Youth di Sorrentino. Una recensione sentimentale

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Sono certo che la cosa che più rimpiangerò di Milano sarà il timido Zagni. Con lui trascorro serate divertenti. Condividiamo una serena pigrizia e quel gesto stentoreo che invita alla calma. E poi la nostra formazione è complementare come il nostro pelo facciale. Quando possiamo, andiamo al cinema. La settimana scorsa usciva Youth, l’ultimo film scritto e diretto da Sorrentino. Volevamo vederlo il prima possibile. Guardammo insieme La Grande Bellezza due anni fa e ci piacque tantissimo. Uscimmo dal cinema entusiasti e per un pezzo non dicemmo niente. Poi cominciarono i commenti, le domande e le riflessioni.

Questa non è solo la storia malinconica dei bei giorni andati. E’ soprattutto il racconto di un pregiudizio. Il mio desiderio di vedere Youth aveva un legame proprio con quella sensazione di piacevolezza, con quel “pensiero felice”, direbbe Peter Pan. E per il Timido era lo stesso. Avevo visto il trailer più di una volta e nella mia mente si era formato quello che gli studiosi della Scuola di Costanza chiamavano “orizzonte d’attesa”. E’ come quando ti servono una pietanza e cominci a intuirne il sapore con la preveggenza che deriva dai colori, dalle consistenze, dai profumi. Il sapore finale dovrà necessariamente fare i conti con la smentita o la conferma di quello che è a tutti gli effetti un pregiudizio. Il trailer di Youth mi aveva preparato a un film che partiva dalla Grande Bellezza e ne accentuava alcune tendenze. Immaginavo che il racconto dello sperpero esistenziale, della disperazione e del disincanto avrebbe subito un’accentuazione definitiva, attraverso l’utilizzo di tonalità ancora più cupe. Agli sprazzi di grande bellezza rintracciabili qua e là negli angoli del formicaio umano, doveva sostituirsi il rimpianto per una giovinezza perduta e irrecuperabile. Un film tremendo. Soprattutto credevo che il linguaggio cinematografico di Sorrentino avrebbe virato ancora di più verso il polo che al timido Zagni piace indicare con il vessillo di Terrence Malick. Lunghe inquadrature di paesaggi, voci fuori campo, pochissimi dialoghi, storie soltanto accennate, montaggio tendente ad assecondare la vocazione lirica del film: questo pensavo sarebbe stato Youth. Una via di mezzo tra La grande bellezza e The tree of life, direbbe il Timido.

E invece il film è un’altra cosa. Ci sono i dialoghi, ci sono le storie e ci sono anche i personaggi. Soprattutto c’è tanto umorismo in Youth. Un ingrediente che soppianta il sarcasmo de La grande bellezza. In certi momenti mi fa pensare più a Woody Allen e i fratelli Cohen che a Malick. C’è quell’umorismo che oscilla con noncuranza tra il tetro, il demenziale e il fantastico, cifra stilistica della stirpe di artisti ebrei che fa capo a Kafka. Dovendo fare un confronto con un coltello alla gola, direi che La grande bellezza mi è piaciuto di più. Si tratta, però, di film diversissimi, accomunati solo dal medesimo regista.

Durante la proiezione del film vivo un coacervo di emozioni e la mia recensione non andrà oltre il resconto di questo groviglio. Capita che al pubblico in sala scappi una risata sincera di tanto in tanto. E’ successo anche a me. Il panciutissimo Maradona è un comico irresistibile e involontario, quando interviene in un discorso sulla posizione corretta che i violinisti mancini devono assumere. Si avvicina al gruppo con incredibile umiltà, quasi temendo di essere respinto, come se non fosse uno degli uomini più famosi del mondo. Poi con bambinesca ingenuità dice: “Anche io sono mancino”. Ma ha una comicità amara la reazione che ha quando gli si fa notare che “Tutto il mondo sa che è mancino”: si congeda con un umilissimo “Ah, grazie”, quasi insoddisfatto di non poter raccontare la sua storia come se fosse la prima volta, forse come quando era giovane.

