Categoria: Opinioni

La passione per il fantasy e Il trono di spade

Dariosultrono

La mia passione per i mondi fantastici risale a molti anni fa. Ricordo l’anno in cui mi avvicinai al celebre gioco di ruolo Dungeons & Dragons. Frequentavo il liceo. Io e il mio amico Giovanni cominciammo a creare il nostro alter-ego insieme a Mariocoppola e a un Dungeon Master che custodiva i manuali illegalmente fotocopiati come se fossero il sacro Graal. Fu l’anno in cui lessi per la prima volta Il Signore degli anelli e da lì un bel po’ di paccottiglia fantastica scritta da Margaret Weis e Tracy Hickman: la trilogia dei gemelli, dei draghi e altra roba che non vale la pena ricordare. Il mio palato non era ancora abituato a gustare combinazioni complesse di sapori, ma già allora potevo avvertire la differenza di qualità che esisteva tra Tolkien e il resto.

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Gomorra 2. La stagione che non mi è piaciuta

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Il primo post che scrissi su Gomorra nacque dall’urgenza di voler raccontare quali fossero state le mie impressioni su una serie che mi era stata caldamente consigliata dagli amici non napoletani. Pensai di affrontare tante questioni che si ponevano a mano a mano che riflettevo sulle ragioni del mio apprezzamento. Fu per questo motivo che in seguito postai alcune considerazioni sui personaggi principali.

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Don Pietro Savastano: decadenza di un boss

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Pietro Savastano è un criminale potente, rispettato, temuto. Il suo clan è solido, gli ordini che impartisce sono eseguiti ciecamente. Il suo nome è una garanzia per chiunque voglia fare affari loschi, poiché la sua egemonia è di vecchia data e comprovata: sono già venti anni che la polizia lo tallona senza successo. Egli ha ereditato il suo potere dal padre, del quale si sa poco se non che si è nascosto da latitante per anni. La vecchia figura del camorrista che di tanto in tanto ho sentito ricordare con nostalgia da chi si lamenta con ottusa imbecillità della nuova e più feroce camorra attuale, considerata priva di onore al confronto con la precedente, è riassunta e al contempo demistificata nella sua figura: Don Pietro chiama i suoi uomini con soprannomi proprio come farebbe l’usurata figura di un criminale pronto per una caricatura, ma egli mostra di essere molto lontano da quell’immagine eroica che inspiegabilmente ancora avvolge i camorristi.

In Gomorra la serie Don Pietro è mostrato quando risiede nel punto più alto percorso dalla ruota della fortuna, ovvero quando il tempo del declino è ormai imminente: egli ne è consapevole. Sente il fiato della polizia sul collo, intravede i pugnali luccicanti dei traditori e scruta disperato il futuro, perché non scorge un erede degno di lui a cui passare il testimone. Come re Edoardo in Braveheart, egli vive la disperazione di vedere il proprio castello sgretolarsi malgrado la propria abilità.

Di fronte a qualcosa che sembra inesorabile come la foresta vivente che assale Macbeth, Pietro Savastano non trova di meglio che spingere le reazioni violente fino al parossismo, accelerando di fatto la sua sconfitta. Per quanto risoluto, infatti, egli comincia a mostrare di non essere infallibile o meglio di non riuscire a reggere il confronto con gli altri camorristi emergenti: quando scopre di aver ucciso inutilmente il fedelissimo Bolletta credendolo un traditore, la sua espressione (e qui, anche se un po’ di corsa, bisogna sottolineare la bravura dell’attore Fortunato Cerlino nel rendere credibile il suo personaggio) esprime tutta l’incredulità e la confusione che lo affliggono. In tale situazione l’arroganza e la spavalderia che gli spinge fino all’insolenza, tra i tratti più caratteristici del personaggio, cominciano a suonare stonati: non appaiono più dimostrazioni di forza dettati dalla sua leadership, ma i deliri di colui che decide deliberatamente di ignorare il nuovo ordine delle cose.

Una volta in galera le rivendicazioni di Don Pietro si fanno sempre più inadeguate alla sua condizione e la sensazione che egli si stia battendo a tutti i costi soltanto per rifiutare l’irreversibilità della sua caduta cresce fino al rango di certezza. Così Don Pietro diventa la copia di un camorrista cinematografico ben presente nella memoria dei napoletani grazie al ripetitivo palinsesto dei canali locali: mi riferisco al Professore di Vesuviano, contraffazione di Raffaele Cutolo nel film d’esordio di Giuseppe Tornatore Il camorrista (1986). In carcere, infatti, Don Pietro crede di poter ripetere le gesta del personaggio che ha probabilmente visto anche lui in televisione, dato che gli altri carcerati, assecondando spontaneamente le sue aspettative, si presentano come un popolo di sudditi che accoglie il proprio re.

