99 consigli di stile di Alfredo de Giglio. Una recensione

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Il mio amico Zagni è un entusiasta. Se in un bar di Via dei Tribunali gli racconti le tue idee sulla letteratura, su Sam Gamgee o persino sul tessuto che preferisci per un completo invernale, ti risponde semplicemente “perché non ci scrivi un pezzo?”. Entusiasta. E pratico, devo aggiungere. Caratteristica quest’ultima che invece io possiedo in dosi microscopiche. Anche questa volta, perciò, una recensione che avevo deciso di scrivere  già un paio di mise fa arriva sui vostri schermi in ritardo soltanto ora.

A Natale Sonia mi ha regalato un libretto intitolato  e sottotitolato 99 consigli di stile (piccole gocce di quotidiana eleganza contro un mare di volgarità) di Alfredo de Giglio. Un libretto grazioso, simpatico, brillante; un libretto piacevole anche solo da sfogliare e sbocconcellare, grazie all’impaginazione sobria e minimale, perfetta per non confondere l’occhio e per favorire così la rilettura e la meditazione. Ogni pagina accoglie un consiglio accompagnato dal suo bel numerone e da una sorta di postilla che chiarisce l’asciutta massima. Un modo di proporre le proprie novantanove verità al contempo essenziale e stentoreo, proprio come l’eleganza che si vuole insegnare al lettore. Se il mondo sembra dominato dalla sciatteria, dalla ricerca della comodità, dall’omologata deviazione dalla norma, infatti, il nostro agile libretto si pone come una riscoperta di valori etici ed estetici che l’autore indica come “classici”, cioè mastii che nessun esercito modaiolo sarà capace di espugnare.

Convinto che le regole dell’eleganza e del buon gusto siano ormai dimenticate, l’autore fornisce innanzitutto una generosa dose di consigli estremamente pratici. Poiché si tratta spesso delle nozioni fondamentali dell’eleganza, il lettore già informato potrebbe trovarle scontate, così da essere tentato di passare rapidamente avanti. Farebbe male, però; poiché è proprio nel tono intransigente dell’autore, nella sua capacità di utilizzare un esemplare contegno lessicale anche quando chiamato ad esprimere la più completa disapprovazione che risiede l’aspetto più divertente e, perché no, letterario del libro. Il consiglio numero sette ne è un esempio limpidissimo:

Mai ma proprio mai giacca, cravatta e scarpe senza calzini.

Come andare in macchina senza ruote, uscire con una donna senza rossetto, mangiare una carbonara senza guanciale.

Per cortesia, rispetto per i vestiti prima che per voi stessi. Se proprio volete fare i selvaggi, allora uscite sempre e solo in jeans e t-shirt.

Al di là dei singoli precetti concreti, comunque, 99 consigli di stile propone una vera e propria filosofia di vita, basata su due convinzioni granitiche. Prima: etica ed estetica sono indissolubili. Seconda: ciò che è “vissuto” vale molto di più di ciò che è nuovo.

Un uomo elegante è innanzitutto un uomo affidabile. Il tempo trascorso a perfezionare la propria consapevolezza riguardo a problemi fondamentali come la bellezza, l’educazione, l’istruzione, infatti, conferisce all’uomo elegante il distacco necessario per affrontare la vita quotidiana al riparo dalle pericolose seduzioni del momento che fanno leva per lo più sull’ansia di successo, sulla necessità di affermazione, sul senso di inadeguatezza. Plasmati da tanto cinema americano imperniato sul mito del self made man e dall’intera industria mondiale della pubblicità che promette la conquista della felicità attraverso l’acquisto e il consumo, è fin troppo facile che nel nostro cuore nasca l’avidità. E l’avidità  conduce alla sopraffazione; la sopraffazione alla spietatezza; la spietatezza alla violenza; e la violenza naturalmente conduce al lato oscuro. “Come un monaco o un samurai” (o un jedi, già che ci siamo) l’uomo elegante ha invece le sue certezze e come il saggio lucreziano può guardare dal suo posto privilegiato il mondo senza prendere parte alla brutale lotta quotidiana, ma coltivare semmai compassione, gentilezza, fermezza e umorismo. Non a caso il consiglio numero uno suona come un vero e proprio comandamento morale.

La parola di un uomo è sacra.

Il vero disastro di quest’epoca superficiale è la totale mancanza di etica. Siccome etica ed estetica vanno a braccetto, ecco che vediamo persone malvestite comportarsi da barbari. Accordi non rispettati, valori degradati, società asociali. Pensate all’impatto delle brutte periferie sul comportamento (“gli uomini fanno i palazzi, e poi i palazzi fanno gli uomini”); al degrado della scuola che si ripercuote su professori mediocri e alunni svogliati, alla tristezza delle mense aziendali. Ricordate il film “Brutti, sporchi e cattivi”…? In un’epoca contrassegnata dall’ipersalutismo, dal chilometro zero, dai riflessi metallici dell’alluminio, dall’asetticità degli uffici, dalle griffe, è paradossale che sia la sciatteria (si badi, non solo di vestiti si parla) l’unico comune denominatore delle società occidentali.

