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99 consigli di stile di Alfredo de Giglio. Una recensione

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Il mio amico Zagni è un entusiasta. Se in un bar di Via dei Tribunali gli racconti le tue idee sulla letteratura, su Sam Gamgee o persino sul tessuto che preferisci per un completo invernale, ti risponde semplicemente “perché non ci scrivi un pezzo?”. Entusiasta. E pratico, devo aggiungere. Caratteristica quest’ultima che invece io possiedo in dosi microscopiche. Anche questa volta, perciò, una recensione che avevo deciso di scrivere  già un paio di mise fa arriva sui vostri schermi in ritardo soltanto ora.

A Natale Sonia mi ha regalato un libretto intitolato  e sottotitolato 99 consigli di stile (piccole gocce di quotidiana eleganza contro un mare di volgarità) di Alfredo de Giglio. Un libretto grazioso, simpatico, brillante; un libretto piacevole anche solo da sfogliare e sbocconcellare, grazie all’impaginazione sobria e minimale, perfetta per non confondere l’occhio e per favorire così la rilettura e la meditazione. Ogni pagina accoglie un consiglio accompagnato dal suo bel numerone e da una sorta di postilla che chiarisce l’asciutta massima. Un modo di proporre le proprie novantanove verità al contempo essenziale e stentoreo, proprio come l’eleganza che si vuole insegnare al lettore. Se il mondo sembra dominato dalla sciatteria, dalla ricerca della comodità, dall’omologata deviazione dalla norma, infatti, il nostro agile libretto si pone come una riscoperta di valori etici ed estetici che l’autore indica come “classici”, cioè mastii che nessun esercito modaiolo sarà capace di espugnare.

Convinto che le regole dell’eleganza e del buon gusto siano ormai dimenticate, l’autore fornisce innanzitutto una generosa dose di consigli estremamente pratici. Poiché si tratta spesso delle nozioni fondamentali dell’eleganza, il lettore già informato potrebbe trovarle scontate, così da essere tentato di passare rapidamente avanti. Farebbe male, però; poiché è proprio nel tono intransigente dell’autore, nella sua capacità di utilizzare un esemplare contegno lessicale anche quando chiamato ad esprimere la più completa disapprovazione che risiede l’aspetto più divertente e, perché no, letterario del libro. Il consiglio numero sette ne è un esempio limpidissimo:

Mai ma proprio mai giacca, cravatta e scarpe senza calzini.

Come andare in macchina senza ruote, uscire con una donna senza rossetto, mangiare una carbonara senza guanciale.

Per cortesia, rispetto per i vestiti prima che per voi stessi. Se proprio volete fare i selvaggi, allora uscite sempre e solo in jeans e t-shirt.

Al di là dei singoli precetti concreti, comunque, 99 consigli di stile propone una vera e propria filosofia di vita, basata su due convinzioni granitiche. Prima: etica ed estetica sono indissolubili. Seconda: ciò che è “vissuto” vale molto di più di ciò che è nuovo.

Un uomo elegante è innanzitutto un uomo affidabile. Il tempo trascorso a perfezionare la propria consapevolezza riguardo a problemi fondamentali come la bellezza, l’educazione, l’istruzione, infatti, conferisce all’uomo elegante il distacco necessario per affrontare la vita quotidiana al riparo dalle pericolose seduzioni del momento che fanno leva per lo più sull’ansia di successo, sulla necessità di affermazione, sul senso di inadeguatezza. Plasmati da tanto cinema americano imperniato sul mito del self made man e dall’intera industria mondiale della pubblicità che promette la conquista della felicità attraverso l’acquisto e il consumo, è fin troppo facile che nel nostro cuore nasca l’avidità. E l’avidità  conduce alla sopraffazione; la sopraffazione alla spietatezza; la spietatezza alla violenza; e la violenza naturalmente conduce al lato oscuro. “Come un monaco o un samurai” (o un jedi, già che ci siamo) l’uomo elegante ha invece le sue certezze e come il saggio lucreziano può guardare dal suo posto privilegiato il mondo senza prendere parte alla brutale lotta quotidiana, ma coltivare semmai compassione, gentilezza, fermezza e umorismo. Non a caso il consiglio numero uno suona come un vero e proprio comandamento morale.

La parola di un uomo è sacra.

Il vero disastro di quest’epoca superficiale è la totale mancanza di etica. Siccome etica ed estetica vanno a braccetto, ecco che vediamo persone malvestite comportarsi da barbari. Accordi non rispettati, valori degradati, società asociali. Pensate all’impatto delle brutte periferie sul comportamento (“gli uomini fanno i palazzi, e poi i palazzi fanno gli uomini”); al degrado della scuola che si ripercuote su professori mediocri e alunni svogliati, alla tristezza delle mense aziendali. Ricordate il film “Brutti, sporchi e cattivi”…? In un’epoca contrassegnata dall’ipersalutismo, dal chilometro zero, dai riflessi metallici dell’alluminio, dall’asetticità degli uffici, dalle griffe, è paradossale che sia la sciatteria (si badi, non solo di vestiti si parla) l’unico comune denominatore delle società occidentali.