Non basta nemmeno il pugno duro del direttore del carcere a neutralizzare i deliri di onnipotenza di Pietro Savastano: egli si è talmente identificato nel Professore di Vesuviano da credere sacrosanta verità la propria affermazione “Non c’è problema, comandante, io posso fare a meno di tutto. Ma voi siete sicuro di poter fare a meno di me?”. Naturalmente Don Pietro si riferisce al carisma che possiede sugli altri detenuti, evocando nella memoria dello spettatore, e magari chi sa anche in quella del suo interlocutore, la capacità mostrata dall’altro camorrista di sedare qualsiasi malcontento sorgesse nel carcere.

Il dipanarsi degli eventi sembra dargli ragione. Quando Don Pietro riesce a fomentare e a sedare  da solo una rivolta in una spettacolare scena in cui il carcere è messo a ferro e fuoco, allora sembra che l’insegnamento cinematografico assimilato da Don Pietro abbia funzionato alla perfezione. Ma non è così. Non è affatto così. Si avverte qui l’abilità dello sceneggiatore, il quale gioca con l’orizzonte d’attesa dello spettatore. Il direttore del carcere, infatti, avendo probabilmente visto anche lui il film di Tornatore, irretisce Don Pietro proprio grazie alle spoglie del suo trionfo; le concessioni che egli ha elargito in cambio del ripristino della quiete carceraria non sono altro che uno stratagemma usato per incastrare il criminale e costringerlo al carcere di rigore: l’incubo di ogni boss. Se da un lato si ha la sensazione che l’avversario di Don Pietro sia più scaltro, più saggio, più determinato della blanda polizia degli anni Ottanta, dall’altro la conclusione dell’episodio dipana ogni dubbio circa le reali capacità di discernimento del boss sconfitto. La sua obsolescenza è palese.

Il passaggio di consegne a favore di suo figlio Gennaro e di sua moglie Imma sancisce l’uscita di scena di Don Pietro. Da lì in avanti è accentuata la rappresentazione patetica e umana del personaggio, già accennata all’inizio in virtù di siparietti comici di vita familiare a volte degni di una sitcom vecchia come i Robinson. La solitudine del boss e la lontananza dagli affetti che è costretto ad affrontare sono raccontati con pochi ma efficacissimi tocchi: alcuni sguardi, quei complimenti da smargiasso che fanno arrossire la compagna come una scolaretta oppure quel gesto di poggiare il capo sulla parete trasparente che lo separa dalla mano dell’amata o ancora in quel sorriso forzato lanciato  come un saluto rassicurante.

Tuttavia Don Pietro cova qualcosa di insospettabile. Dal momento che tutti credono sia rimbambito, confuso, insomma che sia diventato solo un fragile vecchio che ama mettere bocca su faccende che ormai non gli riguardano, egli decide di sfruttare tale immagine affinché gli faccia da bozzolo mentre egli si prepara per la vendetta. Il personaggio allora dimostra di non essere affatto finito, ma di avere nel suo arsenale un’arma segretissima che la sua storia di uomo violento pareva escludere: egli possiede uno straordinario talento di attore, tale da riuscire a ingannare non solo lo staff del carcere, ma persino suo figlio. Il suo passo diventa strascicato, lo sguardo è perso nel vuoto: nessuna delle parole in codice di Gennaro sembra giungere a quella che un tempo era una fine mente strategica. Per Don Pietro sembra arrivata quella auspicatissima demenza di cui Erasmo da Rotterdam fece un grandioso elogio e che qualche tempo dopo fu spacciata per la follia un po’ scema e un po’ infantile dell’adolescente di turno o del tronista di Uomini e donne. Insomma quell’imbecillità che permetterebbe di affrontare la crudeltà della vecchiezza.

Savastano è un eccellente attore perché non inventa nulla: la patetica deriva di se stesso che  interpreta è credibilissima, poiché del tutto conseguente. Lo abbiamo visto perdere colpi; abbiamo sentito chi lo circonda essere sempre più persuaso della sua mancanza di lucidità; abbiamo visto il suo orgoglio piegato dalla prigionia. Lo abbiamo visto apprendere impassibile, quasi assente, la notizia della morte di sua moglie: impossibile indovinare che quell’uomo così impulsivo sia in un grado di dissimulare il proprio dispiacere di fronte a un evento così drammatico. Allora crediamo alla sua versione dei fatti. Savastano si è rincoglionito, perché il carcere duro fa questi effetti; d’altra parte ce lo ha insegnato anche Il camorrista, il quale si chiudeva proprio con i deliri del Professore di Vesuviano oramai con il cervello bruciato dall’isolamento.

