Archivi categoria: Domenica dilettante

Domenica dilettante. Che schifo di tempo che fuori fa

tempo_che_fa

[Consapevole che spesso le citazioni di cui infarcisco i miei post possono risultare peregrine, ho pensato di aggiungere alcuni link. Si tratta di video trovati su youtube che vi mostreranno immediatamente quello a cui faccio riferimento. Potete visionarli dopo aver letto l’intero pezzo o aprirli di volta in volta. Sono forse io il guardiano dei miei lettori?]

Questo post era stato concepito in un momento di grande sperpero adrenalinico. Guardavo la televisione e inveivo. Ero a tal punto coinvolto, che avevo dichiarato a voce alta (un solo spettatore pagante) la mia risoluzione: avrei potuto scrivere questo post soltanto in napoletano, perché solo in quella lingua avrei potuto manifestare efficacemente il mio stato d’animo. Sì, va bene. Ma poi per fortuna ci si calma. Il cuore rallenta e ci si rende conto che scrivere in una lingua che si padroneggia solo nella sua forma orale, sarebbe una fatica esagerata, come cercare di sopire il senso di colpa di Franz Kafka. Arriva il tempo dei compromessi. Ho deciso così di lasciare in napoletano solo le parti in cui l’ira starnazzante di Paperino domina il mio discorso (fornendo comunque adeguata traduzione tra parentesi quadre). Mentre pensavo tutto ciò, naturalmente, il mio fumante cervello è stato appagato e l’urgenza di reagire alla violenza che stavo subendo da Rai3 è scemata. Mi sono impigrito e non ho scritto più nulla. Fino ad ora.

“Che tempo che fuori fa” fa più schifo del tempo di Milano. In uno studio televisivo, circondati da un pubblico di scimmie ammaestrate (in verità potrebbero essere le stesse scimmie spaziali di cui parla Palahniuk in Fight Club), due uomini siedono uno di fronte all’altro separati dalle rispettive scrivanie. Sulle scrivanie due schermi. E sugli schermi stronzate come quelle che avete voi davanti agli occhi. Qualcuno di voi lettori, malato di citazioni, potrebbe vederci la riproposizione dei famoso duetto di Donald e Duffy Duck in Chi ha incastrato Roger Rabbit: l’indimenticabile scena del pianoforte in cui i due cartoni suonano la Rapsodia ungherese N. 2 di Lizst. No, non è così. Quelli si rivolgevano le spalle e poi erano uno bianco e l’altro nero. Invece Fazio e Gramellini sono entrambi bianchi: rigorosamente bianchi, uomini, perbene e senza un briciolo di sana crudeltà. La loro ironia è sottile e affilata come lo è la comicità dei Cinepanettone. Anzi diciamocela tutta: questa trasmissione è proprio come un cinepanettone, solo che è destinata a un pubblico sedicente intellettuale. Per quelli insomma, che una volta Alberto Sordi descriveva come “quelli così, col dentino, che pavlano con la evve”, i vecchi snob, i quali hanno perso la loro originaria crudeltà e barattato la spocchia e il rifiuto con la penosa compassione.

Allibisco, diceva da bambino il protagonista del film Auguri professore. Lo diceva un po’ vergognandosi. Era una delle parole speciali che riservava a momenti di vita raffinata, quando non doveva reagire con un supremo “a sfaccimma e chi te mmuort” (in italiano suonerebbe lo sperma dei tuoi cari defunti, ma è un insulto mortale quindi perde di efficacia una volta tradotto). Anche io allibisco. Non riesco a capire come possa riscuotere successo uno spettacolo televisivo così esteticamente insignificante. Non sono soltanto i melensi e strappapplausi discorsi (scimmie pronte? Via, applausi) a disturbarmi, quanto proprio la bruttezza dell’evento. Semplifichiamo. Cosa cazzo me ne frega di passare mezz’ora o più della mia vita a guardare due persone che parlano tra loro uno di fronte all’altro? Quando non parlano, guardano un pc. Quando non guardano il pc, leggono da un foglio. Sì, avete capito bene. C’è il tizio seduto a destra che legge per tutto il tempo le sue “notizie della settimana”. Le legge. Ora. Immaginate di andare a teatro e osservare un tizio che legge un libro. A meno che non sia un formidabile attore, stiamo pagando il biglietto per assistere allo spettacolo di uno che legge. Non riesco a immaginare niente di più noioso, tanto più se il lettore cerca goffamente di guardare in camera di tanto in tanto per ricordare che non sta leggendo solo per sé stesso o per l’altro seduto di fronte a lui, ma anche per il pubblico. Una trasmissione del genere sarebbe intelligente perché informa, parla di arte, di libri e di politica? E’ una trasmissione brutta e questo la rende poco intelligente. Lo sperpero, i colori, le danze, la musica, la grossolana ironia di Frassica in Indietro Tutta erano pacchianate, certo, ma così sapientemente orchestrate valevano centomila vaneggiamenti intellettualoidi di Che tempo che fuori fa. Se l’intelligente annoia non è intelligente, è solo soporifero.