Non è dunque il denaro che conferisce all’uomo l’aura di eleganza che lo avvolge, ma la sua capacità di compiere scelte consapevoli. Per questo un oggetto scelto con cura senza inutili salassi economici può valere molto di più dell’oggetto di moda strapubblicizzato che tutti desiderano possedere ma che è destinato a un rapidissimo declino. Meglio avere pochi oggetti eccellenti, che tanta robaccia kitch. Il cimelio, l’abito, l’opera cari all’uomo elegante, infatti, acquistano valore con il trascorrere del tempo, perché lo accompagnano durante la vita fino a diventare parte del suo passato. Perciò de Giglio ci invita a prenderci cura dei nostri piccoli tesori, riscoprendo le antiche e quasi perdute arti della manutenzione e della riparazione, in modo oltretutto da avere la possibilità di tramandare agli eredi qualcosa a cui dedicammo cura ed entusiasmo. Importantissimo, perciò, è il consiglio numero diciotto.

Un guardaroba abbondante non è quasi mai fonte di eleganza.

L’uomo deve consumare i suoi capi. Li deve vivere, ed essi vivere con lui. Vissuto, si dice di una cosa che rappresenta nella propria usura un passato. I nuovi ricchi o i nuovi abbigliati sono quelli che ad ogni occasione si presentano vestiti di nuovo. Li vedete al Pitti o in tv o in ‘sagre’ varie. Ricordate che a differenza della donna l’uomo indossa sempre e solo abiti già usati. Proprio per di-mostrare che lui ha già nel suo guardaroba una mise adatta a quel particolare avvenimento. Nella nobiltà inglese era abitudine far indossare i propri vestiti o le proprie scarpe a dei valletti, al fine da levar loro la patina di nuovo. Addirittura si mettevano dei sassi nelle tasche delle giacche.

Chi mi conosce sa che condivido totalmente i due precetti etici sostenuti in 99 consigli di stile. Condivido meno, invece, alcune considerazioni sull’importanza per un uomo elegante di celare i propri sentimenti, manifestandoli soltanto nell’intimità.  Non credo, infatti, che lacrime discrete, magari di commozione di fronte alla bellezza o al sublime, debbano essere patrimonio esclusivamente femminile o infantile. Non sono convinto, insomma, che una condotta del genere possa avere un impatto davvero positivo sugli altri, perché mostrarsi impassibili quando la tempesta emotiva impazza dentro di noi significa nascondere la nostra compassione, che è tratto umanissimo e, perciò, di certo prerogativa di una forte personalità. Ne approfitto, perciò, nel dissentire, per mettere in pratica forse il più saggio di tutti i consigli del libro: il consiglio numero settantesette.

Cercare di farvi una idea su tutto e non fidatevi delle definizioni preconfezionate.

Abbiamo consulenti, terapeuti, psicologi, esperti, maestrine dalle penna rossa, che vi dicono cosa fare e non fare, cosa bere e cosa mangiare. Soprattutto nel campo enogastronomico, settore di gran moda, si registrano alcuni luoghi comuni pericolosi, difesi da schiere di sommelier, nutrizionisti, appassionati improvvisati. Mai fidarsi di chi non forma sul campo le proprie convinzioni. La mediocrità così imperante si spiega anche per questo sapere da bignami che viene spacciato da verità assolute.

Diffidate di chi vuole insegnarvi qualcosa, anche di questo libro. Anzi, confutatelo tutto, così avrete pieno accesso alla vostra verità, che poi è l’unica che conta.

Guai a coloro che interpreteranno questo prezioso consiglio come un dozzinale e odioso “tutto è relativo”.


Gomorra 2. La stagione che non mi è piaciuta

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Il primo post che scrissi su Gomorra nacque dall’urgenza di voler raccontare quali fossero state le mie impressioni su una serie che mi era stata caldamente consigliata dagli amici non napoletani. Pensai di affrontare tante questioni che si ponevano a mano a mano che riflettevo sulle ragioni del mio apprezzamento. Fu per questo motivo che in seguito postai alcune considerazioni sui personaggi principali.

Oggi è con meno urgenza, ma con la stessa voglia di esprimere un parere sintetico, che mi accingo a scrivere qualche riga su Gomorra 2. E’ passato un po’ di tempo e, a parte qualche sparuto post che ho visto girare su facebook con il faccione del personaggio Ciro Di Marzio e il numero 3 in bella vista, probabilmente sono tra i pochi che ancora rimuginano sulla seconda stagione, il cui successo in termini di ascolti è stato clamoroso, tanto da far parlare prestissimo non soltanto di una stagione numero tre, ma anche di una numero quattro.

Accanto agli sfegatati sostenitori, il partito dei detrattori non ha perso affatto terreno. Le ragioni della diffidenza o persino del rifiuto di Gomorra 2 riguardano per lo più gli aspetti sociali toccati dalle vicende narrate; infatti c’è chi odia l’immagine nera di Napoli e dintorni che viene restituita, c’è chi lamenta l’epicità conferita  al racconto di un’umanità malvagia e schifosa quali sono i criminali, c’è chi è preoccupato dell’esempio negativo che un serie del genere possa fornire a una gioventù che avrebbe bisogno forse di riscoprire la bellezza, anziché affogare ancora di più nella palude del brutto e cattivo. Sono posizioni che posso comprendere, che spesso condivido, ma che credo non abbiano molto a che vedere con una serie TV che come decine di altri film racconta uno spaccato lercio del mondo. Niente di più. Ma mi occuperò di queste faccende in futuro, in un altro post.

