La passione per il fantasy e Il trono di spade

Dariosultrono

La mia passione per i mondi fantastici risale a molti anni fa. Ricordo l’anno in cui mi avvicinai al celebre gioco di ruolo Dungeons & Dragons. Frequentavo il liceo. Io e il mio amico Giovanni cominciammo a creare il nostro alter-ego insieme a Mariocoppola e a un Dungeon Master che custodiva i manuali illegalmente fotocopiati come se fossero il sacro Graal. Fu l’anno in cui lessi per la prima volta Il Signore degli anelli e da lì un bel po’ di paccottiglia fantastica scritta da Margaret Weis e Tracy Hickman: la trilogia dei gemelli, dei draghi e altra roba che non vale la pena ricordare. Il mio palato non era ancora abituato a gustare combinazioni complesse di sapori, ma già allora potevo avvertire la differenza di qualità che esisteva tra Tolkien e il resto.

Zia Maria dice che a me i mondi fantastici erano sempre piaciuti. Dice che ero appassionato di guerrieri, mostri e incantesimi già da vaglione (mia zia non dice uaglione come me, ma usa la “v”; non ho mai capito perché). Me lo disse un pomeriggio di qualche anno fa quando, ormai giovane adulto, mi vide giocare a un videogame in cui il mio cantastorie di nome Yorick Cavca cercava di tenere su il morale del suo gruppo di guerrieri assetati di gloria alle prese con non ricordo più quale mostro. Che la passione fosse antica probabilmente era vero, dato che proprio lei al tempo in cui mi faceva ancora regali e gli uomini veneravano molti dei, ella mi donò un paio di bellissimi libri illustrati sui miti greci e norreni. Roba raffinata. Alla fine di uno dei libri c’era persino un glossario con tutti i personaggi e i mostri della mitologia. Chi sa quante volte lo lessi, quel caro libro.

Le cose stanno così. Per quanto i maghi, le armature, i cavalieri e i mostri possano piacermi, non ho mai visto i tre film de Il signore degli anelli, né un episodio intero de Il trono di spade. Di quest’ultimo, infatti, ho visto solo metà dell’episodio in cui alla biondina vengono fatte maleducatissime avances da un tizio che viene decapitato da uno che era suo alleato e si vantava con noncuranza di essere un ammiratore della bellezza. Perciò negli ultimi tempi, dal momento che l’attesa per la nuova stagione de Il trono di spade ha contagiato molti dei miei contatti su Facebook, ho cominciato ad essere sopraffatto dalla curiosità. Così mi sono detto “ma sì, perché no, proviamo”.

Ottenuto il possesso del primo libro della sterminata serie, ho cominciato a leggerlo, mentre il librone di Thomas Pynchon emanava disapprovazione dall’angolo destro della scrivania. – Piantala, Mr. Pynchon, lasciami respirare. Che diamine! Sto leggendo il tuo romanzo da 661 pagine e non ho ancora capito se c’è davvero un protagonista. Lasciami prendere una pausa prima del prossimo nome proprio che non mi dirà niente.

Ho letto i primi due capitoli. De Il Trono di spade, dico. Poi mi sono fermato. Il giorno dopo ho letto un altro capitolo. Mi sono fermato di nuovo e ho pensato di scrivere qualcosa sul blog. Il terzo giorno ho letto il quarto capitolo e finalmente eccomi qua a scrivervi le mie impressioni.

In verità, in verità vi dico: Il trono di spade è un libro facile facile (o almeno lo è la versione italiana che ho letto). Le frasi scorrono senza lasciare traccia nella memoria. Non vi ho riscontrato segnali di stile. I personaggi sono introdotti più o meno sempre allo stesso modo, quasi con delle didascalie che sembrano più adatte a una sceneggiatura che a un’opera letteraria. I dialoghi, continuamente interrotti da brevissime e inutili didascalie sui gesti dei personaggi, sono simili a quelli della telenovela Beautiful, solo meno ripetitivi. In certi momenti ho pensato quasi che fosse scritto seguendo quella ricetta che Tommaseo indicò come perfetta per la buona riuscita di un romanzo storico. In particolare non c’è stato dialogo in cui questa regola non fosse rispettata:

“Se il personaggio, discorrendo, fa un gesto con la mano o col piede, un cenno cogli occhi, col viso, se raggrinza il naso o la fronte, e voi in mezzo al dialogo aprite una parentesi, e notate la cosa, più che si trattasse di un interrogatorio criminale […] conficcatelo sulla carta”.

Ho il vago sospetto che sia anche un libro furbo. Scritto da un giocatore di ruolo per altri giocatori di ruolo, e quindi pieno zeppo di quelle che il grande Leo Ortolani chiama “strizzatine d’occhio”. Ma di questo non sono certo. Bruciamolo, quindi? Ma no! E’ probabile, infatti, che nello sterminato numero di pagine che compongono il libro (e che io non ho potuto leggere) sia contenuta una tale quantità di buone idee, invenzioni, episodi che rendono l’insieme avvincente e piacevolissimo per chi ama l’ambientazione e le storie ricche di avvenimenti. Solo ho pensato questo: e se prendessi la materia ideata da Martin e la scrivessi a modo mio, cosa ne verrebbe fuori? Come riscriverei questi primi quattro capitoli? E’ un pensiero che a quest’ora della notte, l’ora in cui Kafka diceva di cominciare il suo vero lavoro, mi intriga persino più di Emilia Clark nuda.

 

 

 

 

 

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