Buon viaggio modello B

Terminator

Ieri ho finalmente compilato e spedito il famigerato modello B. L’ho compilato da casa, sebbene qualche giorno prima mi fossi recato presso la sede del Sindacato per farmi assistere. Non che non fossi in grado di farlo da solo, ma per qualche strana ragione ero convinto che lì mi avrebbero indicato delle scuole con delle liste di attesa meno folte. Ma mi ero sbagliato. Anzi, la sindacalista più anziana, mi ha anche un po’ preso in giro quando le ho spiegato il motivo per cui ero lì. Niente di grave. Non ha mica intaccato la mia scorza di gentiluomo. Mi ha solo detto: “Giura?”. E poi ha aggiunto anche una nota di fatalismo: “Guarda, sceglile a fortuna, perché tanto ci vuole solo fortuna per essere chiamati. Sei in terza fascia: bisogna che si esauriscano prima tutte le altre”. Era ora di pranzo e lei doveva andare via con la sua collega. La fame, si sa, rende incredibilmente schietti.

Mi sono perso d’animo per circa dieci minuti. Ma ci sta. Avevo perso una mattinata nella sala d’attesa e avevo anche speso due euro e sessanta centesimi per raggiungere Napoli centro e tornare nella ruggente Volla. Avevo fatto una gran sudata e avevo dovuto interrompere lo studio di De Sanctis, di Sandro Penna e mi ero allontanato dal mastodontico volume di Lovecraft e da Pynchon. Comunque quando il sudore si è asciugato addosso (spaventoso incubo delle madri napoletane fin troppo sottovalutato prima da Edgar Allan Poe e poi da Stephen King) anche grazie all’aria condizionata polare della Feltrinelli, ero di nuovo in gamba e pensavo gagliardo: “E va bene, non mi chiameranno mai. Ma almeno ci abbiamo provato, no?”.

Visto che potevo compilare il modello comodamente da casa, mi sono dedicato ad altro. Non c’era fretta. Poi ieri ho deciso di chiudere la faccenda con una risolutezza degna del primo Terminator. Ma il modello mi chiedeva di indicare venti scuole alle quali fornire il mio nominativo per delle supplenze di durata variabile e il menu a tendina da utilizzare offriva un elenco così sterminato e ostile alla navigazione tramite tastiera che l’operazione è diventata presto estenuante. Il Terminator avrebbe spaccato tutto con il suo fucile automatico, ma io non ho né un fucile né un pc di rserva. Così dopo una meticolosa ricerca condotta grazie a google maps e a una pazienza presa in prestito per l’occasione da Giobbe in persona, ho selezionato dieci scuole superiori e dieci scuole medie milanesi tra le più comode da raggiungere in metropolitana (quando mi sentirete usare il burocratese ingenuamente e quindi dire con sprezzatura “secondaria di primo grado” e “secondaria di secondo grado”, allora vorrà dire che gli ultracorpi mi avranno sostituito). Ho pensato che se la possibilità che mi ingaggiassero era tanto remota da farmi disperare per dieci minuti, tanto valeva non complicare ulteriormente la questione scegliendo mete difficili da raggiungere anche per un impavido appassionato di antropologia.

Ora tutto è finito e posso serenamente dedicarmi a qualcosa di altrettanto poco remunerativo, tipo studiare, leggere, scrivere, stirare camicie, amare. Dico scrivere perché dopo mesi di silenzio mi è venuta di nuovo la voglia di farvi sapere qualcosa di me, di ciò che penso e anche di farvi assistere ai miei tentativi di accodare parole nel modo più emozionante possibile. Dico stirare, perché quando sono a secco di complimenti mi basta prendere un ferro da stiro in mano per udire dopo poco gli elogi di mia madre (che oggi, a proposito, dopo la camicia numero tre mi ha detto con una certa fierezza: “ma allora ti ho insegnato proprio un mestiere!”). Dico amare, perché anche se della donna che amo non parlo mai lei c’è sempre. Per grazia di Dio.

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