A me Gomorra 2 non è piaciuta soprattutto per questioni estetiche. Dopo la visione di un episodio e finanche alla fine della stagione intera, mai ho avuto voglia di rivedere una scena per capire meglio un personaggio, una scelta che ha creato nuovi sviluppi o anche solo per apprezzare nuovamente la compiutezza di un dialogo. In verità non mi è mai capitato durante la visione di Gomorra 2 di abbandonarmi completamente alla finzione; ogni volta, invece, mi scoprivo con atteggiamento vigile e ipercritico di fronte allo schermo.

Ho odiato sin da subito i dialoghi alla Muccino, tutti affanno, denti stretti e follia, tra Ciro Di Marzio e la moglie. Erano momenti ridicoli, ma non mi hanno messo di buon umore, ma mi hanno solo rattristato. Sono rimasto spiazzato dall’incomprensibile ridimensionamento del potere di Salvatore Conte, la cui famigerata assenza e la cui temibile presenza erano capaci da soli di determinare gli equilibri tra criminali. Alla sua prima apparizione in Gomorra 2 sembra uno dei tanti, poco più.

Poi è accaduto l’irreparabile: ho cominciato a vedere il lato caricaturale di qualsiasi personaggio. La coerenza caratteriale si è trasformata nella monotonia della macchietta. Ecco allora che ho trovato ridicola ogni circostanza in cui per l’ennesima volta Ciro Di Marzio parlava al suo interlocutore standogli a un centimentro dalla bocca. Ho pensato quanto fosse incredibile che un pessimo oratore quale era Ciro potesse ancora risultare credibile agli occhi di chi lo aveva visto tradire chiunque alla prima occasione. Ho trovato insopportabile il personaggio di Gennaro, capace nel giro dei pochi anni della sua carriera criminale, di vivere una grossolana evoluzione, passando dall’essere un piscione viziato a un assassino psicopatico fino a diventare un eccezionale burattinaio capace persino di rimandare la vendetta di chi ha ucciso sua madre, ha quasi ucciso lui e ha tramato continuamente contro la sua fazione. Ho pensato che la mente di Gennaro fosse piena dei pensieri degli sceneggiatori architettati secondo una logica commerciale, anziché dei pensieri di un temperamento focoso e soprattutto, anche se in maniera degenerata, umano.

In generale mi è sembrato che in Gomorra 2 i meccanismi tipici del seriale siano stati sfruttati con meno eleganza del solito, così che si sono usurati nel giro di pochissimo tempo. La complessità dell’intreccio che mi aveva fatto appassionare a Gomorra fino al punto di volerla rivedere senza stanchezza è sparito a favore di continui colpi di scena spesso prevedibili (non il caso dell’omicidio di Salvatore Conte, naturalmente) e fini a se stessi. Gli amici con cui ho parlato della faccenda hanno espresso tutti la stessa idea riguardo alla struttura degli episodi di Gomorra 2: l’episodio si concentra su un personaggio e alla fine questo muore. Lo tradurrei in: cerchiamo di far affezionare un poco gli spettatori a un personaggio per tenerli avvinghiati e poi gli diamo una scarica emotiva accoppandolo.

Ai meccanismi quasi scoperti e all’inverosimile comportamento di alcuni personaggi, va aggiunto un altro fattore che ha contribuito a ricordarmi continuamento quanto tutto in Gomorra 2 apparisse artefatto: la posticcia lingua in cui parlano i gomorriani. Non c’è stato un momento in cui i dialoghi in quella strana lingua che non è napoletano naturale né italiano non mi abbia disturbato. Quella battuta a effetto di Scianel che diceva: “tu puzz’ già e mort'”, in luogo di “tu fiet’ già e mort'” oppure quella di qualcun altro “tien a capa dur” al posto di “tien a capa tost” (seconda occorrenza davvero incomprensibile dato che in italiano è ancora usato “tosto” in senso di “duro”, come quando si dice “è un tipo tosto”), hanno offeso le mie orecchie di orgoglioso dialettofono. Con un amico stavamo raccogliendo un elenco di queste brutture da parlante straniero, perciò non mi dispiacerebbe parlarne più dettagliatamente in futuro.

Date le mie ragione posso finalmente dire: Gomorra 2 non mi è piaciuto. Certo, nel novero delle produzioni televisive italiane resta un prodotto senza eguali, come ha spiegato con i fumetti Zerocalcare. E allora?  Ci stai forse dicendo che non guarderai Gomorra 3? Domanda legittima, mio coglion sudaticcio, coglion accaldato, coglione vacanziero, coglion bagnante! Ed ecco la mia risposta. Credo che la guarderò, perché ci sono modi assai peggiori di trascorrere un’ora e mezza serale senza impegno. Ma è presto e il mio cammino di uomo che medita è solo agli inizi. Magari tra qualche mese il tempo libero potrebbe essere diventato così poco che per me Gomorra 3 saranno solo un nome e un numero sulla bocca di tutti. Una delle tante cose di cui si può fare a meno.


Don Pietro Savastano: decadenza di un boss

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Pietro Savastano è un criminale potente, rispettato, temuto. Il suo clan è solido, gli ordini che impartisce sono eseguiti ciecamente. Il suo nome è una garanzia per chiunque voglia fare affari loschi, poiché la sua egemonia è di vecchia data e comprovata: sono già venti anni che la polizia lo tallona senza successo. Egli ha ereditato il suo potere dal padre, del quale si sa poco se non che si è nascosto da latitante per anni. La vecchia figura del camorrista che di tanto in tanto ho sentito ricordare con nostalgia da chi si lamenta con ottusa imbecillità della nuova e più feroce camorra attuale, considerata priva di onore al confronto con la precedente, è riassunta e al contempo demistificata nella sua figura: Don Pietro chiama i suoi uomini con soprannomi proprio come farebbe l’usurata figura di un criminale pronto per una caricatura, ma egli mostra di essere molto lontano da quell’immagine eroica che inspiegabilmente ancora avvolge i camorristi.

