Un viaggio sentimentale attraverso Francia e Italia. L’aereo

Bastò che mi alzassi repentinamente dalla sedia, perché tutto l’entusiasmo, che aveva spinto la mia consueta e proverbiale pigrizia ad eclissarsi di fronte all’idea della partenza, cessasse in un solo istante, come un cuscino ad aria forato dalla punta di un coltello si sgonfia. Tale cambiamento improvviso non poteva di certo essere legato al problema dei trasporti. In quel tempo, infatti, mi preoccupavo ormai poco del viaggio in aereo, necessario per giungere al mio punto di partenza, poiché avevo utilizzato il mezzo già precedentemente. D’altra parte non ero mai stato preoccupato di quello che generalmente affliggeva gli uomini non volanti, vale a dire la paura di cadere e schiantarsi o di cadere e annegare o cadere e…ma qui lascio al mio lettore il piacere di completare la declinazione che ho avviato con i miei due casi. Non vorrei mai, infatti, che egli pensasse che il suo autore non lo ritenga in grado di utilizzare l’immaginazione per colmare tutti i pertugi che immancabilmente la trama letteraria produce, anche solo perché fosse possibile in seguito riprendere a tessere quello che si è ottenuto non senza un notevole dispendio di energie e caffeinacei. Sebbene avessi sofferto di vertigini sin da quando non ero altro che un virgulto trasferitosi da poco dal secondo piano di un palazzo da sette piani al terzo di un da tre piani palazzo, l’aereo non si offriva alla mia immaginazione come una minaccia tangibile. Non mi impressionava guardare verso il basso da un oblò, sebbene mi annoiasse un po’, perché sistematicamente ricevevo il posto vicino all’ala del velivolo; di conseguenza trascorrevo gran parte del viaggio cercando di inquadrare il panorama senza che ciò fosse realmente possibile. La mia preoccupazione per il viaggio tra le nuvole era legato a tutt’altra teoria di pensieri. Ciò che mi aveva afflitto prima che prendere l’aereo diventasse qualcosa di normale, era la paura dell’aeroporto.

Il lettore mi consentirà a questo punta una breve digressione, necessaria perché possa comprendere pienamente lo stato d’animo che, malgrado la mia età ormai avanzata, mi aveva attanagliato quando avevo scoperto che un viaggio in aereo era assai più economico di una spedizione in treno. Non volendo apparire più taccagno di quello che sono, dovrò avvisare il lettore frettoloso e occasionale che non sono stato sempre benestante come adesso che la letterarietà mi ha conferito una quasi ecclesiastica immunità alle bollette della vita e agli spettacoli seral-musicali della vacanza gastrica. Parlerò ampiamente in seguito delle mie ristrettezze, ma dovrò anticipare che talvolta divennero comparabili per fastidio e irritazione ai dolorosi restringimenti che affliggevano quel vecchio giudice tanto amabilmente descritto da Dostoevskij. Benché l’aereo si presentasse come una soluzione economicamente vantaggiosa, recava al suo seguito una significativa lista di elementi angustianti. Tutta quella roba di check-in, controlli, peso esatto della valigia, primo biglietto, secondo biglietto, mostrare documento, riporlo, mostrare documento di nuovo, riporlo, perquisizione, togliersi la cintura, togliersi gli orecchini, togliersi gli stivali da donna, veniva pompata nelle mie orecchie al ritmo del mio cuore pompante durante una rapida e salutare ascesa al mio appartamento, ascesa impostami dalla infantil-scellerata sbadataggine di un giovin signor lasciante la porta dell’ascensore aperta.

Si aggiungeva a questa trafila di materiale palpito-poietico il ricordo liofilizzato delle considerazioni e messe in guardia preliminari che una mia zia aveva gentilmente elargito come aperitivo senza notare che nessuno aveva preparato un paio di long drink o dei salatini da sgranocchiare per evocare l’appetito che mangiando viene. Richieste dalla situazione di panico che cercavo in tutti i modi di mascherare di fronte ai miei cari genitori, i quali erano anch’essi allo scuro di qualsiasi cosa comportasse un viaggio che non avvenisse su quattro ruote e un centinaio di cavalli, le sue rassicurazioni consistevano in una spettacolosa silloge di eventi catastrofici che erano capitati a lei se stessa medesima o a conoscenze di provata dimestichezza onnicomprensiva, ridotta a sinossi attraverso una sistematica espunzione di ogni aspetto volto a mitigare l’amarezza dell’esperienza riportata. Viaggiare in aereo era semplice come prendere un treno, non c’era nulla di cui preoccuparsi. Se pure ci fosse stato uno sciopero, come le era successo qualche volta, avrei potuto cambiare volo. Oppure avrei potuto dormire in aeroporto, qualora la scarsa versatilità della mia compagnia aerea mi costringesse a rinviare di una decina d’ore la partenza. Ma dovevo stare tranquillo, perché non sono cose che accadono tutti i giorni. Potevo rilassarmi, ma dovevo fare attenzione all’ora, perché ormai gli aerei partivano senza che ci fosse più l’ultima chiamata per i passeggeri assenti, quindi una volta passato l’orario di partenza sarebbe stata solamente colpa mia. Poteva accadere per ventura che si perdessero i bagagli o più semplicemente che non vedessi in tempo il mio bagaglio passare sul rullo e allora sarebbe stato necessario aspettare che effettuasse un altro giro, sempre che non volessi rincorrerlo con il bagaglio a mano al mio seguito. D’altra parte non dovevo dimenticare che un giro a vuoto del mio bagaglio poteva essere sufficiente affinché qualche sbadato agguantasse il mio bagaglio generando una trama da commedia americana o da pubblicità becero-caffeinata.

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

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