato. Anzi, la sindacalista più anziana, mi ha anche un po’ preso in giro quando le ho spiegato il motivo per cui ero lì. Niente di grave. Non ha mica intaccato la mia scorza di gentiluomo. Mi ha solo detto: “Giura?”. E poi ha aggiunto anche una nota di fatalismo: “Guarda, sceglile a fortuna, perché tanto ci vuole solo fortuna per essere chiamati. Sei in terza fascia: bisogna che si esauriscano prima tutte le altre”. Era ora di pranzo e lei doveva andare via con la sua collega. La fame, si sa, rende incredibilmente schietti.

Mi sono perso d’animo per circa dieci minuti. Ma ci sta. Avevo perso una mattinata nella sala d’attesa e avevo anche speso due euro e sessanta centesimi per raggiungere Napoli centro e tornare nella ruggente Volla. Avevo fatto una gran sudata e avevo dovuto interrompere lo studio di De Sanctis, di Sandro Penna e mi ero allontanato dal mastodontico volume di Lovecraft e da Pynchon. Comunque quando il sudore si è asciugato addosso (spaventoso incubo delle madri napoletane fin troppo sottovalutato prima da Edgar Allan Poe e poi da Stephen King) anche grazie all’aria condizionata polare della Feltrinelli, ero di nuovo in gamba e pensavo gagliardo: “E va bene, non mi chiameranno mai. Ma almeno ci abbiamo provato, no?”.

Visto che potevo compilare il modello comodamente da casa, mi sono dedicato ad altro. Non c’era fretta. Poi ieri ho deciso di chiudere la faccenda con una risolutezza degna del primo Terminator. Ma il modello mi chiedeva di indicare venti scuole alle quali fornire il mio nominativo per delle supplenze di durata variabile e Il menu a tendina da utilizzare offriva un elenco così sterminato e ostile alla navigazione tramite tastiera che l’operazione è diventata preso estenuante. Il Terminator averebbe spaccato tutto con il suo fucile automatico, ma io non ho né un fucile né un pc di rserva. Così dopo una meticolosa ricerca condotta grazie a google maps e a una pazienza presa in prestito per l’occasione da Giobbe in persona, ho selezionato dieci scuole superiori e dieci scuole medie milanesi tra le più comode da raggiungere in metropolitana (quando mi sentirete usare il burocratese ingenuamente e quindi dire con sprezzatura “secondaria di primo grado” e “secondaria di secondo grado”, allora vorrà dire che gli ultracorpi mi avranno sostituito). Ho pensato che se la possibilità che mi ingaggiassero era tanto remota da farmi disperare per dieci minuti, tanto valeva non complicare ulteriormente la questione scegliendo mete difficili da raggiungere anche per un impavido appassionato di antropologia.

Ora tutto è finito e posso serenamente dedicarmi a qualcosa di altrettanto poco remunerativo, tipo studiare, leggere, scrivere, stirare camicie, amare. Dico scrivere perché dopo mesi di silenzio mi è venuta di nuovo la voglia di farvi sapere qualcosa di me, di ciò che penso e anche di farvi assistere ai miei tentativi di accodare parole nel modo più emozionante possibile. Dico stirare, perché quando sono a secco di complimenti mi basta prendere un ferro da stiro in mano per udire dopo poco gli elogi di mia madre (che oggi, a proposito, dopo la camicia numero tre mi ha detto con una certa fierezza: “ma allora ti ho insegnato proprio un mestiere!”). Dico amare, perché anche se della donna che amo non parlo mai lei c’è sempre. Per grazia di Dio.


La ricerca in Italia. Quella bella.

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Da qualche mese ho ripreso il mio vecchio lavoro: studiare le opere di altri, scriverne saggi accademici o addirittura libri e sperare che un giorno qualcuno mi paghi per tutto questo inchiostro versato. Nel frattempo mi sono riavvicinato alla poesia sia da lettore che da autore, ho cominciato a leggere qua e là prima di impegnarmi nel supremo sforzo necessario per terminare L’arcobaleno della gravità di Pynchon e poi ho continuato a guardare qualche serie TV. Non mangio. Sbocconcello. Anche perché quando si prepara un saggio, il troppo breve tempo da lettore che gli dei concedono agli uomini è eroso completamente dalla bibliografia di riferimento. Quasi completamente. Non esageriamo.

