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Il maestro e il perfezionista

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C’è qualcosa nella figura del maestro che da sempre mi affascina. Scrivo affascina, ma è un eufemismo. Forse devo ricalibrare il termine. Diciamo pure che adoro i maestri. Miyagi di Karate Kid, Pai Mei di Kill Bill, Yoda e Obi Wan Kenobi di Star Wars, Shifu e Oogway di Kung Fu Panda sono tutti personaggi in grado di ridurmi in lacrime. C’è qualcosa di maestoso nel ruolo di colui che accogliendo un allievo sotto la sua ala ne diventa responsabile. C’è qualcosa di commovente nella devota fiducia dell’allievo che vive l’esperienza della trasmissione del sapere durante il cammino dell’apprendistato.

Mi ricordo l’ingenuità con cui durante il mio primo lavoro di tesi universitaria chiesi “al mio relatore” (espressione meschina e burocratica, insopportabile almeno quanto quella di “docente”) se da quel momento potevo chiamarlo maestro o per lo meno considerarlo tale. Avevo superato i venti anni e non di poco, ma ero così innocente, così appassionato! Vivevo nel mito dei maestri e finalmente mi sembrava di poter entrare da protagonista in quel racconto fantastico che avevo udito tante volte a lezione, quando il professore di turno dalla sua cattedra diceva “il mio maestro mi disse” o anche solo “una volta il mio maestro” e ai miei occhi assumeva immediatamente l’aspetto di un jedi con tunica, cappuccio e spada laser. Quella volta lui mi disse di sì, ma io non adoperai che poche volte quell’appellativo, e quando lo feci finii comunque per smorzarne la solennità per mezzo di una bella parodia.

Non so bene perché agii in questo modo. Forse per gelosia. Credo di aver sempre immaginato il rapporto maestro-allievo come un sodalizio esclusivo: all’epoca non mi soffermavo sul fatto che Luke non era il primo allievo di Obi Wan, ma che chi sa quanti jedi erano divenuti consapevoli della Forza grazie a lui. Per me c’era il modello virtuoso del maestro Miyagi e Daniel San che contrastava totalmente con il modello d’insegnamento della scuola di Karate del biondone senza onore: solo quel modello mi pareva autentico. Forse perché desideravo delle parole che suggellassero l’avvenuto sodalizio, qualcosa di importante come: “ti insegnerò tutto quanto c’è da sapere e quando sarai pronto prenderai il mio posto”. Mi nutrivo di miti, romanzi e sogni e finivo spesso per non riconoscere la grandezza insita nei dettagli.

Poi venne la prima separazione. Cominciò la ricerca di nuovi maestri, poiché nuovo era il cammino da compiere. E cominciarono i problemi. Posi la mia fiducia sbarbatella altrove e mi ritrovai in un incubo. Un giorno sono certo che ne parlerò senza remore, ma oggi non è quel giorno. Gli anni pisani furono quelli dell’autostima talvolta spinta fino all’arroganza. Furono anni bellissimi e chi sa per quanto tempo il mio cuore resterà incagliato in quel posto della memoria. Credevo di aver trovato un nuovo maestro, certo, ma mi sentivo pure così forte, così in gamba da poterne fare a meno. Così mi raccontavo che si trattava di uno di quei maestri che lasciano completa libertà all’allievo, insomma quella dote che il Professor Jones senior si vanta di avere quando il figlio Indiana lo accusa di essere stato un pessimo padre. Mi raccontavo questa storia e ciò mi bastava: ero orgoglioso di essere stato accettato in una palestra che accoglieva pochissimi altri allievi.

Iniziarono gli anni milanesi e con essi venne la solitudine, l’esasperazione del perfezionismo e la perdita dell’autostima. Tutti sminuivano tutto tranne se stessi. Poi c’era un ragazzo che usava la parola ‘maestro’ con una voluttà  da fumatore di puros di contrabbando, mentre io diventavo sempre più conscio della mia condizione di orfano, come un giorno disse il primo maestro con un’onestà e una contrizione che trovai straordinari. Io non potevo dire “maestro”, invece. Anzi non volevo dirlo: sarebbe stato a dir poco inappropriato. Osservare così da vicino un idolatra, infatti, mi aveva reso diffidente, così portavo con me la mia novella perplessità quando rincontravo i miei amici napoletani ancora immersi nell’incanto, ancora capaci di dirmi “il mio maestro”: non sapevo se considerarli fortunati e invidiabili oppure solo un poco scemotti.