In Gomorra la serie Don Pietro è mostrato quando risiede nel punto più alto percorso dalla ruota della fortuna, ovvero quando il tempo del declino è ormai imminente: egli ne è consapevole. Sente il fiato della polizia sul collo, intravede i pugnali luccicanti dei traditori e scruta disperato il futuro, perché non scorge un erede degno di lui a cui passare il testimone. Come re Edoardo in Braveheart, egli vive la disperazione di vedere il proprio castello sgretolarsi malgrado la propria abilità.

Di fronte a qualcosa che sembra inesorabile come la foresta vivente che assale Macbeth, Pietro Savastano non trova di meglio che spingere le reazioni violente fino al parossismo, accelerando di fatto la sua sconfitta. Per quanto risoluto, infatti, egli comincia a mostrare di non essere infallibile o meglio di non riuscire a reggere il confronto con gli altri camorristi emergenti: quando scopre di aver ucciso inutilmente il fedelissimo Bolletta credendolo un traditore, la sua espressione (e qui, anche se un po’ di corsa, bisogna sottolineare la bravura dell’attore Fortunato Cerlino nel rendere credibile il suo personaggio) esprime tutta l’incredulità e la confusione che lo affliggono. In tale situazione l’arroganza e la spavalderia che gli spinge fino all’insolenza, tra i tratti più caratteristici del personaggio, cominciano a suonare stonati: non appaiono più dimostrazioni di forza dettati dalla sua leadership, ma i deliri di colui che decide deliberatamente di ignorare il nuovo ordine delle cose.

Una volta in galera le rivendicazioni di Don Pietro si fanno sempre più inadeguate alla sua condizione e la sensazione che egli si stia battendo a tutti i costi soltanto per rifiutare l’irreversibilità della sua caduta cresce fino al rango di certezza. Così Don Pietro diventa la copia di un camorrista cinematografico ben presente nella memoria dei napoletani grazie al ripetitivo palinsesto dei canali locali: mi riferisco al Professore di Vesuviano, contraffazione di Raffaele Cutolo nel film d’esordio di Giuseppe Tornatore Il camorrista (1986). In carcere, infatti, Don Pietro crede di poter ripetere le gesta del personaggio che ha probabilmente visto anche lui in televisione, dato che gli altri carcerati, assecondando spontaneamente le sue aspettative, si presentano come un popolo di sudditi che accoglie il proprio re.

Non basta nemmeno il pugno duro del direttore del carcere a neutralizzare i deliri di onnipotenza di Pietro Savastano: egli si è talmente identificato nel Professore di Vesuviano da credere sacrosanta verità la propria affermazione “Non c’è problema, comandante, io posso fare a meno di tutto. Ma voi siete sicuro di poter fare a meno di me?”. Naturalmente Don Pietro si riferisce al carisma che possiede sugli altri detenuti, evocando nella memoria dello spettatore, e magari chi sa anche in quella del suo interlocutore, la capacità mostrata dall’altro camorrista di sedare qualsiasi malcontento sorgesse nel carcere.

Il dipanarsi degli eventi sembra dargli ragione. Quando Don Pietro riesce a fomentare e a sedare  da solo una rivolta in una spettacolare scena in cui il carcere è messo a ferro e fuoco, allora sembra che l’insegnamento cinematografico assimilato da Don Pietro abbia funzionato alla perfezione. Ma non è così. Non è affatto così. Si avverte qui l’abilità dello sceneggiatore, il quale gioca con l’orizzonte d’attesa dello spettatore. Il direttore del carcere, infatti, avendo probabilmente visto anche lui il film di Tornatore, irretisce Don Pietro proprio grazie alle spoglie del suo trionfo; le concessioni che egli ha elargito in cambio del ripristino della quiete carceraria non sono altro che uno stratagemma usato per incastrare il criminale e costringerlo al carcere di rigore: l’incubo di ogni boss. Se da un lato si ha la sensazione che l’avversario di Don Pietro sia più scaltro, più saggio, più determinato della blanda polizia degli anni Ottanta, dall’altro la conclusione dell’episodio dipana ogni dubbio circa le reali capacità di discernimento del boss sconfitto. La sua obsolescenza è palese.

Il passaggio di consegne a favore di suo figlio Gennaro e di sua moglie Imma sancisce l’uscita di scena di Don Pietro. Da lì in avanti è accentuata la rappresentazione patetica e umana del personaggio, già accennata all’inizio in virtù di siparietti comici di vita familiare a volte degni di una sitcom vecchia come i Robinson. La solitudine del boss e la lontananza dagli affetti che è costretto ad affrontare sono raccontati con pochi ma efficacissimi tocchi: alcuni sguardi, quei complimenti da smargiasso che fanno arrossire la compagna come una scolaretta oppure quel gesto di poggiare il capo sulla parete trasparente che lo separa dalla mano dell’amata o ancora in quel sorriso forzato lanciato  come un saluto rassicurante.

