Categoria: Domenica dilettante

Domenica dilettante. Sant’Uguzzone, patrono degli ovini.

Via Sant’Uguzzone è una traversa di Viale Monza nella ortogonale e perciò tanto LatinUSA Milano. Non è una strada molto trafficata, perché ci sono poche abitazioni e quasi zero negozi. Eppure in questo week end il passante abituale, se solo non avesse continuato a badare esclusivamente ai fatti propri, come si fa nelle grandi città che non siano la mia invadente e ficcanaso Napoli, avrebbe potuto notare un curioso movimento di giovani italiani e non che imboccavano la strada per poi sparire dietro le sbarre di un cancello dipinto di bianco. E se avesse deciso di barattare una decina di minuti del suo tempo, spesso generosamente elargito allo zapping pixellare prerogativa del surfista internettaro, per dare ristoro alla sempre condivisibile e apprezzabile brama di sapere, avrebbe potuto superare anche lui quel cancello, percorrere qualche passo ancora e poi scorgere sulla destra l’ingresso alla Casa dei giochi di Sant’Uguzzone. Un ritrovo abituale per l’homo ludens huizinghiano e non, dove poter passare qualche ora con gente che condivide la propria passione per carte, soldatini, costumi da stregoni, scacchiere, scatole e versioni starwarsiane del Monopoli. Ma questo weekend non c’erano soltanto i venticinque giocatori della domenica, che poi sono sempre di più di quanto si crede, perché si svolgeva la settima edizione di un torneo di Magic diventato un must per ogni giocatore: l’Ovino. Affluenza prevista nella terna di giorni: oltre duecento, oltre quattrocento, oltre duecento persone.

Per descrivere l’evento questa volta mi farò prestare gli occhi dal nostro amico incuriosito;  i miei non sarebbero ingenui a sufficienza. La scena è affollata. Pullula di persone la cui età varia dai quindici anni  (testimoniati dal primo baffetto ancora non rasato che è più peluria che virile ispidezza) ai cinquanta o sessanta (si sa che i capelli bianchi e le rughe sfocano quei decenni baciati dalla saggezza). Una moltitudine di giocatori si fronteggia viso a viso, un tavolo a separarli. I tick nervosi abbondano più che in una classe di ingegneria informatica (racconto di un mio amico non necessariamente veritiero). Le gambe sotto il tavolo tremolano come quelle di Mohammed Alì, le carte strette in mano danzano al ritmo del maelstrom più che a quello del classico concerto di capodanno. I ventagli di carte vengono aperti e chiusi a un ritmo sconosciuto persino alle danzatrici kimonate, inceronate che dominano le mie fantasie più trite e canzonate. Se ci facessimo prestare anche le orecchie, allora potremmo udire la meccanica ripetizioni di poche espressioni fondamentali del gioco: “pesco”, “vai”, o il barbarico “Juuuuuuuudge!” gridato a varie altezze dai vari punti della sala; un urlo che richiama senza fallo le Zebre, ormai ammantate di nero, in modo che al momento opportuno possano diventare capri espiatori per gli eccessi di sfiga che ogni giocatore deve imparare a fronteggiare durante la sua carriera. Tra un turno e l’altro del torneo si sviluppa un rituale che sa di Indie con la I maiuscola e l’esotico plurale, un rituale che ha il profumo speziato della parola Bazaar.  I giocatori estraggono dai loro zaini raccoglitori di carte voluminosi come tomi medievali o sottili come piadine romagnole e cominciano trattative dalle quali emerge un’abilità nel mercanteggiare che farebbe invidia a un fiorentino del quattordicesimo secolo e a un napoletano del ventunesimo. Se prendessimo in presto il naso, poi. Ma meglio di no. Per questa volta ci fideremo delle parole dell’organizzatore, il quale ammetteva  sfavato (perdonatemi il toscanismo per le parole di un milanese, ma ho da poco questo appreso affascinante termine) che l’Ovino è sempre stato la patria dell’ascella tonica, quella che le disgustose pubblicità di Borotalco e affiliati ci hanno insegnato a evitare durante le passeggiate all’aria aperta a braccia alzate o in tram alla fine di una giornata di lavoro. E guai a pensare di prendere una bella boccata di ossigeno nei giardini all’aperto del complesso, perché allora avreste potuto scoprire che la nebbia vista dalle vetrate all’interno non era frutto del paesaggio permanente milanese, ma delle sigarette che ogni buon amante si concede alla fine della sua performance.