La spavalderia e l’autostima furono annichilite dagli anni milanesi. Persi la capacità di discernere il valore di ciò che facevo e soprattutto non ero più in grado di comprendere ciò che in quegli anni così cruciali stava davvero accadendo: stavo diventando a mia volta un maestro. No. Mi sbaglio. Forse sto romanzando troppo la vicenda. Non stava accadendo in quegli anni, perché in verità era già accaduto da molto tempo. Solo non gli avevo mai dato abbastanza peso. Come potevo farlo? Non ero abituato a ricevere complimenti ed ero pronto a sminuirli immediatamente quando ne ricevevo. Come potevo essere un maestro? Non sapevo mica rispondere a tutte le domande che mi venivano poste! Come potevo insegnare a qualcuno se avevo io stesso ancora chi sa quante cose da imparare? A volte, poi, alcuni miei coetanei mi sembravano così infallibili da farmi sentire un illuso, uno che aveva sopravvalutato se stesso fino ad allora; non mi bastava constatare di essere più bravo, più sapiente o più appassionato di qualcuno  nelle discipline a cui mi dedicavo, poiché immancabilmente attribuivo la faccenda alla altrui mediocrità. Ero incastrato in una tagliola da cui pareva impossibile fuggire, così che si apriva una ferita succulenta per i vermi del perfezionismo. Le correzioni diventarono infinite, i presunti maestri diventarono giudici pronti a condannarmi (e ahimè questa seconda faccenda non era frutto della mia percezione soltanto), per la paura di sbagliare giunsi quasi all’immobilità.

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Per fortuna alla fine arrivò l’anno della guarigione. La bilancia fu riparata e riuscii a dare di nuovo il giusto peso alle cose (per esempio smisi di preoccuparmi di utilizzare la parola “cose” solo perché sin dalle scuole elementari mi avevano detto di non farlo ma di trovare termini più appropriati). Allora il mio mondo cominciò a colorarsi quasi contemporaneamente al mio abbigliamento: cazzo, come avevo fatto a non accorgermi che il piccolo mondo era pieno di gente che mi ascoltava appassionata mentre dissertavo su uno dei tanti argomenti che era stato da me studiato per placare la mia inestinguibile sete di conoscenza. E non lo faceva mica per buona creanza. Erano davvero interessati; infatti mi tartassavano di domande o mi chiedevano più dettagli. Insomma, senza averne coscienza elargivo insegnamenti ogni giorno. Qualcuno mi considerava autorevole, qualcuno altro mi diceva senza mezzi termini che non vedeva l’ora di leggere quello che scrivevo. Mi si accusava, semmai, di essere fin troppo silenzioso. Scoprii addirittura di avere un allievo: un caro amico coetaneo di mio fratello, infatti, mi considerava in tutto e per tutto il suo mentore, tanto da arrivare dirlo in giro; io lo appresi, infatti, dalle parole della sua fidanzata. Ne fui contento e lusingato e, finalmente, il senso di responsabilità non mi angosciò, ma mi rese fiero e determinato, perché per la prima volta dopo tanti anni non sminuii i complimenti che mi si rivolgevano, non li trovai esagerati o, peggio ancora, ipocriti.

Allora mi venne in mente quell’episodio di Scrubs in cui all’Ospedale del Sacro cuore arriva il superdottore interpretato da Michael J. Fox. In particolare la scena in cui JD e il superdottore sono al bar e il primo, non ricordo più per quale motivo ma di certo toccando un punto debole del suo interlocutore, dice: “Non è patetico che una persona che fa questo mestiere da tre anni sia ancora alla ricerca di un mentore?”. Illuminante. Immedesimazione totale. Solo non so se patetico sia l’aggettivo giusto per definire la circostanza: forse sarebbe più opportuno dire “ingiusto” o anche soltanto “triste”, perché quando avviene qualcosa del genere vuol dire che si è perso il senso della realtà. Perciò mentre ancora cercavo con tutte le mie forze un maestro, non mi accorgevo di esserlo diventato io, un maestro.