Cosa si legge in studio, poi, è un altro discorso. Un penoso discorso. Si condanna ciò che condannerebbe anche il più efferato dei seviziatori. Ci si commuove con gli espedienti più viscerali e prevedibili. Si parla alla pancia così come fa la più trash delle trasmissioni di MTV, ma con una differenza: la palta di un Geordie Shore è al di là della morale, Che tempo che fuori fa è immorale. Le stronzate sono stronzate, sono oltre il bene e il male. Le stronzate confezionate con l’etichetta di prodotto di qualità, invece, sono criminali. Il nostro amatissimo programma si presenta, infatti, con i vessilli di chi raccoglie, conserva e promuove la cultura di un Paese, quando invece non fa altro che mettere in una vetrina ad hoc il prodotto appena uscito: il disco di Ligabue, il libro di Gramellini, l’autobiografia di Verdone. Siamo ancora nel regno della pubblicità, della promozione, ma della più bieca: la pubblicità che ti dice cosa leggere e cosa guardare se vuoi sentirti sopra la media, o meglio sopra quelli che vanno a vedere i Cinepanettoni. Anticonformismo conformato, non so se mi spiego. Innocuo se sei colto e spocchioso. Pericolosissimo se non hai potuto perdere tempo a studiare per oltre metà della tua vita. Lo verifico ogni volta che torno a casa, alla casa di mio padre, quando scorgo nella mia biblioteca, stipati accanto ai giganti della letteratura, i libri che Fazio e Gramellini hanno pubblicizzato durante l’anno. Naturalmente non mi preoccupo di quello che accade al mio vecchio: perché alla fine torno a casa io (come Sam nel Signore degli anelli) e per ogni Gramellini letto, per ogni P. Giordano che si è intrufolato nello scaffale, il mio vecchio leggerà tre Balzac, due Fitzgerald, un Salinger e un Mann. Mi preoccupo, invece, del resto degli italiani appassionati di lettura, i quali credono ingenuamente (gli italiani o sono provinciali o sono emigranti, c’è poco da fare) di leggere il meglio della letteratura, garantito dall’autorevole trasmissione di Rai3, canale noto per il suo servizio pubblico (espressione che mi fa vomitare come l’odore del lievito madre), e invece si ritrovano la testa riempita con spazzatura che difficilmente persisterà nella memoria collettiva per più di due anni. Mi preoccupo e faccio male, perché so da un pezzo che gli uomini sono stupidi e non c’è altro da dire su questa faccenda.


Domenica dilettante. Chirurgia editoriale

d082f7dd4ea2c35137

Se c’è qualcosa che mi fa sentire un uomo peggiore di quello che avrei voluto essere, è la pigrizia che m’impedisce di portare avanti le mie inimicizie. Il tempo riesce immancabilmente a rimarginare cicatrici e ferite come farebbe un discreto cerusico soltanto perché, più indolente dell’impero di Verlaine, trascorro la convalescenza obbedendo controvoglia alla prescrizione di non muovermi troppo.  L’odio è  un sentimento potente. Conduce al lato oscuro. E alla vendetta. E alla spada laser. Ma chi può oggi permettersi davvero di alimentare periodicamente la fornace infernale dell’odio? Un nemico richiede una devozione inestinguibile. Un’attitudine che mi è estranea, come avrete intuito dalla scarsa frequenza con cui si susseguono i post di questo blog. Magari potessi avere un vero nemico! Ah poterne, ah volerne! E invece il mio arci-nemico è ormai un ex arci-nemico, presente persino nel mio album di famiglia accanto agli altri cari. Quel che resta è qualche semi-nemico. Qualcuno che in verità si è guadagnato l’appellativo più per una mia ironica concessione alla sua capacità di rompere le scatole che per un reale astio nei suoi confronti.

