Gomorra: Salvatore Conte aveva già deciso la sorte di Danielino?

Don Salvatore Conte muove pochi passi verso Danielino. Ha le mani bene in vista. Parla con tono rassicurante. Il ragazzo gli dice quello che vuole sapere. La tensione sparisce: Conte sistemerà tutto. Ha capito che non è colpa del ragazzo. E’ disposto a perdonarlo. E allora fa avvicinare Danielino e lo abbraccia con un gesto che dovrebbe suggellare il suo perdono. E’ un lungo abbraccio, paterno, carezzevole. Eppure tutto a un tratto Conte estrae il revolver e uccide Danielino a bruciapelo. E’ una scena che a un napoletano non può che far esclamare: “Ma ch’omm e merd!”. Ed è naturale. E’ stata costruita appositamente dagli sceneggiatori perché si imprimesse con il fuoco nella memoria dello spettatore. E’ un gesto clamoroso, fortemente impressionante. E per di più è collocato a fine episodio. Deve cambiare la percezione che abbiamo avuto di Conte fino a quel momento. Dobbiamo ricordarci una volta per tutte di quale spietatezza sia capace.

Fino ad allora, infatti, tutto è stato orchestrato in modo che Conte apparisse come dotato di un qualche residuo senso dell’onore. Lo abbiamo conosciuto come un fervido credente. Quando ha inviato Ciro Di Marzio a parlamentare con i brutali russi al posto di un suo uomo, quasi prevedendo il sinistro spettacolo della roulette russa destinato a chiudere l’accordo, abbiamo imparato che gli sta a cuore la vita dei suoi sodali. Abbiamo anche appreso come egli conosca il valore del perdono, allorché ha risparmiato la vita di Ciro, pur sapendo che era stato proprio lui a incendiare la casa di sua madre. Quando seguiamo la rocambolesca vicenda di Danielino, perciò, non è difficile credere che egli abbia potuto perdonare Massimo e suo fratello Danielino. Agli occhi di un consumato boss quale ha dimostrato di essere, le loro azioni possono apparire più goffe che cattive. Dettate da ingenuità o disperazione, mai da sete di sangue. Inoltre, non abbiamo motivo per dubitare delle sue parole rassicuranti. In quello che Conte ha detto a Massimo è nominato tutto ciò che che egli ha mostrato di ritenere sacro: la madre e il padre eterno (“ringrazia o patatern ca t’ha mis ngopp a sta machin”).

Proprio per questo, il doppio omicidio di Conte mi ha sconvolto. Mi ha colto del tutto impreparato. Così le domande subito si sono affollate nella mia mente. Conte mi ha fregato? Non avevo capito che razza di carogna fosse? Aveva finto il perdono per tutto il tempo? Aveva già deciso di uccidere i due fratelli, quando Massimo lo aveva assalito quella notte in albergo? E’ stato così spietato da mentire mentre faceva leva sull’amore filiale e sulla misericordia del Dio che tanto venera?

Ho parlato con qualche amico, cercando pareri sulla questione. Il parere più interessante è stato quello di chi mi ha detto che non si è per niente stupito quando Conte ha ucciso i due. La loro vita era già segnata dal goffo tentativo perpetrato da Massimo. Il mio amico non aveva mai creduto alle parole di Conte.

Ho pensato a lungo a questa interpretazione così diversa dalla mia. Mi sono chiesto come mai io non ci avessi pensato. Forse che Conte era riuscito ad ingannare anche me? Allora ho cercato modi di avvalorarla: prove, indizi, gesti. Alla fine, però, quest’idea non è riuscita a persuadermi. Non sono riuscito a convincermi che egli abbia potuto mentire sin dall’inizio: abbia cioè premeditato l’omicidio di Danielino e abbia raccontato fole tutto il tempo. Non riesco ad accettare che egli abbia fatto il gioco del gatto con il topo. Ma se non lo accetto non è perché voglio rifiutare l’idea di un Conte tanto malvagio (anzi quello che dirò tra poco di lui, lo rende ancora peggiore se possibile). Semplicemente non credo che questo tipo di comportamento sia coerente con il personaggio. Egli non è Iago: non tesse trame con i fili dell’inganno. Non lo ha mai fatto in precedenza. Quello è il ruolo già assegnato a Ciro Di Marzio. Conte è, invece, un personaggio dalla statura morale più grande di quella di Ciro: non ha bisogno di mentire per ottenere ciò che vuole e non lo fa. Gli basta la forza delle armi e quella del denaro. Quando resta fuori dalla scena, non lo fa per tessere in segreto i suoi piani, ma per proiettare la sua lunga e sinistra ombra e accrescere la propria autorità.