Pensai a tutte le persone che mi avevano insegnato qualcosa. Meditai su cosa mi aveva davvero attratto del loro parlare. C’era chiarezza nelle loro parole, c’era sicurezza. Mai avevo pensato però che tutto ciò potesse derivare non semplicemente dalla loro erudizione, ma dalla passione che animava il loro eloquio, dalla fermezza con cui affrontavano la responsabilità di poter dire qualcosa di sbagliato a causa di premesse che si sarebbero potute rivelare errate. In questa accettazione della propria fallibilità, della possibilità di dire castronerie risiedeva la loro consapevolezza di essere maestri. Alla fine anche io ho imparato ad accettare l’errore, ad apprezzarne il potere conoscitivo e sono certo che ciò mi ha reso se non un uomo migliore, di certo un uomo più sereno, più compassionevole, più generoso. Un maestro, non un ‘docente’. Un uomo, non un burocrate. Un mentore, non un giudice.

Perciò ogni volta che oggi mi ritrovo ad elargire insegnamenti, ripenso alle parole magistrali (è proprio il caso di dirlo) di un professore che si chiama Alfredo Stussi, un bell’uomo alto dal fisico asciutto, dalla voce temperata e dotato di una invidiabile etica del lavoro. Nel suo manuale di filologia egli scrive “La strada che [questo libro] fa percorrere non è molta, ma spero sia nella direzione giusta”. Ecco, è proprio ciò che mi propongo di fare nel resto della mia vita. Indicare agli altri una direzione per il cammino che mi diranno di voler intraprendere, consapevole del fatto che non potrò accompagnarli fino in fondo. Ognuno ha il suo cammino e anche se la direzione è la stessa, l’orizzonte è davvero tanto grande.


Perché Facebook ha cominciato ad annoiarmi

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Una delle esperienze più affascinanti di Facebook la si vive quando vi si accede con l’account di un altro. Frenato ogni impulso a riempire di goliardici, quindi per lo più osceni, messaggi che immortalino il possesso temporaneo della motta e del castello, ci si rende conto che la familiarità dell’interfaccia contrasta clamorosamente con il differente flusso di stati e aggiornamenti che la diversa schiera di amicizie genera. Lo spaesamento è grandioso e se non l’avete mai provato vi consiglio di farlo.

Ultimamente, invece, mi ritrovo ad affrontare un’altra sensazione. Chi utilizza Facebook per ingannare il tempo, magari da smartphone o da tablet, lo fa per lo più titillando lo schermo o la rotellina del mouse con un automatismo rassicurante che si affianca all’antica arteteca o tremuliccio (diceva mia nonna) o ad altri rituali di spulciamento o ataviche eredità di pulizia. La potenza ipnotica dello zapping facebookaro è risaputa: conosco diversi amici che testimonierebbero con una mano sul fuoco di aver ringraziato il cielo per un downgrade tecnologico (un cellulare fracassato, per esempio) che li ha obbligati a trascorrere meno tempo su Facebook. Conosco persino chi ha affidato a un sodale la propria password nuova di zecca, affinché costui la custodisse gelosamente impedendo all’aspirante asceta la permanenza nella rete sociale. Anche io utilizzo facebook quotidianamente e spesso in stato semi-cosciente. Lo faccio al mattino se non ho un libro agile da leggere sul cesso (e qui si aprirebbe un’interessante questione sul concetto di agilità relativa a siffatta condizione di lettura) e molte altre volte durante la giornata se ho il pc a portata di mano. Eppure ciò che ultimamente trovo su Facebook non mi soddisfa, anzi mi annoia e mi deprime, così che finisco per chiuderlo avvertendo un insostenibile senso di spreco. Perché?