E invece proprio sul finire della prima stagione, si scopre che Don Pietro è stratega sopraffino, magari anche più in gamba del tanto apprezzato Conte o del machiavellico Ciro, perché proprio quando siamo convinti che la sua vicenda ripercorra il fallimento della sua fonte di ispirazione, egli ci mostra che sa imparare dagli errori di chi lo ha preceduto, proprio come aveva fatto il direttore del carcere ai suoi danni. Così proprio quando la prima stagione sta per finire con una resa dei conti tra i due schieramenti di camorristi, arriva il colpo di scena che è allo stesso tempo un cliffhanger grandioso (per mamma: un cliffhanger è un espediente retorico tipico dei prodotti seriali che serve a lasciare lo spettatore insoddisfatto e curioso rispetto al futuro svolgimento dei fatti), decisamente più elegante di quello in cui vediamo la mano di Gennaro massacrato pulsare giusto prima dei titoli di coda. Don Pietro è liberato (ma quanto ribrezzo fa qui la parola libertà se di parla di un criminale) dal suo irriducibile scagnozzo Malammore e, proprio in quel momento, fermando i nostri occhi su quelli di nuovo vivi e agguerriti del criminale, comprendiamo la scoraggiante perfezione del suo inganno. L’inganno di un maestro da cui anche lo scaltro iago Ciro avrebbe ancora molto da imparare.

 

La strada di Cormac McCarthy

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Quando il timido Zagni mi consigliò di leggere La strada non avevo nessuna idea di cosa fosse. Forse mi aveva accennato a un futuro post apocalittico, ma non ci metterei la mano sul fuoco, ammesso che sia capace di accenderne uno. Tra me e Zagni ha sempre funzionato così: si diceva il titolo di un libro e se l’altro non l’aveva letto, gli si diceva di farlo. Con garbo e anche un pizzico di invidia, naturalmente. L’apprezzamento dell’altro valeva più di mille racconti di invitanti trame. All’epoca non sapevo che Cormac McCarthy fosse l’autore del romanzo omonimo da cui i fratelli Cohen attinsero per creare il crudelissimo film Non è un paese per vecchi. Figuriamoci poi se immaginassi che nel 2007, un anno dopo la pubblicazione, il libro fosse stato insignito del Premio Pulitzer per la narrativa. Insomma, sapevo solo che Zagni lo consigliava e ciò bastava. Anzi ero così certo della bellezza del libro che cominciai a consigliarlo senza averlo letto (cosa che voi non dovete fare a meno che non siate amici di Zagni).

Va bene, d’accordo, ma perché non lo hai letto prima? Perché hai aspettato tutto questo tempo? La risposta è semplicissima: non so proprio per quale motivo, ma quando pensai per la prima volta a questo libro, immaginai qualcosa di molto grosso: un romanzone da almeno cinquecento pagine. Un impegno che non mi sentivo di affrontare mentre Horcynus Orca mi guardava dallo scaffale insieme a un centinaio di libri acquistati ma ancora in attesa del loro turno.

Potete immaginare cosa accadde quando scoprii che il librone immaginato e ingiustamente messo da parte non era altro che un libriccino di duecento pagine che raccontava il viaggio di un uomo e di suo figlio in un mondo distrutto da una catastrofe. Accadde, insomma, che cercai il libro e lo comprai usato in una bella decima edizione dalla copertina rigida, che contiene ancora lo scontrino del primo acquirente, tale signor Enrico Marchiori che lo prese in una libreria LaFeltrinelli a Mestre (caro signore, se mai si imbatterà in questo post, sappia che il suo libro è in buonissime mani e che le sono grato per l’acquisto. Anzi, approfitto per chiederle chi o come mai vendette questo bellissimo libro). Quando il libro giunse tra le mie mani, ero alla Mayoner & Russenbrook, la ditta di famiglia. Era quasi l’ora di pranzo. Un momento perfetto per cominciare a leggiucchiare La strada.

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro.

L’inizio è pieno di vaghezza. Al di là della descrizione atmosferica che annuncia una storia dominata dal grigio, forse la parola più potente per capire la gravità della situazione in cui McCarthy sta introducendo il lettore è quell’aggettivo “prezioso” riferito a “respiro”. Con l’avanzare della narrazione l’obiettivo metterà a fuoco meglio alcuni aspetti che sono contenuti in queste quattro righe. Altri, invece, continueranno ad essere avvolti dal mistero. Per esempio non ci vorrà molto per scoprire che l’uomo e il bambino, entrambi senza nome, sono un padre e un figlio, rispettivamente vedovo e orfano di una donna che di fronte all’insensatezza della sopravvivenza, ottuso istinto primordiale, ha deciso di esercitare il proprio diritto di scelta e l’ha fatta finita. Si comprenderà il motivo per cui il respiro del bambino è così prezioso per il suo vecchio: è respiro che infonde vita come quello del dio dell’Antico Testamento.

