Categoria: Viaggio sentimentale

Un viaggio sentimentale attraverso Francia e Italia. Nuovamente sull’aereo

Come il lettore potrà ben immaginare, impressionista o mangereccio che sia, e sempre che non abbia troppo frettolosamente inquadrato il suo onesto scrittore nel girone degli psico-nevrotici, qualsiasi timore sulla complessità delle procedure di imbarco e sbarco attribuibile al viaggio in aereo fu annientato dal primo viaggio. Il mio primo volo mi insegnò qualcosa che nella vita non avrei mai finito di trascurare: il prossimo tuo di evangelica memoria, sebbene mosso dalle più fresche e dolci intenzioni, è un implacabile generatore di angoscia; la sua capacità immaginativa non si ferma di fronte a nessuna catastrofe e difficilmente saprà tradurre in un comportamento adeguato la sua disposizione al bene. Quella volta, infatti, non solo tutto andò liscio e senza intoppi, ma la presenza di una giovane divertita dalla mia visibile tensione fu un piacevole diversivo, che mi aiutò a familiarizzare con il mezzo. Sebbene al momento non ne ricordi più il nome e solo sommariamente il volto, tanto da non poterne dare un ritratto fedele, ed essendo così amante della verità da non potermene inventare uno senza sentirmi seriamente colpevole, posso dichiarare che si trattava di una ragazza molto interessante, dotata di quel senso materno che ho sempre trovato delizioso nelle donne. Quella volta fu così premurosa da indicarmi una volta sbarcati con quale mezzo avrei dovuto raggiungere la mia destinazione, anzi se ben ricordo attese anche che io espletassi le mie procedure di espulsione dei liquidi che nel corso degli anni mi hanno reso celebre tra i miei amici. Si trattò di un gesto di estrema dolcezza, il cui ricordo porto sempre con me a mo’ di monile del viaggiatore ogni volta che le circostanze mi costringono a lasciare le mie abitudini pantofocalittiche.

Una volta, e questo ricordo è certamente più nitido del volto della mia benefattrice, mi rammentai del suo garbato sorriso da mammina compiaciuta proprio mentre stavo attraversando la strada con il semaforo ancora rosso. Preso da qualcosa di simile a quella che Capitano Uncino chiamava un’epifania e il suo fido Spugna un’idrofobia, mi fermai al centro della strada zebrata, reclinai leggermente la sommità del capo verso destra assecondando anche una certa torsione del collo in modo tale che il mento puntasse verso sinistra e roteai leggermente gli occhi verso l’alto. Sono certo che il mio lettore, assetato com’è di fatti e avventure, non sopporterebbe, soprattutto in queste fasi iniziali della mia narrazione, che mi soffermi su quello che in quell’istante mi passò per la testa. Per questo dirò soltanto che un paio di colpi di clacson mi avvisarono che il semaforo era diventato nuovamente rosso e che la necessità che mi spostassi dalla strada per far largo alla velocità automobilistica urbana si era fatta impellente. Riguadagnato con passo affrettato il marciapiede, provai nuovamente a ricordare il nome di quella ragazza che aveva sottratto all’eventualità di un trauma dagli strascichi difficilmente stimabili il mio primo viaggio in aereo. Ma niente da fare.

Da quel giorno cominciai un esercizio quotidiano che ero convinto mi avrebbe portato entro un ragionevole lasso di tempo a rimpossessarmi del nome perduto. Il procedimento che avevo escogitato non aveva niente di particolarmente complicato: sistemavo le sedie della mia cucina in file di tre, in modo che simulassero la disposizione dei sedili dell’aereo. Dopodiché mi sedevo al centro, allo stesso posto che occupai nel mio primo viaggio, cercando di assumere un’aria preoccupata per l’imminente decollo. Mi voltavo alla mia sinistra, sorridendo e rivolgendomi alla ragazza con una frase che mi costringesse a pronunciarne il nome. Per quanto l’esercizio si rivelasse ottimo per il miglioramento delle mie capacità recitative, non si riuscì a schiarire nemmeno una sillaba del tanto rimpianto nome, ragione per cui dopo qualche anno smisi di praticarlo. Inutile sottolineare che la delusione per questo fallimento della mia memoria mi procurò nel corso del tempo uno sconforto paragonabile solo a quello che Guendalina Moira Angela Cara provò di fronte alla smemorataggine cronica del suo amato Pietro Padella. Ancora oggi mi capita di notte, notte prima che si spenga il lumino accanto al mio letto, di provare a circuire con l’inganno la memoria, sussurrando quasi un nome senza pensarci, speranzoso di sentir riemergere dal luogo in cui si depositano i detriti, e ahimè a volte anche le gemme, della vita il nome di quella ragazza che frammentò la mia paura. Jenny. No. Non era quello.