Negli ultimi mesi è diventato sempre più fondamentale nella mia vita qualsiasi aspetto dell’esistenza possa definirsi umano. Mi interessano sempre di meno le ideone e le fandonie che si dicono pappagallando frasi altrui e sempre di più gli aspetti minimi e talvolta involontari di chi mi circonda. L’uomo mi commuove. Data questa premessa, Facebook è ormai per me una noia mortale. Dopo anni di campagne che denigravano e canzonavano la vocazione esibizionistica intrinseca in Facebook, alla fine hanno vinto quelli che si lamentavano che l’utente medio non facesse altro che postare foto dei loro pasti, foto del loro outfit, foto con il loro cane e altre simpatiche e un po’ sceme situazioni di vita familiare. Hanno vinto, perché le persone hanno preso a raccontare sempre meno la propria vita, come spiega un articolo di qualche tempo fa, e sempre più a cliccare come forsennati su robaccia fatta ad hoc dalle varie pagine di exploitation presenti sul social network. Mi riferisco alle centinaia di pagine che, nate da trovate ingegnose, hanno finito per diventare la parodia di se stesse, perdendo di mordente e freschezza.

Quando apro Facebook oggi ho la sensazione che la mia cerchia di amici sia composta da:

  1. Snob che postano roba sulle scie chimiche per prendere in giro i vari complottisti
  2. Ingenui che postano roba sulle scie chimiche
  3. Goffi appassionati di emozioni che condividono testi da Bacio Perugina su sfondo monocromatico o a fantasia
  4. Agguerriti fanatici di politica che condividono articoli di dubbia autorevolezza o di dichiarata militanza
  5. Gente che continua a elargire post di odio scritti male e spesso indirizzati a persone imprecisate
  6. Lurker che utilizzano Facebook probabilmente solo come chat e persino quando rinnovano  la loro foto profilo lo fanno con una foto precedemente già utilizzata
  7. Pochi bravi comunicatori, per lo più delle generazioni precedenti e che in teoria dovrebbero essere poco familiari con le esigenze della rete, che continuano a insegnarmi qualcosa e ai quali va il mio ringraziamento.

Insomma, in tutto questo guazzabuglio di persone ormai sfoltite dalla mia personale regola “cancello tutte le persone che non ho conosciuto di persona” trovo sempre meno umanità, sempre meno emozioni per cui provare empatia. Anziché divisa in orribile e miserrimo, come diceva Alvin Singer in Annie Hall, mi pare che l’umanità che passa sulla mia bacheca possa essere divisa in sciocchi e arrabbiati. Ciò non mi impedisce, del resto, di dare il mio contributo quasi quotidiano affinché nella mente di qualcuno possa sorgere una nuova riflessione, o si accenda la scintilla della curiosità o semplicemente baleni un effimero sorriso per la buffonata del giorno. Eppure ho scritto queste un po’ caotiche elucubrazioni, perché desideravo che vi soffermaste a pensare almeno a ciò che segue: avete a disposizione foto, parole, video, suoni, colori per raccontarvi al mondo e tutto quello che riuscite a dire di voi è che vi è piaciuto quello che qualcun altro ha creato per fare soldi?


I miei baffi. Le origini

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Per chi mi conosce e ha capito un piccolopoco lo spirito di questo blog, la seguente affermazione non desterà grande sorpresa: all’origine dei miei baffi c’è un libro. No, nessun personaggio letterario dai baffi a manubrio, né tanto meno le fattezze di scrittori conosciute grazie alle copertine in bianco e nero dei Meridiani Mondadori. Un libro. E anche se sembra assurdo dirlo in un blog che si chiama proprio Io Sono Letteratura, non si tratta di un libro di letteratura. Ma di antropologia. O forse sarebbe meglio dire di etologia umana. Il libro si chiama La scimmia nuda ed è stato scritto da Desmond Morris molti anni fa. Mi fu consigliato dal mio amico La Chioma, che, forse per passione o forse per mantenere fede al suo cognome, continua a sfoggiare una lunga coda di cavallo. E’ stata una lettura piacevolissima e molto divertente che mi ha fornito risposte interessanti a tantissimi aspetti del comportamento umano e, soprattutto, ha messo a mia disposizione una mappa per un nuovo sentiero di ricerca (non accademica) che mai fino a quel momento avevo battuto. E’ per questo che nell’arco di pochi mesi dalla mia prima lettura ho consigliato il libro a chiunque. Il bla bla per cento delle persone si è ritenuto soddisfattissimo. Sono persino riuscito a farlo leggere a mio fratello che legge quasi esclusivamente biografie di giganti della musica.