Non è dunque il denaro che conferisce all’uomo l’aura di eleganza che lo avvolge, ma la sua capacità di compiere scelte consapevoli. Per questo un oggetto scelto con cura senza inutili salassi economici può valere molto di più dell’oggetto di moda strapubblicizzato che tutti desiderano possedere ma che è destinato a un rapidissimo declino. Meglio avere pochi oggetti eccellenti, che tanta robaccia kitch. Il cimelio, l’abito, l’opera cari all’uomo elegante, infatti, acquistano valore con il trascorrere del tempo, perché lo accompagnano durante la vita fino a diventare parte del suo passato. Perciò de Giglio ci invita a prenderci cura dei nostri piccoli tesori, riscoprendo le antiche e quasi perdute arti della manutenzione e della riparazione, in modo oltretutto da avere la possibilità di tramandare agli eredi qualcosa a cui dedicammo cura ed entusiasmo. Importantissimo, perciò, è il consiglio numero diciotto.

Un guardaroba abbondante non è quasi mai fonte di eleganza.

L’uomo deve consumare i suoi capi. Li deve vivere, ed essi vivere con lui. Vissuto, si dice di una cosa che rappresenta nella propria usura un passato. I nuovi ricchi o i nuovi abbigliati sono quelli che ad ogni occasione si presentano vestiti di nuovo. Li vedete al Pitti o in tv o in ‘sagre’ varie. Ricordate che a differenza della donna l’uomo indossa sempre e solo abiti già usati. Proprio per di-mostrare che lui ha già nel suo guardaroba una mise adatta a quel particolare avvenimento. Nella nobiltà inglese era abitudine far indossare i propri vestiti o le proprie scarpe a dei valletti, al fine da levar loro la patina di nuovo. Addirittura si mettevano dei sassi nelle tasche delle giacche.

Chi mi conosce sa che condivido totalmente i due precetti etici sostenuti in 99 consigli di stile. Condivido meno, invece, alcune considerazioni sull’importanza per un uomo elegante di celare i propri sentimenti, manifestandoli soltanto nell’intimità.  Non credo, infatti, che lacrime discrete, magari di commozione di fronte alla bellezza o al sublime, debbano essere patrimonio esclusivamente femminile o infantile. Non sono convinto, insomma, che una condotta del genere possa avere un impatto davvero positivo sugli altri, perché mostrarsi impassibili quando la tempesta emotiva impazza dentro di noi significa nascondere la nostra compassione, che è tratto umanissimo e, perciò, di certo prerogativa di una forte personalità. Ne approfitto, perciò, nel dissentire, per mettere in pratica forse il più saggio di tutti i consigli del libro: il consiglio numero settantesette.

Cercare di farvi una idea su tutto e non fidatevi delle definizioni preconfezionate.

Abbiamo consulenti, terapeuti, psicologi, esperti, maestrine dalle penna rossa, che vi dicono cosa fare e non fare, cosa bere e cosa mangiare. Soprattutto nel campo enogastronomico, settore di gran moda, si registrano alcuni luoghi comuni pericolosi, difesi da schiere di sommelier, nutrizionisti, appassionati improvvisati. Mai fidarsi di chi non forma sul campo le proprie convinzioni. La mediocrità così imperante si spiega anche per questo sapere da bignami che viene spacciato da verità assolute.

Diffidate di chi vuole insegnarvi qualcosa, anche di questo libro. Anzi, confutatelo tutto, così avrete pieno accesso alla vostra verità, che poi è l’unica che conta.

Guai a coloro che interpreteranno questo prezioso consiglio come un dozzinale e odioso “tutto è relativo”.


Sing ovvero l’ispirazione e il riscatto. Una recensione

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Se mi avessero detto che ieri sera sarei stato al cinema completamente in balia delle emozioni, avrei risposto con uno sguardo scettico o con un ironico “addirittura?!”. E invece sono qui a raccontarvi che per centootto minuti più intervallo e titoli di coda ho perso il controllo delle mie ghiandole lacrimali. Non mi capitava da un po’, forse non vivevo un’intensità del genere dai tempi di Inside Out.

La storia di Sing è semplicissima, i più spocchiosi direbbero “prevedibile”: un impresario sull’orlo del fallimento scommette sul talento nascosto dei suoi concittadini per organizzare uno spettacolo che risollevi le sorti del suo teatro. Il resto è regolato dalle inflessibili regole di genere: ritmo ternario di ascesa, caduta e nuova ascesa. Devo dirvelo io che il nostro koala impresario troverà gente in gambissima e insospettabile che sa cantare, suonare, ballare e che alla fine tutto andrà per il meglio sia per lo scopritore di talenti sia per gli insospettabili mostri da palcoscenico?