Oggi ho avuto un momento di grande felicità. Ho riso tantissimo e alla mia età non  capita più tanto spesso. Stavo studiando un libro dal titolo meraviglioso, poiché molto attinente al problema che sto studiando. Il titolo è: “Il De Sanctis scrittore”. Ho comprato il libro su ebay perché ho scoperto che mi costava meno che prenderlo in biblioteca. Ieri è giunto a destinazione. Il mio vecchio dallo scomodissimo divano della cucina ne ha cominciata la lettura ad alta voce. Io ascoltavo e restavo perplesso. Dopo più o meno mezza pagina, il mio vecchio si è fermato, dicendo: “Basta. E’ troppo difficile per me!”. Gli ho detto che non mi sembrava un granché da come era scritto, perciò non doveva preoccuparsi.

Torniamo ad oggi. Oggi ho studiato il libro che ha sconfitto il mio vecchio. Pensate a qualcosa di faticosissimo che avete dovuto affrontare nella vostra vita. Ci siete? Deve essere, però, uno sforzo tremendo, di quelli che fanno venire quella sensazione che è un misto di voglia di vomitare e voglia di piangere. Tipo finire I canti del caos di Moresco. Verso pagina cinquanta mi sono sentito proprio così. Non affrontavo una sintassi così pomposa da non so quanto tempo. Non c’era sostantivo senza almeno un aggettivo, non c’era periodo senza almeno un paio di subordinate o di parentesi. Una scrittura che nel 1871 forse sarebbe già stata fuori luogo, figuriamoci cento anni dopo.

La cosa più assurda, però, è questa: De Sanctis è uno scrittore incredibilmente limpido, facile, colloquiale e dichiara esplicitamente guerra alle scritture ampollose e oscure. Il suo obiettivo è prima di tutto assicurarsi che l’interlocutore capisca ciò che dice. Perciò è paradossale che in quei brani in cui l’autore del libro cita De Sanctis il testo commentato risulti assai più comprensibile di quello che dovrebbe chiarirlo. Allora mi chiedo: ma quanto poco sensibile alla bellezza deve essere qualcuno che studia a fondo l’opera di un autore, la elogia con delle sviolinate che disgusterebbero anche Bruno Vespa e alla fine non si rende conto che il suo modo di scrivere rinnega tutto ciò che egli dichiara di amare?

Pagina 84 è stata il punto di non ritorno. Ero fuori al terrazzino (ma a Napoli lo chiamiamo comunque balcone) perché la casa veniva messa sottosopra dal ciclone delle pulizie settimanali. Stavo leggendo la terza riga del penultimo capoverso quando sono scoppiato in una fragorosa risata. Ah ah ah (anche se nella mia risata la vocale è parecchio indistinta). Non so se era una risata isterica o di gioia. Il brano era questo:

Con il ridurre a negatività il culmine della conquista dantesca, interpretando con un lamento per il finito visibile che scompare la nota delicatissima d’un rimpianto per l’infinito che il visibile non  può contenere (ma che frattanto è vittoriosamente attinto dalla purezza d’impeto dello spirito), il De Sanctis insegue fantasmi propri (la “visione”, l'”immaginazione”, la “forma”), e di essi, non dell’intuire dantesco, canta in realtà la morte, recuperando per via diversa – romantica – un valore di vita perenne e inalienabile, che s’individua e s’esprime nella sopravvivenza del sentimento alla forma e alla visione.

A questo punto ho pensato di essere impazzito. Ho cominciato a nutrire seri dubbi sulle mia capacità di comprensione e ho temuto di essere diventato un analfabeta funzionale. Allora ho immediatamente contattato tre miei amici accademici per un consulto neurologico. Gli ho inviato il brano precedente fino a “De Sanctis” e ho aggiunto un ecc. Vi riporto il dialogo con i tre dottori.

  • Dialogo con il serafico dottore Tommaso

Io: Con il ridurre a negatività il culmine della conquista dantesca, interpretando con un lamento per il finito visibile che scompare la nota delicatissima d’un rimpianto per l’infinito che il visibile non  può contenere (ma che frattanto è vittoriosamente attinto dalla purezza d’impeto dello spirito), il De Sanctis ecc.