Un viaggio sentimentale attraverso Francia e Italia. Ancora sull’aereo

Per quanto mi fossi ripromesso di lasciare all’intelligenza del mio lettore la possibilità di completare quei luoghi di quest’opera allusivi e per forza di cose incompleti, in modo che potesse avvertire al tempo stesso la stima che l’autore nutre per le sue capacità immaginative e la deliberata volontà dell’autore di non annoiare il suo interlocutore rendendolo completamente passivo nella lettura della presente opera, sento il bisogno di specificare brevemente il titolo del capitolo che si srotola di seguito. Ciò mi è parso necessario non tanto per gli affezionati lettori, quanto per il frequentatore ritardatario o addirittura grillino, il quale potrebbe trovarsi a leggere questo capitolo pur avendo completamente ignorato gli altri. È proprio per lui che sarà necessaria la seguente precisazione. Naturalmente quest’accorgimento non vuole privilegiare in alcun modo il lettore salta fossi a scapito del fedelissimo, al quale anzi colgo l’occasione per porgere i miei più sentiti complimenti per la sua costanza, nonché per esprimergli la mia intestino-duodenica gratitudine, dato che senza la sua eroica pazienza quest’opera non potrebbe mai proseguire, lasciando inenarrate le vicende di quello che fu il viaggio sentimentale senza dubbio più avvincente dai tempi di Yorick stesso. Siccome sarebbe per me motivo di rammarico scoprire di aver recato irritazione o, ancor peggio, noia al mio lettore affezionato, gli raccomando di saltare senza indugio le spiegazioni che seguiranno – seppure, ci tengo a rassicurarlo, non riguarderanno l’interezza del capitolo – in modo che la sua lettura continui ad essere piacevole.

Ho accennato che la specificazione di cui tanto ho sentito l’esigenza riguarda il titolo di questo capitolo. Esso, infatti, non allude, come potrebbe sembrare ad una lettura slegata dal contesto, a un nuovo capitolo in cui la vicenda narrata si svolge nuovamente sul mezzo di trasporto non terrafermico, quindi alla continuazione di un capitolo che precedentemente raccontava le peripezie di un uomo, in questo caso la prima persona che narra le vicende, su un aereo. D’altra parte non intende richiamare alla mente nemmeno l’idea di un capitolo in cui il personaggio principale si ritrovi ancora una volta sull’alato mezzo dopo esservi già stato in precedenza. Dunque, il valore di complemento di stato in luogo per il titolo va assolutamente escluso, visto che quanto detto fino a questo momento non lo giustificherebbe in alcuna maniera. Di conseguenza sarà chiaro che il titolo vuole semplicemente indicare un altro capitolo in cui si discute dell’aeroplano e di quello che la sua presenza suggerisce. Si tratta perciò di un complemento di argomento, forse un po’ latineggiante o comunque attempato rispetto alla prassi linguistica attuale, ma dal mio punto di vista quanto mai efficace per esprimere con poche parole l’essenza del capitolo in questione. È certamente vero, e sarebbe un’obiezione che mi aspetterei dal mio alquanto competente, e perciò ristrettissimo, pubblico, che avrei potuto opportunamente esprimere la stessa nuance di significato attraverso la formula “Dell’aereo”, ancora più latineggiante, perché letterale, che avrebbe richiamato immediatamente alla memoria la consuetudine titolistica antico-medieval-moderna. Tuttavia una soluzione di questo genere avrebbe potuto trarre in inganno almeno due categorie di lettori, seppure in base a motivazioni di carattere diverso: da una parte il lettore impressionista avrebbe pensato a un complemento di specificazione avulso dal contesto, e avrebbe cercato attraverso un notevole e dispendioso sforzo cerebro-ermeneutico di completare, non necessariamente affidandosi alla filologia, l’espressione, o quanto meno di dare un significato convincente e ricostruibile all’isolamento forzoso inflitto al suddetto complemento di specificazione. In questo secondo caso è verosimile che egli stesso avrebbe provveduto l’interlocutore di turno di una fitta bibliografia appositamente approntata, in modo da mostrare tanto l’irragionevolezza delle ipotesi scartate, quanto la poderosa persuasività di quelle da lui preferite.