L’idea di fondo de La scimmia nuda è che l’uomo sia un contraddittorio coacervo di comportamenti atavici dovuti al suo retaggio primitivo e di comportamenti moderni dettati dall’evoluzione culturale e tecnologica che egli stesso ha generato. Dunque in barba a qualsiasi lode della razionalità scimmiesca, ci sono situazioni in cui si agisce per istinto e basta. Durante una situazione di pericolo? Certo. Durante il corteggiamento? Sicuramente. Bene, ma i baffi cosa c’entrano, mio coglion baffuto, coglion arricciato, coglion pettinato, coglion impomatato, coglion rasato, coglion dopobarbato? Oh bella! Il pelo facciale è carattere sessuale secondario, cioè manifesta di un uomo la maturità sessuale e, almeno in teoria, l’avvenuto passaggio dall’adolescenza androgina alla virilità adulta (virile, tuttavia, non vuol dire brutale). Insomma a quasi trent’anni, con un bel po’ di esperienze di vita alle spalle e tante abilità da vantare nella mia scheda personaggio (per chi non fosse pratico di giochi di ruolo, e per mia madre naturalmente: si tratta di un insieme di tabelle che raccolgono tutte le caratteristiche di un personaggio di fantasia che si interpreta durante una serie di partite) ho capito che era giunto il momento che anche io avessi il mio fiero e marziale pelo facciale. Non sapevo, tuttavia, che questo primo passo avrebbe inaugurato un cammino volto alla ricerca del bello in un campo che fino a quel momento era completamente privo della mia attenzione: l’arte di abbigliarsi.

I primi tempi furono dominati da tentativi fallimentari, ma non per questo meno preziosi. Questo vorrei che lo ricordaste sempre, infatti: sbagliare è bello e ai fini della ricerca e dell’apprendimento è un evento potentissimo. I miei modelli barbosi erano per lo più cinematografici. Avrei voluto una barba come quella di Cristoph Waltz in Django Unchained.

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Allora provai a farla crescere, ma presto incontrai l’invalicabile resistenza della genetica: c’erano zone del mio volto prive di bulbi piliferi, perciò la barba ottenuta assomigliava a quella che a Napoli si chiama “zella”. Il risultato era di scarso effetto estetico, di conseguenza fu scartato. Il problema principale era che le zone più folte erano quelle dei baffi e del pizzetto, mentre le guance, basette comprese, erano rade come gli alberi nella savana. Così cercai un modello barbuto che avesse le mie stesse caratteristiche pilifere. Leonardo Di Caprio sempre in Django Unchained faceva al caso mio.

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All’epoca ero già giunto alla consapevolezza che baffi e e barba potevano essere utilizzati per esaltare alcuni tratti del volto oppure per dare equilibrio alla figura laddove mancava. Mi rasai opportunamente. Tuttavia sorse un nuovo problema: il verticalissimo pizzetto accentuava la forma già allungata del mio volto, tanto che il risultato era una vera schifezza. Bisogna trovare un’altra soluzione.

In quel tempo mi piaceva guardare e riguardare un film di cui prima o poi dovrò parlarvi: Gangs of New York diretto da Martin Scorsese e uscito nel 2002. Mentre mi appassionavo visione dopo visione alla figura di William Cutting, Il Macellaio interpretato da Daniel D. Lewis, quasi naturalmente cominciavo ad essere sedotto dall’idea di avere anche io  baffi di quel tipo, ovvero quelli che in seguito avrei saputo definire propriamente come “cespugliosibaffiamanubrio”. La crescita cominciò lenta e inesorabile, mentre si faceva strada la consapevolezza che un tale baffo, una spessa linea orizzontale, avrebbe avuto sulla mia faccia il triplice beneficio di:

  1. Conferirmi senza sforzo un’aria così bellicosa che il prof. S. si sentì giustamente in dovere di mettermi in guardia riguardo al pericolo di portare dei baffi del genere senza un adeguato addestramento marziale.
  2. Dare equilibrio alla forma oblunga del mio cranio.
  3. Ingannare l’occhio riguardo alle dimensioni microscopiche della bocca, indice oltretutto di innata cattiveria secondo la Marta di Ricomincio da tre. Cattiveria scaltrigna e furba, però: la peggiore.

