Il racconto dei racconti di Garrone. Una recensione e una pizza

 

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Alla fine io e il timido Zagni siamo riusciti a vedere Il racconto dei racconti, il film diretto da Matteo Garrone che insieme a Youth di Sorrentino e Mia madre di Moretti ha reso questo 2015 un anno in cui parlare di cinema italiano non significava commentare i soliti filmetti caserecci. Siccome decidiamo di vedere uno spettacolo in seconda serata, ceniamo insieme. Il Timido tira fuori dal cilindro una sua simpatica amica mantovana, bionda e cresciuta nell’apprezzabile e ormai sepolto mito degli uomini di lettere. Chiama Zagni professore. Poi fa lo stesso con me. Lei è un medico e dal modo in cui racconta le sue peripezie mi convinco che è in gamba. Le racconto brevemente che razza di film stiamo andando a vedere. Accenno pure a Basile e a un paio di recensioni ch eho letto e non mi hanno convinto. Devo trattenermi, però, perché non parlo con una persona in carne ed ossa da cinque giorni e potrei facilmente diventare molesto. Mangiamo da Rosso Pomodoro in Via della Moscova. Non è Sorbillo, certo, ma è un posto che abbiamo collaudato: è una pizza leggera, saporita; costa più che in altri posti di pari qualità ma siamo vicini al cinema e allora pazienza. Andrà bene.

Purtroppo quando veniamo serviti, dobbiamo ricrederci. Basta uno sguardo per capire che questa volta abbiamo clamorosamente toppato. La mozzarella sembra quella di Spizzico, l’impasto è steso male e il pomodoro è salato. Quella sensazione di leggerezza che costituiva la nota principale del mio pregiudizio è assente. Male. Molto male. Guardo i miei compagni di sventura un po’ imbarazzato, esprimo il mio disappunto. Sono compiaciuto quando anche Zagni e la nostra ospite confermano le mie impressioni. Per un momento penso a quando il Timido definiva pizza una sorta di piadina croccantissima ricoperta di pomodoro e formaggio fuso. Sembra passata una vita. Alla fine anche lui, già anelante al bello, si è abituato all’ottimo.

Nel Racconto dei racconti ci sono tre castelli. Sono mostrati da lontano, arroccati sulla loro altura, per lo più in piena luce solare. Sono i simboli dei tre racconti e ogni volta che la narrazione passa da una storia all’altra, l’immagine di uno dei tre castelli torna a dominare lo schermo. Il contrasto luminoso è forte e improvviso. Socchiudo gli occhi ogni volta. Non sono i castelli incantati che Walt Disney ha poi stilizzato nel suo logo. Non ci sono torri coperte da tetti aguzzi, né splendore smaltato, né sfarzo. Il loro tesoro è all’interno. Non si tratta, però, semplicemente dei meravigliosi costumi indossati dagli uomini di corte o dalle ricchezze in gioie che i sovrani di ogni castello possiedono. Ogni castello racchiude la storia di un prodigio: l’improvvisa fertilità di un ventre reale sterile come il deserto, l’addomesticamento di una pulce che arriva alle dimensioni di una scrofa, il ringiovanimento miracoloso di una vecchia cenciosa. Ogni prodigio, tuttavia, ha un prezzo. Perciò indistricabile dal meraviglioso ne Il racconto dei racconti è la crudeltà. Chi accetta la responsabilità del miracolo si fa immancabilmente carnefice di un’altra persona: un marito, una sorella e persino di una figlia.

Ogni sovrano è schiavo di un’ossessione che ne smaschera la crudeltà. Pur di assecondare il pensiero che domina la loro esistenza è disposto a tutto. La bella e crudelissima Salma Hayek, annoiata e impassibile di fronte agli spettacoli circensi che tanto divertono il resto della corte, non batte ciglio di fronte al cadavere del marito, morto per procurarle il prezioso cuore di drago necessario ad avere il tanto agognato rampollo. L’avvenente e  libidinoso Vincent Cassel venderebbe il suo regno per allungare il suo artiglio sulla più insospettata bellezza delle sue terre, né avrebbe remora ad ammazzare chi possa macchiare la sua immagine di intenditore di femminile bellezza. Infine c’è Toby Jones, il sovrano che gioca a fare l’erudito secentesco, convinto di possedere una conoscenza segreta che nessuno sia in grado di carpirgli. Quale cocente sconfitta, ben più grande della perdita della sua unica figliola, deve essere vedere uno stupido orco sciogliere il suo invulnerabile indovinello, non tanto grazie al raffinato intelletto, quanto all’olfatto sopraffino.

Il contrasto tra prodigio e crudeltà è la componente principale dell’atmosfera sinistra in cui si svolgono le vicende del film. Il meraviglioso secentesco dei costumi, degli interni, della acconciature e dei trucchi dei personaggi è, in verità, affiancato da un sentimento di inquietudine che mi ha fatto pensare alla sensibilità moderna. Forse più impressionante di qualsiasi corpo infilzato o mozzato da un’arma, è l’immagine della regina che pasteggia con l’enorme cuore del drago voracemente, dimentica di tutto ciò che non possa essere abbattuto dalle sue ganasce di mantide religiosa. Un’incarnazione di umorismo pirandelliano è Imma, la sorella della donna a cui è concessa una seconda giovinezza, quando la si vede vecchia e decrepita indossare uno splendito abito che non può far altro che accentuare il grigiore della sua figura appassita. Meno inquietanti di quanto ci si aspetterebbe dal loro aspetto, invece, sono i ragazzi albini, figli del drago marino e del magico rituale e incarnazione di gusto fantasy anglosassone del principe e il povero. Nel mondo spietato de Il racconto dei racconti, i due giovani sono un barlume di bontà e di generosità: spendono la loro vita nel tentativo di riconquistare quella condizione pristina in cui erano un’unica sostanza inseparabile. Piacevolissima è a tal proposito la scena dei due che si nascondono sott’acqua per sfuggire alle guardie della regina, rifugiandosi nell’elemento naturale della straordinaria creatura che fu uccisa per dargli la vita. Ridono sornioni, leggeri, felici di poter irridere una convenzione fatale che li vuole tenere lontani. Ma la verità è che essi sono appendici coscienti di un mostro prodigioso macellato senza pietà; sono in esilio da un paradiso che hanno perduto per sempre.

Il racconto dei racconti è un gran film: ricco per gli occhi. Non ha niente a che fare con quel fantasy kitsch che propinano le serie Tv di alto, medio o infimo livello. E’ un film di un autore che conosce il suo mestiere, che non è quello di vendere un prodotto adatto ai videogiocatori e ai nerd di tutto il mondo. Racconta delle fiabe come quelle dei fratelli Grimm e non le vicende di guerrieri e di eserciti, né le tresche amorose di regine che cavalcano vogliosamente il fulmine, come diceva anni fa il mio caro amico Fulvio. Sono storie che conservano la grazia e la terribile morale dei racconti popolari: per questo un drago e un orco sono più che sufficienti per rappresentare l’incanto del “c’era una volta”.

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Informazioni su Dario Russo

Un dottorato in letterature comparate. Un amore viscerale per le parole e per i giochi. Due baffi. Vedi tutti gli articoli di Dario Russo

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