Un altro picchetto per la scalata

E’ da qualche giorno che vorrei raccontarvi del Trono di spade e di Glow. Vorrei anche esporvi tutte le mie perplessità riguardo al romanzo di Pynchon L’arcobaleno della gravità e sottoporvi una teoria sui libri grandi e le poesie piccole che da qualche mese comincia a persuadermi. Ma non lo farò: non oggi, almeno. Voglio raccontarvi, invece, di cosa ho fatto ieri. Statemi a sentire.

La storia vuole che io sia di Benevento. Ma è una fola. Vivo, invece, in un piccolo paese della periferia di Napoli di recente urbanizzazione: Volla. Un tempo qui era tutta campagna, poi in pochi anni le case sono spuntate come funghi. Ora Volla non sarà certamente come Benevento, ma può vantare un singolare primato:  i rapporti bar/kmq e barbiere barra parrucchiere/kmq sono tra i più alti d’Italia. E in effetti i giovani vollesi, un tempo esperti coltivatori di friarielli e rinomati produttori di salsicce, sono diventati ormai celebri soprattutto per il loro impeccabile taglio di capelli alla moda e per la nota abilità nel degustare caffè parlando del Napoli calcio e della Giuventus.

Volla. Numero di librerie totali presenti: una. E pure recente, perché prima che una libreria della catena Giunti comparisse in un centro commerciale che rischiava di diventare un set cinematografico per film sull’apocalisse zombie, il numero totale era: zero. Vi lascio immaginare la mia sorpresa quando Facebook tra un post di odio e uno della solita bonazza che sta al mare da 60 giorni (‘acci sua, direbbe Zerocalcare) mi propone un evento pazzesco: Poesia e Spritz a Volla. No, aspetta, cosa dici? Poesia? Leggo i dettagli: per bacco, c’è un’associazione di vollesi pronta a riunirsi per leggere poesie come quei leggendari circoli letterari di cui una volta ho sentito parlare? Mi dico: io devo andare a vedere, Doc (e lo dico come Martin McFly quando si trova nel 2015 presso il quartiere di Hilldale).

Decido che leggerò Gozzano. Così ritrovo le amate poesie, le rileggo e quando è l’ora esco diretto alla meta. Ora, voi vorreste certamente sapere come è andata a finire la storia. Lo so che è così, che diamine! Siete tutti dei tossici dei finali: già vi vedo con la bava alla bocca da anni per capire chi siederà sul trono di spade o che fine faranno i pochi sopravvissuti agli zombie o se l’agente Cooper alla fine ricomparirà. Ho detto siete? Siamo! Per questo vi accontenterò. Ma prima lasciate che fermi un attimo il tempo. Ho scritto “e quando è l’ora esco diretto alla meta”. Vedete, sembra niente, ma l’assenza di un lasso temporale di procrastinazione variabile da un’ora a giornate intere è per me conquista nuova e  a dir poco sorprendente. Ognuno ha il suo Everest. E io sono di rado riuscito ad attuare immediatamente qualcosa che mi ero prefissato. O almeno così è andata per molto tempo durante la mia vita milanese. Perciò voglio sottolineare ancora una volta l’importanza che per me ha avuto la facilità con cui ho messo in atto il mio proposito. Un anno e mezzo fa ciò che ho fatto oggi sarebbe stato quasi inimmaginabile: avrei trovato mille e uno pretesti pur di non provare il disagio di fare nuove conoscenze, di dover rompere il ghiaccio. Cacchio, devo proprio premiarmi. Carlotto aka M. Bond, se mi leggi, vieni fuori dalla lampada, o genio degli ipercalorici premi, e aiutami a praticare la sublime arte del compiacersi!

Ovviamente è andato tutto liscio. La location era a dir poco casereccia, le sedie scomode, l’illuminazione naturale e quindi verso le ore venti praticamente simile all’antro della tana del drago, ma via andiamo: era un bel posto. C’era persino una piccola biblioteca messa insieme dall’associazione in cui ho visto comparire il nome di mastro Lovecraft! Fantastico! E poi ho trovato una cordialità, una timida grazia e una voglia di stare insieme solo per il piacere di farlo che mi ha ricordato quella delle crudeli partite di Call of Duty in collegio, quando, tra uno scontro e l’altro, il mio amico Federico si esibiva nel collaudato numero delle chiappe sulla vetrata. Non avrei mai immaginato che ci fossero davvero oltre venti vollesi disposti a leggere in pubblico le proprie poesie preferite, anziché trascorrere un paio d’ore a farsi tagliare i capelli e sorseggiare caffè.

Alla fine io ho letto una paio di poesie-bomba di Gozzano. E sono piaciute tantissimo. L’ho capito quando uno dei presenti mi ha chiesto sottovoce i titoli. Tornando a casa ho pensato questo: quando si ha molta familiarità con qualcosa, si finisce per dimenticare quanto poco comune sia la nostra dimestichezza e quanto potente sia l’emozione della prima volta. Si dà per scontato tutto: Gozzano, Rimbaud, Baudelaire, Whitman. Sono classici, perciò si pensa che tutti li abbiano già letti e riletti. Ma non è così. Allora forse quello che diceva Pennac in Come un romanzo è proprio vero. Gli uomini di lettere dovrebbero fare una cosa soprattutto: smettere di essere dei pedanti, lasciar perdere le penne rosse, le sadiche correzioni e dedicare il loro tempo alla lettura pubblica. Contagiare il mondo con il loro amore per l’arte, non per la grammatica. Tanto una volta che la passione attecchirà, credo che la correttezza, il gusto e finanche la critica verranno di conseguenza.

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