T: Stai parlando del Tour?

Io: Volevo verificare di non essere diventato un analfabeta funzionale

T: Chi l’ha scritto?

Io: Mario Casu in un saggio su De Sanctis scrittore. 1971.

T: Scrive così difficile perché traduce dalla sua lingua madre, il sardo?

  • Dialogo con il timido dottore Zagni

Io: Con il ridurre a negatività il culmine della conquista dantesca, interpretando con un lamento per il finito visibile che scompare la nota delicatissima d’un rimpianto per l’infinito che il visibile non  può contenere (ma che frattanto è vittoriosamente attinto dalla purezza d’impeto dello spirito), il De Sanctis ecc.

Z: alla terza rilettura mi si è sciolto il cervello

Io: ok, pensavo di essere diventato analfabeta funzionale

Z: No no, ti giuro che ho provato a capire rileggendolo tre volte ma poi, non essendo uno scritto ugaritico, ho pensato che se ci voleva così tanto sforzo forse non ne valeva la pena

Io: posso usare questa conversazione per il blog?

Z: ahahaha sarebbe un piacere e un onore

Io: grazie

  • Dialogo con il nerboruto dottore Alexandre De La Gauche

Io: Con il ridurre a negatività il culmine della conquista dantesca, interpretando con un lamento per il finito visibile che scompare la nota delicatissima d’un rimpianto per l’infinito che il visibile non  può contenere (ma che frattanto è vittoriosamente attinto dalla purezza d’impeto dello spirito), il De Sanctis ecc.

G: ammazza

Io: Ho paura di essere analfabeta funzionale

G: non si capisce un cazzo, tranquillo

Potete immaginare le risate che mi sono fatto mentre i tre responsi comparivano sul mio cellulare. Non so raccontarvi la felicità che ho provato per l’aver scoperto di non essere un imbecille e al contempo di non essere così solo. Alas! Se solo non ci fosse tutta sta distanza!

Ps: uno scritto ugaritico è qualcosa composto in una delle prime scritture alfabetiche. Ho appena controllato.

 


99 consigli di stile di Alfredo de Giglio. Una recensione

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Il mio amico Zagni è un entusiasta. Se in un bar di Via dei Tribunali gli racconti le tue idee sulla letteratura, su Sam Gamgee o persino sul tessuto che preferisci per un completo invernale, ti risponde semplicemente “perché non ci scrivi un pezzo?”. Entusiasta. E pratico, devo aggiungere. Caratteristica quest’ultima che invece io possiedo in dosi microscopiche. Anche questa volta, perciò, una recensione che avevo deciso di scrivere  già un paio di mise fa arriva sui vostri schermi in ritardo soltanto ora.

A Natale Sonia mi ha regalato un libretto intitolato  e sottotitolato 99 consigli di stile (piccole gocce di quotidiana eleganza contro un mare di volgarità) di Alfredo de Giglio. Un libretto grazioso, simpatico, brillante; un libretto piacevole anche solo da sfogliare e sbocconcellare, grazie all’impaginazione sobria e minimale, perfetta per non confondere l’occhio e per favorire così la rilettura e la meditazione. Ogni pagina accoglie un consiglio accompagnato dal suo bel numerone e da una sorta di postilla che chiarisce l’asciutta massima. Un modo di proporre le proprie novantanove verità al contempo essenziale e stentoreo, proprio come l’eleganza che si vuole insegnare al lettore. Se il mondo sembra dominato dalla sciatteria, dalla ricerca della comodità, dall’omologata deviazione dalla norma, infatti, il nostro agile libretto si pone come una riscoperta di valori etici ed estetici che l’autore indica come “classici”, cioè mastii che nessun esercito modaiolo sarà capace di espugnare.

