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99 consigli di stile di Alfredo de Giglio. Una recensione

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Il mio amico Zagni è un entusiasta. Se in un bar di Via dei Tribunali gli racconti le tue idee sulla letteratura, su Sam Gamgee o persino sul tessuto che preferisci per un completo invernale, ti risponde semplicemente “perché non ci scrivi un pezzo?”. Entusiasta. E pratico, devo aggiungere. Caratteristica quest’ultima che invece io possiedo in dosi microscopiche. Anche questa volta, perciò, una recensione che avevo deciso di scrivere  già un paio di mise fa arriva sui vostri schermi in ritardo soltanto ora.

A Natale Sonia mi ha regalato un libretto intitolato  e sottotitolato 99 consigli di stile (piccole gocce di quotidiana eleganza contro un mare di volgarità) di Alfredo de Giglio. Un libretto grazioso, simpatico, brillante; un libretto piacevole anche solo da sfogliare e sbocconcellare, grazie all’impaginazione sobria e minimale, perfetta per non confondere l’occhio e per favorire così la rilettura e la meditazione. Ogni pagina accoglie un consiglio accompagnato dal suo bel numerone e da una sorta di postilla che chiarisce l’asciutta massima. Un modo di proporre le proprie novantanove verità al contempo essenziale e stentoreo, proprio come l’eleganza che si vuole insegnare al lettore. Se il mondo sembra dominato dalla sciatteria, dalla ricerca della comodità, dall’omologata deviazione dalla norma, infatti, il nostro agile libretto si pone come una riscoperta di valori etici ed estetici che l’autore indica come “classici”, cioè mastii che nessun esercito modaiolo sarà capace di espugnare.

Convinto che le regole dell’eleganza e del buon gusto siano ormai dimenticate, l’autore fornisce innanzitutto una generosa dose di consigli estremamente pratici. Poiché si tratta spesso delle nozioni fondamentali dell’eleganza, il lettore già informato potrebbe trovarle scontate, così da essere tentato di passare rapidamente avanti. Farebbe male, però; poiché è proprio nel tono intransigente dell’autore, nella sua capacità di utilizzare un esemplare contegno lessicale anche quando chiamato ad esprimere la più completa disapprovazione che risiede l’aspetto più divertente e, perché no, letterario del libro. Il consiglio numero sette ne è un esempio limpidissimo:

Mai ma proprio mai giacca, cravatta e scarpe senza calzini.

Come andare in macchina senza ruote, uscire con una donna senza rossetto, mangiare una carbonara senza guanciale.

Per cortesia, rispetto per i vestiti prima che per voi stessi. Se proprio volete fare i selvaggi, allora uscite sempre e solo in jeans e t-shirt.

Al di là dei singoli precetti concreti, comunque, 99 consigli di stile propone una vera e propria filosofia di vita, basata su due convinzioni granitiche. Prima: etica ed estetica sono indissolubili. Seconda: ciò che è “vissuto” vale molto di più di ciò che è nuovo.

Un uomo elegante è innanzitutto un uomo affidabile. Il tempo trascorso a perfezionare la propria consapevolezza riguardo a problemi fondamentali come la bellezza, l’educazione, l’istruzione, infatti, conferisce all’uomo elegante il distacco necessario per affrontare la vita quotidiana al riparo dalle pericolose seduzioni del momento che fanno leva per lo più sull’ansia di successo, sulla necessità di affermazione, sul senso di inadeguatezza. Plasmati da tanto cinema americano imperniato sul mito del self made man e dall’intera industria mondiale della pubblicità che promette la conquista della felicità attraverso l’acquisto e il consumo, è fin troppo facile che nel nostro cuore nasca l’avidità. E l’avidità  conduce alla sopraffazione; la sopraffazione alla spietatezza; la spietatezza alla violenza; e la violenza naturalmente conduce al lato oscuro. “Come un monaco o un samurai” (o un jedi, già che ci siamo) l’uomo elegante ha invece le sue certezze e come il saggio lucreziano può guardare dal suo posto privilegiato il mondo senza prendere parte alla brutale lotta quotidiana, ma coltivare semmai compassione, gentilezza, fermezza e umorismo. Non a caso il consiglio numero uno suona come un vero e proprio comandamento morale.

La parola di un uomo è sacra.

Il vero disastro di quest’epoca superficiale è la totale mancanza di etica. Siccome etica ed estetica vanno a braccetto, ecco che vediamo persone malvestite comportarsi da barbari. Accordi non rispettati, valori degradati, società asociali. Pensate all’impatto delle brutte periferie sul comportamento (“gli uomini fanno i palazzi, e poi i palazzi fanno gli uomini”); al degrado della scuola che si ripercuote su professori mediocri e alunni svogliati, alla tristezza delle mense aziendali. Ricordate il film “Brutti, sporchi e cattivi”…? In un’epoca contrassegnata dall’ipersalutismo, dal chilometro zero, dai riflessi metallici dell’alluminio, dall’asetticità degli uffici, dalle griffe, è paradossale che sia la sciatteria (si badi, non solo di vestiti si parla) l’unico comune denominatore delle società occidentali.