Uno dei miei attuali semi-nemici, un casertano cinquant’enne ingrassante, mi ha recentemente concesso di leggere uno dei suoi racconti. In quanto semi-nemico non sarebbe per me sensato lasciare considerazioni sul suo racconto, dato che al mio simpatico e scaccolantesi lettore non potrebbe giovare un giudizio dichiaratamente frutto di una pigra, ma comunque viva, inimicizia.  D’altra parte ciò mi lascia lo spazio per alcune riflessioni parallele, derivanti dal fatto che il racconto mi è stato generosamente fornito con tanto di revisioni di un editor. Così ho potuto finalmente osservare da distanza ravvicinata il lavoro di questa mitologica figura con il corpo di uomo e la testa di somaro. Ecco a voi il presentatore del gran premio del cattivo gusto letterario. La patente manifestazione dell’idiozia editoriale planetaria. L’editor.

-Cosa fa un editor?

-Corregge un testo da pubblicare.

– Ah, – dirà il mio lettore ingenuo e fiducioso – corregge gli errori che possono essere sfuggiti all’autore.

– Eh no, mio caro Candido. Se così fosse, cosa giustificherebbe la ripugnanza che provo nei suoi confronti? In quel caso, invece, gli sarei grato per il suo lavoro a tal punto che lo omaggerei con una simpatica dedica al principio e al termine dei miei scritti. No, Candido, quello a cui ti riferivi tu era il correttore di bozze: l’uomo-macchina il cui compito è sì tremendo e faticoso, ma sacrosanto nonché utilissimo. L’editor, invece, è colui il quale si occupa di rendere il testo da pubblicare pubblicabile (E qui gli occhi del mio buon Candido compiono una rotazione verso l’alto assecondando l’imminente domanda verdoniana “In che senso?”).

Insomma l’editor ha l’ingrato e ignobile compito di adattare il testo ai gusti del pubblico o a quelli della casa editrice (che spesso per ragioni di bilancio devono coincidere). I nomi dei personaggi fanno cacare? (Certo pure tu che chiami un personaggio Fabio Musso, che diavolo!) Lui gli dà sex appeal. La tua storia ha una patina dialettale? Lui la rende, invece, internazionale (già gli italiani sono pochi, quelli che leggono meno; perché vuoi limitare il tuo pubblico?!). I tuoi personaggi non hanno introspezione psicologica? Lui si inventerà qualche struggimento manierato per compiacere il suo ego nutrito dall’idea balorda della scrittura come sofferenza interiore, nonché per rassicurare l’educazione sentimentale del lettore per sempre adolescente. Non c’è trama? Eccolo sferruzzare al tuo posto, così che tu abbia una sciarpa rossa da indossare quando ti chiederanno di presentare il tuo insulso codalavoro.

L’editor, dunque, non è altro che un ben ammaestrato chirurgo plastico. Sebbene il suo senso estetico sia quello di nexus di seconda generazione, egli è comunque capace di innestare su qualsiasi corpo ciò che è in grado di adescare la bestiale sensibilità del lettore. Sa fare tette, culi, nasi, cappotti, zigomi e canotti simili a labbra. Tutti uguali, certo, ma sa farli. E inoltre sa convincere il cliente circa l’opportunità del suo necessario intervento.

La figura dell’editor più che a quella di un qualsiasi miserabile dotato di velleità letterarie, è assimilabile quindi a quella di un operaio addetto alla verifica dello standard richiesto. Un operaio, non un artigiano. Se avesse, infatti, anche solo un qualsiasi vago residuo di temperamento artistico, l’editor non potrebbe in alcun modo accettare il suo lavoro. Egli ne avvertirebbe immediatamente la profonda immoralità, comprendendo di non essere affatto un censore dignitoso, ma un imbellettatore di manichini destinati a scalare l’Olimpo della spazzatura indifferenziata; capirebbe di essere nient’altro che un compiacente allevatore di polpette per il tritacarne del talk show letterario, un camice bianco che sancisce con il suo marchio a fuoco la macellabilità di un capo di bestiame e si fa garante della digeribilità del prodotto. Reciterebbe così un mea culpa e si metterebbe a riparare caldaie o lavatrici infestate dal calcare.