Tuttavia Don Pietro cova qualcosa di insospettabile. Dal momento che tutti credono sia rimbambito, confuso, insomma che sia diventato solo un fragile vecchio che ama mettere bocca su faccende che ormai non gli riguardano, egli decide di sfruttare tale immagine affinché gli faccia da bozzolo mentre egli si prepara per la vendetta. Il personaggio allora dimostra di non essere affatto finito, ma di avere nel suo arsenale un’arma segretissima che la sua storia di uomo violento pareva escludere: egli possiede uno straordinario talento di attore, tale da riuscire a ingannare non solo lo staff del carcere, ma persino suo figlio. Il suo passo diventa strascicato, lo sguardo è perso nel vuoto: nessuna delle parole in codice di Gennaro sembra giungere a quella che un tempo era una fine mente strategica. Per Don Pietro sembra arrivata quella auspicatissima demenza di cui Erasmo da Rotterdam fece un grandioso elogio e che qualche tempo dopo fu spacciata per la follia un po’ scema e un po’ infantile dell’adolescente di turno o del tronista di Uomini e donne. Insomma quell’imbecillità che permetterebbe di affrontare la crudeltà della vecchiezza.

Savastano è un eccellente attore perché non inventa nulla: la patetica deriva di se stesso che  interpreta è credibilissima, poiché del tutto conseguente. Lo abbiamo visto perdere colpi; abbiamo sentito chi lo circonda essere sempre più persuaso della sua mancanza di lucidità; abbiamo visto il suo orgoglio piegato dalla prigionia. Lo abbiamo visto apprendere impassibile, quasi assente, la notizia della morte di sua moglie: impossibile indovinare che quell’uomo così impulsivo sia in un grado di dissimulare il proprio dispiacere di fronte a un evento così drammatico. Allora crediamo alla sua versione dei fatti. Savastano si è rincoglionito, perché il carcere duro fa questi effetti; d’altra parte ce lo ha insegnato anche Il camorrista, il quale si chiudeva proprio con i deliri del Professore di Vesuviano oramai con il cervello bruciato dall’isolamento.

E invece proprio sul finire della prima stagione, si scopre che Don Pietro è stratega sopraffino, magari anche più in gamba del tanto apprezzato Conte o del machiavellico Ciro, perché proprio quando siamo convinti che la sua vicenda ripercorra il fallimento della sua fonte di ispirazione, egli ci mostra che sa imparare dagli errori di chi lo ha preceduto, proprio come aveva fatto il direttore del carcere ai suoi danni. Così proprio quando la prima stagione sta per finire con una resa dei conti tra i due schieramenti di camorristi, arriva il colpo di scena che è allo stesso tempo un cliffhanger grandioso (per mamma: un cliffhanger è un espediente retorico tipico dei prodotti seriali che serve a lasciare lo spettatore insoddisfatto e curioso rispetto al futuro svolgimento dei fatti), decisamente più elegante di quello in cui vediamo la mano di Gennaro massacrato pulsare giusto prima dei titoli di coda. Don Pietro è liberato (ma quanto ribrezzo fa qui la parola libertà se di parla di un criminale) dal suo irriducibile scagnozzo Malammore e, proprio in quel momento, fermando i nostri occhi su quelli di nuovo vivi e agguerriti del criminale, comprendiamo la scoraggiante perfezione del suo inganno. L’inganno di un maestro da cui anche lo scaltro iago Ciro avrebbe ancora molto da imparare.

 


La strada di Cormac McCarthy

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Quando il timido Zagni mi consigliò di leggere La strada non avevo nessuna idea di cosa fosse. Forse mi aveva accennato a un futuro post apocalittico, ma non ci metterei la mano sul fuoco, ammesso che sia capace di accenderne uno. Tra me e Zagni ha sempre funzionato così: si diceva il titolo di un libro e se l’altro non l’aveva letto, gli si diceva di farlo. Con garbo e anche un pizzico di invidia, naturalmente. L’apprezzamento dell’altro valeva più di mille racconti di invitanti trame. All’epoca non sapevo che Cormac McCarthy fosse l’autore del romanzo omonimo da cui i fratelli Cohen attinsero per creare il crudelissimo film Non è un paese per vecchi. Figuriamoci poi se immaginassi che nel 2007, un anno dopo la pubblicazione, il libro fosse stato insignito del Premio Pulitzer per la narrativa. Insomma, sapevo solo che Zagni lo consigliava e ciò bastava. Anzi ero così certo della bellezza del libro che cominciai a consigliarlo senza averlo letto (cosa che voi non dovete fare a meno che non siate amici di Zagni).

Va bene, d’accordo, ma perché non lo hai letto prima? Perché hai aspettato tutto questo tempo? La risposta è semplicissima: non so proprio per quale motivo, ma quando pensai per la prima volta a questo libro, immaginai qualcosa di molto grosso: un romanzone da almeno cinquecento pagine. Un impegno che non mi sentivo di affrontare mentre Horcynus Orca mi guardava dallo scaffale insieme a un centinaio di libri acquistati ma ancora in attesa del loro turno.