Non è dunque il denaro che conferisce all’uomo l’aura di eleganza che lo avvolge, ma la sua capacità di compiere scelte consapevoli. Per questo un oggetto scelto con cura senza inutili salassi economici può valere molto di più dell’oggetto di moda strapubblicizzato che tutti desiderano possedere ma che è destinato a un rapidissimo declino. Meglio avere pochi oggetti eccellenti, che tanta robaccia kitch. Il cimelio, l’abito, l’opera cari all’uomo elegante, infatti, acquistano valore con il trascorrere del tempo, perché lo accompagnano durante la vita fino a diventare parte del suo passato. Perciò de Giglio ci invita a prenderci cura dei nostri piccoli tesori, riscoprendo le antiche e quasi perdute arti della manutenzione e della riparazione, in modo oltretutto da avere la possibilità di tramandare agli eredi qualcosa a cui dedicammo cura ed entusiasmo. Importantissimo, perciò, è il consiglio numero diciotto.

Un guardaroba abbondante non è quasi mai fonte di eleganza.

L’uomo deve consumare i suoi capi. Li deve vivere, ed essi vivere con lui. Vissuto, si dice di una cosa che rappresenta nella propria usura un passato. I nuovi ricchi o i nuovi abbigliati sono quelli che ad ogni occasione si presentano vestiti di nuovo. Li vedete al Pitti o in tv o in ‘sagre’ varie. Ricordate che a differenza della donna l’uomo indossa sempre e solo abiti già usati. Proprio per di-mostrare che lui ha già nel suo guardaroba una mise adatta a quel particolare avvenimento. Nella nobiltà inglese era abitudine far indossare i propri vestiti o le proprie scarpe a dei valletti, al fine da levar loro la patina di nuovo. Addirittura si mettevano dei sassi nelle tasche delle giacche.

Chi mi conosce sa che condivido totalmente i due precetti etici sostenuti in 99 consigli di stile. Condivido meno, invece, alcune considerazioni sull’importanza per un uomo elegante di celare i propri sentimenti, manifestandoli soltanto nell’intimità.  Non credo, infatti, che lacrime discrete, magari di commozione di fronte alla bellezza o al sublime, debbano essere patrimonio esclusivamente femminile o infantile. Non sono convinto, insomma, che una condotta del genere possa avere un impatto davvero positivo sugli altri, perché mostrarsi impassibili quando la tempesta emotiva impazza dentro di noi significa nascondere la nostra compassione, che è tratto umanissimo e, perciò, di certo prerogativa di una forte personalità. Ne approfitto, perciò, nel dissentire, per mettere in pratica forse il più saggio di tutti i consigli del libro: il consiglio numero settantesette.

Cercare di farvi una idea su tutto e non fidatevi delle definizioni preconfezionate.

Abbiamo consulenti, terapeuti, psicologi, esperti, maestrine dalle penna rossa, che vi dicono cosa fare e non fare, cosa bere e cosa mangiare. Soprattutto nel campo enogastronomico, settore di gran moda, si registrano alcuni luoghi comuni pericolosi, difesi da schiere di sommelier, nutrizionisti, appassionati improvvisati. Mai fidarsi di chi non forma sul campo le proprie convinzioni. La mediocrità così imperante si spiega anche per questo sapere da bignami che viene spacciato da verità assolute.

Diffidate di chi vuole insegnarvi qualcosa, anche di questo libro. Anzi, confutatelo tutto, così avrete pieno accesso alla vostra verità, che poi è l’unica che conta.

Guai a coloro che interpreteranno questo prezioso consiglio come un dozzinale e odioso “tutto è relativo”.


Sing ovvero l’ispirazione e il riscatto. Una recensione

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Se mi avessero detto che ieri sera sarei stato al cinema completamente in balia delle emozioni, avrei risposto con uno sguardo scettico o con un ironico “addirittura?!”. E invece sono qui a raccontarvi che per centootto minuti più intervallo e titoli di coda ho perso il controllo delle mie ghiandole lacrimali. Non mi capitava da un po’, forse non vivevo un’intensità del genere dai tempi di Inside Out.

La storia di Sing è semplicissima, i più spocchiosi direbbero “prevedibile”: un impresario sull’orlo del fallimento scommette sul talento nascosto dei suoi concittadini per organizzare uno spettacolo che risollevi le sorti del suo teatro. Il resto è regolato dalle inflessibili regole di genere: ritmo ternario di ascesa, caduta e nuova ascesa. Devo dirvelo io che il nostro koala impresario troverà gente in gambissima e insospettabile che sa cantare, suonare, ballare e che alla fine tutto andrà per il meglio sia per lo scopritore di talenti sia per gli insospettabili mostri da palcoscenico?