Ma non finisce qui: se volessi essere spietato, potrei addirittura rispolverare la celebre categoria morettiana di “film facile” per Sing, mostrandovi qualche motivo per cui si dovrebbe trattare di un prodotto commerciale più che di un fatto artisticamente rilevante. Per esempio potrei farvi notare che i potenziali talenti coprono un ampio ventagio di umanità che sembra selezionato apposta per dare soddisfazione alla più ampia fascia di pubblico possibile: c’è la casalinga tutto fare che può ridare lustro al suo antico sogno di giovinetta ovvero può calcare la scena come showgirl bravissima e mozzafiato; c’è il figlio che riesce a riguadagnare la stima del padre che vedeva in lui poco più che un mollaccione, ci sono i cattivi da odiare per la loro crudeltà e parossistica mancanza di senso estetico e che saranno puntualmente sconfitti, c’è la ragazzina maltrattata dal fidanzato che riesce a trasformare l’abbandono in pregio artistico, c’è la vecchia star della lirica supersnob il cui cuore di pietra alla fine si ammorbidirà. Ah, quasi dimenticavo: c’è pure la timidona che supera le proprie remore e si mostra capace di afferrare la vita e il destino con la sua proboscide. Tutti possono immedesimarsi, tutti possono trovare l’ispirazione come alla fine di The Big Kahuna.

Come può allora un film del genere, così semplice, stendere letteralmente due trentenni (non ero solo al cinema ma con la cerimoniosa Sonia) e renderli indifesi e sognanti? Oh bella, i motivi sono semplici.

  1. Un film non deve essere originale per fare breccia nel cuore delle persone! Prendiamo i film che abbiamo visto e rivisto tante volte ma che continuano a commuoverci. Possiamo forse definirli originali, dal momento che li conosciamo a memoria?
  2. Chi ha detto che un film è una storia che scorre sullo schermo accompagnata da colonne sonore? Un film è un’opera complessa di cui fanno parte luci, inquadrature, transizioni, costumi, recitazione, colonne sonore e altre cose che al momento non mi vengono in mente. E’ per questo che continuo a ripetere da qualche anno che la frase “il libro era meglio del film” non ha alcun senso.

Dunque, in Sing questo insieme colorato e melodioso che chiamiamo film è costruito in maniera così compiuta da respingere continuamente il pensiero che in fondo non si tratti che dell’ennesima storia americana. Le musiche sono belle, compliscono direttamente allo stomaco; gli attori animati sono ineccepibili; i colori riempiono di gioia; la scelta di un cartone zoomorfo è stimolante, perché si presta una serie di gag  e di associazioni tra uomo e animale che tanto sarebbe piaciuto agli amanti della fisiognomica di due secoli fa. Persino la regia ha i suoi momenti notevoli, come all’inizio del film, quando la telecamera passa da una all’altra delle microstorie dei protagonisti muovendosi rapidissimamente  per le vie della città (al momento non ricordo quale film degli ultimi quindici anni citi, ma il preparatissimo Kasabake ci saprà dire qualcosa, ne sono certo).

Quanto ho un po’ brevemente elencato dovrebbe riuscire a giustificare l’ottimo ricordo che ho del film. Credo, tuttavia, che non basti a spiegare la soddifazione che ho provato nel guardare Sing. Perciò devo dirvi cosa penso veramente. Come tanti talent show che spopolano oggidì, la verità è che Sing parla di riscatto, di un sentimento che una generazione di adulti, che qualcuno chiama ancora erroneamente giovani, ha fame di ottenere. Sing ci racconta con tutta la forza dello spettro luminoso e dei decibel melodiosi che noi non siamo il nostro lavoro. Noi siamo uomini e donne e basta. Sing ci ricorda che il tempo che impieghiamo in segreto a coltivare le nostre passioni non va mai sprecato: non solo perché fa bene al nostro umore e alla nostra ricerca della felicità, quanto perché un giorno potrebbe capitare che i pianeti si allineino, facendo sì che il destino possa darci finalmente la grande occasione di mostrare al mondo (e ai padri perché no, che a volte contano più di un intero pubblico applaudente) che siamo in gamba e bravi anche se la vita ci aveva preso nel suo turbine di scadenze e impegni. Mentre la vita sembrava imbrigliarci nel suo grigiore, noi facevamo segretamente e in un po’ sullo sfondo la nostra parte nel grande spettacolo della vita.


Le armi della persuasione di Robert B. Cialdini.

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Sono al tavolo da lavoro. In mano ho una pinza arancione piuttosto nuova; componenti per chiusure lampo giacciono sulla superficie bluastra del tavolo: molle, cursori, tiretti,  terminali. Buste qua e là e piccoli denti di ferro sparsi ovunque. Alla mia sinistra, invece, c’è un libro dalla copertina verde che spicca tra i toni grigi e beige della sala. Uno degli avventori si avvicina e dopo aver letto il titolo fa una battuta sulle presunte “armi che staremmo preparando”. Cerco di spiegargli di cosa parla il libro, ma capisco dopo esattamente 4.7 secondi che non ha nessuna intenzione di ascoltarmi. Mi ritiro con ordine come un soldato dell’esercito prussiano e riprendo il mio lavoro semplice e ripetitivo. Ma intanto penso che Le armi della persuasione sia un libro di cui valga la pena parlare. Allora mi riprometto di scriverne qualcosa sul blog. Lo faccio molte volte, ma poi finisco sempre per dedicarmi ad altro. Eppure il libro mi è piaciuto. Anzi mi è piaciuto parecchio, perché mi ha chiarito con gli strumenti della psicologia sociale quali sono i motivi per cui nella mia vita ho avuto tanta difficoltà a dire “no”. E allora mi sono sentito meno solo.