Sebbene l’evento non si sarebbe concluso prima delle ore a cifra singola della notte, verso le venti di sabato sera, un ragazzo, piuttosto un bell’uomo a detta di qualcuno, usciva dal cancello bianco e si dirigeva verso la metropolitana contento di aver passato una giornata tra gli ovini, felice di poterla raccontare a qualcuno. Forse avrebbe scritto qualcosa più dilettante di quanto io sia riuscito a fare. Ma cosa volete. E’ domenica. E io sono in casa solo e sto in mutande.

Domenica dilettante. La madre dei cretini è sempre incinta

Bile. Quando pronuncio questa parola non posso fare a meno di pensare a un mio amico, fine cervello da ermeneuta, che affetta con un coltello da cucina frattaglie illustrandomi l’importanza di togliere la bile affinché il ragù non diventi amaro. Il mezzo elettronico mi impedisce anche la più trita delle metafore, non potendo permettermi di dire che “queste parole non sono vergate con inchiostro ma con la bile amara che il risveglio mi ha subito servito come un imprevisto retrogusto”. Ma la colpa della bile non è certamente dei cattivi sogni o della frustrante situazione dell’accademiuccia italiota e coprofaguccia, che tanta parte di responsabilità ha ormai nelle mie giornate di rassegnata contemplazione. Direbbe un Amleto più colto di quanto io non potrò mai essere: “è lo sfacelo, lo sfacelo. Domani quel cafone di Fortebraccio…” ma prima che mi prenda la mano è meglio mettere un punto fermo. E’ tutta colpa di Twitter. Quando usi Facebook, ti basta qualche giorno per capire che hai deciso anche tu di lasciarti andare al vizietto sconcio del pettegolezzo da cortile. Perché si sa che nell’era dell’elettronica non viviamo in grandi città ma in villaggi di campagna, senza il conforto del verde e lo sconforto delle cicale, dove tutto quello che ci interessa veramente è scoprire il porco segretuccio del vicino di casa, che ora come ora potrebbe essere anche un giapponese scannatore di videogiochi. Bastano pochi giorni per capire che la maggior parte del tempo che passi su facebook è dedicato a scorrere immagini che stimolano o la tua pruriginosa bestialità depilata oppure la disperante nostalgia di un passato che quando era un presente sembrava fare schifo più del presente, quantunque abbia ora acquistato un surplus di valore in seguito al suo status di oggetto d’antiquariato. Perché non tutto si ricorda del passato. I tempi morti si cancellano così come i volti delle persone alle quali dicesti “questo non lo dimenticheremo”. E quel poco che si ricorda è sempre grandioso, anche se sa di bile.

