Domenica dilettante. La madre dei cretini è sempre incinta

Bile. Quando pronuncio questa parola non posso fare a meno di pensare a un mio amico, fine cervello da ermeneuta, che affetta con un coltello da cucina frattaglie illustrandomi l’importanza di togliere la bile affinché il ragù non diventi amaro. Il mezzo elettronico mi impedisce anche la più trita delle metafore, non potendo permettermi di dire che “queste parole non sono vergate con inchiostro ma con la bile amara che il risveglio mi ha subito servito come un imprevisto retrogusto”. Ma la colpa della bile non è certamente dei cattivi sogni o della frustrante situazione dell’accademiuccia italiota e coprofaguccia, che tanta parte di responsabilità ha ormai nelle mie giornate di rassegnata contemplazione. Direbbe un Amleto più colto di quanto io non potrò mai essere: “è lo sfacelo, lo sfacelo. Domani quel cafone di Fortebraccio…” ma prima che mi prenda la mano è meglio mettere un punto fermo. E’ tutta colpa di Twitter. Quando usi Facebook, ti basta qualche giorno per capire che hai deciso anche tu di lasciarti andare al vizietto sconcio del pettegolezzo da cortile. Perché si sa che nell’era dell’elettronica non viviamo in grandi città ma in villaggi di campagna, senza il conforto del verde e lo sconforto delle cicale, dove tutto quello che ci interessa veramente è scoprire il porco segretuccio del vicino di casa, che ora come ora potrebbe essere anche un giapponese scannatore di videogiochi. Bastano pochi giorni per capire che la maggior parte del tempo che passi su facebook è dedicato a scorrere immagini che stimolano o la tua pruriginosa bestialità depilata oppure la disperante nostalgia di un passato che quando era un presente sembrava fare schifo più del presente, quantunque abbia ora acquistato un surplus di valore in seguito al suo status di oggetto d’antiquariato. Perché non tutto si ricorda del passato. I tempi morti si cancellano così come i volti delle persone alle quali dicesti “questo non lo dimenticheremo”. E quel poco che si ricorda è sempre grandioso, anche se sa di bile.

Twitter era e doveva essere diverso. Non essendoci corrispondenza tra “amici” e “persone di cui voglio conoscere i pensieri” (sembra roba da Watergate, ma il senso sarà chiaro), avrebbe potuto effettivamente illuminare la giornata con qualche buona battuta o considerazione più stimolante delle centinaia di mode Demotivational del social rivale. Le cose non stanno così. A parte la scemotta omologazione degli hashtag che invitano a partecipare alla grande Las Vegas della trovata effimera, anche su twitter si segue per essere seguiti. Il che è un paradosso se si esclude che il nostro movimento non sia circolare e infinito. All’inizio si cerca di andare sul sicuro seguendo un paio di giornali di una certa serietà (per quanto possano i giornali, perché non bisogna mai dimenticare che sono parte dell’infinito chiacchiericcio quotidiano anche le loro strisce di bava nera, forse bile anche quella, che ti sporcano le dita). Poi si aggiunge chi ti aggiunge e alla fine accade che la tua pagina a scorrimento è diventata un affastellamento di cretinaggine da decrittare, in cui non è più facile nemmeno ritrovare quelle poche voci che inizialmente avevi selezionato come solo un  censore sessuofobo avrebbe saputo fare. Allora ieri è cominciata la sfollowerazione dei follower dal mio menu follower. Ho sfoltito i quotidiani, soppresso i comici scorreggioni. Ho ignorato la legge della buona creanza reciprocante. E ho fatto uno shampoo.

Ma al mattino. Twitter mi aspettava. Aspettava questo bilioso pistolero dell’epoca in cui le sputacchiere non ci sono più. Tra le notizie del Corriere della Sera e della Repubblica, praticamente identiche, “la notizia”. Laura Pausini è incinta. Devo combattere per non tornare alla zuccheriera disusata e nascosta nella credenza. E come in tutte le battaglie con me stesso, alla fine vinco io. Con una spettacolare inclinazione della tazza riesco a finire tutto il mio fuel mattutino e lampomando due tweet molto simili a quei due gloriosi quotidiani: qualcosa tipo “vi sembra una notizia? Mi snapsfollowo”. E mi sfollowo, mi sottraggo alla massa delle persone che hanno il loro bel posto nel bar sotto casa e, invece che farsi una stimolante partita a carte (con tanto di bestemmie e allusioni alle dimensioni ipertrofiche dell’altrui deretano), si domandano se sarà maschio o femmina il primo discendente della signora Pausini, l’inquilina del quinto piano. Non amo la solitudine come queste biliose considerazioni potrebbero far pensare. Non mi piacerebbe essere l’ennesimo ebreo eisneriano crepato nel palazzo globale senza che nessuno abbia mai nemmeno fatto un cenno al mio saluto a fior di labbra. E’ che proprio non so chi sia Laura Pausini.

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

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