Le armi della persuasione è un libro interessante, piacevole dal leggere, ricco di aneddoti e facile all’empatia. Gli argomenti sono trattati con rigore e brio, qualità che mi fanno solitamente apprezzare moltissimo un saggio ossia un libro che dovrebbe essere scritto con lo scopo di insegnare qualcosa al lettore; qualità che assomigliano alla coppia “fermezza e compassione” che forse un giorno comparirà sullo stemma del mio casato (ma prima dovrò decidere se è giusto “compassione” o sarebbe meglio “gentilezza”). Il libro piacerà a chi ama scoprire cose nuove, a chi percorre i sentieri della consapevolezza, a chi è affascinato dal comportamento umano, a chi è alla ricerca di gustosi aneddoti per fare colpo, a chi è a corto di comode e piacevoli letturi da cesso (ma prima sarebbe meglio leggere La guerra gotica di Procopio).

Nel suo libro Cialdini spiega con chiarezza e simpatia i motivi profondi che inducono gli uomini a dire di “sì”. Li divide in sei grandi categorie: reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità. Eccoli esemplificati alla meno peggio.

  1. Avete mai provato l’urgenza di dover ricambiare a tutti i costi un regalo che vi è stato fatto? Avete mai pensato che la risposta “ti devo un favore”, rivolta a chi ci ha aiutato in qualsiasi maniera potrebbe essere non soltanto un fatto di educazione o (nel caso foste un po’ più cinici) un semplice modo di dire ma addirittura un comportamento automatico radicatissimo nell’uomo? Cialdini spiega che questi atteggiamenti sono determinati dal principio di reciprocità: si ha la tendenza a sentirsi in debito con qualcuno a tal punto da sentir la necessità di sdebitarsi.
  2. Vi siete mai chiesti perché per la maggior parte di noi è così difficile venir meno alla parola data persino quando ritrattare non procurerebbe nulla di veramente nocivo ma finanche un vantaggio? E’ il principio di impegno e coerenza che agisce in tutta la sua straordinaria potenza ricordandoci, anche quando non ne siamo consapevoli, che nella società un individuo coerente, onorevole, affidabile è di gran lunga preferito a chi è piuma al vento e, soprattutto, che anche noi vogliamo essere preferiti.
  3. L’adolescente è il ribelle per antonomasia. Con il suo comportamento sembra voler spaccare il mondo e disintegrare qualsiasi norma ereditata dai suoi educatori.  Ma è un illuso. La maggior parte delle volte, infatti, anche il suo ribellarsi obbedisce a delle specifiche convenzioni, quelle del ribelle sedicenne, appunto. Il resto dei sedicenni, insomma, rappresenta per lui un centro di gravità fatto di idee, umori, modelli al quale tendere malgrado la propria volontà. E’ quasi impossibile, insomma, sfuggire al principio della riprova sociale ovvero fregarsene radicamente di cosa fanno gli altri e del rapporto che esiste tra il comportamento del singolo e quello del resto della società. Credo che mostruosità come il nazismo siano state possibili proprio per la schiacciante influenza di questo principio, capace di de-resp0nsabilizzare l’individuo fino al punto di renderlo ottuso al male.
  4. Bisogna farsene una ragione: a meno che non siamo degli incalliti misantropi, condizione comunque spregevole, tutti abbassiamo le difese di fronte a chi ci ispira emozioni positive quali compassione, simpatia e, soprattutto, bellezza. E’ il motivo per cui i bravi venditori, in mala fede oppure no, tendono a cercare un terreno comune di dialogo con l’acquirente o a presentarsi con un generico complimento passpartout. Ecco a voi il principio di simpatia, signori e signore: uno dei principi più sfruttati da venditori, truffatori, ruffiani e puttane (anche gli uomini possono essere puttane, sia ben chiaro).
  5. Non credo di dover aggiungere molto per esemplificare il principio di autorità. Funziona di continuo ogni volta che ascoltate il telegiornale, accendete la televisione, comprate un prodotto pubblicitzzato da un VIP, dite sì al vostro capo anche se è chiaramente un cialtrone, vi innamorate del professore o dell’animatore del villaggio-vacanze eccetera eccetera. L’uomo in divisa piace non solo perché la divisa è davvero l’abito definitivo, ma anche per l’autorevolezza con cui adorna chi la indossa .
  6. “Signore, è proprio fortunato. E’ l’ultimo paio di scarpe rimasto” dice il commesso a un acquirente che egli crede sprovveduto ma che in verità è ben conscio dell’abbondanza di scarpe presenti in magazzino. C’è poco da fare: la rarità è considerata di per sé un valore positivo tanto che siamo disposti a valutare con maggiore generosità qualsiasi cosa scarseggi. In un corso di fisica o di ingegneria, generalmente frequentato per lo più da uomini, le poche donne non saranno soltanto tormentate e prese di mira da latin lover più o meno goffi, ma saranno senz’altro considerate superbellissime. Una volta lo chiamavo “il principio della più bella della classe”, oggi so che non è altro che una manifestazione del principio di scarsità.