“Va bene”, direte voi. “Ma adesso dove vuoi andare a parare. Cosa ce ne facciamo di cinquecento parole di insulti? Spiegati meglio. Concludi”.

Mi dispiace, ma non ci riesco. Avete ragione: manca qualcosa. Manca la forza di odiare fino in fondo qualcuno. Chi sa, forse ho bisogno anche io di un editor.

[Il mio editor mi ha consigliato di inserire questo ultimo paragrafo dopo la parola “prodotto”, ditemi cosa ne pensate] E allora, cari lettori-scrittori, adesso che sapete cos’è un editor, con quale spirito accetterete da domani (oggi è festa) di sottoporvi al suo cieco parere? In quale altro modo potrete reagire alle sue proposte di modifica se non con un plateale e rumorosissimo gesto dell’ombrello? Sarete ancora capaci di sacrificare la vostra integrità di scrittore scadente o di grande voce inascoltata in cambio del narcisistico compiacimento derivante dalla pubblicazione in una rinomata collana di bigiotteria editoriale? E, invece, voi cari lettori-lettori, come farete d’ora in avanti a non considerarvi truffati ogni volta che aprirete un libro dell’ultimo fenomeno in fiera di turno, sapendo che l’autore di quel libro è soltanto un volto e un nome anagrafico la cui consapevolezza artistica è stata completamente erosa dalla cretinaggine linguacciuta dell’editor? Come disse il saggio Siddharta Gautama oltre duemilacinquecento anni fa: “Probabilmente gli unici autori viventi che vale la pena leggere sono quelli che hanno rifiutato i consigli nefasti di un editor”.

[N. B. Per la riuscita di questo post nessun editor è stato maltrattato]


Domenica dilettante. La pizza

Darioshow

Ci risiamo. E’ la solita storia del cuoco, pizzaiolo, parrucchiere, calciatore, comico, politico di turno che realizzata una fortuna grazie alla sua indubbia professionalità decide di tirare fuori dal cassetto il romanzo che vi aveva sempre stipato e di darlo finalmente in pasto agli editori assetati di sangue fresco. I vampiri sono dei formidabili gourmet e sanno bene che la stitichezza media dello scrittore di nicchia (Joyce, Verga, per fare qualche nome che comunque non vi dirà molto) rende il loro sangue, quel poco sangue che ancora pulsa nei loro eburnei e violacei cadaveri surgelati, amaro come la bile. O sang’ e chi ve mmuort’, ma o capisc ca si facimm ascì o libr’ e stu strunzill ce facimm nu sacc e sord? Sangue rosso come le rose rosse; vivo, pulsante, pornografico. Il libro del VIP come feticcio per entrare in empatia con lui, per cercare di scovare anche in lui lo sporco segretuccio che titilla la fantasia demente di ogni idolatra. E la ressa che si fa intorno poi, ha l’odore ributtante dell’acquitrino: R. invitato alla trasmissione di RaiUno. R. invitato su La7. Stasera quell’imbecille di R. da Fazio. Imbecille, poi. Va bene, ma andiamoci piano. Non è che se una persona è diventato un magnate della pizza napoletana partendo dal nulla, deve essere proprio un cretino. Potrà essere un ignorante, un povero di spirito, un illetterato, persino un analfabeta. Però, imbecille. Dai, non esageriamo.

E se per una volta, invece le cose non stessero così? Se per una volta uno degli uomini più ricchi del mondo, non fosse altro che un povero cristo che a trent’anni ha ripiegato sul suo hobby – l’approssimativa pizza che preparava per qualche amico il sabato sera- perché il suo lavoro sembrava la più triste e solitaria delle felicità che aveva sognato? Un povero cristo che ogni notte per vent’anni, dopo una giornata trascorsa tra l’odore fragrante e leggermente pungente della pasta madre, dopo aver dato la buonanotte alla sua famigliola devota, si  rintanava el suo studiolo per dedicarsi al suo vero lavoro? E se quel mattone di seicento pagine fosse il più denso megalito letterario dai tempi di Horcynus Orca?

“Benvenuto signor R., finalmente ho il piacere di conoscerla. E’ stato da Letterman qualche anno fa. Ma il nostro show ha un tono culturale più alto e noi  l’abbiamo invitata solo in qualità di scrittore. E’ uscito il suo primo libro. Allora, Signor R., di cosa parla?”, disse Conan cercando di conservare quella compostezza che era dote specialissima del suo collega Letterman. “Lo sa che per far lievitare l’impasto di una pizza ci vogliono più di dodici ore?” rispose R.. Conan guardava in camera perplesso.


