L’attesa della supplenza non è essa stessa la supplenza?

Da un paio di giorni sul divano del soggiorno ho pronta una valigia con il necessario per una settimana fuori casa. Ho scoperto, infatti, che alcune scuole possono assegnarti una supplenza alle ore 17 e pretendere che tu sia in classe già alle 7.55 del giorno successivo (nonostante tu sia tenuto a prendere servizio entro 24 ore dalla nomina). Quindi ogni giorno mi tocca essere pronto per partire verso Milano, città in cui ho vissuto tre anni e mezzo, ma che alla fine ho dovuto abbandonare a malincuore. Il mio amico Fagin la detestava. A me, invece, piaceva: la trovavo incredibilmente comoda. Amavo l’idea di poter raggiungere gran parte dei luoghi notevoli grazie ad una efficientissima e tutto sommato economica metropolitana.

In queste giornate di grande incertezza, mentre lavoro per ultimare un commento a una bella poesia di Sandro Penna, mi capita spesso di pensare al futuro. I più affezionati amici potrebbero accusarmi di incoerenza: “Caro Dario, prima ci riempi la testa con idee sulla mindfulness, sulla necessità di vivere pienamente il momento presente, eccetera eccetera, e poi ci dici che proprio quando sei sotto stress ti metti a pensare al futuro?”. Vorrei ribattere qualcosa, ma questa volta non è facile. L’incertezza genera ansia, così che i pensieri sul futuro si fanno largo mio malgrado (e poi diciamocela tutta: medito, ma non sono mica il Dalai Lama).

Per fortuna non sono proiezioni tanto catastrofiche. O per lo meno non lo sono quanto la realtà prospettatami da insegnanti più saggi e meno sbarbati di me. Io immagino, infatti, di entrare in classe con una paura agghiacciante e poi di riuscire, non so grazie a quale intuizione, di riuscire a conquistare il rispetto e l’attenzione dei giovanotti e delle signorine (mi si perdonino le espressioni vintage per questa volta). Mi figuro di coinvolgerli in una frizzante sessione di Mostra e dimostra e, a tradimento, di insegnargli un po’ di grammatica: cosa sono gli aggettivi, per esempio, a cosa servono e come usarli senza essere inutilmente crudeli.

Mi ripeto che in fondo non m’interessa davvero che imparino l’italiano, la storia e altre discipline che per legge sarei tenuto a insegnare. Non m’importa che scrivano poesie o che la loro ortografia sia impeccabile: mi accontenterei che diventassero grazie a me persone buone e consapevoli alla ricerca della felicità. Vorrei che i più fragili di loro non dovessero arrivare a trent’anni per sentirsi dire qualcosa di sacrosanto come: “sei a scuola per imparare, per fare errori e per imparare dai tuoi errori”. Penso a tutte queste cose insieme e mi viene un po’ di coraggio e un mezzo sorriso, così riesco a stare tranquillo e a proseguire il mio lavoro per almeno cinque minuti.

Poi la realtà mi si para dinanzi in tutta la sua infrangibile durezza e mi sento come Neo nella famosa scena in cui deve schivare le pallottole; solo che nel mio caso la raffica mortale è costituita dalle affermazioni di chi mi ha preceduto, di chi ha provato la mia stessa ansia e probabilmente aveva le mie stesse illusioni, ma alla fine si è dovuto scontrare con una vera classe: “La scuola non è più come una volta. Le classi sono sovraffollate. Una volta avevo un ragazzo che dava testate nel muro per tutta l’ora. Nessuno ti ascolta. Ormai i genitori non hanno più rispetto per gli insegnanti. Nella mia classe ci sono almeno un paio di criminali. Non ci vogliono conoscenze, ci vuole il fisico”.

Provo ad evitare i colpi, ma non ho un addestramento marziale e alla fine seppure non concedo il volto rischiando il KO, il lavoro ai fianchi mi toglie il fiato. Mi sento stanco e quasi desidero che anche per questa volta la valigia resti lì sul divano. La procrastinazione, seducente dea sacra agli studiosi, tenta di sedurmi con una voce che assomiglia tanto a quella di Edwige Fenech: “Non preoccuparti, tesoro, lo farai domani. Vieni qui, adesso, questo letto è tanto freddo senza di te”.

Poi tutto a un tratto nel cielo compare il prof-segnale. Penso al professor Ferdinando Annunziata, alla sua agenda meticolosamente aggiornata, al suo eroismo quotidiano. E capisco che forse è giunto il momento di passare il favore.

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