Scrivere e pubblicare un libro. A che serve?

“E’ la domanda. Anima mia. E’ la domanda. Non la nomino a voi, candide stelle. Tu devi capire. E’ la domanda. Dario, quando cazzo ti decidi a scrivere un libro?” Carmine Gnolo, amico e lettore, dopo l’ennesimo post di questo blog, pone la domanda. Dentro c’è quella parola terribile, gigantesca: libro. Non mi chiede un romanzo, una poesia, un saggio, un trattato, un testo teatrale, una sceneggiatura o un poema, ma un libro. Mi piace. Il mio amico Mario avrebbe esclamato: “bella domanda!”. Le ultime settimane trascorrono con me intento a studiare, a scrivere, a correggere e, intanto, a cercare una risposta.

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Inevitabilmente quando si cerca una risposta, le domande si moltiplicano. In verità il lavoro di ricerca consiste per metà nel cercare risposte alla domanda che ha avviato il lavoro e per l’altra metà nell’evitare la seduzione delle domande allettanti che invitano a lasciare la strada maestra per sentieri che promettono nettare e ambrosia.

Che cos’è un libro? E’ la forma concreta che assume l’ambizione. E’ l’illusione di un cammino che trova compimento. E’ il premio che uno scrittore merita se è bravo.  Lo scrittore, inteso come grande scrittore, è colui che scrive i libri che segnano un’epoca o persino i secoli. E’ un genio creatore, unico essere degno di ricevere l’onore di una pubblicazione. Il suo libro è un vero libro, il resto è paccottiglia, come direbbe Flaiano. Si può credere, perciò, che la forza dirompente di questo libro sarà sufficiente a calpestare con il suo passo sicuro tutto lo scenario mediocre che lo circonda, consentendogli di portare a compimento il suo destino trionfale: un monumento più duraturo del bronzo. A diciotto anni è giusto credere a queste fanfaluche. A venti anni passati potrebbe essere poco più grave, ma se si è gente di provincia, quale sono io oltretutto, si ha una buona giustificazione per continuare a crederci. Nel cammino verso i trent’anni, tuttavia, è difficile non vivere il più amaro disincanto (Renato Zero mi offre questa coppia di parole come eco di qualche viaggio estivo con la mia famigliola riunita) nei confronti di questo ammasso di carta e inchiostro che nel tempo ha assunto lo stesso valore mistico di un libro di incantesimi nel trito, pacchiano e un po’ kitsch immaginario fantasy. Scrigno di segreti e di prodigi. Per me un libro è solo la testimonianza che quando si parla di arte si continua a ragionare con una mentalità romantica o al più decadente.

E se è vero che i classici hanno davvero poteri eccezionali, è anche vero che le biblioteche nazionali sono piene di libri accatastati che nessuno leggerà; che le librerie sono piene di libri, ma soprattutto, che il mondo è pieno di gente che scrive libri. E il bello è che non c’è niente di male. Nella sua grande saggezza Maffei mi disse: “Dario, la gente scrive, la gente cammina. Non ci sono gli scrittori così come non ci sono i camminatori”.

Non c’è niente di speciale nell’aver scritto un libro. Questa è la tremenda verità. Chiunque può farlo e, a dire il vero, chiunque lo fa. Se la nostra soddisfazione è far girare il nostro libro tra un gruppo di amici e conoscenti, allora non si avrà difficoltà a trovare una delle tante offerte che assecondano l’autopubblicazione. Ma è necessario elargire questo libro che assomiglia tanto alla bomboniera che gli sposi donano insieme ai confetti ai loro satolli invitati? Se invece il libro lo si vuole vendere, allora il discorso si complica. Cercare di diventare ricchi con un libro è follia. O presunzione da disperati. E non lo è perché viviamo tempi internettiani e globalizzati. Lo è sempre stato. Ogni epoca ha avuto i suoi grandi scrittori che si sono lamentati perché i loro libri restavano invenduti a dispetto delle mezze calzette che vendevano migliaia di copie. Se vi fa piacere, in futuro ne parleremo.

Ma torniamo alla domanda iniziale: “Quando cazzo ti decidi a scrivere un libro?”. Non lo so, Carmine. Non lo so, amici miei. Ma so dirvi perché non l’ho ancora scritto. Un libro come lo intendo io è il risultato di un lavoro lungo, intenso, difficile. Richiede concentrazione, buone idee, una cura stilistica il cui solo pensiero mi toglie il respiro. C’è tanto artigianato dietro questa complicata arte della parola. Qualsiasi entusiasmo che mi spinga a creare da zero, a raccogliere materiale, a disporlo, a impostare la mia voce, non può abbattere il muro di settimane di frustrante revisione che gli anni di ricerca mi hanno abituato ad affrontare e a temere come un avversario invulnerabile. Il solo pensiero di scrivere una cosa del genere per poi vederla ammuffire in un hard disk o in una scatola del garage, mi deprime. E io non scrivo perché sono un grafomane, ma perché mi diverte. Se non mi diverte, allora si fotta la scrittura. Faccio altro (di solito fare altro significa leggere o scrivere senza impegno). Nell’Ecclesiastae si dice che c’è un tempo per ogni cosa. Arriverà anche il tempo per un libro, qualunque cosa ciò significhi. E forse sarà merito vostro. Forse accadrà quando qualcuno di voi comincerà a sentire la pressante esigenza di leggere in altra veste le mie parole. Forse quel giorno nascerà il mio libro.

Per ora, dunque, se vi piace la mia voce, dovrete accontentarvi di quanto spargo qua e là tra il blog e i social network. Di quanto posso limare in tempi ragionevoli. Spero comprendiate le mie ragioni. Qui ci sono gli Haiku che mi diverto a scrivere, utilizzando con crudeltà la forma poetica giapponese. Qui c’è un romanzo a puntate che non ho finito di scrivere, il cui titolo riprendere il grande romanzo di Sterne, Viaggio sentimentale, incompleto come il mio. Qui c’è Bianco e nero, un altro racconto a puntate fermo al secondo episodio. Poi ci sono racconti da rivedere, paragrafi smozzicati e buone idee che un giorno troveranno compimento. E magari compariranno su questo blog.

Credo in fondo che la letteratura metta in contatto persone in tempi e luoghi lontani e lo faccia evocando mondi, emozioni, storie, lingue, parole, e che non sia necessario un libro perché tutto ciò accada. Basta che ci sia io e ci siate voi. Voi lettori del blog, seguaci di Facebook, di Twitter, commentatori anonimi e no, voi che siete il mio piccolo mondo e certi giorni mi fate sentire un Vip. Uno scrittore di cui si attende la parola. Assomigliate alle persone che incontrai durante una passeggiata in compagnia di Maffei, quando in verità, in verità mi disse: “Vedi Dario, questo è la mia piccola realtà. Il negozio di fotocopie, la segreteria, la pizzeria dove pranzi, i ragazzi che seguono il corso”. Io pensavo che era la vita vera, quella che è difficile raccontare, ma che alla fine è ciò che nutre veramente la nostra esistenza. E allora penso lo stesso di voi. Penso a voi, quando scrivo un post o qualcosa che vi faccia sentire la mia voce. Non è un libro, ma funziona in maniera simile.

Post scriptum: Lancio una bomba di cui potremo parlare in futuro. Ho visto l’episodio 6 della terza stagione di Games of Thrones e mi è sembrato una versione fantasy di Beautiful, telenovela che sto studiacchiando in vista di un post futuro. Discutibile anche la scenografia che in certi momenti mi ha dato l’impressione di essere piuttosto casereccia. Spero di aver beccato l’episodio più brutto e insignificante della serie, altrimenti dovrei concludere che tra dieci anni, parleremo di Games of Thrones come oggi parliamo di Xena, la principessa guerriera.

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