Ma non finisce qui: se volessi essere spietato, potrei addirittura rispolverare la celebre categoria morettiana di “film facile” per Sing, mostrandovi qualche motivo per cui si dovrebbe trattare di un prodotto commerciale più che di un fatto artisticamente rilevante. Per esempio potrei farvi notare che i potenziali talenti coprono un ampio ventagio di umanità che sembra selezionato apposta per dare soddisfazione alla più ampia fascia di pubblico possibile: c’è la casalinga tutto fare che può ridare lustro al suo antico sogno di giovinetta ovvero può calcare la scena come showgirl bravissima e mozzafiato; c’è il figlio che riesce a riguadagnare la stima del padre che vedeva in lui poco più che un mollaccione, ci sono i cattivi da odiare per la loro crudeltà e parossistica mancanza di senso estetico e che saranno puntualmente sconfitti, c’è la ragazzina maltrattata dal fidanzato che riesce a trasformare l’abbandono in pregio artistico, c’è la vecchia star della lirica supersnob il cui cuore di pietra alla fine si ammorbidirà. Ah, quasi dimenticavo: c’è pure la timidona che supera le proprie remore e si mostra capace di afferrare la vita e il destino con la sua proboscide. Tutti possono immedesimarsi, tutti possono trovare l’ispirazione come alla fine di The Big Kahuna.

Come può allora un film del genere, così semplice, stendere letteralmente due trentenni (non ero solo al cinema ma con la cerimoniosa Sonia) e renderli indifesi e sognanti? Oh bella, i motivi sono semplici.

  1. Un film non deve essere originale per fare breccia nel cuore delle persone! Prendiamo i film che abbiamo visto e rivisto tante volte ma che continuano a commuoverci. Possiamo forse definirli originali, dal momento che li conosciamo a memoria?
  2. Chi ha detto che un film è una storia che scorre sullo schermo accompagnata da colonne sonore? Un film è un’opera complessa di cui fanno parte luci, inquadrature, transizioni, costumi, recitazione, colonne sonore e altre cose che al momento non mi vengono in mente. E’ per questo che continuo a ripetere da qualche anno che la frase “il libro era meglio del film” non ha alcun senso.

Dunque, in Sing questo insieme colorato e melodioso che chiamiamo film è costruito in maniera così compiuta da respingere continuamente il pensiero che in fondo non si tratti che dell’ennesima storia americana. Le musiche sono belle, compliscono direttamente allo stomaco; gli attori animati sono ineccepibili; i colori riempiono di gioia; la scelta di un cartone zoomorfo è stimolante, perché si presta una serie di gag  e di associazioni tra uomo e animale che tanto sarebbe piaciuto agli amanti della fisiognomica di due secoli fa. Persino la regia ha i suoi momenti notevoli, come all’inizio del film, quando la telecamera passa da una all’altra delle microstorie dei protagonisti muovendosi rapidissimamente  per le vie della città (al momento non ricordo quale film degli ultimi quindici anni citi, ma il preparatissimo Kasabake ci saprà dire qualcosa, ne sono certo).

Quanto ho un po’ brevemente elencato dovrebbe riuscire a giustificare l’ottimo ricordo che ho del film. Credo, tuttavia, che non basti a spiegare la soddifazione che ho provato nel guardare Sing. Perciò devo dirvi cosa penso veramente. Come tanti talent show che spopolano oggidì, la verità è che Sing parla di riscatto, di un sentimento che una generazione di adulti, che qualcuno chiama ancora erroneamente giovani, ha fame di ottenere. Sing ci racconta con tutta la forza dello spettro luminoso e dei decibel melodiosi che noi non siamo il nostro lavoro. Noi siamo uomini e donne e basta. Sing ci ricorda che il tempo che impieghiamo in segreto a coltivare le nostre passioni non va mai sprecato: non solo perché fa bene al nostro umore e alla nostra ricerca della felicità, quanto perché un giorno potrebbe capitare che i pianeti si allineino, facendo sì che il destino possa darci finalmente la grande occasione di mostrare al mondo (e ai padri perché no, che a volte contano più di un intero pubblico applaudente) che siamo in gamba e bravi anche se la vita ci aveva preso nel suo turbine di scadenze e impegni. Mentre la vita sembrava imbrigliarci nel suo grigiore, noi facevamo segretamente e in un po’ sullo sfondo la nostra parte nel grande spettacolo della vita.


Le armi della persuasione di Robert B. Cialdini.

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Sono al tavolo da lavoro. In mano ho una pinza arancione piuttosto nuova; componenti per chiusure lampo giacciono sulla superficie bluastra del tavolo: molle, cursori, tiretti,  terminali. Buste qua e là e piccoli denti di ferro sparsi ovunque. Alla mia sinistra, invece, c’è un libro dalla copertina verde che spicca tra i toni grigi e beige della sala. Uno degli avventori si avvicina e dopo aver letto il titolo fa una battuta sulle presunte “armi che staremmo preparando”. Cerco di spiegargli di cosa parla il libro, ma capisco dopo esattamente 4.7 secondi che non ha nessuna intenzione di ascoltarmi. Mi ritiro con ordine come un soldato dell’esercito prussiano e riprendo il mio lavoro semplice e ripetitivo. Ma intanto penso che Le armi della persuasione sia un libro di cui valga la pena parlare. Allora mi riprometto di scriverne qualcosa sul blog. Lo faccio molte volte, ma poi finisco sempre per dedicarmi ad altro. Eppure il libro mi è piaciuto. Anzi mi è piaciuto parecchio, perché mi ha chiarito con gli strumenti della psicologia sociale quali sono i motivi per cui nella mia vita ho avuto tanta difficoltà a dire “no”. E allora mi sono sentito meno solo.

