Categoria: recensioni

La passione per il fantasy e Il trono di spade

Dariosultrono

La mia passione per i mondi fantastici risale a molti anni fa. Ricordo l’anno in cui mi avvicinai al celebre gioco di ruolo Dungeons & Dragons. Frequentavo il liceo. Io e il mio amico Giovanni cominciammo a creare il nostro alter-ego insieme a Mariocoppola e a un Dungeon Master che custodiva i manuali illegalmente fotocopiati come se fossero il sacro Graal. Fu l’anno in cui lessi per la prima volta Il Signore degli anelli e da lì un bel po’ di paccottiglia fantastica scritta da Margaret Weis e Tracy Hickman: la trilogia dei gemelli, dei draghi e altra roba che non vale la pena ricordare. Il mio palato non era ancora abituato a gustare combinazioni complesse di sapori, ma già allora potevo avvertire la differenza di qualità che esisteva tra Tolkien e il resto.

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Le armi della persuasione di Robert B. Cialdini.

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Sono al tavolo da lavoro. In mano ho una pinza arancione piuttosto nuova; componenti per chiusure lampo giacciono sulla superficie bluastra del tavolo: molle, cursori, tiretti,  terminali. Buste qua e là e piccoli denti di ferro sparsi ovunque. Alla mia sinistra, invece, c’è un libro dalla copertina verde che spicca tra i toni grigi e beige della sala. Uno degli avventori si avvicina e dopo aver letto il titolo fa una battuta sulle presunte “armi che staremmo preparando”. Cerco di spiegargli di cosa parla il libro, ma capisco dopo esattamente 4.7 secondi che non ha nessuna intenzione di ascoltarmi. Mi ritiro con ordine come un soldato dell’esercito prussiano e riprendo il mio lavoro semplice e ripetitivo. Ma intanto penso che Le armi della persuasione sia un libro di cui valga la pena parlare. Allora mi riprometto di scriverne qualcosa sul blog. Lo faccio molte volte, ma poi finisco sempre per dedicarmi ad altro. Eppure il libro mi è piaciuto. Anzi mi è piaciuto parecchio, perché mi ha chiarito con gli strumenti della psicologia sociale quali sono i motivi per cui nella mia vita ho avuto tanta difficoltà a dire “no”. E allora mi sono sentito meno solo.

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Don Pietro Savastano: decadenza di un boss

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Pietro Savastano è un criminale potente, rispettato, temuto. Il suo clan è solido, gli ordini che impartisce sono eseguiti ciecamente. Il suo nome è una garanzia per chiunque voglia fare affari loschi, poiché la sua egemonia è di vecchia data e comprovata: sono già venti anni che la polizia lo tallona senza successo. Egli ha ereditato il suo potere dal padre, del quale si sa poco se non che si è nascosto da latitante per anni. La vecchia figura del camorrista che di tanto in tanto ho sentito ricordare con nostalgia da chi si lamenta con ottusa imbecillità della nuova e più feroce camorra attuale, considerata priva di onore al confronto con la precedente, è riassunta e al contempo demistificata nella sua figura: Don Pietro chiama i suoi uomini con soprannomi proprio come farebbe l’usurata figura di un criminale pronto per una caricatura, ma egli mostra di essere molto lontano da quell’immagine eroica che inspiegabilmente ancora avvolge i camorristi.

 

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