Dall’altra parte il lettore mangereccio, abituato a non farsi troppe domande, per lo più retoriche e insinuanti, se non quelle necessarie per demolire un romanzo la cui trama non regga le sue aspettative di credibilità. Tale lettore avrebbe forse giudicato non del tutto perito l’autore, accusandolo di essere incapace persino di controllare adeguatamente le bozze che l’editore gli avrà di sicuro inviato di tanto in tanto per assicurarsi che i presunti refusi individuati dalla sua squadra di correttori lobotomizzati non fossero invece delle deviazioni dalla norma (o sarebbe meglio dire devianze dell’artista egocentrico-edipico) appositamente selezionate per non venire incontro alle facoltà mentali del lettore. In un accesso d’ira, poi, avrebbe probabilmente scaraventato il libro contro la parete più prossima alla sua posizione, esclamando a voce alta, in modo che lo sentisse il vicino impressionista, o eventualmente percussionista, che non si potevano pubblicare libri con errori così grossolani, perché anche il lettore, in quanto consumatore, ha i suoi diritti e tra questi c’è quello di ottenere una merce che sia adeguatamente confezionata e priva di errori di fabbrica. Perché, in fondo, un libro contaminato dai refusi, persino nel titolo poi, e che diamine, dove è davvero imperdonabile, è come una mela bacata, e voi ve la comprereste al mercato una mela bacata? Per questo motivo principale e per altri, che non sarà il caso di sviluppare ulteriormente se non dopo un’attenta meditazione da parte di chi scrive sulla struttura dell’opera a cui sta lavorando, il lettore mangereccio avrebbe finito per relegare l’opera nel limbo delle letture abbandonate, non concedendole nemmeno l’ormai linguisticamente abusato beneficio del dubbio riguardo all’esatta attribuzione delle responsabilità che a detta sua avrebbero decretato il fallimento del libro. Egli non avrebbe di certo sprecato il suo tempo palatale per redigere un’estenuante lettera di protesta presso l’editore, per quanto quest’ultima gli avrebbe consentito di ottenere  molto probabilmente una copia omaggio di qualunque fosse stato il best seller da pubblicizzare di lì a pochi giorni. Sarebbe, invece, passato alla pasto successivo, come d’altra parte dovrebbe fare ogni ragionevole degustatore dopo essersi preoccupato di rinfrescarsi la bocca per meglio distinguere i sapori della portata da assaggiare.

Mi accorgo solo ora che lo spazio-tempo a mia disposizione per questo secondo capitolo sull’aereo è terminato senza che potessi effettivamente parlare dell’argomento alluso dal titolo. Quindi dovrò per forza di cose, persino a costo di essere considerato dal mio paziente lettore un pessimo architetto, rimandare le questioni sull’aeroplano al prossimo capitolo, il quale sarà opportunamente dotato di un titolo che ne sottolinei la gemellarità con quello che sta termina ora.

Un viaggio sentimentale attraverso Francia e Italia. L’aereo

Bastò che mi alzassi repentinamente dalla sedia, perché tutto l’entusiasmo, che aveva spinto la mia consueta e proverbiale pigrizia ad eclissarsi di fronte all’idea della partenza, cessasse in un solo istante, come un cuscino ad aria forato dalla punta di un coltello si sgonfia. Tale cambiamento improvviso non poteva di certo essere legato al problema dei trasporti. In quel tempo, infatti, mi preoccupavo ormai poco del viaggio in aereo, necessario per giungere al mio punto di partenza, poiché avevo utilizzato il mezzo già precedentemente. D’altra parte non ero mai stato preoccupato di quello che generalmente affliggeva gli uomini non volanti, vale a dire la paura di cadere e schiantarsi o di cadere e annegare o cadere e…ma qui lascio al mio lettore il piacere di completare la declinazione che ho avviato con i miei due casi. Non vorrei mai, infatti, che egli pensasse che il suo autore non lo ritenga in grado di utilizzare l’immaginazione per colmare tutti i pertugi che immancabilmente la trama letteraria produce, anche solo perché fosse possibile in seguito riprendere a tessere quello che si è ottenuto non senza un notevole dispendio di energie e caffeinacei. Sebbene avessi sofferto di vertigini sin da quando non ero altro che un virgulto trasferitosi da poco dal secondo piano di un palazzo da sette piani al terzo di un da tre piani palazzo, l’aereo non si offriva alla mia immaginazione come una minaccia tangibile. Non mi impressionava guardare verso il basso da un oblò, sebbene mi annoiasse un po’, perché sistematicamente ricevevo il posto vicino all’ala del velivolo; di conseguenza trascorrevo gran parte del viaggio cercando di inquadrare il panorama senza che ciò fosse realmente possibile. La mia preoccupazione per il viaggio tra le nuvole era legato a tutt’altra teoria di pensieri. Ciò che mi aveva afflitto prima che prendere l’aereo diventasse qualcosa di normale, era la paura dell’aeroporto.

