Beautiful. Il segreto del successo di una soap

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Avrei voluto scrivere una recensione del Racconto dei racconti di Garrone. Purtroppo è stata una settimana povera di carne umana e piena di solitudine, così non sono stato ancora al cinema a saggiare con mano questo film che promette sfarzo, colori, costumi, incantevoli giochi circensi e spero meno intrighi politici e sessuali di Game of Thrones (ho visto ancora qualche puntata della celebre serie fantasy e continuo ad avere l’impressione che tra dieci anni ne parleremo come la Xena degli anni 2000. Con meno ironia, oltretutto). Andare al cinema da solo mi deprime quasi quanto andare al ristorante da solo. Ci sono andato una sola volta quando uscì Django Unchained, perché non potevo proprio farne a meno. Non potevo. Ora dal pozzo senza pendolo della memoria ecco spuntare qualche ricordo sparuto, ancora sporco di terreno come uno zombie. Ricordo qualche pranzo solitario alla mensa della IULM e mi chiedo se sono stati quei momenti a farmi capire che la monacale solitudine nella quale ho vissuto in questi anni non era così bella come credevo; il tempo in cui ancora gli stereotipi dell’intellettuale misantropo e dello studioso appagato grazie al suo lavoro non mi apparivano piatti e senza vita come i bersagli di un poligono di tiro.

Non so a casa vostra come funziona, ma a casa mia si è sempre pranzato con la TV accesa. Da lupo solitario ho ripreso questa terribile abitudine che, vi assicuro, se è per certi versi deprecabile, è sicuramente meno triste del pranzare da soli in una mensa circondato da una gioventù ricca, vestita male e dalle pessime abitudini alimentari, quali per esempio spendere 10 euro per un piatto di pasta e uno di patatine fritte surgelate. Non guardo il telegiornale, perché sono un somaro che è convinto di far parte di un’aristocrazia che non ha bisogno di confrontarsi con le insignificanti increspature della superficie storica, quelle che fomentano le illusioni di chi vede cambiamenti epocali in ogni microscopico evento, un po’ come quei giornalisti sportivi che dopo due sconfitte della tal squadra o della singola vittoria per 4-0 parlano subito di crisi o di rinascita. Per certi versi sono un somaro lucreziano, che però non si compiace di vedere la battaglia scorreggiona dell’uomo (direbbe Bene). Sono un uomo, come potrei compiacermi dell’affanno della mia specie?

A pranzo da qualche mese ho cominciato a guardare Beautiful. Sì, avete capito proprio bene. Lo stesso rompiballe che vi dice di non leggere Kafka sulla spiaggia guarda Beautiful, una delle soap opera più longeve e più seguita della storia del genere. Così popolare che anni fa, lo ricordo bene, era considerata per antonomasia il termine di paragone di qualsiasi complicato intreccio di fatti amorosi e colpi di scena. Un po’ come quando al campetto chi non passava la palla era definito “uno che vo fa o Maradona” (credo sia forse una delle poche espressioni napoletane in cui Maradona è un termine dispregiativo). Ho cominciato a guardare Beautiful non perché sono una casalinga annoiata (e oltretutto anche un po’ arretrata, data la mia età). Volevo capire. Perché detesto parlare o sentir parlare di cose che non si conoscono. Volevo capire esattamente cos’era. Perché in fondo un ricercatore non è che un uomo molto curioso di sapere, non semplicemente un essere senile schiacciato da una montagna di libri. Ho cominciato a guardarlo e poi appena avevo capito cos’era ho smesso, un po’ come fece Hoffman, il chimico che sintetizzò l’LSD, con il suo “bambino difficile” (libro che vi consiglio, oltretutto).

Non è il caso che mi soffermi sulla quantità di balordi intrecci amorosi che rendono la soap a dir poco canzonabile. Per quello basta il celebre video che riassume Beautiful in sei minuti. Il video è una spettacolare dimostrazione di come si può prendere in giro qualcosa anche semplicemente esponendola nella sua evidenza ed oggettività; insomma senza quei grossolani ammiccamenti che possono rendere l’ironia penosa.

Eleganza. Ecco cosa manca a Beautiful. Ogni genere narrativo, deve fare i conti essenzialmente con due oboli: deve fornire le informazioni necessarie all’intelligenza dei fatti narrati; deve includere quella serie di cose che non possono mancare in quel genere di opere (ora che lo scrivo mi rendo conto che forse il concetto richiederebbe un approfondimento, ricordatemi di scrivere un post a riguardo). Se non fa queste due cose, tenderà a fallire.

In Beautiful quello che lo spettatore del genere si aspetta è un’interminabile catena di eventi e colpi di scena. Magari dalle tinte forti, in cui amore e violenza siano intrecciati. Questo perché la soap svolge una funzione sociale importantissima: fornisce materia al pettegolezzo della casalinga. E a tal proposito, niente è potente quanto la danza rocambolesca dei tradimenti, dei matrimoni falliti, dei divorzi, del riconoscimento di figli bastardi e vattelapesca. Va bene, Dario, questo lo sappiamo; ora dicci qualcosa che non sappiamo, per piacere. Vi dico che in Beautiful tutto ciò è parossistico. I tratti fondanti del genere sono spinti al massimo, così che appena una coppia sembra trovare la stabilità, immediatamente qualcosa la insidia. A questo va sommata la quasi morbosa, e per certi versi sadiana (non sadica), tendenza a creare rapporti che sfiorino l’incesto (un classico, per esempio, è la sottrazione della nuora al figlio da parte del padre). Perché in Beautiful è un po’ come nelle famiglie nobili di una volta, si è tutti una grande famiglia e non si cerca l’amore troppo lontano dal nido.