Potete immaginare cosa accadde quando scoprii che il librone immaginato e ingiustamente messo da parte non era altro che un libriccino di duecento pagine che raccontava il viaggio di un uomo e di suo figlio in un mondo distrutto da una catastrofe. Accadde, insomma, che cercai il libro e lo comprai usato in una bella decima edizione dalla copertina rigida, che contiene ancora lo scontrino del primo acquirente, tale signor Enrico Marchiori che lo prese in una libreria LaFeltrinelli a Mestre (caro signore, se mai si imbatterà in questo post, sappia che il suo libro è in buonissime mani e che le sono grato per l’acquisto. Anzi, approfitto per chiederle chi o come mai vendette questo bellissimo libro). Quando il libro giunse tra le mie mani, ero alla Mayoner & Russenbrook, la ditta di famiglia. Era quasi l’ora di pranzo. Un momento perfetto per cominciare a leggiucchiare La strada.

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro.

L’inizio è pieno di vaghezza. Al di là della descrizione atmosferica che annuncia una storia dominata dal grigio, forse la parola più potente per capire la gravità della situazione in cui McCarthy sta introducendo il lettore è quell’aggettivo “prezioso” riferito a “respiro”. Con l’avanzare della narrazione l’obiettivo metterà a fuoco meglio alcuni aspetti che sono contenuti in queste quattro righe. Altri, invece, continueranno ad essere avvolti dal mistero. Per esempio non ci vorrà molto per scoprire che l’uomo e il bambino, entrambi senza nome, sono un padre e un figlio, rispettivamente vedovo e orfano di una donna che di fronte all’insensatezza della sopravvivenza, ottuso istinto primordiale, ha deciso di esercitare il proprio diritto di scelta e l’ha fatta finita. Si comprenderà il motivo per cui il respiro del bambino è così prezioso per il suo vecchio: è respiro che infonde vita come quello del dio dell’Antico Testamento.

Non trascorrerà troppo tempo prima di capire cosa sia la strada a cui il titolo allude: una parola che l’autore ripete di continuo, perché è tra le pochissime a non essere ancora cancellata dall’oblio che è toccato a tante altre.

Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio.I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà. Ripiegato su se stesso come un essere che cerca di preservare il calore. Prima di chiudere gli occhi per sempre.

La strada è la sola linea di senso nel mondo devastato. Per conservarne il ricordo, l’uomo ha ridotto una vecchia guida stradale a fogli volanti rattoppati con il nastro adesivo. A carta straccia assomiglia l’ultimo preziosissimo vangelo. La strada, infatti, indica una direzione al viaggio, sottrae alla disperazione quella lontana eppur raggiungibilissima costa che promette qualcosa di indefinito, e proprio in quanto tale migliore di quanto si staglia davanti agli occhi. In un mondo in cui un padre ricorda a stento le favole da raccontare al proprio unico figliolo, la strada è  l’ultima eco di un canto dimenticato in cui gli uomini potevano essere ancora divisi in buoni e cattivi.

Ho letto La strada troppo a ridosso di Horcynus Orca, perché la mia percezione non ne risentisse.  L’ho letto rapidamente, perché la sua mole era una bazzecola rispetto a quella dell’altro romanzo. L’ho letto con il vivido ricordo della ricchissima lingua utilizzata da D’Arrigo. Perciò di fronte alla lingua poverissima de La strada, alla ripetizione ossessiva delle meticolose azioni del protagonista, a volte ho provato un senso di nausea. Eppure il senso di quello stile non mi sfuggiva: conferire importanza assoluta a tutti quei gesti che nella vita quotidiana compiamo con disattenzione, ma che in un mondo al termine acquistano una pregnanza gigantesca. Talvolta, infatti, ho pensato che McCarthy intendesse fornire al lettore un vero e proprio manuale di sopravvivenza per chi dovesse restare in vita dopo un’apocalisse.

Impiegarono tanto tempo a trovare il carrello. L’uomo lo disseppellì dalla neve, lo raddrizzò, ripescò lo zaino, lo sbatacchiò, lo aprì e ci ficcò una delle coperte. Rimise lo zaino, le altre coperte e le giacche nel carrello, prese in braccio il bambino, e lo sistemò sopra, gli slacciò le scarpe e gliele tolse. Poi tirò fuori il coltello e cominciò a tagliare una delle giacche per fasciarci i piedi del bambino. Usò una giacca intera, poi ricavò grossi rettangoli dal telo di plastica e glieli avvolse ai piedi, partendo da sotto e legandoglieli alle caviglie con la fodera delle maniche della giacca.

Alla scarsa varietà di argomenti si contrappone una potenza emotiva certe volte davvero ingestibile. Ho provato dolore agli stinchi e un’autentica disperazione, quando i due personaggi si sono imbattuti in due degli episodi più agghiaccianti di La strada. La prima volta accadde durante l’esplorazione della casa-allevamento in cui alcuni uomini e un aio di donne sono lasciati in vita il tempo sufficiente affinché non imputridiscano e possano essere mangiati quando i ‘pastori’ saranno di nuovo affamati. Il secondo cazzotto  da knock-out, invece, l’ho ricevuto nella terribile sequenza in cui padre e figlio scoprono uno spiedo in cui è infilzato un neonato decapitato e abbrustolito.

Per il resto McCarthy somiglia a un pugile che lavora ai fianchi, ti toglie il fiato, ti fa vacillare fino alla disperazione. Nel mondo de La strada qualsiasi azione comporta una sforzo sovrumano. Il freddo è insopportabile, il riparo dalla pioggia precario, gli uomini che si incontrano per la strada o sono predoni o sono briganti quando non sono morti che camminano; il terreno è sterile, così che la speranza di ricostruire la civiltà pare una semplice frottola mascherata sotto la mitica e un po’ cialtrona frase “noi siamo quelli che portano il fuoco”; l’unico cibo disponibile è quello prodotto dagli uomini dell’epoca passata, una risorsa limitatissima e deperibile. Già verso la metà del libro ci si comincia a guardare intorno nella speranza che l’uomo all’angolo getti la spugna e riposare in pace. Non importa se una volta per tutte.