Il lettore mi consentirà a questo punta una breve digressione, necessaria perché possa comprendere pienamente lo stato d’animo che, malgrado la mia età ormai avanzata, mi aveva attanagliato quando avevo scoperto che un viaggio in aereo era assai più economico di una spedizione in treno. Non volendo apparire più taccagno di quello che sono, dovrò avvisare il lettore frettoloso e occasionale che non sono stato sempre benestante come adesso che la letterarietà mi ha conferito una quasi ecclesiastica immunità alle bollette della vita e agli spettacoli seral-musicali della vacanza gastrica. Parlerò ampiamente in seguito delle mie ristrettezze, ma dovrò anticipare che talvolta divennero comparabili per fastidio e irritazione ai dolorosi restringimenti che affliggevano quel vecchio giudice tanto amabilmente descritto da Dostoevskij. Benché l’aereo si presentasse come una soluzione economicamente vantaggiosa, recava al suo seguito una significativa lista di elementi angustianti. Tutta quella roba di check-in, controlli, peso esatto della valigia, primo biglietto, secondo biglietto, mostrare documento, riporlo, mostrare documento di nuovo, riporlo, perquisizione, togliersi la cintura, togliersi gli orecchini, togliersi gli stivali da donna, veniva pompata nelle mie orecchie al ritmo del mio cuore pompante durante una rapida e salutare ascesa al mio appartamento, ascesa impostami dalla infantil-scellerata sbadataggine di un giovin signor lasciante la porta dell’ascensore aperta.

Si aggiungeva a questa trafila di materiale palpito-poietico il ricordo liofilizzato delle considerazioni e messe in guardia preliminari che una mia zia aveva gentilmente elargito come aperitivo senza notare che nessuno aveva preparato un paio di long drink o dei salatini da sgranocchiare per evocare l’appetito che mangiando viene. Richieste dalla situazione di panico che cercavo in tutti i modi di mascherare di fronte ai miei cari genitori, i quali erano anch’essi allo scuro di qualsiasi cosa comportasse un viaggio che non avvenisse su quattro ruote e un centinaio di cavalli, le sue rassicurazioni consistevano in una spettacolosa silloge di eventi catastrofici che erano capitati a lei se stessa medesima o a conoscenze di provata dimestichezza onnicomprensiva, ridotta a sinossi attraverso una sistematica espunzione di ogni aspetto volto a mitigare l’amarezza dell’esperienza riportata. Viaggiare in aereo era semplice come prendere un treno, non c’era nulla di cui preoccuparsi. Se pure ci fosse stato uno sciopero, come le era successo qualche volta, avrei potuto cambiare volo. Oppure avrei potuto dormire in aeroporto, qualora la scarsa versatilità della mia compagnia aerea mi costringesse a rinviare di una decina d’ore la partenza. Ma dovevo stare tranquillo, perché non sono cose che accadono tutti i giorni. Potevo rilassarmi, ma dovevo fare attenzione all’ora, perché ormai gli aerei partivano senza che ci fosse più l’ultima chiamata per i passeggeri assenti, quindi una volta passato l’orario di partenza sarebbe stata solamente colpa mia. Poteva accadere per ventura che si perdessero i bagagli o più semplicemente che non vedessi in tempo il mio bagaglio passare sul rullo e allora sarebbe stato necessario aspettare che effettuasse un altro giro, sempre che non volessi rincorrerlo con il bagaglio a mano al mio seguito. D’altra parte non dovevo dimenticare che un giro a vuoto del mio bagaglio poteva essere sufficiente affinché qualche sbadato agguantasse il mio bagaglio generando una trama da commedia americana o da pubblicità becero-caffeinata.