Le armi della persuasione è un libro interessante, piacevole dal leggere, ricco di aneddoti e facile all’empatia. Gli argomenti sono trattati con rigore e brio, qualità che mi fanno solitamente apprezzare moltissimo un saggio ossia un libro che dovrebbe essere scritto con lo scopo di insegnare qualcosa al lettore; qualità che assomigliano alla coppia “fermezza e compassione” che forse un giorno comparirà sullo stemma del mio casato (ma prima dovrò decidere se è giusto “compassione” o sarebbe meglio “gentilezza”). Il libro piacerà a chi ama scoprire cose nuove, a chi percorre i sentieri della consapevolezza, a chi è affascinato dal comportamento umano, a chi è alla ricerca di gustosi aneddoti per fare colpo, a chi è a corto di comode e piacevoli letturi da cesso (ma prima sarebbe meglio leggere La guerra gotica di Procopio).

Nel suo libro Cialdini spiega con chiarezza e simpatia i motivi profondi che inducono gli uomini a dire di “sì”. Li divide in sei grandi categorie: reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità. Eccoli esemplificati alla meno peggio.

  1. Avete mai provato l’urgenza di dover ricambiare a tutti i costi un regalo che vi è stato fatto? Avete mai pensato che la risposta “ti devo un favore”, rivolta a chi ci ha aiutato in qualsiasi maniera potrebbe essere non soltanto un fatto di educazione o (nel caso foste un po’ più cinici) un semplice modo di dire ma addirittura un comportamento automatico radicatissimo nell’uomo? Cialdini spiega che questi atteggiamenti sono determinati dal principio di reciprocità: si ha la tendenza a sentirsi in debito con qualcuno a tal punto da sentir la necessità di sdebitarsi.
  2. Vi siete mai chiesti perché per la maggior parte di noi è così difficile venir meno alla parola data persino quando ritrattare non procurerebbe nulla di veramente nocivo ma finanche un vantaggio? E’ il principio di impegno e coerenza che agisce in tutta la sua straordinaria potenza ricordandoci, anche quando non ne siamo consapevoli, che nella società un individuo coerente, onorevole, affidabile è di gran lunga preferito a chi è piuma al vento e, soprattutto, che anche noi vogliamo essere preferiti.
  3. L’adolescente è il ribelle per antonomasia. Con il suo comportamento sembra voler spaccare il mondo e disintegrare qualsiasi norma ereditata dai suoi educatori.  Ma è un illuso. La maggior parte delle volte, infatti, anche il suo ribellarsi obbedisce a delle specifiche convenzioni, quelle del ribelle sedicenne, appunto. Il resto dei sedicenni, insomma, rappresenta per lui un centro di gravità fatto di idee, umori, modelli al quale tendere malgrado la propria volontà. E’ quasi impossibile, insomma, sfuggire al principio della riprova sociale ovvero fregarsene radicamente di cosa fanno gli altri e del rapporto che esiste tra il comportamento del singolo e quello del resto della società. Credo che mostruosità come il nazismo siano state possibili proprio per la schiacciante influenza di questo principio, capace di de-resp0nsabilizzare l’individuo fino al punto di renderlo ottuso al male.
  4. Bisogna farsene una ragione: a meno che non siamo degli incalliti misantropi, condizione comunque spregevole, tutti abbassiamo le difese di fronte a chi ci ispira emozioni positive quali compassione, simpatia e, soprattutto, bellezza. E’ il motivo per cui i bravi venditori, in mala fede oppure no, tendono a cercare un terreno comune di dialogo con l’acquirente o a presentarsi con un generico complimento passpartout. Ecco a voi il principio di simpatia, signori e signore: uno dei principi più sfruttati da venditori, truffatori, ruffiani e puttane (anche gli uomini possono essere puttane, sia ben chiaro).
  5. Non credo di dover aggiungere molto per esemplificare il principio di autorità. Funziona di continuo ogni volta che ascoltate il telegiornale, accendete la televisione, comprate un prodotto pubblicitzzato da un VIP, dite sì al vostro capo anche se è chiaramente un cialtrone, vi innamorate del professore o dell’animatore del villaggio-vacanze eccetera eccetera. L’uomo in divisa piace non solo perché la divisa è davvero l’abito definitivo, ma anche per l’autorevolezza con cui adorna chi la indossa .
  6. “Signore, è proprio fortunato. E’ l’ultimo paio di scarpe rimasto” dice il commesso a un acquirente che egli crede sprovveduto ma che in verità è ben conscio dell’abbondanza di scarpe presenti in magazzino. C’è poco da fare: la rarità è considerata di per sé un valore positivo tanto che siamo disposti a valutare con maggiore generosità qualsiasi cosa scarseggi. In un corso di fisica o di ingegneria, generalmente frequentato per lo più da uomini, le poche donne non saranno soltanto tormentate e prese di mira da latin lover più o meno goffi, ma saranno senz’altro considerate superbellissime. Una volta lo chiamavo “il principio della più bella della classe”, oggi so che non è altro che una manifestazione del principio di scarsità.