Twitter era e doveva essere diverso. Non essendoci corrispondenza tra “amici” e “persone di cui voglio conoscere i pensieri” (sembra roba da Watergate, ma il senso sarà chiaro), avrebbe potuto effettivamente illuminare la giornata con qualche buona battuta o considerazione più stimolante delle centinaia di mode Demotivational del social rivale. Le cose non stanno così. A parte la scemotta omologazione degli hashtag che invitano a partecipare alla grande Las Vegas della trovata effimera, anche su twitter si segue per essere seguiti. Il che è un paradosso se si esclude che il nostro movimento non sia circolare e infinito. All’inizio si cerca di andare sul sicuro seguendo un paio di giornali di una certa serietà (per quanto possano i giornali, perché non bisogna mai dimenticare che sono parte dell’infinito chiacchiericcio quotidiano anche le loro strisce di bava nera, forse bile anche quella, che ti sporcano le dita). Poi si aggiunge chi ti aggiunge e alla fine accade che la tua pagina a scorrimento è diventata un affastellamento di cretinaggine da decrittare, in cui non è più facile nemmeno ritrovare quelle poche voci che inizialmente avevi selezionato come solo un  censore sessuofobo avrebbe saputo fare. Allora ieri è cominciata la sfollowerazione dei follower dal mio menu follower. Ho sfoltito i quotidiani, soppresso i comici scorreggioni. Ho ignorato la legge della buona creanza reciprocante. E ho fatto uno shampoo.

Ma al mattino. Twitter mi aspettava. Aspettava questo bilioso pistolero dell’epoca in cui le sputacchiere non ci sono più. Tra le notizie del Corriere della Sera e della Repubblica, praticamente identiche, “la notizia”. Laura Pausini è incinta. Devo combattere per non tornare alla zuccheriera disusata e nascosta nella credenza. E come in tutte le battaglie con me stesso, alla fine vinco io. Con una spettacolare inclinazione della tazza riesco a finire tutto il mio fuel mattutino e lampomando due tweet molto simili a quei due gloriosi quotidiani: qualcosa tipo “vi sembra una notizia? Mi snapsfollowo”. E mi sfollowo, mi sottraggo alla massa delle persone che hanno il loro bel posto nel bar sotto casa e, invece che farsi una stimolante partita a carte (con tanto di bestemmie e allusioni alle dimensioni ipertrofiche dell’altrui deretano), si domandano se sarà maschio o femmina il primo discendente della signora Pausini, l’inquilina del quinto piano. Non amo la solitudine come queste biliose considerazioni potrebbero far pensare. Non mi piacerebbe essere l’ennesimo ebreo eisneriano crepato nel palazzo globale senza che nessuno abbia mai nemmeno fatto un cenno al mio saluto a fior di labbra. E’ che proprio non so chi sia Laura Pausini.

Domenica dilettante. La svastica sulla fronte

A volte le apparenze ingannano. Un gerarca nazista può fuggire in USA, diventare un insegnante di una cittadina del Connecticut e rifarsi una vita senza che nessuno sospetti nemmeno lontamente l’inquietante passato che egli cela sotto una maschera di banalità. Poiché la vita quotidiana macina il tempo come un rullo compressore, se fa presto a dimenticà le grandi ed epocali tragedie per far posto alle preoccupazioni di ogni giorno.

E’ la consapevolezza di questa disattenzione congenita, oltre a un consumato amore per la ripresa raccapricciante delle tradizioni culturalmente lontane dei pellerossa, a spingere il tenente Aldo Raine, incarnato da Brad Pitti in Bastardi senza gloria, a concepire e praticare la marchiatura rituale del nazista. Coltello da guerra ben affilato. Fronte del prigioniero lasciato appositamente in vita. Compiacimento per la propria capacità di incisione progredita con la pratica. Urla doloranti del marchiato. Un futuro proiettato fuori dai fotogrammi della pellicola. Il rituale. Necessario perché le persone non dimentichino, finita la guerra, chi è stato dalla parte di Hitler. Un marchio per ricordare, per sottrarre il male al sapone della cronaca, alle pile di carta scadente dei quotidiani. Un dritto, Aldo Raine. Un bastardo pragmatico che sa come funziona il clamore mediatico. E’ questa sua profonda comprensione per i meccanismi della propaganda a rendere il suo piccolo plotone una leggenda. Dei pellerosse ha assorbito soprattutto la grande tradizione orale: i canti intonati di fronte al fuoco. Aldo Raine non è solo un soldato, non è il rambo di Tarantino. Aldo Raine è colui che tramanda le gesta. E’ lo spartano che Leonida ha spedito a casa per tramandare l’impresa delle Termopili.