Credo, perciò, che Conte fosse sincero quando prometteva a Massimo e a suo fratello un rifugio spagnolo. Poiché Conte era sicuro che Danielino avesse agito per volontà di Genny, i due fratelli erano la prova inconfutabile che i clan nemici dei Savastano avevano un buon motivo per allearsi e spazzare via l’arrogante clan. Di fronte a questo insperato dono che Danielino gli aveva fornito, come non mostrarsi magnanimo e perdonarlo? Anzi, ancora meglio: dargli una sistemazione in Spagna affinché con la madre vivessero per un po’ in pace. Approfittare di un’occasione per esprimere la propria magnanimità, anziché vendicarsi di due insignificanti pedine, infatti, era proprio il tipo di azione coerente con il ritratto che abbiamo di lui. Tuttavia quando Danielino rivela che il mandante è stato Ciro Di Marzio tutto questo si incrina. Quel nome ha cambiato la posizione dei pezzi sulla scacchiera. Allora Conte svela la sua più profonda natura, quella che anche lo smalto della religione non può nascondere. Il suo essere un supremo calcolatore. L’uccisione di Danielino  fa apparire Conte in tutta la sua crudeltà, tanto più grande e senza attenuanti perché non ha niente a che fare con il cuore, ma solo con la mente. Non c’è desiderio di vendetta, ma solo tattica. La scena in cui Danielino è ucciso non è lo smascheramento di un bugiardo, ma la conferma che di fronte a un vantaggio per gli affari, anche uno come Conte può cambiare idea. E con una rapidità e lucidità sorprendenti. Allora lo detestiamo non tanto perché ci aveva ingannati, quanto perché ci aveva illusi.

Conte uccide perché ha fatto rapidamente i suoi conti e ora è pronto a puntare sul cavallo giusto. Il suo linguaggio del corpo è eloquente. Appena ode il nome di Ciro Di Marzio, Conte finisce per sorridere, come se fosse piacevolmente sorpreso. Sta pensando che Ciro è in gamba. Che gliel’ha fatta ai Savastano. E poi il sorriso scompare per un attimo dalla sua faccia. Diventa serio, risoluto. E’ questo il momento in cui ha deciso. Ha capito qual è la versione dei fatti più utile per i suoi affari. Ora sa che i due fratelli devono morire, perché sono gli unici a sapere il vero mandante del delitto ai danni di Russo: non sono più “la prova vivente che i Savastano lo vogliono fottere”. Non importa che sia una decisione che va contro tutto quello che aveva predisposto: in quel momento si è rivelata come la più conveniente e va presa. Non c’è più onore, perdono, la parola data, non c’è più dio, non c’è niente. Solo il miglior esito possibile degli affari. O forse Dio c’è ancora. E c’è ancora un’anima dal salvare. Allora acquista senso anche il gesto del perdono, che non sarebbe un meschino espediente per attirare la vittima, ma un’assoluzione che favorisca il destino ultraterreno del giovane morituro. C’è ancora una piccola traccia di magnanimità. Ma non per questa terra. Conte non vuole che Danielino muoia in peccato mortale. Nel suo sinistro fanatismo religioso, Conte è un sacerdote terribile, al tempo stesso confessore e boia.

 

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

One response to “Gomorra: Salvatore Conte aveva già deciso la sorte di Danielino?

  • kkkclinamenkkk

    Concordo con la tua interpretazione perché altrimenti non si spiegherebbe come mai faccia rimanere in macchina il fratello (sarebbe stato stupido premeditare un duplice omicidio e fare rimanere una delle due potenziali vittime in macchina, quindi con un mezzo di fuga, e distante dal luogo da dove avrebbe dovuto uccidere la prima vittima).
    Inoltre il risparmiare la vita dei due fratelli è in linea con il personaggio, avrebbe potuto presentarsi agli occhi di tutti come quello che non ammazza i “bambini” al contrario dei Savastano che ammazzano le “ragazzine”.
    Quando apprende che il mandante é Ciro intuisce che:
    1)Ciro vuole scatenare la guerra ma per scalzare i Savastano (é una dichiarazione di alleanza di Ciro con Conte);
    2)Ciro diventa il suo alleato più prezioso nella faida (é il nemico interno dei Savastano quindi quello che più può danneggiare i Savastano);
    3)Il clan Savastano é allo sbando se uno dei loro uomini di fiducia (Ciro) fa queste macchinazioni.
    A questo punto Conte:
    1)Deve reggere il gioco di Ciro e “proteggerlo” quindi uccide i fratelli (vedi punti 1 e 2 precedenti);
    2)Non può assolutamente rischiare che la verità venga a galla poiché significherebbe non potere fare la guerra a Savastano in un momento così propizio (vedi punto 3).

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