A tratti mi scappa la lacrima. Succede quando Jimmy Tree (Paul Dano), l’attore in cerca del suo personaggio, passeggia con il direttore d’orchestra in ritiro Fred Ballinger (Michael Caine). Cita Novalis: “Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre“. D’accordo, può darsi anche che sia un colpo basso, una citazione tamarra, ma mi ha fregato. Mi commuove molto la rappresentazione del rapporto tra Ballinger e la figlia Lena (Rachel Weisz). Il padre confessa di aver trascorso il tempo dell’infanzia dei suoi figli a compiere gesti che voleva ricordassero. La figlia racconta di aver ricevuto la sua prima carezza nel sonno dal padre ormai vecchio. Tra loro c’è un muro di rancore, silenzio e oblio. Lo stesso oblio che impedisce a Ballinger di ricordare i suoi genitori, ma non la tanto agognata Gilda Black, la ragazza di cui era innamorato da giovane. Eppure in questo muro c’è una feritoia, piccola ma sufficiente a far passare quanto basta perché si possa udire la voce del sangue e sentirsi legati.

Resto a bocca aperta come Eddie Valiant di fronte a Jessica Rabbit, quando Miss Universo (Madalina Diana Ghenea) entra nuda in piscina. Diamine Dario, eppure di donne avvenenti 89-61-89 ne è pieno il web; hai pure sempre sostenuto che il nudo è meno attraente dell’intimo. Cosa ti prende? Sarà la fotografia. Saranno i colori e le luci. Lo aveva detto anche uno spettatore alle mie spalle che la fotografia era spettacolare.

Sento mutare la compassione in vera gioia, poi, quando il pachidermico Maradona che va in giro con una bombola di ossigeno al guinzaglio, inizia a palleggiare magistralmente con una pallina da tennis, ritornando per pochi minuti ad essere la leggenda di 40 chili prima.

Si compiace il tratto più goliardico del mio palato, infine, quando sullo schermo sfila il sogno della figlia del compositore da poco mollata dal marito: un videoclip pacchianissimo in cui la nuova compagna del marito canta una delle sue canzoni pop, mentre auto a tutta velocità sfrecciano come in Fast and Furious. E’ divertente pensare che se un tempo il sogno poteva ispirare modi di intendere il montaggio cinematografico, ora è il montaggio ad ispirare il ritmo onirico.

Se dovessi rappresentare Youth con un’immagine, direi che somiglia un po’ a quel cannocchiale che uno dei personaggi, Mick Boyle (Harvey Keitel), il regista in procinto di ultimare il suo testamento spirituale, indica ai suoi giovani sceneggiatori come una metafora della vita: da giovani si vede dal lato in cui lo strumento ingrandisce, da vecchi da quello in cui tutto appare più lontano. Il film, infatti, mette a  confronto due prospettive: la vita vista della senilità, non necessariamente anagrafica, e quella vista dalla giovinezza.

Alcuni personaggi si sentono relitti incagliati in una secca: il loro passato è un fardello ingombrante di cui si sbarazzerebbero volentieri. Ma si illudono. Sembrano ignorare che senza quel passato che li infastidisce e al tempo stesso però li orienta, il loro presente sarebbe forse ancora più insopportabile. Quando Boyle lo scopre sognando ad occhi aperti tutte le protagoniste dei suoi film, la vita gli sembrerà senza scampo: una sola mattonella tra il vuoto passato e quello futuro, come in una fantasia di Alice. Gli altri personaggi, invece, godono ancora di una certa spensieratezza: possono trascorrere il tempo libero danzando davanti a un videogame oppure ricostruire quella vita che un matrimonio fallito ha fatto a pezzi. Non sentono il fiato sul collo della fine. Non si tratta, comunque di prospettive inconciliabili. Anzi in Youth i personaggi delle due parti comunicano di continuo, si scontrano. Non è nel presente, però, che avviene realmente il loro incontro. In verità essi hanno in comune più ricordi ed esperienze di quanto non riescano a credere. Somigliano a differenti variazioni della medesima semplice canzone. Ciò che davvero li distingue in fondo non è tanto il carattere, quanto la loro distanza dalla giovinezza.

 

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

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