Convinto che le regole dell’eleganza e del buon gusto siano ormai dimenticate, l’autore fornisce innanzitutto una generosa dose di consigli estremamente pratici. Poiché si tratta spesso delle nozioni fondamentali dell’eleganza, il lettore già informato potrebbe trovarle scontate, così da essere tentato di passare rapidamente avanti. Farebbe male, però; poiché è proprio nel tono intransigente dell’autore, nella sua capacità di utilizzare un esemplare contegno lessicale anche quando chiamato ad esprimere la più completa disapprovazione che risiede l’aspetto più divertente e, perché no, letterario del libro. Il consiglio numero sette ne è un esempio limpidissimo:

Mai ma proprio mai giacca, cravatta e scarpe senza calzini.

Come andare in macchina senza ruote, uscire con una donna senza rossetto, mangiare una carbonara senza guanciale.

Per cortesia, rispetto per i vestiti prima che per voi stessi. Se proprio volete fare i selvaggi, allora uscite sempre e solo in jeans e t-shirt.

Al di là dei singoli precetti concreti, comunque, 99 consigli di stile propone una vera e propria filosofia di vita, basata su due convinzioni granitiche. Prima: etica ed estetica sono indissolubili. Seconda: ciò che è “vissuto” vale molto di più di ciò che è nuovo.

Un uomo elegante è innanzitutto un uomo affidabile. Il tempo trascorso a perfezionare la propria consapevolezza riguardo a problemi fondamentali come la bellezza, l’educazione, l’istruzione, infatti, conferisce all’uomo elegante il distacco necessario per affrontare la vita quotidiana al riparo dalle pericolose seduzioni del momento che fanno leva per lo più sull’ansia di successo, sulla necessità di affermazione, sul senso di inadeguatezza. Plasmati da tanto cinema americano imperniato sul mito del self made man e dall’intera industria mondiale della pubblicità che promette la conquista della felicità attraverso l’acquisto e il consumo, è fin troppo facile che nel nostro cuore nasca l’avidità. E l’avidità  conduce alla sopraffazione; la sopraffazione alla spietatezza; la spietatezza alla violenza; e la violenza naturalmente conduce al lato oscuro. “Come un monaco o un samurai” (o un jedi, già che ci siamo) l’uomo elegante ha invece le sue certezze e come il saggio lucreziano può guardare dal suo posto privilegiato il mondo senza prendere parte alla brutale lotta quotidiana, ma coltivare semmai compassione, gentilezza, fermezza e umorismo. Non a caso il consiglio numero uno suona come un vero e proprio comandamento morale.

La parola di un uomo è sacra.

Il vero disastro di quest’epoca superficiale è la totale mancanza di etica. Siccome etica ed estetica vanno a braccetto, ecco che vediamo persone malvestite comportarsi da barbari. Accordi non rispettati, valori degradati, società asociali. Pensate all’impatto delle brutte periferie sul comportamento (“gli uomini fanno i palazzi, e poi i palazzi fanno gli uomini”); al degrado della scuola che si ripercuote su professori mediocri e alunni svogliati, alla tristezza delle mense aziendali. Ricordate il film “Brutti, sporchi e cattivi”…? In un’epoca contrassegnata dall’ipersalutismo, dal chilometro zero, dai riflessi metallici dell’alluminio, dall’asetticità degli uffici, dalle griffe, è paradossale che sia la sciatteria (si badi, non solo di vestiti si parla) l’unico comune denominatore delle società occidentali.

Non è dunque il denaro che conferisce all’uomo l’aura di eleganza che lo avvolge, ma la sua capacità di compiere scelte consapevoli. Per questo un oggetto scelto con cura senza inutili salassi economici può valere molto di più dell’oggetto di moda strapubblicizzato che tutti desiderano possedere ma che è destinato a un rapidissimo declino. Meglio avere pochi oggetti eccellenti, che tanta robaccia kitch. Il cimelio, l’abito, l’opera cari all’uomo elegante, infatti, acquistano valore con il trascorrere del tempo, perché lo accompagnano durante la vita fino a diventare parte del suo passato. Perciò de Giglio ci invita a prenderci cura dei nostri piccoli tesori, riscoprendo le antiche e quasi perdute arti della manutenzione e della riparazione, in modo oltretutto da avere la possibilità di tramandare agli eredi qualcosa a cui dedicammo cura ed entusiasmo. Importantissimo, perciò, è il consiglio numero diciotto.

Un guardaroba abbondante non è quasi mai fonte di eleganza.