Inizialmente il novello baffo a manubrio condivise lo spazio con un improbabile pizzetto tagliato in modo da non sporgere troppo. Il risultato non era soddisfacente come il mio gigantesco amico D. sottolineò senza pietà; l’equilibrio, infatti, fu raggiunto solo quando il rasoio di sicurezza portò via tutto ciò che non era “cespigliosibaffiamanubrio” e la cera mi consentì i primi esercizi di arricciamento. Finalmente avevo i baffi di William Cutting e mi stavano pure bene! Ma ero pronto ad affrontare l’occhio giudicante del mondo esterno, diventato sempre più crudele e terribile ai miei occhi di inabissato? Ne parleremo presto con il racconto di succosi aneddoti che la baffesca presenza provocarono.

P.s: vorrei invitarvi, dato che molti di voi affezionati lettori e amici mi avete sovente posto domande a riguardo, a postare qui sotto o su facebook tutte le questioni che vi piacerebbe rivolgermi. Vi prometto che le raccoglierò e vi risponderò in uno dei prossimi post, il cui titolo sarà: Tutto quello che avreste voluto sapere sui miei baffi… e non avete mai osato chiedere.


Il silenzio di mezza estate

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“Le buone abitudini si perdono in fretta”. C’è stato un tempo in cui giocavo a pallacanestro. Facevo parte di una piccola squadra di provincia che riusciva a ottenere sempre e solo il secondo posto in ogni torneo: si chiamava AP Cercola. Un’estate mi allenai insieme ai ragazzi di un anno più piccoli. L’allenatore si chiamava Nicola. Aggiungerei volentieri il cognome, ma credo di non averlo mai saputo. A dire il vero a quei tempi, prima che facebook generasse nuovi standard per le rubriche, le persone avevano un nome e un nickname, difficilmente un cognome. Nicola era più alto di me, dava soprannomi ai ragazzi che avevano lo stesso nome, aveva una grande capacità di spronare e ogni volta che ci allenavamo all’aperto si scusava per gli occhiali da sole, spiegando che un problema agli occhi lo obbligava ad usarli. Al contrario di altri allenatori che avevo avuto prima e che avrei avuto dopo, parlava quasi esclusivamente in italiano, non diceva parolacce e sapeva dosare rimproveri e complimenti, virtù rara e preziosa in un maestro. “Le buone abitudini si perdono in fretta” era una frase sua, sempre che non l’avesse rubata a qualcuno.

La buona abitudine che ho perso era quella di scrivere su questo blog ogni settimana. E’ bastato saltare la prima settimana dopo mesi di regolarità, tuttavia, perché trascorresse più di un mese senza che mi preoccupassi di lasciare un post. Tutto è iniziato con un contrattempo. Ho trascorso una settimana, la mia ultima settimana a Milano, senza il pc. I giorni del trasloco sono stati elegiaci. Ogni scorcio, ogni viale che in tre anni e mezzo di vita milanese mi sembravano di poco conto, in quella settimana sono diventati un carico prezioso che controvoglia stavo abbandonando alle mie spalle. Persino lo squallore della casetta in Via Lario 13b che avevo tante volte deprecato acquistava un consistente valore sentimentale.