Ne Le armi della persuasione ci sono decine di esemplificazioni, assai migliori delle mie, volte ad argomentare la bontà dei sei principi che ho enumerato cercando di contraffare un poco lo stile colloquiale e avvincente impiegato da Cialdini. Gli esempi utilizzati dall’autore sono di triplice provenienza: alcuni vengono da esperimenti volti ad indagare le reazioni e il comportamento umano in date condizioni,  altri dall’esperienza personale dell’autore che sotto mentite spoglie ha frequentato corsi di formazione per venditori inesperti e compulsato manuali di vendita fino a divenire un esperto, altri ancora sono gustosi aneddoti tratti dalla cronaca. Molte volte ci si ritrova nella al contempo appagante situazione di poter sovrapporre i racconti di Cialdini alle esperienze che ognuno di noi ha dovuto purtroppo affrontare uscendone spesso malconcio e raggirato.

Ma perché il comportamento umano è così vulnerabile di fronte a chi si serva di queste sei micidiali armi di persuasione? E’ la risposta a questo interrogativo che mi ha davvero fatto apprezzare il libro di Cialdini, perché mi ha fatto percorrere ancora qualche passo sulla via della consapevolezza. La verità è che siamo deboli di fronte a chi ci vuole strappare un sì sfruttando reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità perché di fronte a tali condizioni l’uomo ha sviluppato una serie di meccanismi di risposta automatica che nel corso della sua storia evolutiva gli hanno fornito un grandissimo vantaggio, dato che gli consentivano di risparmiare tempo ed energie mentali da dedicare ad altro. Cialdini spiega, infatti, che nella maggioranza dei casi farsi persuadere da un comportamento condiviso, da un uomo che ispira autorità o per esempio tenere in giusta considerazione un bene o una qualità molto rara sono risoluzioni eccellenti. Il problema sorge quando un’intera industria comincia consapevolmente ad elaborare strategie sempre più raffinate per sfruttare tali meccanismi. A quel punto è il caso di dare una registrata alla non più infallibile macchina dell’istinto, imparando opportune contro misure per dire di no in maniera efficace e indolore. Credetemi se vi dico che potrebbe volerci una vita intera, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.


Il maestro e il perfezionista

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C’è qualcosa nella figura del maestro che da sempre mi affascina. Scrivo affascina, ma è un eufemismo. Forse devo ricalibrare il termine. Diciamo pure che adoro i maestri. Miyagi di Karate Kid, Pai Mei di Kill Bill, Yoda e Obi Wan Kenobi di Star Wars, Shifu e Oogway di Kung Fu Panda sono tutti personaggi in grado di ridurmi in lacrime. C’è qualcosa di maestoso nel ruolo di colui che accogliendo un allievo sotto la sua ala ne diventa responsabile. C’è qualcosa di commovente nella devota fiducia dell’allievo che vive l’esperienza della trasmissione del sapere durante il cammino dell’apprendistato.

Mi ricordo l’ingenuità con cui durante il mio primo lavoro di tesi universitaria chiesi “al mio relatore” (espressione meschina e burocratica, insopportabile almeno quanto quella di “docente”) se da quel momento potevo chiamarlo maestro o per lo meno considerarlo tale. Avevo superato i venti anni e non di poco, ma ero così innocente, così appassionato! Vivevo nel mito dei maestri e finalmente mi sembrava di poter entrare da protagonista in quel racconto fantastico che avevo udito tante volte a lezione, quando il professore di turno dalla sua cattedra diceva “il mio maestro mi disse” o anche solo “una volta il mio maestro” e ai miei occhi assumeva immediatamente l’aspetto di un jedi con tunica, cappuccio e spada laser. Quella volta lui mi disse di sì, ma io non adoperai che poche volte quell’appellativo, e quando lo feci finii comunque per smorzarne la solennità per mezzo di una bella parodia.

Non so bene perché agii in questo modo. Forse per gelosia. Credo di aver sempre immaginato il rapporto maestro-allievo come un sodalizio esclusivo: all’epoca non mi soffermavo sul fatto che Luke non era il primo allievo di Obi Wan, ma che chi sa quanti jedi erano divenuti consapevoli della Forza grazie a lui. Per me c’era il modello virtuoso del maestro Miyagi e Daniel San che contrastava totalmente con il modello d’insegnamento della scuola di Karate del biondone senza onore: solo quel modello mi pareva autentico. Forse perché desideravo delle parole che suggellassero l’avvenuto sodalizio, qualcosa di importante come: “ti insegnerò tutto quanto c’è da sapere e quando sarai pronto prenderai il mio posto”. Mi nutrivo di miti, romanzi e sogni e finivo spesso per non riconoscere la grandezza insita nei dettagli.

