Perché ti piace scrivere

phila_hanks

 

Ci sono tante risposte che si possono dare alla domanda “perché ti piace scrivere?”. Un’alta percentuale di esse è rappresentata da cazzate che ignorano il significato della parola letteratura: c’è chi scrive per passare il tempo, c’è chi scrive per esprimere i propri pensieri o delle idee, c’è chi scrive per sfogarsi, c’è chi scrive per sedurre, c’è chi scrive per sentirsi vivo e c’è persino chi scrive perché se non lo fa si sente male (io, invece, mi sento male proprio quando scrivo, ma questo lo sapete già). Queste poche categorie riassumono la sterminata galassia di risposte più o meno simili che gli scrittori forniscono (scrittori nel senso più letterale di “gente che scrive”, a prescindere dall’infimo modo con cui lo fa). Qualcuno cerca di sfuggire al banale, infarcendo la risposta con astrusi tecnicismi o con parole oscure di sicuro effetto. Ecco piovere allora termini come metafisica, esistenziale, grottesco, psicologico, introspettivo, metaletterario, follia, senza che il povero lettore possa evitare di rimanere intontito da questo ventaglio di stronzate come un pugile alla dodicesima ripresa. Il sugo della storia, come direbbe Don Lisander, non cambia: complicare ciò che è semplice non lo rende più appetibile: soltanto più ridicolo (parlerò di questa faccenda prossimamente, in un nuovo post). Non dico che le risposte siano sbagliate: credo semplicemente che non abbiano alcun rapporto con la letteratura. La letteratura, infatti, amici miei, non è altro che l’arte della parola. Quella che un tempo si chiamava poesia, arte di comporre con le parole. Sì, perché al contrario di quello che suggerisce lo scaffale della Feltrinelli recante la fantozziana etichetta, la poesia non è quella forma discorsiva in cui un autore scrive qualcosa di più o meno breve e immaginifico andando a capo con una cadenza più o meno arbitraria ma che tende alla regolarità: la poesia non ha niente a che spartire con la scrittura in versi, né con la saturazione metaforica. Il metro, le rime, le decine di figure retoriche inventate dall’uomo non sono altro che alcune delle manifestazioni con cui il maestro poeta esprime la propria arte nello stile che lo contraddistingue.

Scrivere letteratura è un’arte nel suo significato più materiale. Vale a dire qualcosa che ha bisogno dell’affinamento di una tecnica. L’arte che presuppone anche l’artigianato. Come il pittore seleziona colori, sfumature, sceglie i pennelli; come il compositore di musica sceglie il genere, gli strumenti, i timbri e le tonalità; come il regista di un film pensa alle inquadrature, alla musica, ai tempi della battute; così il poeta pone grandissima attenzione all’unità minima alla base della sua arte: la parola. Chi non ha un gusto particolare per la parola, per il suono che essa racchiude, per i rapporti sonori e semantici che instaura all’interno di una frase, chi nemmeno nota la differenza tra la cadenza di accenti di una frase o di un verso; chi non fa selezione di parole, insomma, ecco costui non scrive letteratura. Non è un poeta. Cosa fa? Scrive pagine di diario, esplora la sua anima immortale, esprime la sua visione del mondo. Magari informa il lettore con ottimo acume su un argomento che padroneggia, ma non sta scrivendo letteratura. L’arte è studio, talvolta maniacale, del linguaggio espressivo prescelto, qualunque esso sia. Un poeta che sostiene di scrivere di getto o non è un poeta o è un bugiardo.

Non sono un poeta. Non ho scritto grandi racconti. Non ho mai terminato un romanzo. Le mie poesie sono esercizietti anche al cospetto della più brutta poesia di un grande poeta. Non mi manca la proverbiale zampata del campione. Mi manca, come disse Flaubert in una lettera, “la perseveranza nel lavoro”. Eppure se mi chiedessero perché ho perso ore della mia vita a scrivere questo guazzabuglio contemporaneo, saprei sempre cosa rispondere. Amo le parole. Il mio amore per formule, associazioni di parole, costruzioni delle frasi, scelte sintattiche che caratterizzano lo stile dello scrittore K. e del poeta J., è parossistico. Mi piace sentire il suono delle parole. Mi piace consumarle rimasticandole a lungo. Mi piace ripetere monologhi e frasi ben riuscite fino alla nausea. Quando amo una parola, faccio di tutto per lei. Forzo le mie frasi affinché possano contenerle. Sarei capace persino di sostenere l’insostenibile pur di inserire la parola amata nel mio discorso. A pensarci bene, potrei scandire i periodi della mia vita, ricordando il succedersi delle parole oggetto di adorazione. Nemmeno in questo caso mancherebbe la nostalgia, poiché passato l’amore, ogni parola diventa la foto di un album che si torna a guardare ogni tanto con un sorriso appena accennato.

Diderot scriveva: I pensieri sono le mie puttane. Io in verità, in verità vi dico: sono le parole, le mie puttane.

 

 

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

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