L’uomo deve consumare i suoi capi. Li deve vivere, ed essi vivere con lui. Vissuto, si dice di una cosa che rappresenta nella propria usura un passato. I nuovi ricchi o i nuovi abbigliati sono quelli che ad ogni occasione si presentano vestiti di nuovo. Li vedete al Pitti o in tv o in ‘sagre’ varie. Ricordate che a differenza della donna l’uomo indossa sempre e solo abiti già usati. Proprio per di-mostrare che lui ha già nel suo guardaroba una mise adatta a quel particolare avvenimento. Nella nobiltà inglese era abitudine far indossare i propri vestiti o le proprie scarpe a dei valletti, al fine da levar loro la patina di nuovo. Addirittura si mettevano dei sassi nelle tasche delle giacche.

Chi mi conosce sa che condivido totalmente i due precetti etici sostenuti in 99 consigli di stile. Condivido meno, invece, alcune considerazioni sull’importanza per un uomo elegante di celare i propri sentimenti, manifestandoli soltanto nell’intimità.  Non credo, infatti, che lacrime discrete, magari di commozione di fronte alla bellezza o al sublime, debbano essere patrimonio esclusivamente femminile o infantile. Non sono convinto, insomma, che una condotta del genere possa avere un impatto davvero positivo sugli altri, perché mostrarsi impassibili quando la tempesta emotiva impazza dentro di noi significa nascondere la nostra compassione, che è tratto umanissimo e, perciò, di certo prerogativa di una forte personalità. Ne approfitto, perciò, nel dissentire, per mettere in pratica forse il più saggio di tutti i consigli del libro: il consiglio numero settantesette.

Cercare di farvi una idea su tutto e non fidatevi delle definizioni preconfezionate.

Abbiamo consulenti, terapeuti, psicologi, esperti, maestrine dalle penna rossa, che vi dicono cosa fare e non fare, cosa bere e cosa mangiare. Soprattutto nel campo enogastronomico, settore di gran moda, si registrano alcuni luoghi comuni pericolosi, difesi da schiere di sommelier, nutrizionisti, appassionati improvvisati. Mai fidarsi di chi non forma sul campo le proprie convinzioni. La mediocrità così imperante si spiega anche per questo sapere da bignami che viene spacciato da verità assolute.

Diffidate di chi vuole insegnarvi qualcosa, anche di questo libro. Anzi, confutatelo tutto, così avrete pieno accesso alla vostra verità, che poi è l’unica che conta.

Guai a coloro che interpreteranno questo prezioso consiglio come un dozzinale e odioso “tutto è relativo”.


Sing ovvero l’ispirazione e il riscatto. Una recensione

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Se mi avessero detto che ieri sera sarei stato al cinema completamente in balia delle emozioni, avrei risposto con uno sguardo scettico o con un ironico “addirittura?!”. E invece sono qui a raccontarvi che per centootto minuti più intervallo e titoli di coda ho perso il controllo delle mie ghiandole lacrimali. Non mi capitava da un po’, forse non vivevo un’intensità del genere dai tempi di Inside Out.

La storia di Sing è semplicissima, i più spocchiosi direbbero “prevedibile”: un impresario sull’orlo del fallimento scommette sul talento nascosto dei suoi concittadini per organizzare uno spettacolo che risollevi le sorti del suo teatro. Il resto è regolato dalle inflessibili regole di genere: ritmo ternario di ascesa, caduta e nuova ascesa. Devo dirvelo io che il nostro koala impresario troverà gente in gambissima e insospettabile che sa cantare, suonare, ballare e che alla fine tutto andrà per il meglio sia per lo scopritore di talenti sia per gli insospettabili mostri da palcoscenico?