Poi venne la prima separazione. Cominciò la ricerca di nuovi maestri, poiché nuovo era il cammino da compiere. E cominciarono i problemi. Posi la mia fiducia sbarbatella altrove e mi ritrovai in un incubo. Un giorno sono certo che ne parlerò senza remore, ma oggi non è quel giorno. Gli anni pisani furono quelli dell’autostima talvolta spinta fino all’arroganza. Furono anni bellissimi e chi sa per quanto tempo il mio cuore resterà incagliato in quel posto della memoria. Credevo di aver trovato un nuovo maestro, certo, ma mi sentivo pure così forte, così in gamba da poterne fare a meno. Così mi raccontavo che si trattava di uno di quei maestri che lasciano completa libertà all’allievo, insomma quella dote che il Professor Jones senior si vanta di avere quando il figlio Indiana lo accusa di essere stato un pessimo padre. Mi raccontavo questa storia e ciò mi bastava: ero orgoglioso di essere stato accettato in una palestra che accoglieva pochissimi altri allievi.

Iniziarono gli anni milanesi e con essi venne la solitudine, l’esasperazione del perfezionismo e la perdita dell’autostima. Tutti sminuivano tutto tranne se stessi. Poi c’era un ragazzo che usava la parola ‘maestro’ con una voluttà  da fumatore di puros di contrabbando, mentre io diventavo sempre più conscio della mia condizione di orfano, come un giorno disse il primo maestro con un’onestà e una contrizione che trovai straordinari. Io non potevo dire “maestro”, invece. Anzi non volevo dirlo: sarebbe stato a dir poco inappropriato. Osservare così da vicino un idolatra, infatti, mi aveva reso diffidente, così portavo con me la mia novella perplessità quando rincontravo i miei amici napoletani ancora immersi nell’incanto, ancora capaci di dirmi “il mio maestro”: non sapevo se considerarli fortunati e invidiabili oppure solo un poco scemotti.

La spavalderia e l’autostima furono annichilite dagli anni milanesi. Persi la capacità di discernere il valore di ciò che facevo e soprattutto non ero più in grado di comprendere ciò che in quegli anni così cruciali stava davvero accadendo: stavo diventando a mia volta un maestro. No. Mi sbaglio. Forse sto romanzando troppo la vicenda. Non stava accadendo in quegli anni, perché in verità era già accaduto da molto tempo. Solo non gli avevo mai dato abbastanza peso. Come potevo farlo? Non ero abituato a ricevere complimenti ed ero pronto a sminuirli immediatamente quando ne ricevevo. Come potevo essere un maestro? Non sapevo mica rispondere a tutte le domande che mi venivano poste! Come potevo insegnare a qualcuno se avevo io stesso ancora chi sa quante cose da imparare? A volte, poi, alcuni miei coetanei mi sembravano così infallibili da farmi sentire un illuso, uno che aveva sopravvalutato se stesso fino ad allora; non mi bastava constatare di essere più bravo, più sapiente o più appassionato di qualcuno  nelle discipline a cui mi dedicavo, poiché immancabilmente attribuivo la faccenda alla altrui mediocrità. Ero incastrato in una tagliola da cui pareva impossibile fuggire, così che si apriva una ferita succulenta per i vermi del perfezionismo. Le correzioni diventarono infinite, i presunti maestri diventarono giudici pronti a condannarmi (e ahimè questa seconda faccenda non era frutto della mia percezione soltanto), per la paura di sbagliare giunsi quasi all’immobilità.

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Per fortuna alla fine arrivò l’anno della guarigione. La bilancia fu riparata e riuscii a dare di nuovo il giusto peso alle cose (per esempio smisi di preoccuparmi di utilizzare la parola “cose” solo perché sin dalle scuole elementari mi avevano detto di non farlo ma di trovare termini più appropriati). Allora il mio mondo cominciò a colorarsi quasi contemporaneamente al mio abbigliamento: cazzo, come avevo fatto a non accorgermi che il piccolo mondo era pieno di gente che mi ascoltava appassionata mentre dissertavo su uno dei tanti argomenti che era stato da me studiato per placare la mia inestinguibile sete di conoscenza. E non lo faceva mica per buona creanza. Erano davvero interessati; infatti mi tartassavano di domande o mi chiedevano più dettagli. Insomma, senza averne coscienza elargivo insegnamenti ogni giorno. Qualcuno mi considerava autorevole, qualcuno altro mi diceva senza mezzi termini che non vedeva l’ora di leggere quello che scrivevo. Mi si accusava, semmai, di essere fin troppo silenzioso. Scoprii addirittura di avere un allievo: un caro amico coetaneo di mio fratello, infatti, mi considerava in tutto e per tutto il suo mentore, tanto da arrivare dirlo in giro; io lo appresi, infatti, dalle parole della sua fidanzata. Ne fui contento e lusingato e, finalmente, il senso di responsabilità non mi angosciò, ma mi rese fiero e determinato, perché per la prima volta dopo tanti anni non sminuii i complimenti che mi si rivolgevano, non li trovai esagerati o, peggio ancora, ipocriti.