Quanta differenza tra il senso di fallimento di quegli ultimi giorni in cui ogni oggetto finiva in una scatola e il giorno in cui salutai il mio vecchio, mia madre e lei che lasciavano Milano dopo avermi aiutato a sistemare la casa dove avrei vissuto per la prima volta da solo. Da qualche parte in un taccuino scrissi “Così cominciava la mia avventura milanese”. Era una frase piena di entusiasmo, l’incipit di un romanzo che non vedevo l’ora di comporre. C’era tanto orgoglio, fierezza, o forse c’erano solamente tanta arroganza e superbia in quelle parole: mi sentivo uno schiacciasassi, un carroarmato.

Una volta tornato a Napoli, le settimane senza un post si sono accumulate senza che nemmeno me ne accorgessi. Una settimana abbondante in vacanza con i miei genitori a Serramezzana, il pc fuori uso, un caldo insopportabile e appiccicoso che sconsigliava di trascorrere tempo con le dita sulla tastiera rovente di un laptop (mamma, è il nome tecnico con cui si definisce un pc portatile) e uno spaesamento totale. Il mio amico G. mi canzonava perché gli confessai che ogni volta che lasciavo un posto per un altro, anche solo per qualche giorno, avevo bisogno di un po’ di tempo per ambientarmi. Trovava la cosa piuttosto ridicola. Penso che lui, maestro di efficienza e incrollabile insonne, non riuscisse nemmeno per un istante ad immaginare quello stato d’animo di smarrimento che provavo di fronte a quel angusto e tremendo interstizio tra la fine di qualcosa e l’inizio di un’altra. Questa volta, quel processo di ambientamento sembra più lungo e faticoso che mai. Sono tornato nella camera che occupavo quando avevo ancora i capelli lunghi, la barba incolta. Ed è da quella camera che vi scrivo ora e vi scriverò nelle prossime settimane. Forse con meno regolarità, questa volta.

 


Quattro libri, un blog e cento salmi in una settimana di correzioni

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Un bravo artista, o cortigiano, dovrebbe far buon uso della sprezzatura. Dovrebbe nascondere al suo lettore tutta la fatica, lo sforzo, la noia, l’angoscia che hanno accompagnato il suo lavoro. Tutto dovrebbe restare nell’oscurità della sua bottega. Ma io non sono un cortigiano. Sono un gentiluomo, e sterniano per giunta. Perciò mi perdonerete se questo post avrà un andamento più digressivo del solito e presenterà detriti, imperfezioni e segni di scalpello qua e là. E’ da una settimana che lavoro di lima a quella che ho definito in un accesso di rabbia “sta sfaccimm e tesi” e non ne posso più di tagliare, ricucire, espiantare, trapiantare. L’inchiostro non è sangue, ma può far venire ugualmente la nausea. Persino se è inchiostro elettronico. Ultimare una tesi di dottorato significa vivere costantemente con il dubbio di non aver consultato tutti gli articoli necessari, anche se si è ormai metabolizzato che immancabilmente i tanto temuti articoli si rivelano più pleonastici di una puntata di Beautiful. Nell’ultimo articolo di settemila parole note comprese, per esempio, avrò trovato interessanti sì e no una cinquantina di parole: un riferimento a un film che avevo individuato anche io in piena indipendenza. Naturalmente lo avrebbe individuato chiunque. Non mi vanto di questo. Perciò mi sorge un dubbio: devo o non devo citare l’articolo da quattro soldi solo per questo rilievo che avrebbe potuto fare chiunque conosca anche solo il bignami della storia del cinema? (ho interrotto la scrittura per porre la domanda al mio mentore Maffei, così forse potrò darvi una risposta in qualche commento o futuro post).

E’ stata una settimana tremenda. Si avvicinava ogni giorno l’ora in cui avrei dovuto riaccompagnare lei alla stazione. Il pensiero che stavo vivendo il crepuscolo della mia esperienza milanese mi angosciava. Ho ripreso a odiare quel muro di infami parole che si è messo tra me e la fine di questa tesi. Ogni momento dedicato ad essa sembra la rinuncia a qualcosa di più piacevole e, il che è veramente tragico, ogni momento dedicato ad altro sembrava tempo rubato al lavoro, tempo sprecato. Ma io non so più dire quale sia il tempo speso davvero bene, se non quello in cui ridiamo, ma ridiamo davvero. Perché si può sorridere per confortare chi ti osserva, per fargli pesare un po’ meno il lezzo della vita che si deposita sotto le unghie e resta lì, invulnerabile a qualsiasi detersione, come gli afidi dell’impasticcato all’ultima spiaggia in Un oscuro scrutare. Ed è una questione etica. Ma ridere, quella è una cosa diversa.