Ne Le armi della persuasione ci sono decine di esemplificazioni, assai migliori delle mie, volte ad argomentare la bontà dei sei principi che ho enumerato cercando di contraffare un poco lo stile colloquiale e avvincente impiegato da Cialdini. Gli esempi utilizzati dall’autore sono di triplice provenienza: alcuni vengono da esperimenti volti ad indagare le reazioni e il comportamento umano in date condizioni,  altri dall’esperienza personale dell’autore che sotto mentite spoglie ha frequentato corsi di formazione per venditori inesperti e compulsato manuali di vendita fino a divenire un esperto, altri ancora sono gustosi aneddoti tratti dalla cronaca. Molte volte ci si ritrova nella al contempo appagante situazione di poter sovrapporre i racconti di Cialdini alle esperienze che ognuno di noi ha dovuto purtroppo affrontare uscendone spesso malconcio e raggirato.

Ma perché il comportamento umano è così vulnerabile di fronte a chi si serva di queste sei micidiali armi di persuasione? E’ la risposta a questo interrogativo che mi ha davvero fatto apprezzare il libro di Cialdini, perché mi ha fatto percorrere ancora qualche passo sulla via della consapevolezza. La verità è che siamo deboli di fronte a chi ci vuole strappare un sì sfruttando reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità perché di fronte a tali condizioni l’uomo ha sviluppato una serie di meccanismi di risposta automatica che nel corso della sua storia evolutiva gli hanno fornito un grandissimo vantaggio, dato che gli consentivano di risparmiare tempo ed energie mentali da dedicare ad altro. Cialdini spiega, infatti, che nella maggioranza dei casi farsi persuadere da un comportamento condiviso, da un uomo che ispira autorità o per esempio tenere in giusta considerazione un bene o una qualità molto rara sono risoluzioni eccellenti. Il problema sorge quando un’intera industria comincia consapevolmente ad elaborare strategie sempre più raffinate per sfruttare tali meccanismi. A quel punto è il caso di dare una registrata alla non più infallibile macchina dell’istinto, imparando opportune contro misure per dire di no in maniera efficace e indolore. Credetemi se vi dico che potrebbe volerci una vita intera, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.


Don Pietro Savastano: decadenza di un boss

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Pietro Savastano è un criminale potente, rispettato, temuto. Il suo clan è solido, gli ordini che impartisce sono eseguiti ciecamente. Il suo nome è una garanzia per chiunque voglia fare affari loschi, poiché la sua egemonia è di vecchia data e comprovata: sono già venti anni che la polizia lo tallona senza successo. Egli ha ereditato il suo potere dal padre, del quale si sa poco se non che si è nascosto da latitante per anni. La vecchia figura del camorrista che di tanto in tanto ho sentito ricordare con nostalgia da chi si lamenta con ottusa imbecillità della nuova e più feroce camorra attuale, considerata priva di onore al confronto con la precedente, è riassunta e al contempo demistificata nella sua figura: Don Pietro chiama i suoi uomini con soprannomi proprio come farebbe l’usurata figura di un criminale pronto per una caricatura, ma egli mostra di essere molto lontano da quell’immagine eroica che inspiegabilmente ancora avvolge i camorristi.

In Gomorra la serie Don Pietro è mostrato quando risiede nel punto più alto percorso dalla ruota della fortuna, ovvero quando il tempo del declino è ormai imminente: egli ne è consapevole. Sente il fiato della polizia sul collo, intravede i pugnali luccicanti dei traditori e scruta disperato il futuro, perché non scorge un erede degno di lui a cui passare il testimone. Come re Edoardo in Braveheart, egli vive la disperazione di vedere il proprio castello sgretolarsi malgrado la propria abilità.

Di fronte a qualcosa che sembra inesorabile come la foresta vivente che assale Macbeth, Pietro Savastano non trova di meglio che spingere le reazioni violente fino al parossismo, accelerando di fatto la sua sconfitta. Per quanto risoluto, infatti, egli comincia a mostrare di non essere infallibile o meglio di non riuscire a reggere il confronto con gli altri camorristi emergenti: quando scopre di aver ucciso inutilmente il fedelissimo Bolletta credendolo un traditore, la sua espressione (e qui, anche se un po’ di corsa, bisogna sottolineare la bravura dell’attore Fortunato Cerlino nel rendere credibile il suo personaggio) esprime tutta l’incredulità e la confusione che lo affliggono. In tale situazione l’arroganza e la spavalderia che gli spinge fino all’insolenza, tra i tratti più caratteristici del personaggio, cominciano a suonare stonati: non appaiono più dimostrazioni di forza dettati dalla sua leadership, ma i deliri di colui che decide deliberatamente di ignorare il nuovo ordine delle cose.

