Toni Servillo legge Manzoni al Piccolo.

servillo

Sei sedie sul palco del Piccolo teatro di Milano. L’occhio va naturalmente sull’uomo più atteso per quella sera. Toni Servillo. Sono alla presentazione di un’edizione commentata dei Promessi sposi, a cui hanno lavorato cinque studiosi napoletani. In sala sono presenti tre di quei cinque. Per me sono volti noti. Sono amici. Io sono lì per loro, soprattutto. Ma la sala è piena e la maggior parte delle persone è lì per Servillo. Ci mancherebbe altro. Legge Manzoni. E sotto sotto sono curioso anche io di sentirlo.

Servillo avanza verso il leggio. Mormora un “sistemo questo”, mentre manipola il microfono. E poi inizia proprio come se fossimo a casa nostra, magari a Natale, e lo zio di turno ci volesse leggere un passaggio dal libro appena estratto dalla biblioteca di casa. Nessuna introduzione. Legge il dialogo tra Federigo Borromeo e Don Abbondio. Si trova tra il capitolo XXV e il XXVI. L’atmosfera giusta è subito creata ed è suggestiva. Ogni tanto si sente qualche improbabile suoneria di cellulare, ma il coinvolgimento è tale che mi dimentico pure di indignarmi. D’altra parte, perché dovrei? Non fui io qualche mese fa a sostenere che le cassette di frutta sono uno strumento necessario quando si va a teatro?

Servillo usa quattro registri di voce. Niente di espressionistico, sia chiaro, ma la differenza si sente. C’è la voce del narratore e quella di Borromeo. Il tono scelto per il Cardinale è austero, autoritario e trasmette l’aura di compostezza aristocratica che il personaggio emana. Per Don Abbondio, invece, ci sono due voci. La voce della sottomissione, la voce di chi ha chinato la testa di fronte ai potenti per tutta la sua vita; comunica un senso di incertezza più che di goffaggine. Infine c’è la voce dei pensieri di Don Abbondio che Servillo esprime pronunciando le parole tra i denti. Le parole che il curato vorrebbe dire, ma che la sua indole gli impedisce di emettere. A un certo punto mi pare di riconoscere la voce del Divo Giulio in queste parole smozzicate. Ma forse è solo una sciarada. Ad ogni modo non so ben dire se era Servillo o era Manzoni, ma ognuna di quelle battute scatenava le risate del pubblico. E anche le mie.

Lo spettacolo va avanti per trentacinque minuti. Ma non li dimostra. Dopo i primi cinque minuti ero sicuro che avrebbe potuto continuare per un’ora senza che nemmeno uno sbadiglio di noia mi castigasse. Ma io non faccio testo, perché a me Manzoni piaceva al liceo, e mi piacque all’università e di certo mi piacerà quando deciderò di rileggerlo ancora. E’ il pubblico in sala che mi sorprende. Sembra immerso nell’incanto di un testo che torna ad essere una storia che qualcuno ci regala. Non c’è bisogno di tagliare qua e là, di ridurre, come voleva Baricco con la sua iniziativa imbecille “Save the Story” qualche anno fa. Non è la storia dei promessi a soggiogarci, ma l’apparizione di quattro uomini così veri. E la lingua di Don Lisander, il suo stile, non sono una zavorra da attualizzare: nemmeno per sogno. Sono proprio le parole di Manzoni a creare la magia che ci fa sentire tutti, anche se eravamo tanti in quel teatro, come un piccolo gruppo con le facce illuminate dal fuoco che ascolta il cantastorie raccontare la solita e immortale leggenda, sempre uguale, ma sempre affascinante.

Alla fine l’applauso è lungo. Inaspettatamente lungo. Ci fosse stato il sipario, Servillo avrebbe avuto il tempo di uscire e rientrare almeno un paio di volte. Invece si siede e basta. E’ commosso. Lo è davvero. Forse per l’intensa immedesimazione. Forse proprio perché il plauso del pubblico è clamoroso e sorprendente rispetto al contesto della presentazione di un libro.

Dopo la maestosa interpretazione, comincia la parte noiosa. Il vero motivo per cui siamo lì. Si parla del libro uscito da poco. Il primo lungo intervento è una bomba. Densissimo. Forse può spaventare, può rompere l’incanto, nonostante il brillante esordio che ricorda la contraffazione dei Promessi Sposi messa in atto dai soliti napoletani nell’Ottocento. Qualcuno si alza e va via. Ma è poca gente. Molti restano perché l’atmosfera in fondo è distesa. Si parla di Manzoni senza le ingessature dell’accademia. Non c’è l’ingombrante cattedra a tracciare una linea tra chi sa e chi vuole sapere. Non ci sono quelle pacche tra professori centenari che si puliscono gli occhiali, facendoti sentire come un bambino che ha seguito a forza il papà o il nonno, quando avrebbe voluto correre e fare qualche tiro a canestro. Si parla del libro senza cercare di venderlo. Si parla del tempo di Manzoni, della sua idea di giustizia, della sua religione e della sua fortuna tra i grandi scrittori del Novecento. Si parla del lavoro che cinque studiosi napoletani, spalla a spalla, hanno dedicato a questa opera. Uniti. Ed è questo che mi fa davvero impressione, alla fine. Che accanto ai giganteschi rettili condannati al disincanto e all’egoismo dal nuovo clima, ci sono i piccoli e pelosi mammiferi che si fanno forza l’un l’altro per andare avanti, consci che la missione di ogni buon umanista alla fine non è sopravvivere, ma conservare il bello che qualcuno ha avuto premura di preservare a sua volta. Un nuovo anello per la vecchia catena.

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

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