Ma non finisce qui: se volessi essere spietato, potrei addirittura rispolverare la celebre categoria morettiana di “film facile” per Sing, mostrandovi qualche motivo per cui si dovrebbe trattare di un prodotto commerciale più che di un fatto artisticamente rilevante. Per esempio potrei farvi notare che i potenziali talenti coprono un ampio ventagio di umanità che sembra selezionato apposta per dare soddisfazione alla più ampia fascia di pubblico possibile: c’è la casalinga tutto fare che può ridare lustro al suo antico sogno di giovinetta ovvero può calcare la scena come showgirl bravissima e mozzafiato; c’è il figlio che riesce a riguadagnare la stima del padre che vedeva in lui poco più che un mollaccione, ci sono i cattivi da odiare per la loro crudeltà e parossistica mancanza di senso estetico e che saranno puntualmente sconfitti, c’è la ragazzina maltrattata dal fidanzato che riesce a trasformare l’abbandono in pregio artistico, c’è la vecchia star della lirica supersnob il cui cuore di pietra alla fine si ammorbidirà. Ah, quasi dimenticavo: c’è pure la timidona che supera le proprie remore e si mostra capace di afferrare la vita e il destino con la sua proboscide. Tutti possono immedesimarsi, tutti possono trovare l’ispirazione come alla fine di The Big Kahuna.

Come può allora un film del genere, così semplice, stendere letteralmente due trentenni (non ero solo al cinema ma con la cerimoniosa Sonia) e renderli indifesi e sognanti? Oh bella, i motivi sono semplici.

  1. Un film non deve essere originale per fare breccia nel cuore delle persone! Prendiamo i film che abbiamo visto e rivisto tante volte ma che continuano a commuoverci. Possiamo forse definirli originali, dal momento che li conosciamo a memoria?
  2. Chi ha detto che un film è una storia che scorre sullo schermo accompagnata da colonne sonore? Un film è un’opera complessa di cui fanno parte luci, inquadrature, transizioni, costumi, recitazione, colonne sonore e altre cose che al momento non mi vengono in mente. E’ per questo che continuo a ripetere da qualche anno che la frase “il libro era meglio del film” non ha alcun senso.

Dunque, in Sing questo insieme colorato e melodioso che chiamiamo film è costruito in maniera così compiuta da respingere continuamente il pensiero che in fondo non si tratti che dell’ennesima storia americana. Le musiche sono belle, compliscono direttamente allo stomaco; gli attori animati sono ineccepibili; i colori riempiono di gioia; la scelta di un cartone zoomorfo è stimolante, perché si presta una serie di gag  e di associazioni tra uomo e animale che tanto sarebbe piaciuto agli amanti della fisiognomica di due secoli fa. Persino la regia ha i suoi momenti notevoli, come all’inizio del film, quando la telecamera passa da una all’altra delle microstorie dei protagonisti muovendosi rapidissimamente  per le vie della città (al momento non ricordo quale film degli ultimi quindici anni citi, ma il preparatissimo Kasabake ci saprà dire qualcosa, ne sono certo).

Quanto ho un po’ brevemente elencato dovrebbe riuscire a giustificare l’ottimo ricordo che ho del film. Credo, tuttavia, che non basti a spiegare la soddifazione che ho provato nel guardare Sing. Perciò devo dirvi cosa penso veramente. Come tanti talent show che spopolano oggidì, la verità è che Sing parla di riscatto, di un sentimento che una generazione di adulti, che qualcuno chiama ancora erroneamente giovani, ha fame di ottenere. Sing ci racconta con tutta la forza dello spettro luminoso e dei decibel melodiosi che noi non siamo il nostro lavoro. Noi siamo uomini e donne e basta. Sing ci ricorda che il tempo che impieghiamo in segreto a coltivare le nostre passioni non va mai sprecato: non solo perché fa bene al nostro umore e alla nostra ricerca della felicità, quanto perché un giorno potrebbe capitare che i pianeti si allineino, facendo sì che il destino possa darci finalmente la grande occasione di mostrare al mondo (e ai padri perché no, che a volte contano più di un intero pubblico applaudente) che siamo in gamba e bravi anche se la vita ci aveva preso nel suo turbine di scadenze e impegni. Mentre la vita sembrava imbrigliarci nel suo grigiore, noi facevamo segretamente e in un po’ sullo sfondo la nostra parte nel grande spettacolo della vita.


Le armi della persuasione di Robert B. Cialdini.