Una volta in galera le rivendicazioni di Don Pietro si fanno sempre più inadeguate alla sua condizione e la sensazione che egli si stia battendo a tutti i costi soltanto per rifiutare l’irreversibilità della sua caduta cresce fino al rango di certezza. Così Don Pietro diventa la copia di un camorrista cinematografico ben presente nella memoria dei napoletani grazie al ripetitivo palinsesto dei canali locali: mi riferisco al Professore di Vesuviano, contraffazione di Raffaele Cutolo nel film d’esordio di Giuseppe Tornatore Il camorrista (1986). In carcere, infatti, Don Pietro crede di poter ripetere le gesta del personaggio che ha probabilmente visto anche lui in televisione, dato che gli altri carcerati, assecondando spontaneamente le sue aspettative, si presentano come un popolo di sudditi che accoglie il proprio re.

Non basta nemmeno il pugno duro del direttore del carcere a neutralizzare i deliri di onnipotenza di Pietro Savastano: egli si è talmente identificato nel Professore di Vesuviano da credere sacrosanta verità la propria affermazione “Non c’è problema, comandante, io posso fare a meno di tutto. Ma voi siete sicuro di poter fare a meno di me?”. Naturalmente Don Pietro si riferisce al carisma che possiede sugli altri detenuti, evocando nella memoria dello spettatore, e magari chi sa anche in quella del suo interlocutore, la capacità mostrata dall’altro camorrista di sedare qualsiasi malcontento sorgesse nel carcere.

Il dipanarsi degli eventi sembra dargli ragione. Quando Don Pietro riesce a fomentare e a sedare  da solo una rivolta in una spettacolare scena in cui il carcere è messo a ferro e fuoco, allora sembra che l’insegnamento cinematografico assimilato da Don Pietro abbia funzionato alla perfezione. Ma non è così. Non è affatto così. Si avverte qui l’abilità dello sceneggiatore, il quale gioca con l’orizzonte d’attesa dello spettatore. Il direttore del carcere, infatti, avendo probabilmente visto anche lui il film di Tornatore, irretisce Don Pietro proprio grazie alle spoglie del suo trionfo; le concessioni che egli ha elargito in cambio del ripristino della quiete carceraria non sono altro che uno stratagemma usato per incastrare il criminale e costringerlo al carcere di rigore: l’incubo di ogni boss. Se da un lato si ha la sensazione che l’avversario di Don Pietro sia più scaltro, più saggio, più determinato della blanda polizia degli anni Ottanta, dall’altro la conclusione dell’episodio dipana ogni dubbio circa le reali capacità di discernimento del boss sconfitto. La sua obsolescenza è palese.

Il passaggio di consegne a favore di suo figlio Gennaro e di sua moglie Imma sancisce l’uscita di scena di Don Pietro. Da lì in avanti è accentuata la rappresentazione patetica e umana del personaggio, già accennata all’inizio in virtù di siparietti comici di vita familiare a volte degni di una sitcom vecchia come i Robinson. La solitudine del boss e la lontananza dagli affetti che è costretto ad affrontare sono raccontati con pochi ma efficacissimi tocchi: alcuni sguardi, quei complimenti da smargiasso che fanno arrossire la compagna come una scolaretta oppure quel gesto di poggiare il capo sulla parete trasparente che lo separa dalla mano dell’amata o ancora in quel sorriso forzato lanciato  come un saluto rassicurante.

Tuttavia Don Pietro cova qualcosa di insospettabile. Dal momento che tutti credono sia rimbambito, confuso, insomma che sia diventato solo un fragile vecchio che ama mettere bocca su faccende che ormai non gli riguardano, egli decide di sfruttare tale immagine affinché gli faccia da bozzolo mentre egli si prepara per la vendetta. Il personaggio allora dimostra di non essere affatto finito, ma di avere nel suo arsenale un’arma segretissima che la sua storia di uomo violento pareva escludere: egli possiede uno straordinario talento di attore, tale da riuscire a ingannare non solo lo staff del carcere, ma persino suo figlio. Il suo passo diventa strascicato, lo sguardo è perso nel vuoto: nessuna delle parole in codice di Gennaro sembra giungere a quella che un tempo era una fine mente strategica. Per Don Pietro sembra arrivata quella auspicatissima demenza di cui Erasmo da Rotterdam fece un grandioso elogio e che qualche tempo dopo fu spacciata per la follia un po’ scema e un po’ infantile dell’adolescente di turno o del tronista di Uomini e donne. Insomma quell’imbecillità che permetterebbe di affrontare la crudeltà della vecchiezza.

Savastano è un eccellente attore perché non inventa nulla: la patetica deriva di se stesso che  interpreta è credibilissima, poiché del tutto conseguente. Lo abbiamo visto perdere colpi; abbiamo sentito chi lo circonda essere sempre più persuaso della sua mancanza di lucidità; abbiamo visto il suo orgoglio piegato dalla prigionia. Lo abbiamo visto apprendere impassibile, quasi assente, la notizia della morte di sua moglie: impossibile indovinare che quell’uomo così impulsivo sia in un grado di dissimulare il proprio dispiacere di fronte a un evento così drammatico. Allora crediamo alla sua versione dei fatti. Savastano si è rincoglionito, perché il carcere duro fa questi effetti; d’altra parte ce lo ha insegnato anche Il camorrista, il quale si chiudeva proprio con i deliri del Professore di Vesuviano oramai con il cervello bruciato dall’isolamento.