Domenica dilettante. Notizie fresche

Riporto un articolo di un mio omonimo uscito sul  settimanale underground LosPost questa mattina.

“Siciliani-Russo: un sodalizio al tramonto?”.

Milano. Dario Russo e Ugo Siciliani, che  hanno all’attivo diverse produzioni, tra cui il memorabile happening “Ugo beve un bicchiere d’olio e poi muore” e l’ormai introvabile trailer “A clockwork olio”, sembrerebbero ormai giunti ai ferri corti. Il fallimento di alcuni progetti cestinati prima di vedere la luce sembra essere stato la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. In due anni di collaborazione, infatti, l’artista napoletano e quello calabrese non sono riusciti a portare a termine nessun lavoro, generando sfiducia e distacco nei loro fans.

Negli ultimi mesi il nostro giornale si era molto interessato alle vicende dei due emergenti, cercando di ottenere interviste dai due personaggi, i quali si trinceravano sistematicamente dietro un “no comment. Lasciateci lavorare”. E’ di due giorni fa, invece, la notizia che Siciliani avrebbe deciso di scoperchiare la pentola e rilasciare una lunga intervista. Tuttavia, quando l’inviato del LosPost si accingeva a svolgere l’intervista concertata, si è sentito dichiarare: “Se vuole qualcosa di veramente sensazionale da scrivere, allora non mi faccia domande, ma mi lasci parlare. Sono ormai due anni che sopporto in silenzio questo incompetente dittatore che pontifica sul ruolo dell’epica nel cinema. A cosa serve tutto ciò? E’ buono solo a parlare, ma poi cosa fa di concreto?”. Lo sfogo del calabrese è stato raccolto a caldo, dopo un’accesa discussione via skype sull’importanza dell’analisi psicologica nel cinema contemporaneo sulla quale Siciliani ha preferito glissare. Poi i toni si sono inaspriti: “Russo è un maniaco e un egocentrico. Con lui è impossibile portare fino in fondo un discorso senza perdersi in una marasma di citazioni inconcludenti e fuori luogo. Parla di forma, di forma. Facciamo questa inquadratura, rallentiamo qui, la carrozzina. Sì, ma di cosa vuoi parlare? Qual è la tua storia?”.

Un altro intervistato che preferisce restare anonimo, sembra confermare le parole di Siciliani: “Russo non può pretendere attenzione per quello che fa. Continua a chiedere che si legga il suo blog, ma avete visto i suoi contenuti? Di cosa parla? Penso che dovrebbe cominciare a capire che se non si arriva al sodo, quello che si dice è puro gioco di prestigio. E il pubblico vuole leggere libri e vedere film, non girare nel capannone di un circo”.

Assolutamente di segno opposto le dichiarazioni rilasciate da Russo. Quando gli è stato chiesto di replicare alle parole di Siciliani, ha detto: “Ugo vi sta prendendo in giro. Il nostro rapporto artistico non è mai stato così solido. Siamo in perfetta sintonia”. Piuttosto vaga, invece, la risposta del napoletano sull’uscita dei prossimi lavori: “Lo sa che per far lievitare l’impasto di una pizza ci vogliono più di dodici ore?”.