Questo è La strada di Cormac McCharthy: un romanzo crudo che racconta la deriva crudelissima dell’umanità in un mondo esausto; un libro che costringe il lettore a dubitare di ogni uomo, di ogni barlume di speranza il destino sembri concedere. Una storia che insegna il valore di un paio di scarpe, quasi in barba a quel cretinissimo adagio femminista per cui non tutte le donne sognerebbero di riempire una scarpiera. Cormac McCarthy sembrerebbe quasi dire: “Stronzate! Cosa ve ne fate dei libri in un mondo morente? Donne sagge furono quelle che fecero scorta di scarpe”.

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Kung Fury. Cintura nera di trash

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Non sono solito consigliare filmacci da guardare con spirito goliardico. Per questo c’è qualcuno che nel campo si può dire un vero maestro, ossia Lupocattivo del divertentissimo blog Cinemanometro. Accade, tuttavia, che ieri sera dopo che ebbi preparato delle tenerissime scaloppine di pollo al marsala e pepe verde, mio fratello Luca, il mio fratello preferito, mi inviti a vedere un film di mezz’ora che promette bene. La definizione era più o meno questa: “un cinese che fa kung fu e qualcosa che ha a che fare con videogiochi e Hitler; si chiama Kung Fury e possiamo vederlo in alta definizione su Netflix”. Non so resistere a proposte tanto indecenti, così io e la mia sedia da scrivania ci trasferiamo nella stanza a fianco.

Comincia il film. Bastano poche decine di secondi per capire che questo film è destinato al complimento supremo in materia di film di exploitation, perciò non posso che esclamare “in questo film c’è tutto!”. Per cominciare un’inaudita violenza di strada perpetrata da personaggi che ricordano molto i delinquenti  stereotipati degli anni Novanta: giubbini di jeans o di pelle smanicati e no, zazzere, fasce nei capelli cotonati, occhiali da sole e guanti da motociclista. Ah, e ovviamente un uzi a portata di mano.

In questa città violenta dove anche un videogioco da sala può animarsi, diventare un robot e cominciare a seminare distruzione, far esplodere teste, incendiare carrozzine (“la carrozzina!”, direbbero i colleghi di Fantozzi), la legge è tutelata dalla solita polizia inefficiente stritolata dalla burocrazia, preoccupata più a disegnare la quadratura del bilancio che a mantenere l’ordine. Fortunatamente questa truppa di brocchi può ha a disposizione il suo fuoriclasse, il piedipiatti perfettamente dentro gli schemi essendo fuori dagli schemi: l’uomo che chiamano Kung Fury (e solo dio sa se non si tratta di un nome azzeccatissimo per un tale esemplare di stereotipa crudezza hardboiled).

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Kung Fury, l’uomo, non tradisce le aspettative (e nemmeno il film lo fa, sia chiaro). Ricorda nemmeno troppo vagamente il personaggio della celeberrima serie di videogiochi Street Fighter, solo che indossa un chiodo e una maglietta rossa. Ha la voce profonda del Batman di Nolan, l’eloquio asciutto del giudice Dredd e la solenne inespressività di Steven Seagal. Per la prima volta lo incontriamo nella sua tana, circondato da candele e arredi di pessimo gusto in compagnia di una tizia che se lo mangia con gli occhi palpandogli il braccio. La musica con sax solista fa tanto situazione iniziale dei vecchi film porno, quelli che avevano pure una trama e che tanto amava un mio vecchio compagno di scuola. Insomma, la sceneggiatura fa di tutto per convincerci che Kung Fury quando non sia impegnato a spaccare culi, passi il tempo a infuriare tra le lenzuola. Egli insomma è la incarnazione di quella virilità pecoreccia fiore all’occhiello del cinema d’azione, l’uomo che tutti vorrebbero essere perché, ma questo lo crede lo spettatore, tutte le donne si strapperebbero i capelli in preda all’isteria per averlo. Gli stereotipi piedipiatteschi ci sono tutti: “lavoro da solo”, la restituzione del distintivo, il capo rompicazzo, il compagno di volante e di mille avventure perduto durante un picco di maschissimo affetto (per altro con una kill di pregevolissimo livello splatter). Quello che invece è davvero nonsense ma alla fine sembra non fregare a nessuno è il collega Triceracop, mezzo uomo mezzo triceratopo.