Il futuro proiettato fuori dai fotogrammi Aldo Raine l’aveva già visto. Ci sarebbero state persone che finita la guerra avrebbero gettato via la divisa nazista e avrebbero proseguito la loro vita. Forse ci aveva pensato da solo, tra un agguato e un altro. Forse qualcuno gli aveva passato un segreto indiscreto: la notizia che Orson Welles stava lavorando a un film intitolato “Lo straniero”. Un film che parlava di un’identità nazista cancellata. Un film che sarebbe uscito solamente nel 1946 e che Aldo Raine avrà certamente visto al cinema, una volta tornato a casa. Ad ogni modo, Aldo Raine aveva ragione. Le persone dimenticano, e una svastica sulla fronte può fare la differenza. E non solo in America. E’ notizia fresca di oggi, marginale, a dire il vero, trascurata in un angolino del Corriere della Sera: un baritono, tale Yevgeny Nikitin, destinato a interpretare il ruolo dell’interprete principale nell’Olandese volante di Wagner, è stato scartato. La ragione? Il signore aveva un simpatico tatuaggio nazista che si era fatto tatuare quando era ancora un virgulto dell’heavy metal. Mica male.

Domenica dilettante. Gli smalti nazi-ellenici

Il vero problema della cronaca è che non sedimenta. Le notizie del giorno cancellano quelle precedenti: è una scrittura di palinsesti. E’ probabilmente questa la ragione che mi spinge a dedicarle così poca attenzione. Eppure  grazie al comparto del Corriere che cura le fotografie anche questa settimana, posso prendere parte al flusso di informazioni che chi sa quel foce accoglierà come un sepolcro. L’argomento è scottante, fastidioso: xenofobia, razzismo e idolatria nazista nel paese che fu la culla della civiltà. Giornalisti e studiosi più in gamba di me si dedicheranno all’analisi del fenomeno, giudicheranno con i loro strumenti d’indagine quello che porta l’uomo negli abissi della minchioneria. Io mi limiterò all’analisi di un dettaglio minimo che si può scovare con la lente d’ingrandimento nell’articolo del Corriere intitolato “Carità ai bianchi e assalti ai migranti L’offensiva di Alba dorata ad Atene”.

Per dare un po’ di gusto al prodotto industriale, si sa, si aggiungono esaltatori di sapidità. Gli scrittori, grandi chef o androidi di McDonald’s, non agiscono molto diversamente. E’ forse per questo che la descrizione di questi brutti ceffi di Alba dorata, similmente al Balzac idolatra della fisiognomica, si concentra sulla brutalità della loro presenza fisica e sul loro vestire rozzo. Dettagli. “Gli uomini con i pantaloni della tuta o i bermuda che lasciano vedere il kalashnicov tatuato sul polpaccio. Le ragazze con t-shirt del partito e le unghie dipinte”. Dettagli, certo. Cioè quei luoghi dove, secondo i più eminenti critici d’arte, si può riconoscere il falsario dal maestro. Eppure una descrizione del genere non fa tanta impressione. Gli energumeni di Alba dorata sono sciatti, non c’è dubbio; ma non sembrano dei galeotti. Insomma non sono molto diversi dal passante medio-italiota (e probabilmente anche grecota). Così la descrizione potrebbe essere tutto sommato credibile, non troppo stereotipata. E qui mi dovrei fermare, concludendo che non c’è paprika su questa carne al fuoco.

