Normale e bollicine ovvero Come trascorrerò il Capodanno 2015

2014-12-30 17-23-37.768

I viaggi, si sa, mi disturbano. Riempire la valigia con lo stretto necessario è un compito gravoso, nonostante non manchi mai chi si sacrifica per darmi una mano. Quando parto per tornare alla casa dei miei vecchi, c’è la telefonata di rito a mia madre. Le chiedo cosa devo portare con me e per la mia ormai affinatissima capacità di procrastinare qualsiasi azione, mi assicuro scupolosamente di non ricordare nulla di ciò che mi consiglia di mettere in valigia. Di conseguenza alla telefonata numero uno, segue sempre una telefonata numero due, in cui presto maggiore attenzione alle parole di mia madre, la quale riesce a ripetere tutto ciò che probabilmente ha riferito nella telefonata precedente senza farmi pesare la cosa. Ho una madre paziente, certo. O forse una madre che, dopo la centesima ripetizione del rituale, ha escogitato un modo più economico per ovviare al problema: registra la prima telefonata e fa partire il registratore alla seconda occasione. Quando, invece, la partenza è da casa dei vecchi verso una destinazione variabile, mia madre sente il peso di dovermi aiutare a sistemare la valigia. Siccome il profumo di nido ancora mi riscalda il cuore, la lascio fare anche quando nella valigia non devo mettere altro che il kit di sopravvivenza per due notti: sette mutande, sette paia di calzini, quattro maglie intime, due camicie, un paio di pantaloni, due saponette, uno spazzolino, un tubo di dentifricio ancora inutilizzato, un rasoio di sicurezza, dieci lamette, un pennello da barba, una bottiglia di dopobarba e sapone da barba per circa mille rasature.

Ciò che più mi disturba del viaggio, probabilmente, è la possibilità che avvenga un qualsiasi contrattempo. Potrei mentire, dicendo che i treni che partono lenti mi mettono tristezza e vattelapesca, ma la verità è che il solo pensiero di dimenticare nell’ordine: biglietto, codice del biglietto, numero del posto, numero della carrozza, numero del treno, nome del treno, destinazione; mi accorcia il respiro e mi fa muovere le gambe sotto la scrivania dalla quale sto scrivendo con una frequenza che nemmeno Mohammed Alì riuscirebbe a superare. Partire è un po’ morire. Ma che. Partire è molto peggio. Sempre a patto che per morire, uno non cominci a riflettere su tutti i dettagli, le circostanze e il tessuto dell’imbottitura del suo cappotto di legno.

Eppure anche uno come me alla fine fa un grosso respiro, e parte. Questa volta la destinazione è Pisa. E se mi sottopongo a questa tortura ho i miei buoni motivi. Motivi così buoni, che mi spingono a partire anche se lei non sarà con me; anche se questo nuovo anno comincerà senza una sua carezza. A Pisa ci saranno tutti insieme, ancora una volta, uomini e donne che alla Scuola Normale si erano conosciuti provenendo dai più disparati punti dello stivaloide italiota e che ora, seppure sparsi in diversi punti del globo terracqueo, hanno deciso di rivedersi per cominciare l’anno insieme. E pensare  che una volta per respirare la stessa aria bastava farsi un colpo di telefono e scendere in piazza, mentre oggi bisogna attendere un anno intero. Ma alla fine anche queste feste arrivano. E per quanto io possa sotto sotto essere come Scrooge prima che gli spiriti del Natale vengono a fargli visita, non posso resistere all’idea di rivedere il piccolo Gabbo, uno degli uomini più dolci che abbia conosciuto; lo scapigliato Ugo, che con il passare del tempo finisce per assomigliare sempre di più al Benigni zazzerone dei primi tempi; la coppia Mara e Marino Di Simone, quegli sposini che mi ospiteranno con il sorriso nonostante io cercherò immancabilmente di infastidire lui e coprire di complimenti lei; l’allegro Francesco, che probabilmente mangerà così tante cose da lasciarmi a bocca asciutta; Chiara, che forse questa volta mi prenderà a bastonate per aver detto che Francesco mangia troppo; la Svizzera, una donna di cui ancora ignoro il nome di battesimo e che dovrà necessariamente darmi tutte le ricette dei biscotti di Natale; il tremendo Paul, l’uomo di cui mi mancano le improvvisate milanesi e le lunghe chiacchierate su qualsiasi argomento; ACM, un uomo che ha portato la crudeltà a livelli di raffinatezza difficili da immaginare; Vip e Farace, già immagino Vip pronunciare l’immancabile “Farace ne sa a pacchi”, anche perché, davvero Farace ne sa a pacchi. Dimentico qualcuno, ma sarà di certo un piacere rivederlo. Inutile perdere tempo a nominare quelli che non ci saranno ma avrei voluto che ci fossero. Mi mancate tutti. E infine c’è lui. Lui invece ci sarà eccome. Sempre più enorme. Sempre più intimidatorio. Colui che da anni medita un modo perché un anno possa iniziare senza Dario Russo. L’uomo che farà di tutto per distruggermi fisicamente e intellettualmente, stritolandomi in abbracci violenti e fraintendendo con astuzia i miei fiacchi discorsi. Ma quest’anno ho i baffi. Mi aiuteranno a mantenere la calma.

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