Letto sotto il materasso. La macchia umana di Philip Roth

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Nelle feste di Natale è tradizione recarsi in libreria e scegliere un libro come regalo per l’intellettuale di famiglia. Gli esperti di marketing lo sanno, perciò mettono al lavoro le tipografie proprio nei mesi che precedono il compleanno di Gesù Cristo. Come un coniglio dal cilindro di un prestigiatore poco aggiornato, ecco che compaiono i libri di Vespa, Littizzetto, De Luca, Baricco, Gramellini e così via. Siccome  durante il resto dell’anno mi capita di comprare libri con una certa regolarità, libri che sovente non riesco a leggere come gran parte dei giovani umanisti impegnati in studi che paradossalmente allontanano lo studioso dalla sua attività primaria, cioè la lettura; siccome capita tutto questo, dicevo, per me il compleanno di Nostro Signore dei pescatori diventa un’occasione per fronteggiare la piccola biblioteca di casa. Le cose vanno più o meno così: con i piedi ben piantati a terra e le gambe leggermente divaricate la scruto intensamente. Gli occhi sono leggermente socchiusi e l’espressione generale del viso è atteggiata come la numero due di Clint Eastwood: quella senza sigaretta. La mano un po’ mi trema, perché è fuori allenamento. L’occhio è molto più veloce. Alla fine va tutto per il meglio: estraggo i libri rapidamente senza provocare un disastro, di cui la classica caduta a domino non è che la prima biblica piaga.

Quest’anno è toccato a due libri che ho acquistato orgogliosamente a metà prezzo ormai quattro, anzi quasi cinque anni fa: Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami e La macchia umana di Philip Roth. C’è un legame tra i due libri, o meglio, credevo ci fosse quando all’epoca li presi. Kafka, naturalmente. Ora direi, invece, appropriandomi delle parole di Giovanni Z., che giocano in campionati diversi. Ho letto i due libri nell’ordine in cui li ho elencati, ma oggi parlerò soltanto del secondo. Parlare di un libro? Se ne sono sicuro? Oh bella, pensavate davvero che avrei continuato con la mia aneddotica palesemente stereotipata? Potreste spiegarmi, per favore, in cosa pensavate consistesse questo blog?

Quando ho cominciato La macchia umana, non ero a digiuno di Roth. Avevo già letto la raccolta Zuckerman, L’animale morente e il fondamentale Pastorale americana (sì, Einaudi conta molto su di me). Sapevo cosa aspettarmi dallo scrittore: uno stile letterario riconoscibile e magistrale, storie di uomini e di donne più vere del vero, una profonda consapevolezza della letteratura e in particolare del genere romanzo, il potente retaggio ebraico che negli ultimi decenni è diventato quasi un marchio di qualità, come la provenienza scozzese di un whiskey. Mi sembra piuttosto ridicolo e superfluo tessere le lodi di uno scrittore che è considerato alla stregua di un classico: non sta a me il compito di farlo emergere dal rumore di fondo prodotto da tutto ciò che non vale la pena leggere. L’autore è robusto a sufficienza. Cercherò, pertanto, di spiegarvi i motivi che mi hanno indotto a leggerlo rapidamente, come un affamato e a giudicarlo un gran libro da consigliare alla mia cerchia di amici e di lettori.

  1. Cominciamo dal tempo in cui avvengono i fatti: 1996-1998 e giù di lì.
  2. Proseguiamo con lo spazio: un college americano chiamato Athena e i suoi dintorni in senso lato.
  3. Concludiamo con il protagonista: un famoso e autorevolissimo professore universitario.

Ah, e poi c’è l’autore del libro, che nella finzione non è Philip Roth, ma il suo alter-ego Nathan Zuckerman. Egli non è un elemento secondario. Per capacità di ritrovarsi invischiato sistematicamente nei casi umani più notevoli del popolo ebraico americano, egli assomiglia ai detective di Agatha Cristhie o alla leggendaria Jessica Fletcher de La signora in giallo. Dove c’è Zuckerman, c’è sempre una storia da raccontare. E se Zuckerman non va alla montagna, sono gli altri che fanno di tutto per importunarlo chiedendogli di scrivere la loro storia. Sebbene egli faccia ogni volta il prezioso, alla fine acconsente sempre, così che il lettore alla fine scopre immancabilmente di avere tra le mani il libro di Zuckerman, anziché quello di Roth. Ciò ha una peculiare conseguenza. La presenza di uno scrittore inventato con la sua voce ingombrante fa sorgere il dubbio che i fatti narrati siano la verità di Zuckerman, non quella dei protagonisti, dei quali sovente ci è dato conoscere non solo i pensieri, ma anche il ribollire della loro mente. Zuckerman suscita nel lettore il dubbio che, malgrado il suo tentativo di  svelare con un approccio letterario la verità, egli abbia alla fine celato una verità più profonda sotto lo smalto della sua invenzione. Insomma, lo scrittore fittizio non ha la funzione di garante per l’autenticità della storia, come sarebbe stato il vecchio maniscritto di un romanziere storico, ma è proprio colui che con la sua presenza contamina irrimediabilmente l’ingenuità dei fatti nudi e crudi. Si termina il libro credendo che le concatenazioni dei fatti attraverso l’idea di causa-effetto non siano quelle giuste, ma solo quelle scelte dal maledetto Zuckerman dall’ego gigantesco. Se ve lo state chiedendo, la risposta è sì: questa atmosfera di dubbio mi riporta a ciò che provo leggendo Kafka.