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Sono al tavolo da lavoro. In mano ho una pinza arancione piuttosto nuova; componenti per chiusure lampo giacciono sulla superficie bluastra del tavolo: molle, cursori, tiretti,  terminali. Buste qua e là e piccoli denti di ferro sparsi ovunque. Alla mia sinistra, invece, c’è un libro dalla copertina verde che spicca tra i toni grigi e beige della sala. Uno degli avventori si avvicina e dopo aver letto il titolo fa una battuta sulle presunte “armi che staremmo preparando”. Cerco di spiegargli di cosa parla il libro, ma capisco dopo esattamente 4.7 secondi che non ha nessuna intenzione di ascoltarmi. Mi ritiro con ordine come un soldato dell’esercito prussiano e riprendo il mio lavoro semplice e ripetitivo. Ma intanto penso che Le armi della persuasione sia un libro di cui valga la pena parlare. Allora mi riprometto di scriverne qualcosa sul blog. Lo faccio molte volte, ma poi finisco sempre per dedicarmi ad altro. Eppure il libro mi è piaciuto. Anzi mi è piaciuto parecchio, perché mi ha chiarito con gli strumenti della psicologia sociale quali sono i motivi per cui nella mia vita ho avuto tanta difficoltà a dire “no”. E allora mi sono sentito meno solo.

Le armi della persuasione è un libro interessante, piacevole dal leggere, ricco di aneddoti e facile all’empatia. Gli argomenti sono trattati con rigore e brio, qualità che mi fanno solitamente apprezzare moltissimo un saggio ossia un libro che dovrebbe essere scritto con lo scopo di insegnare qualcosa al lettore; qualità che assomigliano alla coppia “fermezza e compassione” che forse un giorno comparirà sullo stemma del mio casato (ma prima dovrò decidere se è giusto “compassione” o sarebbe meglio “gentilezza”). Il libro piacerà a chi ama scoprire cose nuove, a chi percorre i sentieri della consapevolezza, a chi è affascinato dal comportamento umano, a chi è alla ricerca di gustosi aneddoti per fare colpo, a chi è a corto di comode e piacevoli letturi da cesso (ma prima sarebbe meglio leggere La guerra gotica di Procopio).

Nel suo libro Cialdini spiega con chiarezza e simpatia i motivi profondi che inducono gli uomini a dire di “sì”. Li divide in sei grandi categorie: reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità. Eccoli esemplificati alla meno peggio.