Allora mi venne in mente quell’episodio di Scrubs in cui all’Ospedale del Sacro cuore arriva il superdottore interpretato da Michael J. Fox. In particolare la scena in cui JD e il superdottore sono al bar e il primo, non ricordo più per quale motivo ma di certo toccando un punto debole del suo interlocutore, dice: “Non è patetico che una persona che fa questo mestiere da tre anni sia ancora alla ricerca di un mentore?”. Illuminante. Immedesimazione totale. Solo non so se patetico sia l’aggettivo giusto per definire la circostanza: forse sarebbe più opportuno dire “ingiusto” o anche soltanto “triste”, perché quando avviene qualcosa del genere vuol dire che si è perso il senso della realtà. Perciò mentre ancora cercavo con tutte le mie forze un maestro, non mi accorgevo di esserlo diventato io, un maestro.

Pensai a tutte le persone che mi avevano insegnato qualcosa. Meditai su cosa mi aveva davvero attratto del loro parlare. C’era chiarezza nelle loro parole, c’era sicurezza. Mai avevo pensato però che tutto ciò potesse derivare non semplicemente dalla loro erudizione, ma dalla passione che animava il loro eloquio, dalla fermezza con cui affrontavano la responsabilità di poter dire qualcosa di sbagliato a causa di premesse che si sarebbero potute rivelare errate. In questa accettazione della propria fallibilità, della possibilità di dire castronerie risiedeva la loro consapevolezza di essere maestri. Alla fine anche io ho imparato ad accettare l’errore, ad apprezzarne il potere conoscitivo e sono certo che ciò mi ha reso se non un uomo migliore, di certo un uomo più sereno, più compassionevole, più generoso. Un maestro, non un ‘docente’. Un uomo, non un burocrate. Un mentore, non un giudice.

Perciò ogni volta che oggi mi ritrovo ad elargire insegnamenti, ripenso alle parole magistrali (è proprio il caso di dirlo) di un professore che si chiama Alfredo Stussi, un bell’uomo alto dal fisico asciutto, dalla voce temperata e dotato di una invidiabile etica del lavoro. Nel suo manuale di filologia egli scrive “La strada che [questo libro] fa percorrere non è molta, ma spero sia nella direzione giusta”. Ecco, è proprio ciò che mi propongo di fare nel resto della mia vita. Indicare agli altri una direzione per il cammino che mi diranno di voler intraprendere, consapevole del fatto che non potrò accompagnarli fino in fondo. Ognuno ha il suo cammino e anche se la direzione è la stessa, l’orizzonte è davvero tanto grande.


Gomorra 2. La stagione che non mi è piaciuta

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Il primo post che scrissi su Gomorra nacque dall’urgenza di voler raccontare quali fossero state le mie impressioni su una serie che mi era stata caldamente consigliata dagli amici non napoletani. Pensai di affrontare tante questioni che si ponevano a mano a mano che riflettevo sulle ragioni del mio apprezzamento. Fu per questo motivo che in seguito postai alcune considerazioni sui personaggi principali.

Oggi è con meno urgenza, ma con la stessa voglia di esprimere un parere sintetico, che mi accingo a scrivere qualche riga su Gomorra 2. E’ passato un po’ di tempo e, a parte qualche sparuto post che ho visto girare su facebook con il faccione del personaggio Ciro Di Marzio e il numero 3 in bella vista, probabilmente sono tra i pochi che ancora rimuginano sulla seconda stagione, il cui successo in termini di ascolti è stato clamoroso, tanto da far parlare prestissimo non soltanto di una stagione numero tre, ma anche di una numero quattro.

Accanto agli sfegatati sostenitori, il partito dei detrattori non ha perso affatto terreno. Le ragioni della diffidenza o persino del rifiuto di Gomorra 2 riguardano per lo più gli aspetti sociali toccati dalle vicende narrate; infatti c’è chi odia l’immagine nera di Napoli e dintorni che viene restituita, c’è chi lamenta l’epicità conferita  al racconto di un’umanità malvagia e schifosa quali sono i criminali, c’è chi è preoccupato dell’esempio negativo che un serie del genere possa fornire a una gioventù che avrebbe bisogno forse di riscoprire la bellezza, anziché affogare ancora di più nella palude del brutto e cattivo. Sono posizioni che posso comprendere, che spesso condivido, ma che credo non abbiano molto a che vedere con una serie TV che come decine di altri film racconta uno spaccato lercio del mondo. Niente di più. Ma mi occuperò di queste faccende in futuro, in un altro post.