E invece proprio sul finire della prima stagione, si scopre che Don Pietro è stratega sopraffino, magari anche più in gamba del tanto apprezzato Conte o del machiavellico Ciro, perché proprio quando siamo convinti che la sua vicenda ripercorra il fallimento della sua fonte di ispirazione, egli ci mostra che sa imparare dagli errori di chi lo ha preceduto, proprio come aveva fatto il direttore del carcere ai suoi danni. Così proprio quando la prima stagione sta per finire con una resa dei conti tra i due schieramenti di camorristi, arriva il colpo di scena che è allo stesso tempo un cliffhanger grandioso (per mamma: un cliffhanger è un espediente retorico tipico dei prodotti seriali che serve a lasciare lo spettatore insoddisfatto e curioso rispetto al futuro svolgimento dei fatti), decisamente più elegante di quello in cui vediamo la mano di Gennaro massacrato pulsare giusto prima dei titoli di coda. Don Pietro è liberato (ma quanto ribrezzo fa qui la parola libertà se di parla di un criminale) dal suo irriducibile scagnozzo Malammore e, proprio in quel momento, fermando i nostri occhi su quelli di nuovo vivi e agguerriti del criminale, comprendiamo la scoraggiante perfezione del suo inganno. L’inganno di un maestro da cui anche lo scaltro iago Ciro avrebbe ancora molto da imparare.

 


La strada di Cormac McCarthy

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Quando il timido Zagni mi consigliò di leggere La strada non avevo nessuna idea di cosa fosse. Forse mi aveva accennato a un futuro post apocalittico, ma non ci metterei la mano sul fuoco, ammesso che sia capace di accenderne uno. Tra me e Zagni ha sempre funzionato così: si diceva il titolo di un libro e se l’altro non l’aveva letto, gli si diceva di farlo. Con garbo e anche un pizzico di invidia, naturalmente. L’apprezzamento dell’altro valeva più di mille racconti di invitanti trame. All’epoca non sapevo che Cormac McCarthy fosse l’autore del romanzo omonimo da cui i fratelli Cohen attinsero per creare il crudelissimo film Non è un paese per vecchi. Figuriamoci poi se immaginassi che nel 2007, un anno dopo la pubblicazione, il libro fosse stato insignito del Premio Pulitzer per la narrativa. Insomma, sapevo solo che Zagni lo consigliava e ciò bastava. Anzi ero così certo della bellezza del libro che cominciai a consigliarlo senza averlo letto (cosa che voi non dovete fare a meno che non siate amici di Zagni).

Va bene, d’accordo, ma perché non lo hai letto prima? Perché hai aspettato tutto questo tempo? La risposta è semplicissima: non so proprio per quale motivo, ma quando pensai per la prima volta a questo libro, immaginai qualcosa di molto grosso: un romanzone da almeno cinquecento pagine. Un impegno che non mi sentivo di affrontare mentre Horcynus Orca mi guardava dallo scaffale insieme a un centinaio di libri acquistati ma ancora in attesa del loro turno.

Potete immaginare cosa accadde quando scoprii che il librone immaginato e ingiustamente messo da parte non era altro che un libriccino di duecento pagine che raccontava il viaggio di un uomo e di suo figlio in un mondo distrutto da una catastrofe. Accadde, insomma, che cercai il libro e lo comprai usato in una bella decima edizione dalla copertina rigida, che contiene ancora lo scontrino del primo acquirente, tale signor Enrico Marchiori che lo prese in una libreria LaFeltrinelli a Mestre (caro signore, se mai si imbatterà in questo post, sappia che il suo libro è in buonissime mani e che le sono grato per l’acquisto. Anzi, approfitto per chiederle chi o come mai vendette questo bellissimo libro). Quando il libro giunse tra le mie mani, ero alla Mayoner & Russenbrook, la ditta di famiglia. Era quasi l’ora di pranzo. Un momento perfetto per cominciare a leggiucchiare La strada.

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro.

L’inizio è pieno di vaghezza. Al di là della descrizione atmosferica che annuncia una storia dominata dal grigio, forse la parola più potente per capire la gravità della situazione in cui McCarthy sta introducendo il lettore è quell’aggettivo “prezioso” riferito a “respiro”. Con l’avanzare della narrazione l’obiettivo metterà a fuoco meglio alcuni aspetti che sono contenuti in queste quattro righe. Altri, invece, continueranno ad essere avvolti dal mistero. Per esempio non ci vorrà molto per scoprire che l’uomo e il bambino, entrambi senza nome, sono un padre e un figlio, rispettivamente vedovo e orfano di una donna che di fronte all’insensatezza della sopravvivenza, ottuso istinto primordiale, ha deciso di esercitare il proprio diritto di scelta e l’ha fatta finita. Si comprenderà il motivo per cui il respiro del bambino è così prezioso per il suo vecchio: è respiro che infonde vita come quello del dio dell’Antico Testamento.