  1. Avete mai provato l’urgenza di dover ricambiare a tutti i costi un regalo che vi è stato fatto? Avete mai pensato che la risposta “ti devo un favore”, rivolta a chi ci ha aiutato in qualsiasi maniera potrebbe essere non soltanto un fatto di educazione o (nel caso foste un po’ più cinici) un semplice modo di dire ma addirittura un comportamento automatico radicatissimo nell’uomo? Cialdini spiega che questi atteggiamenti sono determinati dal principio di reciprocità: si ha la tendenza a sentirsi in debito con qualcuno a tal punto da sentir la necessità di sdebitarsi.
  2. Vi siete mai chiesti perché per la maggior parte di noi è così difficile venir meno alla parola data persino quando ritrattare non procurerebbe nulla di veramente nocivo ma finanche un vantaggio? E’ il principio di impegno e coerenza che agisce in tutta la sua straordinaria potenza ricordandoci, anche quando non ne siamo consapevoli, che nella società un individuo coerente, onorevole, affidabile è di gran lunga preferito a chi è piuma al vento e, soprattutto, che anche noi vogliamo essere preferiti.
  3. L’adolescente è il ribelle per antonomasia. Con il suo comportamento sembra voler spaccare il mondo e disintegrare qualsiasi norma ereditata dai suoi educatori.  Ma è un illuso. La maggior parte delle volte, infatti, anche il suo ribellarsi obbedisce a delle specifiche convenzioni, quelle del ribelle sedicenne, appunto. Il resto dei sedicenni, insomma, rappresenta per lui un centro di gravità fatto di idee, umori, modelli al quale tendere malgrado la propria volontà. E’ quasi impossibile, insomma, sfuggire al principio della riprova sociale ovvero fregarsene radicamente di cosa fanno gli altri e del rapporto che esiste tra il comportamento del singolo e quello del resto della società. Credo che mostruosità come il nazismo siano state possibili proprio per la schiacciante influenza di questo principio, capace di de-resp0nsabilizzare l’individuo fino al punto di renderlo ottuso al male.
  4. Bisogna farsene una ragione: a meno che non siamo degli incalliti misantropi, condizione comunque spregevole, tutti abbassiamo le difese di fronte a chi ci ispira emozioni positive quali compassione, simpatia e, soprattutto, bellezza. E’ il motivo per cui i bravi venditori, in mala fede oppure no, tendono a cercare un terreno comune di dialogo con l’acquirente o a presentarsi con un generico complimento passpartout. Ecco a voi il principio di simpatia, signori e signore: uno dei principi più sfruttati da venditori, truffatori, ruffiani e puttane (anche gli uomini possono essere puttane, sia ben chiaro).
  5. Non credo di dover aggiungere molto per esemplificare il principio di autorità. Funziona di continuo ogni volta che ascoltate il telegiornale, accendete la televisione, comprate un prodotto pubblicitzzato da un VIP, dite sì al vostro capo anche se è chiaramente un cialtrone, vi innamorate del professore o dell’animatore del villaggio-vacanze eccetera eccetera. L’uomo in divisa piace non solo perché la divisa è davvero l’abito definitivo, ma anche per l’autorevolezza con cui adorna chi la indossa .
  6. “Signore, è proprio fortunato. E’ l’ultimo paio di scarpe rimasto” dice il commesso a un acquirente che egli crede sprovveduto ma che in verità è ben conscio dell’abbondanza di scarpe presenti in magazzino. C’è poco da fare: la rarità è considerata di per sé un valore positivo tanto che siamo disposti a valutare con maggiore generosità qualsiasi cosa scarseggi. In un corso di fisica o di ingegneria, generalmente frequentato per lo più da uomini, le poche donne non saranno soltanto tormentate e prese di mira da latin lover più o meno goffi, ma saranno senz’altro considerate superbellissime. Una volta lo chiamavo “il principio della più bella della classe”, oggi so che non è altro che una manifestazione del principio di scarsità.

Ne Le armi della persuasione ci sono decine di esemplificazioni, assai migliori delle mie, volte ad argomentare la bontà dei sei principi che ho enumerato cercando di contraffare un poco lo stile colloquiale e avvincente impiegato da Cialdini. Gli esempi utilizzati dall’autore sono di triplice provenienza: alcuni vengono da esperimenti volti ad indagare le reazioni e il comportamento umano in date condizioni,  altri dall’esperienza personale dell’autore che sotto mentite spoglie ha frequentato corsi di formazione per venditori inesperti e compulsato manuali di vendita fino a divenire un esperto, altri ancora sono gustosi aneddoti tratti dalla cronaca. Molte volte ci si ritrova nella al contempo appagante situazione di poter sovrapporre i racconti di Cialdini alle esperienze che ognuno di noi ha dovuto purtroppo affrontare uscendone spesso malconcio e raggirato.

Ma perché il comportamento umano è così vulnerabile di fronte a chi si serva di queste sei micidiali armi di persuasione? E’ la risposta a questo interrogativo che mi ha davvero fatto apprezzare il libro di Cialdini, perché mi ha fatto percorrere ancora qualche passo sulla via della consapevolezza. La verità è che siamo deboli di fronte a chi ci vuole strappare un sì sfruttando reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità perché di fronte a tali condizioni l’uomo ha sviluppato una serie di meccanismi di risposta automatica che nel corso della sua storia evolutiva gli hanno fornito un grandissimo vantaggio, dato che gli consentivano di risparmiare tempo ed energie mentali da dedicare ad altro. Cialdini spiega, infatti, che nella maggioranza dei casi farsi persuadere da un comportamento condiviso, da un uomo che ispira autorità o per esempio tenere in giusta considerazione un bene o una qualità molto rara sono risoluzioni eccellenti. Il problema sorge quando un’intera industria comincia consapevolmente ad elaborare strategie sempre più raffinate per sfruttare tali meccanismi. A quel punto è il caso di dare una registrata alla non più infallibile macchina dell’istinto, imparando opportune contro misure per dire di no in maniera efficace e indolore. Credetemi se vi dico che potrebbe volerci una vita intera, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.


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