Quando finii di leggere Horcynus Orca

prova

Ho appena terminato la lettura di Horcynus Orca, romanzo di Stefano D’Arrigo che mai avevo sentito nominare nelle intellettuali discussioni, né tanto meno incensare come  credo meriti. Una bomba, bellissimo, umanissimo. Mi ha conquistato sin da subito, tanto che ho cominciato a consigliarlo a chiunque mi chiedesse un libro da leggere quando non ero nemmeno arrivato a pagina cinquanta. Ma d’altro canto, non era forse Oscar Wilde che ricordava che per giudicare la bontà di un vino non bisogna bere tutta la bottiglia (o era la botte)!?

Sono sbalordito. Ora che tutto è finito irrimediabilmente, ora che non sarà più possibile ritornare verginelli a leggere Horcynus Orca, dico che sarebbe stato bellissimo avere una telecamera puntata sulla mia faccia (al momento baffuta e ancora da riassettare a sufficienza per non essere socialmente ripugnanti) a riprendere e rilevarel’esatta misura del raggio di sbalordimento raggiunto dalla mia cavità orale mentre scorrevo le righe delle ultime due pagine: la numero 1254 e la numero 1255 per la precisione. Avrei voluto poi che registrasse il senso di disagio che, sono certo, doveva trasparire alla fine del letterario viaggio, quando terminato il tempo dell’azione cominciava quello della malinconia. Allorché le pagine si riducevano a pochi fogli ed ero pertanto certo che la fine ovvero il finale di un libro che sembrava compiutissimo in ogni suo anfratto, quasi fosse stato creato per il divertimento combinatorio degli antologisti, stava per giungere, mi chiedevo come si potesse terminare un mastodonte di oltre milleduecento pagine. Come si può farlo alla grande? Come si può dire addio a ci ti ha seguito fino a quel momento, in balia della tua maestria sublime di puparo? D’Arrigo lo sapeva e lo fece. Ma io non vi dirò cosa si  inventato, perché sono speranzoso; sono certo che anche voi un giorno leggerete Horcynus Orca e allora comprenderete tutto: la sorpresa, il disagio, la reticenza. Capirete perché sono qui a chiedermi se ci sarà il tempo, la forza, la fortuna di rileggere questo libro.

C’era un tempo in cui dopo la visione di un film la cassetta andava riavvolta. Lo si poteva fare a schermo spento rapidamente o in rewind, rivedendo le scene rigate e l’azione al contrario velocizzata. Il tempo de riavvolgimento era un tempo per la riflessione. O almeno lo era per me. Così quando ho chiuso Horcynus Orca, prima di ricollocarlo nello scaffale che accoglie pure D’Annunzio, è cominciato il riavvolgimento che in tempi di tesi o dottorato sarebbe di certo diventata ruminazione appassionata. Allora ho pensato a Marosa, a lei prima di chiunque altro. Innamoratissima di ‘Ndrja Cambria, ardente di un amore da “muccusa” che la maturazione del corpo lasciò intatto come la mandorla di Neruda. Ho pensato alle pagine in cui l’amore è raccontato con tutta la potenza emotiva che una parola come “struggente”, così trita e patinata oramai, doveva forse racchiudere un tempo. Un amore da Penelope bambina che solo l’amore di Caitanello Cambria, amore paterno questa volta, può sfidare. Era commovente, infatti, leggere di Caitanello che di fronte alla cicatrice omerica del figlio lascia finalmente cadere la diffidenza e riconosce il figlio, non tanto in qualità di padre e figlio, quanto da pellesquadra e scagnozzo. Immaginare quelle mani amorose e affamate che palpano il figlio in ogni dove, spanna a spanna per sincerarsi che sia tutto intero.

Ricordo l’empatia provata per i pellesquadra l’aver fatto mio il loro odio per il delfino, la famigerata “fera” e quanto sia stato emozionante leggere lo scontro tra le “fere”, astute e truffaldine, e l'”orcaferone”, incarnazione marina della strage. Quanta passione da tifoso, quanta speranza delusa avevo riposto nel guizzo del campione, quello che fulmineo ma mai inatteso mette cappao l’avversario restituendo allo spettatore un improvvisato  e del tutto partigiano senso di giustizia.

Ricordo l’irreparabile primo strappo causato alla pagina da un maledettissimo post-it e la sfrenata ricerca di uno strappo di altra mano che mi affrancasse dalla responsabilità di aver rovinato la perfezione con il mio gesto goffo. Ricordo la lettura faticosa delle prime dieci pagine: il tempo speso a rileggerle sperando in una chiarezza che in verità solo le pagine successive avrebbero graziosamente elargito. Ho pensato perciò che la lettura di Horcynus Orca è stata innanzitutto un viaggio in una nuova lingua con la quale si familiarizza lentamente fino a padroneggiarla al punto da poterla imitare senza l’aiuto di un vocabolario.

Infine sono giunto all’inizio. Rieccomi al frontespizio dove non ebbi il coraggio di imprimere il sigillo che si posò su tutti gli altri libri della mia biblioteca. Lo disegnò lei, un po’ per spirito un po’ per amore. E ora che vedo il libro chiuso, con la sovracoperta un po’ danneggiata dall’usura, mi sovviene della gioia che provai quando me lo aggiudicai a un’asta online e lo scoprii intatto, quale restò fino a quando la mia matita, un po’ restia, non si posò sui margini per aiutare la memoria.

Cerco di tornare ancora un po’ indietro: vorrei ricordare quando questo libro divenne il libro da avere assolutamente, il libro da leggere a tutti i costi. Mi piacerebbe sapere se c’è qualcuno da ringraziare. Ma non ricordo nessun maestro. Anche questa volta. Solo l’intuizione anomala dello scagnozzo. O la fortuna del principiante.

Annunci

Un pensiero su “Quando finii di leggere Horcynus Orca

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...