Letto sotto il materasso. Kafka sulla spiaggia di Murakami ovvero Un giorno mi pentirò di aver stroncato questo libro

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«La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto 65 anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare», dice così il vecchio scrittore de La grande bellezza. Lo dice con un pesante accento napoletano ed per questo che la sua frase acquista uno status di crudele saggezza che non posso fare a meno di ascoltare. Un sessantacinquenne mi ha insegnato qualcosa che avrei imparato tra altri 35 anni. Mi ha donato del tempo prezioso, perciò mi sento in dovere di farvi risparmiare a mia volta un po’ di tempo. Così per la prima volta mi accingo a parlarvi di un libro che vorrei non leggeste. Ovviamente sarete liberi di farlo, perché in fondo Sade ci ha insegnato che ognuno trova la felicità a modo suo: è questo essere filosofi.

Nelle vacanze di Natale ho letto Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki, un libro pubblicato nel 2002 e in Italia nel 2008 da Einaudi. Il mio intervento potrebbe arrivare ormai troppo tardi, perciò mi scuso con chi non potrà mettere a frutto della mia esperienza. Qualche anno prima lessi dello stesso autore Norwegian Wood ovvero Tokyo Blues, se vi piace il vecchio titolo. Mi era piaciuto. Perciò quando ho preso dallo scaffale Kafka sulla spiaggia, non avevo dubbi che sarebbe stata una buona lettura: la mole del libro non mi spaventava, così come il poco entusiasmo del mio vecchio, che lo aveva già letto molti mesi prima. Io e il mio vecchio abbiamo orizzonti d’attesa diversi, mi sono detto. Lui ama nei libri ciò che io a stento discerno e viceversa. E invece questa volta aveva ragione lui.

Dopo circa 200 pagine Kafka sulla spiaggia ha cominciato ad annoiarmi, come dice Laforgue, superiormente. La minaccia di altre 300 pagine era diventata una prospettiva inquietante. Eppure volevo finirlo. Dovevo vedere dove andava a parare. Ma cominciamo dal principio: per quale motivo il libro mi ha annoiato? Naturalmente la colpa non è della trama ovvero dei fatti narrati. La storia è surreale, certo, ma da consumato lettore non sono avvezzo a formalizzarmi di fronte all’improbabilità di quanto mi viene raccontato: non ho problemi ad accettare che un vecchio possa prevedere che un giorno piovano dal cielo pesci, che una pietra apra e chiuda una porta su un altro mondo, che eroi della pubblicità prendano vita, che gatti parlino con uomini, che ci siano altri mondi. Non sono un paladino del realismo come il mio amico Ugo. Non sono nemmeno irritato perché la maggior parte delle cose che avvengono nel romanzo sono buchi neri dai quali l’autore emerge ammiccante chiedendo al lettore di tirare a indovinare sul perché e per come. E’ la goffaggine dell’insieme che mi disturba. Kafka sulla spiaggia sembra un romanzo furbo (come direbbe Nanni Moretti), ma venuto male. Sembra voler compiacere l’amante delle trovate, lo pseudo-intellettuale emarginato, il salame impegnato per i diritti civili di ogni minoranza, il cercatore di passaggi pruriginosi, i tizi che trascorrono la vita a condannare chi sgozza gatti per divertimento. Insomma tutta gente che con la letteratura ha poco o niente a che vedere.

Che Murakami straveda per Kafka è fuori discussione. Che cerchi di scimmiottarlo, anche. Ho il sospetto, inoltre, che con questo libro egli volesse deliberatamente creare una sorta di tributo al maestro. Invece, Murakami ha finito per scrivere un’ipertrofica parodia di luoghi comuni kafkiani: un esercizio di stile un po’ lungo per risultare accettabile. Ecco gli elementi che l’autore ha individuato in Kafka e ha generosamente impiegato per la sua ricetta poco saporita: descrizioni precise di circostanze e personaggi (l’amore di Kafka per Flaubert è cosa nota); la terribile necessità di alcuni avvenimenti che invece sembrano del tutto gratuiti che spesso si manifesta con l’uso di un inspiegabile “naturalmente” (componente ebraica di derivazione biblica, molto comune anche ai fratelli Cohen); circostanze surreali dell’ordine botola di una casa che apre sulla camera del tribunale ne Il processo o della notissima trasformazione di Gregor Samsa in insetto. Questi tre elementi sono vistosamente ripresi e maltrattati dall’autore.

Dei primi due stilemi kafkiani mal imitati ho già dato conto accennando alla trama (non vi riassumo il libro, perché potete trovare una recensione di quel tipo ovunque sul web; e se è quello che cercate, vi incoraggio a fare il balzo nell’iper-testo). Resta la questione delle descrizioni. Murakami elenca decine di volte le azioni di routine dei personaggi principali: ci dice che X si lava le mani, i piedi, il pene, fa la cacca, fa i suoi esercizi di ginnastica, ci dice quanti crunch fa, che musica sta ascoltando mentre lo fa, il livello di carica delle batterie del suo walkman (mi pare di ricordare che fosse proprio un walkman e non un ipod), ci narra minuziosamente il rituale di preparazione del pranzo, quello della cena. Non trascorre istante insignificante della vita dei personaggi che non venga registrato. Se questo elenco vi ha già stancato, immaginatelo molto più nutrito e ripetuto sistematicamente in ogni capitolo del libro, aggiungete delle goffe digressioni erudite messe in bocca ai personaggi e avrete un’idea di cosa ci sia in Kafka sulla spiaggia.

Un discorso a parte meritano i personaggi, degni di un Baricco piuttosto in forma. Tutto il Circo dei fenomeni da baraccone è riunito per l’occasione e Murakami lo fa sfilare di fronte al lettore per strappargli un “che idea geniale”. Così c’è il personaggio transessuale donna omosessuale (in sostanza è nato donna, vuole essere uomo, ma ama gli uomini); un altro è un vecchio demente che, parlando in terza persona, ripete per tutto il romanzo di essere stupido, parla con i gatti in quadretti che non riescono ad essere nemmeno paradossali e ridicoli quanto sarebbe opportuno; il protagonista, invece, è il classico bambino prodigio, incompreso, solitario, noiosamente appassionato di lettura e di musica; insomma lo sfigato che trova nella letteratura e nell’arte un’occasione di riscatto (ma che per l’autore sicuramente dovrebbe assomigliare a Franz Kafka). Accanto a queste macchiette involontarie, vi sono quelle vere e proprie: le incarnazioni di celebri personaggi della pubblicità che fanno capolino nella storia quando il racconto segue il vecchio demente o chi gli sta intorno, per esempio. Proprio la presenza di tali macchiette, tra le quali spicca anche la coppia di femministe che riscontrano nella biblioteca Kōmura un efferato crimine sessista, ci assicura che quando Murakami vuole denigrare qualcuno, non risparmia segnali vistosissimi e chiari ammiccamenti. Potrebbe Kafka sulla spiaggia voler ridicolizzare tutti i personaggi trattati, pur facendolo talvolta in modo grossolano e talvolta in modo pià sottile? Potrebbe, certo, in una super-interpretazione, ma io odio le super-interpretazioni.

Come se questa carrellata di uomini non dovesse bastare da sola, Murakami mette in bocca ai suoi burattini dialoghi tra i più penosi che abbia mai letto. I personaggi parlano come libri stampati, assomigliando per lo più a quegli intellettualoidi presi in giro senza pietà da Woody Allen in tutti i suoi film. Ciò che trovo atroce, però, è che non mi pare si tratti di parodie volontarie,  poiché sembra piuttosto chiaro che il libro abbia baricchianamente l’aspirazione a stupire il lettore, a coinvolgerlo e a compiacersi di questa paccottiglia spacciandola per fine disquisizione intellettuale. Accade, per esempio,  quando il protagonista spreca parole a pontificare circa la bellezza di due accordi di una canzone, considerandoli prodigiosi. Non sono un esperto di musica, ma mi pare quanto meno errato, se non patologico, considerare un accordo bello o brutto, figurarsi spenderci l’entusiasmo che bisognerebbe riservare a un’aria di Puccini. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta pur sempre dei pensieri di un bambino, allora in verità vi dico: secondo voi allora il libro è una denuncia dell’imbecillità adolescenziale? Via, andiamo! Ma è arrivato il momento che anche i vostri occhi vedano, perciò eccovi un esempio di come il nostro eroe commenta la canzone che dà il titolo al romanzo e che dovrebbe essere il fulcro di tutta la storia:

Le parole, se non ermetiche, sono sicuramente molto simboliche, e sfiorano il surrealismo. […] Ad ascoltare la canzone più volte, comincio a intuire, seppur vagamente, le ragioni per cui Kafka sulla spiaggia ha conquistato un numero così grande di persone. La combinazione di talento allo stato puro e di disarmante innocenza è così perfetta da poterla definire “miracolosa”.

Ho la sinistra sensazione che oltre ad essere palesemente brutto, il passaggio sia metaletterario, perciò autocelebrativo e per niente ironico. Insomma, si parla della canzone come se si parlasse del libro. E, a quanto pare, se ne parla davvero bene! Scommetto che il fan di Murakami sentirà un grande calore intellettuale, quando individuerà in questo passaggio la presunta chiave suggerita dall’autore per interpretare il suo scritto. Dio ti abbia in gloria, amico che difficilmente leggerai queste righe!

Fedele a Kafka anche nelle interpretazioni più trite riservategli, Murakami non ci risparmia nemmeno una nuova incarnazione dell’Edipo, con la ripresa della celebre profezia che vuole il figlio andare a letto con la madre che lo ha abbandonato preferendogli la sorella. Figurarsi se la profezia autoavverante non si avveri! Ma ciò che trovo davvero irritante è il dialogo che si svolge tra questi due personaggi: la non più giovane probabile-madre del protagonista e il ragazzino verosimile-figlio che sta cercando di sedurla e portarsela a letto. Discutono di verità. Discutono di luoghi metaforici dove realtà non conciliabili possono trovare un punto d’incontro. Ma in che modo patetico! Non saprei dire chi dei due sia più infantile e sciocco (intanto un ragazzo in un college americano dall’altisonante pedigree starà scrivendo un articolo per spiegare come il ragazzo cerchi di ripristinare una relazione uterina con la madre per quel desiderio dell’inanimato, discusso da Freud in Al di là del principio di piacere):

– In ogni caso, la tua ipotesi getta un sasso verso un obiettivo molto lontano. Ne sei consapevole, vero?

Faccio sì con la testa.

– Sì, lo so. Ma attraverso le metafore questa distanza si può ridurre.

– Però né tu né io siamo metafore.

– Certo, – dico. – Ma possiamo usare le metafore per accorciare di molto la distanza che ci separa.

Mentre continua a guardarmi, un sorriso affiora di nuovo, lieve, sulle sue labbra.

– Sono le parole d’amore più strane che abbia mai sentito.

– Ci sono tante cose strane. Ma sento che mi sto avvicinando alla verità.

– Ti stai avvicinando a una verità metaforica attraverso la realtà? O a una verità reale attraverso una metafora? Oppure le due cose sono complementari? .

Ammettiamolo: sembra uno dei dialoghi che abbiamo tanto deriso guardando The Lady di Lory Del Santo. L’ultima battuta della donna è veramente marzulliana o, se siete un minimo più colti, sembra parafrasare le parole del poeta contemporaneo di Ecce Bombo. Ho il timore che Murakami volesse alludere a un magistrale passo di Kafka che, una volta riportato qui, mostrerà da solo la differenza di bravura che esiste tra il grande maestro e la mezzacalzetta della sua bottega:

Molti si lamentano che le parole dei sapienti siano sempre e soltanto similitudini che però non si possono
applicare alla vita d’ogni giorno, la sola che possediamo. Quando il saggio dice: «vai di là» non intende che
si debba passare dall’altra parte della via – cosa che si potrebbe anche fare, se mettesse conti di andarci – ma intende qualche «di là» favoloso, qualcosa che non conosciamo, che nemmeno lui saprebbe indicare meglio e che pertanto qui non ci può giovare affatto. In fondo tutte queste similitudini dicono soltanto che l’Inconcepibile è inconcepibile, e questo si sapeva. Ma altre sono le cose che ci affaticano ogni giorno.
A questo punto uno disse : «Perché vi opponete? Se seguiste le similitudini, voi stessi diverreste similitudini, e quindi sareste liberi del travaglio quotidiano».
Un altro disse:«Scommetto che anche questa è una similitudine». Disse il primo: «Hai vinto».
Disse il secondo: «Ma purtroppo soltanto nella similitudine».
Disse il primo:«No, nella realtà; nella similitudine hai perduto».

Concludiamo. Kafka sulla spiaggia piacerà a chi ama Baricco, Erri De Luca, ai fan sfegatati e acritici dell’autore, ma risulterà noioso se non addirittura irritante per chi ha letto i classici e soprattutto per chi è appassionato di Kafka. Il mio consiglio è di dedicare le vostre 500 pagine di attenzione a qualcosa di più robusto, magari a due libri di Pizzuto, o qualcosa di più trash, magari Moccia. Potrei essermi sbagliato, certo, perciò domani qualcuno racconterà che Kafka sulla spiaggia era una brillante e incompresa parodia della letteratura e dei costumi di un’epoca: potrebbe accadere, ma se così fosse, allora vuol dire che le parodie di oggi fanno solo sbadigliare.

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