Dario Russo


Domenica dilettante. Brutta abitudine

Ho preso una brutta abitudine. Mi permetto di usare questo spazio per parlare di me stesso, poiché sono consapevole che queste righe potrebbero aiutare chiunque la vita abbia gettato nella mia medesima situazione. Mi piacerebbe che questo post diventasse una specie di rifugio per quelle persone che riconoscono di aver contratto questa brutta abitudine, affinché possano raccontare la loro storia e sapere una volta per tutte che non sono sole al mondo, ma che qui in questo spazio virtuale c’è e ci sarà sempre qualcuno pronto ad ascoltarle e a consigliarle. Mi piacerebbe anche che si immaginassero le parole di questo post come delle sedie disposte a cerchio, dalle quali ognuno di noi a turno potrebbe alzarsi e prendere la parola; sempre che, ovviamente, si sentisse pronto a quel grande passo che fuori di qui potrebbe sembrare invece una cosa da niente, che chiunque abbia un briciolo di cervello dovrebbe intraprendere.  Chiunque scriverà qui sarà apprezzato per il suo coraggio, il suo passo sarà adeguatamente considerato: sarà visto come il passo di un gigante, perché il primo passo verso la guarigione è sempre diventare consapevoli dei propri problemi. Poiché sono conscio della portata rivoluzionaria di un post del genere e della grande capacità di diffusione che tale proposta potrebbe dimostrare, vorrei pregare tutti coloro che lo leggeranno di pensare seriamente a quali sono le vere ragioni per le quali vorranno condividere queste righe. Anzi vorrei chiedervi di non farlo qualora la vostra intenziose fosse soltanto quella di mostrare l’ennesima idea sfavillante originata da una mente blandamente schizofrenica. E’ un’occasione importante che si offre e sarebbe un peccato vederla sprecata perché diluita nel chiacchiericcio networkaro. Diffondendo a sproposito state togliendo purezza al messaggio di questo post, si finirebbe per sottrarre ad altre persone bisognose di conforto, comprensione e speranza, una preziosa occasione per riprendere una vita priva di consuetudini pericolose.

La mia brutta abitudine non è il fumo. La mia asma infantile che fa capolino nella mia esistenza nei momenti di grande giubilo, ricordandomi di non esagerare nemmeno nella manifestazione di allegrezza, è sempre stata un efficacissimo pretesto per scongiurare le insistenti offerte dell’amico di turno proponente con noncuranza fumante un solo tiro. Poi le sigarette, via andiamo. Cinque euro ogni ventina. Non sono le dita nelle orecchie o nel naso la mia brutta abitudine. E non sono nemmeno le droghe pesanti e leggere. Ho sempre vissuto nel terrore di alimentare con sostanze psicotrope il bovarismo chisciottesco rivelatosi in me sin dalla giovane età e accentuatosi quando la presenza del doppio balcone in una stanza di collegio diede una sensibile accelerata ai più trascurabili sintomi di una schizofrenia destinata un giorno alla conquista di un premio internazionale. No, niente panna. E nemmeno le puttane. Come potrei con i sensi di colpa che già mi affliggono per qualsiasi azione attui o meno. La mia brutta abitudine non è mangiarmi le unghie in preda ad attacchi d’ansia, che comunque grazie al cielo non mancano. E nemmeno quello schifo commerciale chiamato Nutella.

E’ questa la mia brutta abitudine. Ogni giorno accendo la Tv per avere un po’ di compagnia, per avere una voce che riempia il silenzio della mia cella monastica. Quella della Tv non è la voce di chi ti parla, la voce di chi ti fa domande come al telefono. E’ piuttosto una voce come quella delle persone che hai in casa quando vivi in famiglia: non ti interessa quello che dicono, anzi è sicuro che se solo provassero a comunicare con te sarebbero soltanto deigli insopportabili disturbatori; conta invece che siano lì a parlare; pronti a rasserenarti per il solo fatto di esserci. Ho capito che si tratta di una brutta abitudine perché in nessun modo mi piace quello che vedo. Certo che brutta gente che c’è in Tv. Non mi riferisco chiaramente ai bei visi sbarbati o quelle gambe agganciate a culi che si promettono particolarmente profumati. Penso, invece, ai tanti volgari signorotti imbarbariti nella maleducazione che discutono nei salotti su cui l’obiettivo della telecamera è puntato. Politici o intrattenitori, i talk show italioti sono tutti uguali. Qualunque discussione finisce sistematicamente in un fastidioso brusio, persino più osceno della premiata scorreggia nazionale. Allora mi chiedo, volendo però chiederlo a qualcuno che non guardi la Tv per una brutta abitudine proprio come me , come si può vivere con interesse l’aggressività di queste scimmie nude esibentesi in performance di celodurismo dettate verosimilmente dalla fregola? Come si fa a trarre il sugo di quello che dicono se io non si riesce a vedere altro che il membro lungo e sottile dei nostri antenati ritto come una spada a minacciare l’altro e ingolosire la femmina di turno? E’ la forma che mi disturba, la forma idiota e bracalona che la Tv porta ogni giorno a casa mia. Domani non l’accendo. Ce la faccio. Voi cosa dite? Qualcuno di voi ne è uscito? Ah scusate, avevo dimenticato di presentarmi: mi chiamo Franz Kafka, ho centoventinove anni e guardo la Tv.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: