Quattro libri, un blog e cento salmi in una settimana di correzioni

2015-05-20 18.38.32

Un bravo artista, o cortigiano, dovrebbe far buon uso della sprezzatura. Dovrebbe nascondere al suo lettore tutta la fatica, lo sforzo, la noia, l’angoscia che hanno accompagnato il suo lavoro. Tutto dovrebbe restare nell’oscurità della sua bottega. Ma io non sono un cortigiano. Sono un gentiluomo, e sterniano per giunta. Perciò mi perdonerete se questo post avrà un andamento più digressivo del solito e presenterà detriti, imperfezioni e segni di scalpello qua e là. E’ da una settimana che lavoro di lima a quella che ho definito in un accesso di rabbia “sta sfaccimm e tesi” e non ne posso più di tagliare, ricucire, espiantare, trapiantare. L’inchiostro non è sangue, ma può far venire ugualmente la nausea. Persino se è inchiostro elettronico. Ultimare una tesi di dottorato significa vivere costantemente con il dubbio di non aver consultato tutti gli articoli necessari, anche se si è ormai metabolizzato che immancabilmente i tanto temuti articoli si rivelano più pleonastici di una puntata di Beautiful. Nell’ultimo articolo di settemila parole note comprese, per esempio, avrò trovato interessanti sì e no una cinquantina di parole: un riferimento a un film che avevo individuato anche io in piena indipendenza. Naturalmente lo avrebbe individuato chiunque. Non mi vanto di questo. Perciò mi sorge un dubbio: devo o non devo citare l’articolo da quattro soldi solo per questo rilievo che avrebbe potuto fare chiunque conosca anche solo il bignami della storia del cinema? (ho interrotto la scrittura per porre la domanda al mio mentore Maffei, così forse potrò darvi una risposta in qualche commento o futuro post).

E’ stata una settimana tremenda. Si avvicinava ogni giorno l’ora in cui avrei dovuto riaccompagnare lei alla stazione. Il pensiero che stavo vivendo il crepuscolo della mia esperienza milanese mi angosciava. Ho ripreso a odiare quel muro di infami parole che si è messo tra me e la fine di questa tesi. Ogni momento dedicato ad essa sembra la rinuncia a qualcosa di più piacevole e, il che è veramente tragico, ogni momento dedicato ad altro sembrava tempo rubato al lavoro, tempo sprecato. Ma io non so più dire quale sia il tempo speso davvero bene, se non quello in cui ridiamo, ma ridiamo davvero. Perché si può sorridere per confortare chi ti osserva, per fargli pesare un po’ meno il lezzo della vita che si deposita sotto le unghie e resta lì, invulnerabile a qualsiasi detersione, come gli afidi dell’impasticcato all’ultima spiaggia in Un oscuro scrutare. Ed è una questione etica. Ma ridere, quella è una cosa diversa.

Zagni mi ha detto di leggere i Salmi. Mi fido del suo parere, perciò li sto leggendo. Lo faccio ad alta voce, perché tutti i versi vanno letti così. Altrimenti non valgono niente. I Salmi sono 150 come una delle terne del Rosario. Sono bellissimi. Soprattutto sono sorprendenti. Sono un’iniezione di fiducia nella giustizia, nella punizione degli iniqui, nella sconfitta dei nemici. Leggendoli capisco quale conforto possano dare a un fedele, quale forza di sopportare, quale speranza.

C’è un blog che negli ultimi tempi leggo con molto piacere. Si chiama Cinemanometro. L’autore è un cinefilo appassionato di filmacci di genere, che riesuma da chi sa quale angolo dimenticato della memoria collettiva e poi recensisce. Il suo modo di raccontare i film è spassoso, talvolta persino esilarante. Le sue recensioni sono brevissime e scritte di fretta, ma efficaci; comunicano tutto l’amore che il loro autore ha per la materia. Ed è un amore contagioso. Belle e di alta qualità sono anche le foto che accompagnano i suoi post, il che non guasta (come direbbe Jill a Cheyenne in C’era una volta il West).

Questa settimana ho ricevuto un tanto agognato pacco di libri che il primo maggio aveva bloccato in giacenza. Dentro c’erano quattro libri (così lo direbbe Armonica sempre in C’era una volta il West). Li ho letti tutti nella stessa settimana. Perciò ho pensato di seguire l’insegnamento di Cinemanometro, e di lasciare anche io dei commenti flash su ognuno di essi. Pronti? Via.

1. Eutanasia della critica di Mario Lavagetto

Avevo sentito il titolo di sfuggita alla famosa cena post-Servillo ed ero curioso di leggerlo. Il libro in cento agilissime pagine stampate in caratteri enormi è una sagace e a tratti divertente analisi della tragica situazione della critica accademica mondiale. Lavagetto racconta qualche succoso aneddoto per mostrare la prodigiosa imbecillità e ignoranza dell’ambiente universitario, lampante testimonianza di come si sia finalmente raggiunta una deprimente uguaglianza tra studenti, laurendi, dottorandi, ricercatori, associati e ordinari. Il libro mette senza pietà il lettore di fronte alla grandissima  muraglia che separa lo studioso dall’erudizione definitiva su un argomento, ma non lo fa per scoraggiarlo. Invita ad accettare l’inevitabile provvisorietà del lavoro di critico e ad abbandonare ogni pretesa di scientificità (non di rigore, naturalmente) e anche a riflettere sugli effetti devastanti che una scadente formazione umanistica possono produrre. Inoltre ricostruisce la storia dei miseri fallimenti e dell’ottusa sterilità raggiunta da ogni nuova tendenza critica che prometteva di dare nuova vita alla disciplina. Lo farò leggere senz’altro al mio vecchio, in modo che senta da un’altra campana, e una campagna di certo più autorevole della mia, la mia cantilena sull’ambiente universitario.

2. Dimentica il mio nome di Zerocalcare

Il libro era in concorso per il premio Strega, ma io non lo avevo ancora letto. Zerocalcare mi piace, mi diverte e mi fa ridere. Questo libro, però, ha pochi momenti spassosi. E’ più serio del solito. Lo stile di Calcare naturalmente c’è: ci sono i personaggi dei cartoon e dei fumetti che fanno capolino nella storia per nascondere i personaggi veri; c’è il suo slang romanesco; ci sono le digressioni che ricordano tanto I Griffin; stavolta c’è persino un omaggio al bastardo giallo di Frank Miller in quelle chiazze di colore che compaiono per il bastardo rosso di Dimentica il mio nome. E poi c’è la vita vera della mia generazione. Il rapporto con questa madre rompiballe ma capace di risolvere qualsiasi traversia il figlio viva. Una madre che si dispera di non avere soluzioni a tutto, come vorrebbe. L’immagine che la ritrae scattare davanti al figlio affaticato dal piccolo fardello dei suoi dolori, sbeffeggiandolo, senza far caso a quanto gigantesco sia invece il suo di fardello, non è retorica: è quello che tutti sappiamo delle nostre mamme, ma facciamo fatica ad ammetterlo. Naturalmente il libro ha una storia, una trama congeniata bene, con i suoi colpi di scena: agnizioni, flashback. Penso anche che funzioni. Ma io ne capisco poco di trame e lascio a voi giudicare.

3. Controcorrente di Joris Karl Huysmans

Ebbene non lo avevo ancora letto. Avevo letto Wilde, D’Annunzio e persino il librone di Praz La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica. Ma lui no. La cosa era grave quanto non avere letto Balzac? Secondo me no. Ma a Maffei l’ultima parola. Il libro è la pietra miliare della letteratura decadente. Con Controcorrente comincia tutto. D’Annunzio ci aggiunge qualche storia d’amore pruriginosa e scrive Il Piacere. Wilde ci mette un po’ di fantastico rubato a Poe e scrive Il ritratto di Dorian Gray. Forse i due sentono l’esigenza di movimentare un po’ il modello, che in effetti è un po’ arido di eventi: pare sia stato pubblicato in traduzione inglese con la dicitura “un romanzo senza trama”. Inglesi crudeli. Mica non succede niente?! Dopo che il lettore si è sorbito elenchi di fiori, sfoggi di erudizione letteraria, saggi sulla pittura, nozioni di arte profumiera, culinaria ed ha toccato con mano quanto possa essere irritante la vita di chi crede di poter vivere senza gli altri in nome della propria superiorità intellettuale, egli può alla fine apprezzare anche un viaggetto del protagonista, la cui pigrizia però ricorda molto da vicino la mia, tanto che al posto del suo tanto auspicato viaggio in Inghilterra si accontenta alla fine del plumbeo cielo londinese di Parigi e degli avventori inglesi di un’osteria. Immagino che prima dei vent’anni avrei amato questo libro quanto amo il maestro Yoda. Ma sono invecchiato mio malgrado. Sono nella fase dell’umorismo disperato e i dolori e la nevrastenia del giovane Des Esseintes sono un po’ kitsch, così come lo sono la sua presunta erudizione e il suo gusto.

 4. Dissipatio H. G. di Guido Morselli

Avete presente La nube purpurea? Una specie. Superato lo scoglio del primo capitolo (10 pagine al massimo, come gli scudetti della Juve secondo Zeman) che sembra un ouverture scritta per confondere il lettore, comunicandogli la stessa confusione che prova il protagonista, ecco che si comincia a capire qualcosa. Mettiamo che vogliate suicidarvi e alla fine troviate pure il coraggio di farlo. Mettiamo che torniate a casa senza essere riusciti nel vostro intento e vi addormentiate con la canna di una pistola in bocca, convinti di aver premuto il grilletto. Cosa pensereste se svegliandovi foste costretti a constatare da sempre più schiaccianti prove che l’umanità si è dissolta nel nulla? Il mondo continua: animali e piante vivono come hanno sempre fatto. Solo che l’uomo non c’è più: del suo passaggio ha lasciato solo la traccia. Una traccia che il tempo saprà come spazzare via. Ma un uomo è rimasto ed è proprio colui che qualche ora prima voleva morire. Dissipatio H. G. ci immerge in questa assurda situazione, in questo modo inusuale di concepire l’Apocalisse. Si scopre che l’ultimo uomo rimasto non deve tornare al neolitico e costruirsi da solo gli attrezzi per la sopravvivenza, non deve cacciare né difendersi. Può sperperare le tante risorse che gli altri membri della specie hanno accumulato prima di sparire. Non ci sono zombie, vampiri o esseri infetti che gli danno la caccia. C’è solo un’immensa solitudine e tanto tempo libero che non si sa come impiegare. Perciò non so proprio perché mentre leggevo questo libro nella mia mente continuava a risuonare l’arpeggio che si ode nel videogame The last of us. Forse nel videogame come nel libro di Morselli, ciò che mi aveva più coinvolto era il prodigioso spirito di adattamento dell’uomo? Il suo poter aggiungere nuove sfumature al camaleonte, come direbbe Gloucester nell’Enrico VI? Non so. Ma se non sapete cos’è The last of us, rifatevi gli occhi qui sotto.

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