L’entrata in azione di Kung Fury è un saggio di pacchianeria: nessun effetto speciale è risparmiato, non importa quanto sia esagerato; né i voli con la luna sullo sfondo, né lo scontro su una gru a chi sa quanti metri d’altezza, né tanto meno la pellicola che fa le bizze mentre una colonna sonora elettronica da brivido pompa nelle casse. La ridente cittadina come se non bastasse è preda anche dell’incubo americano per eccellenza: no, non mi riferisco a Richard Nixon rieletto per la quinta volta. Parlo di Adolf Hitler. In questo caso si attinge senza vergogna alla teoria complottistica che vuole l’arianissimo baffetto nascosto da qualche parte e intento a tramare ancora contro gli Iuessei, Iuessei, Iuessei! Robaccia naturalmente, ma non è colpa degli americani se Hitler ha dato agli Stati Uniti la grande occasione di richiamarlo eternamente come avatar del male assoluto ogni volta che c’è da rinvigorire l’orgoglio americano. Insomma, Hitler è tornato e riesce a far fuori un intero reparto di polizia sparando attraverso il telefono. Ma c’è di più. La storia ufficiale forse aveva taciuto una sconvolgente verità: Hitler non era il condottiero di un popolo di allucinati ma un eccezionale un maestro di kung fu, ribatezzatosi Kung Fuhrer, il cui solo scopo era ottenere una conoscenza profondissima dell’antica arte marziale cinese, arrivando ad ottenere i poteri del prescelto di cui parlava una misteriosa profezia (strano che non si chiami il guerriero dragone e non abbia le sembianze di un panda).

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Per Kung Fury arriva l’ora, dunque, di viaggiare nel tempo ed accoppare Hitler. Ma perché non accopparlo nel presente, si chiederà giustamente il mio lettore? Perché altrimenti non si potrebbe aggiungere alla sterminata lista di citazioni del film anche il paradosso del viaggio temporale che tanto mi fece arrovellare nel primo Terminator. DeLorean in arrivo, dunque? Nemmeno per sogno. Qui per tornare indietro ci si serve di una specie di monopattino fluttuante e dell'”hacker più potente del mondo”: Hackerman, un buzzurro che assomiglia in tutto e per tutto a quel cantante svedese conosciuto come Gunther (mettete la dieresi sulla u) ma che non canta Ding Dong Song. Anche se la spiegazione del viaggio nel tempo tramite supporto informatico fornita da Hackerman con linguaggio tecnico usato a caso confonde prevedibilmente il protagonista tutto kung fu e niente cervello, essa si rivela efficace. Poco importa se il fascino per la tecnologia che è capace di suscitare è paragonabile a quello che susciterebbe un chiodo, anzi è l’ennessima occasione per mettere alla berlina la Hollywood delle interfacce da videogame a 8bit e le consuete barre monitoranti il progressivo completamento delle operazioni. Oh, quasi dimenticavo la chicca: Hackerman diventa immediatamente un mito nel momento stesso in cui indossa il suo Nintendo Power Glove, oggetto tecnologico di indicibile fascino che credo il pubblico italiano ricordi soprattutto per la sua apparizione ne Il piccolo grande mago dei videogames. Sono certo che in quegli istanti i miei occhi brillassero.

Con il viaggio nel tempo il film comincia la sua rapida discesa verso la fine, così che il grado di tamarragine supera ogni limite. L’uso del deus ex machina è spudoratissimo. Il primo salto nel tempo è un fallimento, così che Kung Fury si ritrova in un’imprecisata “epoca dei Vichinghi, che consente al regista di sbizzarrirsi in vedute di paesaggi incontaminati. Incontaminati, certo, ma tutt’altro che sicuri, dato che vi scorrazzano Laser-Raptor che sparano luce dagli occhi e toponiche vichinghe con mitragliatrici da elicottero cavalcano dinosauri. Il protagonista sembrebbe giunto a un punto morto, ma non è così: per fortuna a portata di mano c’è un attempato, vanesio e un po’ goffo dio Thor formato gigante che con il suo martellone può inviare il protagonista nella Germania nazista.

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E’ fatta. E’ l’ora dei conti. L’ora di una notevolissima sequenza di combattimento, in cui Kung Fury accoppa decine di nazisti con elmo da Dart Fener, creata scimmiottando i picchiaduro in 2D di una volta, così che lo stacco tra ciò che accade sulla superficie piatta in primo piano è completamente avulso da quanto si vede sullo sfondo gremito di nazisti, in verità lo stesso moltiplicato in trilioni di esemplari, che non si sa bene cosa facciano. Qui, amici miei, si citano senza dubbio i reali dello splatter fatto videogame: quei pionieristici primi tre Mortal Kombat, ai quali oltretutto sono ispirate anche un paio di kill in stile Fatality tra cui la sottrazione della spina dorsale, marchio di fabbrica di Sub Zero). Il resto è rissa sfrenata con l’intervento risolutivo dei personaggi già visti, pronti a salvare le chiappe a Kung Fury: tra essi spicca la versione robotica di Hackerman, capace addirittura di riportare in vita il protagonista già crivellato dalla smitragliata a sorpresa di Hitler dal palco (una citazione da The mask forse?). Devo dirvi anche che appena di parla di morte e resurrezione, lo sceneggiatore non può fare a meno di trasformare tutto in un cartone animato e rappresentare l’aldilà nella grottesca maniera degli autori di Dragon Ball?

Questo è più o meno Kung Fury. Una grossolana accozzaglia messa insieme con grande maestria e senza esagerare nei tempi, tanto da terminare proprio quando sta per sopravvenire la noia. A suo modo credo possa essere considerato un film colto, con una quantità forse ai limiti della legalità di quelle che Leo Ortolani definisce “strizzatine d’occhio”. Penso che ogni essere umano di sesso maschile che abbia visto almeno una decina di film d’azione dovrebbe vederlo, perché Kung Fury è un film onesto: una cazzata che non fa finta di essere altro.

Ah ultima raccomandazione: guardatelo con la giusta compagnia, perché gli sguardi complici al vicino ghignante non sono un optional.

 


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