Ma ci fidiamo della nostra orientante guida giornalistica? Fino ad un certo punto. Infatti se è vero che non possiamo vedere dalle foto gli uomini secondo lo stereotipo del camorrista alla Saviano (ma anche quello che vedo nelle mie rade passeggiate partenopee), né tanto meno possiamo nuovamente esercitare il dubbio sulle competenze dei giornalisti in fatto di armi da fuoco (vedi Domenica dilettante. Spara di più quantitativamente!), possiamo invece verificare grazie a ben due foto ritraenti due diverse donne del partito mascellone. Ebbene, nessuna delle due ha lo smalto sulle unghie. Come mai? Possibile che in un partito di stupidità organizzata non si riesca a far rispettare la disciplina delle unghie alla moda, magari smaltate di nero? Ma no, ci mancherebbe. Piuttosto è sarà semplicemente un’invenzione della giornalista per rendere più gretta l’immagine di queste donne. Dunque per l’autrice caricare arbitrariamente di colore le unghie di queste neo-gerarche dovrebbe significare renderle più spaventose, ma perché? Come si può credere di far passare lo smalto alle unghie come uno dei tratti d’imbarbarimento adottati da Alba dorata, quando si tratta di un usanza cosmetica del tutto usuale in occidente e non solo? Qualcuno potrebbe spiegarmelo per favore…come se avessi sei anni?

Domenica dilettante. Spara di più quantitativamente!

La domenica dei quotidiani offre il destro, e speriamo anche l’altra guancia, per inaugurare una nuova rubrica. Sfogliando il Corriere della Sera di domenica 8 luglio 2012, ci si imbatte in un articolo sulla guerra in Birmania in cui ci sono tre foto con relative didascalie sui guerriglieri Karen impegnati ormai da più di un cinquantennio in una guerra “a bassa densità” (per la cui definizione chiedo aiuto a chi leggerà questa roba). L’occhio si posa involontariamente sull’ultima foto in basso a sinistra, che per gentile concessione di qualcuno, è riproposta qui sopra.  Immagine suggestiva senza dubbio; una specie di pupazzo di neve con elmetto e fucile che starebbe benissimo in un museo di arte contemporanea. Il titolo della didascalia recita “Panni e kalashnikov (il riposo del guerrigliero: un fucile kalashnikov, l’elmetto e sullo sfondo i panni stesi nel villaggio di Kaw La Mee)”. Ora, sembrerà strano, ma non riesco proprio a trovare il kalashnikov di cui parla il giornalista. Dov’è?

Temendo di essere incappato in un mio errore di osservazione,  ho preso come Eddie Valiant detto anche Jack Daniel’s la mia buona lente di ingrandimento e cercato nel fango, poi sotto la palafitta, poi tra i cuscini e infine tra i vestiti appesi. Niente! Possibile che io sia così stanco ultimamente da non vedere qualcosa che dovrebbe stare in primo piano? Forse. Poi ho capito. Allora è sorta la domanda retorica, che enfatica finisce sempre per sorgere con un’intonazione da pessimo attore teatrale: vuoi vedere che il nostro amico giornalista, preso dalla foga della scrittura, ha confuso il fucile in primo piano, verosimilmente un M4 o un M16, per un Ak47?  Doveva essere proprio così. Capita a tutti di sbagliare, di domenica poi, che diavolo! Allora ti perdono, vai in pace. Però, prima di lasciarti vorrei capire se si tratta realmente di un errore, nel qual caso ad essere inficiata è solo la conoscenza dell’armamentario internazionale di chi ha scritto l’articolo, o se invece l’autore, da vero furbacchione, non abbia voluto in questo modo aggiungere qualcosa all’evocativa didascalia dell’immagine. Voglio dire: siamo sicuri che scrivere kalashnikov anziché m16 o m4 non sia un modo per lasciare in pace gli americani, o i venditori di armi amiricani, indicando implicitamente al lettore che il conflitto portato avanti da questa gente è sostenuto esclusivamente dai fabbricanti di armi russi? Se così fosse, sarebbe il caso di cambiare il titolo alla rubrica, passando da domenica dilettante a festa furbacchiona. Scusate se è poco…