Salvatore Conte: il camorrista-monaco di Gomorra

I nemici lo chiamano Salvatore Conte o, più semplicemente, Conte. I suoi scagnozzi e quelli che lo rispettano e lo temono, lo chiamano Don Salvatore. Voi chiamatelo pure come volete, ma il boss rivale dei Savastano è forse il personaggio più complesso e interessante di Gomorra la serie. Egli compare brevemente nel primo episodio e poi lo si ritrova solo a partire dal sesto. Eppure, sin dalla sua prima apparizione, gli elementi per poterlo inquadrare ci sono già tutti: pochi colpi di pennello che delineano già tutta la personalità di Conte. Quando il ritratto sarà completo e si ritornerà indietro con la memoria, ci si renderà conto che quei pochi tratti non fornivano tanto una bozza, quanto un’immagine stilizzata del personaggio. Eccoli:

  1. Conte sembra dotato di un’ambizione e di una capacità di destreggiarsi ben oltre gli affari che gli competono, che gli ha fruttato sì il rispetto di molti uomini della camorra, ma anche l’odio del vecchio e potente clan Savastano.
  2. Sappiamo che nutre completa devozione per la madre: essa si manifesta con i gesti più che con le parole, come quando vediamo il giovane boss obbedire alla madre che gli chiede di non fumare a tavola.
  3. Prima di consumare la cena, Conte si raccoglie in preghiera insieme alla madre e si fa il segno della croce baciando uno degli anelli che reca sulle dita.
  4. Conte usa una sigaretta elettronica, perché sta cercando di togliersi il vizio del fumo.

Proseguiamo ora con ordine e scopriamo il tesoro celato da ognuno di questi dettagli.

  1. Fino a quando la trama non si dipana, è difficile non provare una sorta di empatia per Conte, perché egli è presentato come una sorta di vittima della famiglia Savastano e della loro inesauribile sete di potere. Rispetto ai suoi nemici, infatti, egli sembra agire soltanto per reazione ai metodi piuttosto sbrigativi di Don Pietro. Sia l’accanimento dei Savastano, sia il rispetto degli altri clan non sembrano trovare giustificazione nei fatti. Non si capisce perché Conte sia considerato un avversario così temibile. Anzi, sembra quasi che tutti abbiano sopravvalutato il boss. Presto, infatti, Salvatore Conte e il suo clan vengono sconfitti e relegati in una posizione subordinata. O almeno così crede Don Pietro. In verità l’esilio in Spagna è il reagente che ci rivela la vera potenza di Conte: il perché fosse così rispettato. Anche se assente dalla scena, infatti, l’importanza della sua figura comincia a crescere e a proiettare una lunga ombra sulle vicende che si svolgono a Napoli e dintorni. Capiamo le ragioni del suo successo. Conte non è solo un feroce camorrista, non ha un gran numero di uomini a guardagli le spalle, ma padroneggia un ventaglio di armi molto più ampio di ogni altro personaggio di Gomorra: armi che spesso si rivelano più efficaci di fucili e pistole. Conte pare non dimenticare mai che per assicurarsi il successo denaro e ferocia non bastano: ci vuole il cervello. Così egli è maestro nel manipolare chi gli sta di fronte, nel coglierne le debolezze e sfruttarle a proprio vantaggio. Ha un fiuto per gli affari sopraffino. Sa bene quanto sia economica la corruzione rispetto allo spargimento di sangue. La sua capacità di stipulare accordi e alleanze è eccezionale, tanto da consentirgli di conquistare un vantaggio immenso sugli altri clan: egli può tagliare fuori dal commercio di droga chiunque egli desideri. Nessun clan può fare a meno di avere rapporti con Conte se vuole prosperare. Persino i Savastano, che lo hanno sconfitto e costretto all’esilio, si accorgono presto di dover fare la pace con lui per poter riprendere i propri affari.
  2. La devozione che Conte prova per la madre va al di là del semplice amore per chi ti ha dato la vita: sua madre, infatti, è soprattutto colei che gli ha trasmesso una delle incrollabili certezze della sua esistenza, la fede. Ha messo nelle mani del figlio un’arma indistruttibile e che nessuno puà togliergli. Tra i due, perciò, il legame familiare è rafforzato da quello che lega l’iniziato al sacerdote che lo ha accolto nel culto.
  3. Quando Conte ricomparirà nella serie, si scoprirà che la preghiera preprandiale non è una consuetudine esteriore, una formalità, bensì una delle tante manifestazioni della profonda fede religiosa del personaggio. La fede è lo scudo che lo protegge in ogni circostanza e assalto, non importa se fisico o spirituale. Tuttavia al di là dei nemici che di volta in volta la vita può mettergli di fronte, Conte conduce la sua battaglia principale non contro degli uomini, ma contro un’idea, contro un sentimento che tutti i camorristi devono imparare ad affrontare in ogni istante: la paura. E Conte ha trovato nella fede il più formidabile alleato e lo dichiara con la sua voce cantilenante a Ciro, la prima volta che si incontrano in Spagna: “Se tieni la fede non sei mai solo, nun tien’ paur’ e niente”. Questa fede un po’ sinistra che sostiene Conte in ogni circostanza irradia da lui un’aura di sacralità barbarica che fa venire in mente il colonnello Kurtz di Cuore di tenebra (o Apocalipse Now, se preferite).
  4. La grande fede religiosa ben si sposa alla condotta ascetica di Conte. Il cammino della rinuncia è uno dei tratti che contribuiscono a fare di Conte un gattopardo in mezzo a tanti sciacalletti. E la sigaretta elettronica ne è il simbolo. Conte non vuole smettere di fumare per tutelare la sua salute, infatti, ma solo per dimostrare a sé stesso di poter rinunciare al piacere della sigaretta. Nello scambio di battute con il suo autista Massimo, il boss spiega i dettagli della pratica ascetica che ormai porta avanti da un imprecisato numero di anni: privarsi ogni anno di qualcosa che gli piace molto, imparando a farne a meno. Egli è convinto, infatti, che solo chi può fare a meno di tutto possa sconfiggere il nemico di sempre: la paura. E Conte, in effetti, sembra capace di resistere a qualsiasi privazione: sua madre, la sua terra, gli svaghi e i lussi che dominano la vita degli altri pezzi grossi di Gomorra. Veniamo a sapere persino che preferisce stare a casa anziché nel locale notturno di cui è proprietario. Parte di questa etica dell’abnegazione, naturalmente, traspare anche dal suo modo di interloquire: egli parla poco; utilizza poche frasi, che spesso sono stoccate avvelenate, oppure sentenze pregne di saggezza criminale. E se la lingua riposa e colpisce solo quando è necessario,  e in generale il linguaggio del corpo ispira la compostezza di un felino con i muscoli pronti per il balzo decisivo, gli occhi di Conte, invece, sono sempre vigili, non riposano mai: studiano e scrutano in continuazione tutto ciò che lo circonda, registrano dettagli e scavano nell’animo di chi gli sta di fronte.

Tutti questi elementi miscelati insieme contribuiscono a rendere irresistibile l’ascesa di Salvatore Conte. Amici e nemici lo ammirano e lo temono. Il suo carisma e il suo potere attraggono chi vacilla nella propria fedeltà al clan. E la ragione di tutto ciò è una sola. Salvatore Conte più di chiunque nella serie incarna il camorrista che Saviano ci ha raccontato nel suo libro: un uomo pratico, che padroneggia un ventaglio di armi enorme e che non perde mai di vista l’obiettivo finale di ogni sua azione: il successo degli affari. Lo dichiara chiaramente in una riunione in cui organizza le forze per il dopo-Savastano: “Le vendette private e gli affari vanno separati, perché gli affari sono sempre più importanti di tutto”. I soldi vengono per primi. I morti si fanno quando portano un vantaggio economico, altrimenti c’è la diplomazia, la corruzione o, fino a quando sembra utile, il perdono.

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

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