A me Gomorra 2 non è piaciuta soprattutto per questioni estetiche. Dopo la visione di un episodio e finanche alla fine della stagione intera, mai ho avuto voglia di rivedere una scena per capire meglio un personaggio, una scelta che ha creato nuovi sviluppi o anche solo per apprezzare nuovamente la compiutezza di un dialogo. In verità non mi è mai capitato durante la visione di Gomorra 2 di abbandonarmi completamente alla finzione; ogni volta, invece, mi scoprivo con atteggiamento vigile e ipercritico di fronte allo schermo.

Ho odiato sin da subito i dialoghi alla Muccino, tutti affanno, denti stretti e follia, tra Ciro Di Marzio e la moglie. Erano momenti ridicoli, ma non mi hanno messo di buon umore, ma mi hanno solo rattristato. Sono rimasto spiazzato dall’incomprensibile ridimensionamento del potere di Salvatore Conte, la cui famigerata assenza e la cui temibile presenza erano capaci da soli di determinare gli equilibri tra criminali. Alla sua prima apparizione in Gomorra 2 sembra uno dei tanti, poco più.

Poi è accaduto l’irreparabile: ho cominciato a vedere il lato caricaturale di qualsiasi personaggio. La coerenza caratteriale si è trasformata nella monotonia della macchietta. Ecco allora che ho trovato ridicola ogni circostanza in cui per l’ennesima volta Ciro Di Marzio parlava al suo interlocutore standogli a un centimentro dalla bocca. Ho pensato quanto fosse incredibile che un pessimo oratore quale era Ciro potesse ancora risultare credibile agli occhi di chi lo aveva visto tradire chiunque alla prima occasione. Ho trovato insopportabile il personaggio di Gennaro, capace nel giro dei pochi anni della sua carriera criminale, di vivere una grossolana evoluzione, passando dall’essere un piscione viziato a un assassino psicopatico fino a diventare un eccezionale burattinaio capace persino di rimandare la vendetta di chi ha ucciso sua madre, ha quasi ucciso lui e ha tramato continuamente contro la sua fazione. Ho pensato che la mente di Gennaro fosse piena dei pensieri degli sceneggiatori architettati secondo una logica commerciale, anziché dei pensieri di un temperamento focoso e soprattutto, anche se in maniera degenerata, umano.

In generale mi è sembrato che in Gomorra 2 i meccanismi tipici del seriale siano stati sfruttati con meno eleganza del solito, così che si sono usurati nel giro di pochissimo tempo. La complessità dell’intreccio che mi aveva fatto appassionare a Gomorra fino al punto di volerla rivedere senza stanchezza è sparito a favore di continui colpi di scena spesso prevedibili (non il caso dell’omicidio di Salvatore Conte, naturalmente) e fini a se stessi. Gli amici con cui ho parlato della faccenda hanno espresso tutti la stessa idea riguardo alla struttura degli episodi di Gomorra 2: l’episodio si concentra su un personaggio e alla fine questo muore. Lo tradurrei in: cerchiamo di far affezionare un poco gli spettatori a un personaggio per tenerli avvinghiati e poi gli diamo una scarica emotiva accoppandolo.

Ai meccanismi quasi scoperti e all’inverosimile comportamento di alcuni personaggi, va aggiunto un altro fattore che ha contribuito a ricordarmi continuamento quanto tutto in Gomorra 2 apparisse artefatto: la posticcia lingua in cui parlano i gomorriani. Non c’è stato un momento in cui i dialoghi in quella strana lingua che non è napoletano naturale né italiano non mi abbia disturbato. Quella battuta a effetto di Scianel che diceva: “tu puzz’ già e mort'”, in luogo di “tu fiet’ già e mort'” oppure quella di qualcun altro “tien a capa dur” al posto di “tien a capa tost” (seconda occorrenza davvero incomprensibile dato che in italiano è ancora usato “tosto” in senso di “duro”, come quando si dice “è un tipo tosto”), hanno offeso le mie orecchie di orgoglioso dialettofono. Con un amico stavamo raccogliendo un elenco di queste brutture da parlante straniero, perciò non mi dispiacerebbe parlarne più dettagliatamente in futuro.

Date le mie ragione posso finalmente dire: Gomorra 2 non mi è piaciuto. Certo, nel novero delle produzioni televisive italiane resta un prodotto senza eguali, come ha spiegato con i fumetti Zerocalcare. E allora?  Ci stai forse dicendo che non guarderai Gomorra 3? Domanda legittima, mio coglion sudaticcio, coglion accaldato, coglione vacanziero, coglion bagnante! Ed ecco la mia risposta. Credo che la guarderò, perché ci sono modi assai peggiori di trascorrere un’ora e mezza serale senza impegno. Ma è presto e il mio cammino di uomo che medita è solo agli inizi. Magari tra qualche mese il tempo libero potrebbe essere diventato così poco che per me Gomorra 3 saranno solo un nome e un numero sulla bocca di tutti. Una delle tante cose di cui si può fare a meno.


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