Un viaggio sentimentale attraverso Francia e Italia. Pilot

Chiusi l’ultima pagina del libro di Sterne con una sensazione sinestetica: un misto di turbamento oculare, compiacimento uditivo, solleticamento palatale, irrequietezza olfattiva e, ahimè, una consistente dolcezza sulle mani mi invasero. Pensai che quel viaggio che Yorick non aveva portato a termine, dato che era tornato ad essere il teschio ghermito dalla mano di Amleto e delle centinaia di più o meno sue dozzinali personificazioni, doveva essere in qualche modo ripreso da me. Anzi se devo essere del tutto franco – e spero che il lettore perdonerà la solo apparente altisonante arroganza proprio per questa mia onestà – a un certo punto mi sentii proprio investito da un sentimento che non saprei definire se non approssimativamente facendo riferimento al campo tematico delle epifanie religiose. Sterne mi aveva parlato attraverso le parole di Yorick attraverso la traduzione di Foscolo, consegnandomi una missione che solo un folle non avrebbe onorato con la sua totale devozione. E’ difficile a questo punto nascondere quanto mi sentissi orgoglioso e soddisfatto: coinvolto in un progetto che attraversava i secoli, potevo ben dire che la mia vita stava prendendo la piega che avevo sempre desiderato; infatti sarei diventato nel giro di pochi secondi un vassallo, un cavaliere errante, un chierico vagante, un personaggio letterario sotto mentite spoglie, un autore di libri di scarso successo e, tanto per finire, uno scrittore odiato dalla gran parte degli studenti italiani.

Il curriculum era quanto mai allettante, ma al di là di ciò era l’onore di una così illustre investitura a farmi inchiostrare mentalmente pagine e pagine, nonché a far sì che percorressi con gli occhi della mente chilometri e chilometri di asfalto, terriccio, erba calpestabile, fitto sottobosco. Purtroppo sono costretto ad ammettere che in quel momento di grande elevazione spirituale a risuonare nelle mie circonvoluzioni cerebrali non erano le parole del principe danese ingiustamente accusato da Freud di rapporti torbidi con la madre, ma quelle di un bravaccio dal ciuffo irretito e dalla baldanza camorristica: nelle mie orecchie mentali continuavano a vibrare le parole “S’ha da fare, s’ha da fare”. Non negherò al mio lettore che provai un discreto senso di colpa di fronte a quel tono di voce così insolente: sebbene non fosse in alcun modo paragonabile al senso di colpa che nel corso della mia vita precedente e successiva provai per le vicissitudini di ogni essere umano, devo ribadire che si trattava comunque di un sentimento piuttosto fastidioso. Era difficile per me tollerare che un pensiero tanto sublime fosse espresso con una forma tanto sconcia. A quel tempo, infatti, mi immaginavo ancora la voce dei bravi come un misto del timbro gutturale tipico delle fumatrici napoletane e di quello in falsetto di alcuni dialettofoni di sesso maschile delle mie parti.

Oltre al senso del dovere espresso attraverso le parole di Don Lisander, mi spingeva a intraprendere il mio viaggio la natura stessa del viaggio. In quel tempo ero estremamente affascinato dall’idea del “viaggio sentimentale”. Ciò che mi attraeva più di ogni altro allettante ricordo collaterale, era proprio l’espressione “viaggio sentimentale”. Sebbene Sterne la spiegasse in una delle sue tassonomie esplicative, non avevo bene capito cosa significasse e per questo mi era ancora più cara. Pensavo che sarebbe stata certamente un’esperienza sopra le righe intraprendere qualcosa di cui non avevo nemmeno una precisa intelligenza. Non di meno, per accantonare qualsiasi senso si colpa che avrebbe potuto attaccarsi alla mente in seguito, decisi di controllare meglio quale potesse essere effettivamente il significato di “Viaggio sentimentale”. Mi conoscevo bene e sapevo che se successivamente avessi scoperto che il mio viaggio sentimentale si discostava del tutto dalla vera essenza di un “viaggio sentimentale” sarei stato colpito da una crisi isterica così devastante da far invidia a qualsiasi personaggio femminile della letteratura russa. Il risultato della mia verifica non diede  frutti: né wikipedia né alcunché mi riuscì a chiarire quale fosse effettivamente la qualità principale di un viaggio sentimentale. Naturalmente ciò non mi scoraggiò, ma mi collocò in una posizione nella quale mi sentivo molto a mio agio: avrei potuto intraprendere il mio viaggio senza ulteriori complicazioni; ero molto entusiasta di poter gridare nella mia stanza a polmoni da asmatico spianati il grido amletico: “Andiamo…in Inghilterra!”