Proseguiamo. La macchia umana è una tragedia nel senso più antico e nobile del termine. C’è un uomo grandioso, Coleman Silk, gigantesco fuori e dentro; egli è il preside di facoltà che ha ripulito il suo college da tutti i docenti parassiti che lo infestavano, i quali continuavano a restare a galla come degli stronzi ripubblicando periodicamente lacerti della loro storica tesi di dottorato. Ha mandato in pensione i dinosauri e fatto irrobustire i denti della nuova classe di studiosi americani. E’ stato lui ad aprire le porte della docenza a un negro presso Athena. Le sue azioni sono state sempre decise e irresistibili. Le parole che una rampante professoressa francesce dedica a quelli come lui, finiscono per essere la descrizione definitiva di Coleman Silk:

Mentre i più vecchi, rustici e soprassati, gli “Umanisti”… Bè, obbligata com’è alle conferenze e nelle pubblicazioni, a scrivere e parlare come richiede la professione, l’umanista è la parte di se stessa che Delphine qualche volta sente di tradire, e per questo l’attirano: perché sono quello che sono e sono sempre stati, e perché lei sa che la considerano una che ha tradito. I suoi corsi hanno un seguito, ma da loro questo seguito è trattato con disprezzo, come una moda. Questi uomini anziani, gli Umanisti, gli umanisti antiquati e tradizionalisti che hanno letto tutto, gli insegnanti “rinati” (come li definisce lei), qualche volta la fanno sentire superficiale. Ridono dei suoi seguaci e disprezzano la sua erudizione. Alle riunioni di facoltà non hanno paura di dire ciò che dicono, mentre verrebbe fatto di pensare che dovrebbero averla; e, di conseguenza, quando è davanti a loro Delphine crolla.

La sua vita pubblica è un inesauribile successo. La sua vita privata si regge su una prodigiosa stabilità che nemmeno la pecora nera della famiglia, il figlio Mark, riesce a far vacillare. Eppure, a un certo punto la ruota della fortuna si inceppa, il gigante barcolla e alla fine cade rovinosamente. E’ un sassolino a far inceppare l’ingranaggio. Una parola. “Spooks”. Vuol dire “spettri” ma anche “negri”. Un’ambiguità generante un fraintendimento che nella grande illusione del politically correct americano arriva a tagliare le gambe anche a chi ha fondato l’epoca d’oro di un’università. Ma il libro di Roth non è una denuncia della bigotteria degli americani, sempre pronti a bacchettare il Bill Clinton di turno perché si è fatto spompinare [scusa mamma, se mi stai leggendo] dalla povera sottoposta Monica Lewinski. La macchia umana è un libro che mostra l’aspetto che hanno assunto gli eroi tragici del nostro tempo. Seppure essi non sono più re, principi, generali e vattelapesca, ma al massimo professori di un’università provinciale, la loro figura fa ancora risplendere di nobiltà e pregnanza ciò che li circonda. Nella loro vicenda anche il più meschino degli elementi può nascondere misteriose connessioni con una verità profonda. E, infatti, nella vita di Coleman Silk “Spooks” non è una parola come un’altra, non è un pretesto per mettere in moto il telaio che tesse la trama: somiglia alla formula magica di uno stregone o, visto che si parla di ebrei, alla parola di dio; una volta pronunciata, essa congiunge passato, presente e futuro in un nucleo densissimo, capace di generare la catastrofe. E’ a tale nucleo che il nostro buon Zuckerman, così come il lettore, vorrà irresistibilmente attingere per soddisfare la propria sete di conoscenza. Allora riemergeranno le storie dei personaggi che incrociano il proprio destino con quello di Coleman Silk: la professoressa Delphine Roux, il veterano del Vietfottutonam Lester Farley, la mungitrice di vacche Faunia Farley e tutta la sfilza di parenti del protagonista. Ognuno di essi ha un passato da fuggire, ognuno di essi è costretto a farci i conti e a scoprire di essere debitore.

E ora, come in una favola di Esopo, ecco il momento didattico, la morale. Cosa rischiate di imparare, leggendo La macchia umana? La tragedia di Roth insegna le seguenti cose:

  1. Nella tragedia il fato colpisce i grandi uomini proprio laddove essi credono di avere la più robusta armatura. Ciò che li rende titanici è anche ciò che inevitabilmente li condanna. Coleman Silk è condannato da una parola, da un elemento, cioè, che egli ha sempre mostrato di padroneggiare con ossessiva meticolosità.
  2. Ogni epoca ha la necessità di vedere friggere in uno sfarzoso e vituperante rogo le palle degli uomini e delle donne più in gamba [mamma, non mi scuso perché so che hai smesso di leggere già da un po’]. Sebbene in un primo momento le azioni dell’eroe di turno siano utili alla comunità, le palle di questi personaggi recano sulla bilancia della vita un peso così insostenibile da far sentire tutti gli altri in difetto, essi sono dei sinistri suggeritori che continuano a soffiare la parola “nullità”.
  3. Il sottoscritto non ha la più pallida idea di come si scriva una recensione, eppure non ha rinunciato a sollecitare il vostro palato affamato di cellulosa.

Nota a margine: sulla pagina Facebook riporterò nei prossimi giorni, corredate delle solite immagini, una selezione dei passi che ho annotato durante la mia lettura.

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

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