Non trascorrerà troppo tempo prima di capire cosa sia la strada a cui il titolo allude: una parola che l’autore ripete di continuo, perché è tra le pochissime a non essere ancora cancellata dall’oblio che è toccato a tante altre.

Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio.I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà. Ripiegato su se stesso come un essere che cerca di preservare il calore. Prima di chiudere gli occhi per sempre.

La strada è la sola linea di senso nel mondo devastato. Per conservarne il ricordo, l’uomo ha ridotto una vecchia guida stradale a fogli volanti rattoppati con il nastro adesivo. A carta straccia assomiglia l’ultimo preziosissimo vangelo. La strada, infatti, indica una direzione al viaggio, sottrae alla disperazione quella lontana eppur raggiungibilissima costa che promette qualcosa di indefinito, e proprio in quanto tale migliore di quanto si staglia davanti agli occhi. In un mondo in cui un padre ricorda a stento le favole da raccontare al proprio unico figliolo, la strada è  l’ultima eco di un canto dimenticato in cui gli uomini potevano essere ancora divisi in buoni e cattivi.

Ho letto La strada troppo a ridosso di Horcynus Orca, perché la mia percezione non ne risentisse.  L’ho letto rapidamente, perché la sua mole era una bazzecola rispetto a quella dell’altro romanzo. L’ho letto con il vivido ricordo della ricchissima lingua utilizzata da D’Arrigo. Perciò di fronte alla lingua poverissima de La strada, alla ripetizione ossessiva delle meticolose azioni del protagonista, a volte ho provato un senso di nausea. Eppure il senso di quello stile non mi sfuggiva: conferire importanza assoluta a tutti quei gesti che nella vita quotidiana compiamo con disattenzione, ma che in un mondo al termine acquistano una pregnanza gigantesca. Talvolta, infatti, ho pensato che McCarthy intendesse fornire al lettore un vero e proprio manuale di sopravvivenza per chi dovesse restare in vita dopo un’apocalisse.

Impiegarono tanto tempo a trovare il carrello. L’uomo lo disseppellì dalla neve, lo raddrizzò, ripescò lo zaino, lo sbatacchiò, lo aprì e ci ficcò una delle coperte. Rimise lo zaino, le altre coperte e le giacche nel carrello, prese in braccio il bambino, e lo sistemò sopra, gli slacciò le scarpe e gliele tolse. Poi tirò fuori il coltello e cominciò a tagliare una delle giacche per fasciarci i piedi del bambino. Usò una giacca intera, poi ricavò grossi rettangoli dal telo di plastica e glieli avvolse ai piedi, partendo da sotto e legandoglieli alle caviglie con la fodera delle maniche della giacca.

Alla scarsa varietà di argomenti si contrappone una potenza emotiva certe volte davvero ingestibile. Ho provato dolore agli stinchi e un’autentica disperazione, quando i due personaggi si sono imbattuti in due degli episodi più agghiaccianti di La strada. La prima volta accadde durante l’esplorazione della casa-allevamento in cui alcuni uomini e un aio di donne sono lasciati in vita il tempo sufficiente affinché non imputridiscano e possano essere mangiati quando i ‘pastori’ saranno di nuovo affamati. Il secondo cazzotto  da knock-out, invece, l’ho ricevuto nella terribile sequenza in cui padre e figlio scoprono uno spiedo in cui è infilzato un neonato decapitato e abbrustolito.

Per il resto McCarthy somiglia a un pugile che lavora ai fianchi, ti toglie il fiato, ti fa vacillare fino alla disperazione. Nel mondo de La strada qualsiasi azione comporta una sforzo sovrumano. Il freddo è insopportabile, il riparo dalla pioggia precario, gli uomini che si incontrano per la strada o sono predoni o sono briganti quando non sono morti che camminano; il terreno è sterile, così che la speranza di ricostruire la civiltà pare una semplice frottola mascherata sotto la mitica e un po’ cialtrona frase “noi siamo quelli che portano il fuoco”; l’unico cibo disponibile è quello prodotto dagli uomini dell’epoca passata, una risorsa limitatissima e deperibile. Già verso la metà del libro ci si comincia a guardare intorno nella speranza che l’uomo all’angolo getti la spugna e riposare in pace. Non importa se una volta per tutte.

Questo è La strada di Cormac McCharthy: un romanzo crudo che racconta la deriva crudelissima dell’umanità in un mondo esausto; un libro che costringe il lettore a dubitare di ogni uomo, di ogni barlume di speranza il destino sembri concedere. Una storia che insegna il valore di un paio di scarpe, quasi in barba a quel cretinissimo adagio femminista per cui non tutte le donne sognerebbero di riempire una scarpiera. Cormac McCarthy sembrerebbe quasi dire: “Stronzate! Cosa ve ne fate dei libri in un mondo morente? Donne sagge furono quelle che fecero scorta di scarpe”.

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