Non trascorrerà troppo tempo prima di capire cosa sia la strada a cui il titolo allude: una parola che l’autore ripete di continuo, perché è tra le pochissime a non essere ancora cancellata dall’oblio che è toccato a tante altre.

Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio.I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà. Ripiegato su se stesso come un essere che cerca di preservare il calore. Prima di chiudere gli occhi per sempre.

La strada è la sola linea di senso nel mondo devastato. Per conservarne il ricordo, l’uomo ha ridotto una vecchia guida stradale a fogli volanti rattoppati con il nastro adesivo. A carta straccia assomiglia l’ultimo preziosissimo vangelo. La strada, infatti, indica una direzione al viaggio, sottrae alla disperazione quella lontana eppur raggiungibilissima costa che promette qualcosa di indefinito, e proprio in quanto tale migliore di quanto si staglia davanti agli occhi. In un mondo in cui un padre ricorda a stento le favole da raccontare al proprio unico figliolo, la strada è  l’ultima eco di un canto dimenticato in cui gli uomini potevano essere ancora divisi in buoni e cattivi.

Ho letto La strada troppo a ridosso di Horcynus Orca, perché la mia percezione non ne risentisse.  L’ho letto rapidamente, perché la sua mole era una bazzecola rispetto a quella dell’altro romanzo. L’ho letto con il vivido ricordo della ricchissima lingua utilizzata da D’Arrigo. Perciò di fronte alla lingua poverissima de La strada, alla ripetizione ossessiva delle meticolose azioni del protagonista, a volte ho provato un senso di nausea. Eppure il senso di quello stile non mi sfuggiva: conferire importanza assoluta a tutti quei gesti che nella vita quotidiana compiamo con disattenzione, ma che in un mondo al termine acquistano una pregnanza gigantesca. Talvolta, infatti, ho pensato che McCarthy intendesse fornire al lettore un vero e proprio manuale di sopravvivenza per chi dovesse restare in vita dopo un’apocalisse.

Impiegarono tanto tempo a trovare il carrello. L’uomo lo disseppellì dalla neve, lo raddrizzò, ripescò lo zaino, lo sbatacchiò, lo aprì e ci ficcò una delle coperte. Rimise lo zaino, le altre coperte e le giacche nel carrello, prese in braccio il bambino, e lo sistemò sopra, gli slacciò le scarpe e gliele tolse. Poi tirò fuori il coltello e cominciò a tagliare una delle giacche per fasciarci i piedi del bambino. Usò una giacca intera, poi ricavò grossi rettangoli dal telo di plastica e glieli avvolse ai piedi, partendo da sotto e legandoglieli alle caviglie con la fodera delle maniche della giacca.

Alla scarsa varietà di argomenti si contrappone una potenza emotiva certe volte davvero ingestibile. Ho provato dolore agli stinchi e un’autentica disperazione, quando i due personaggi si sono imbattuti in due degli episodi più agghiaccianti di La strada. La prima volta accadde durante l’esplorazione della casa-allevamento in cui alcuni uomini e un aio di donne sono lasciati in vita il tempo sufficiente affinché non imputridiscano e possano essere mangiati quando i ‘pastori’ saranno di nuovo affamati. Il secondo cazzotto  da knock-out, invece, l’ho ricevuto nella terribile sequenza in cui padre e figlio scoprono uno spiedo in cui è infilzato un neonato decapitato e abbrustolito.

Per il resto McCarthy somiglia a un pugile che lavora ai fianchi, ti toglie il fiato, ti fa vacillare fino alla disperazione. Nel mondo de La strada qualsiasi azione comporta una sforzo sovrumano. Il freddo è insopportabile, il riparo dalla pioggia precario, gli uomini che si incontrano per la strada o sono predoni o sono briganti quando non sono morti che camminano; il terreno è sterile, così che la speranza di ricostruire la civiltà pare una semplice frottola mascherata sotto la mitica e un po’ cialtrona frase “noi siamo quelli che portano il fuoco”; l’unico cibo disponibile è quello prodotto dagli uomini dell’epoca passata, una risorsa limitatissima e deperibile. Già verso la metà del libro ci si comincia a guardare intorno nella speranza che l’uomo all’angolo getti la spugna e riposare in pace. Non importa se una volta per tutte.

Questo è La strada di Cormac McCharthy: un romanzo crudo che racconta la deriva crudelissima dell’umanità in un mondo esausto; un libro che costringe il lettore a dubitare di ogni uomo, di ogni barlume di speranza il destino sembri concedere. Una storia che insegna il valore di un paio di scarpe, quasi in barba a quel cretinissimo adagio femminista per cui non tutte le donne sognerebbero di riempire una scarpiera. Cormac McCarthy sembrerebbe quasi dire: “Stronzate! Cosa ve ne fate dei libri in un mondo morente? Donne sagge furono quelle che fecero scorta di scarpe”.

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