Inoltre, è questo è forse l’aspetto più esilarante di Beautiful, non esiste una scala di valore per quanto accade in Beautiful. Le corna valgono quanto far precipitare il tuo rivale da un elicottero, che vale quanto inserire l’orrendo ritratto della tua amante dove prima c’era quello della gloriosa matriarca. Il matrimonio, poi, ha un valore che ho fatto seriamente fatica a capire: sembra percepito come stravincolante, eppure la maggior parte dei personaggi ha alle spalle una quantità di scappatelle e di divorzi che potrebber far campare avvocati e detective di tutto il globo. Uomini e donne del film non desiderano altro che sposarsi, non semplicemente possedere il partner di turno, pur sapendo che alle loro spalle non ci sono che matrimoni falliti di madri, figlie, sorelle, fratelli, padri, cugini e persino nonni.

Niente è più lontano dalla vita vera di questo gioco amoroso. Nella realtà pensare non solo sposare, ma anche solo avvicinare qualcuno necessita una vaga compatibilità quanto meno epidermica (non dico conoscenza). In Beautiful, invece, l’amore può nascere tra chiunque (sì, proprio come nei film pornografici). Ogni combinazione è possibile, in barba a qualsiasi goethiana affinità elettiva. E non è semplicemente perché tutto fa brodo quando si ha il sangue agli occhi, ma perché in fondo i personaggi di Beautiful non hanno un’identità. Stanno in scena da vent’anni ma la loro riconoscibilità è praticamente nulla. La tanto famigerata Brooke, per esempio, non può essere definita caratterialmente, né distinta dalla sorella, dalla figlia o dalla cognata: la sua identità risiede solo ed esclusivamente nelle azioni che negli anni ha compiuto e nelle sue parentele. Insomma, si tratta di personaggi così privi di vita vera, da non essere assimilabili nemmeno alle gloriose macchiette della commedia cinepanettonica (che spopolano, invece, nella soap colombiana Betty la fea, che per certi versi ho trovato molto meno grossolana del patinato Beautiful). Ogni personaggio è semplicemente una pedina necessaria a creare una nuova unione o a metterne in crisi una vecchia. Sono pure funzioni narrative, niente di più.

Tuttavia ciò che mi davvero sorpreso di Beautiful è stato osservare lo svolgimento di una singola puntata. Gli eventi che si sono accumulati nel tempo, infatti, potrebbero indurre a immaginare puntate movimentantissime, con una catasta di situazioni da ricordare che potrebbero scoraggiare anche il più meticoloso uditore di convegni accademici di filologia medievale. Ma non è così. E sapete perchè? Suvvia, sempre perché Beautiful è pura funzionalità che se ne frega dell’eleganza. Una puntata di Beautiful si svolge in una estenuante successione di conversazioni tra due o al massimo tre interlocutori che ripetono ad ogni scena i dati fondamentali che consentano allo spettatore di avere sempre tutta la situazione sotto controllo. Sapete quando Bradley dice che Shakespeare è una maestro nel costruire monologhi che servono solo a spiegare i fatti che non accadono in scena senza farne pesare la necessità funzionale? Ecco, Beautiful è esattamente al polo opposto. Così ogni coppia o trio dialogante, che spettegola più o meno come farà lo spettatore della soap nel suo momento di piacevole socialità, non si stanca mai di ripetere da capo cosa è accaduto e, quando può, spiegando anche chi è e cosa ha fatto il personaggio in questione nelle precedenti cinquecentosettantotto puntate.

Mi sono chiesto a lungo come si potesse tollerare questa intermibabile litania. Poi ho pensato a quello che diceva mia madre quando le chiedevo perché guardasse 3 telegiornali nell’arco di un’ora: “Siccome sto facendo altre cose mentre sento la televisione, non riesco a seguire tutte le notizie. Se ne vedo tre, invece, recupero le notizie che mi sono persa” (mamma non parla proprio così, ma il senso è quello). Ora, se considerate che Beautiful va in onda proprio quando una casalinga sta servendo a tavola oppure sta sparecchiando e lavando i piatti, avrete la vostra risposta. Insomma, Beautiful è creato non per lo spettatore attento che è abituato a non perdersi un dettaglio delle inquadrature di Lynch, ma per lo spettatore indaffarato, quello che mentre butta un’occhio alla TV sta magari sfaccendando, entrando e uscendo dalla stanza in cui c’è il televisore. Questo spettatore deve essere messo a suo agio, deve poter continuare a seguire quello che accade, anche se salta una puntata o se si è semplicemente alzato per fare altro. Siccome, Beautiful gli vuole molto bene, ecco che gli propina la ripetizione dello stesso fatterello mille volte, così che non debba disperarsi perché ha perso il filo della storia. Provateci anche voi. Da domani guardate tre puntate di Beautiful e poi ditemi se non avete già capito tutto quello che sta succedendo. Fatta questa verifica, mettetevi a fare altro, però. Perché l’arte è tanto grande e la vita è così breve.

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

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