Zagni mi ha detto di leggere i Salmi. Mi fido del suo parere, perciò li sto leggendo. Lo faccio ad alta voce, perché tutti i versi vanno letti così. Altrimenti non valgono niente. I Salmi sono 150 come una delle terne del Rosario. Sono bellissimi. Soprattutto sono sorprendenti. Sono un’iniezione di fiducia nella giustizia, nella punizione degli iniqui, nella sconfitta dei nemici. Leggendoli capisco quale conforto possano dare a un fedele, quale forza di sopportare, quale speranza.

C’è un blog che negli ultimi tempi leggo con molto piacere. Si chiama Cinemanometro. L’autore è un cinefilo appassionato di filmacci di genere, che riesuma da chi sa quale angolo dimenticato della memoria collettiva e poi recensisce. Il suo modo di raccontare i film è spassoso, talvolta persino esilarante. Le sue recensioni sono brevissime e scritte di fretta, ma efficaci; comunicano tutto l’amore che il loro autore ha per la materia. Ed è un amore contagioso. Belle e di alta qualità sono anche le foto che accompagnano i suoi post, il che non guasta (come direbbe Jill a Cheyenne in C’era una volta il West).

Questa settimana ho ricevuto un tanto agognato pacco di libri che il primo maggio aveva bloccato in giacenza. Dentro c’erano quattro libri (così lo direbbe Armonica sempre in C’era una volta il West). Li ho letti tutti nella stessa settimana. Perciò ho pensato di seguire l’insegnamento di Cinemanometro, e di lasciare anche io dei commenti flash su ognuno di essi. Pronti? Via.

1. Eutanasia della critica di Mario Lavagetto

Avevo sentito il titolo di sfuggita alla famosa cena post-Servillo ed ero curioso di leggerlo. Il libro in cento agilissime pagine stampate in caratteri enormi è una sagace e a tratti divertente analisi della tragica situazione della critica accademica mondiale. Lavagetto racconta qualche succoso aneddoto per mostrare la prodigiosa imbecillità e ignoranza dell’ambiente universitario, lampante testimonianza di come si sia finalmente raggiunta una deprimente uguaglianza tra studenti, laurendi, dottorandi, ricercatori, associati e ordinari. Il libro mette senza pietà il lettore di fronte alla grandissima  muraglia che separa lo studioso dall’erudizione definitiva su un argomento, ma non lo fa per scoraggiarlo. Invita ad accettare l’inevitabile provvisorietà del lavoro di critico e ad abbandonare ogni pretesa di scientificità (non di rigore, naturalmente) e anche a riflettere sugli effetti devastanti che una scadente formazione umanistica possono produrre. Inoltre ricostruisce la storia dei miseri fallimenti e dell’ottusa sterilità raggiunta da ogni nuova tendenza critica che prometteva di dare nuova vita alla disciplina. Lo farò leggere senz’altro al mio vecchio, in modo che senta da un’altra campana, e una campagna di certo più autorevole della mia, la mia cantilena sull’ambiente universitario.

2. Dimentica il mio nome di Zerocalcare

Il libro era in concorso per il premio Strega, ma io non lo avevo ancora letto. Zerocalcare mi piace, mi diverte e mi fa ridere. Questo libro, però, ha pochi momenti spassosi. E’ più serio del solito. Lo stile di Calcare naturalmente c’è: ci sono i personaggi dei cartoon e dei fumetti che fanno capolino nella storia per nascondere i personaggi veri; c’è il suo slang romanesco; ci sono le digressioni che ricordano tanto I Griffin; stavolta c’è persino un omaggio al bastardo giallo di Frank Miller in quelle chiazze di colore che compaiono per il bastardo rosso di Dimentica il mio nome. E poi c’è la vita vera della mia generazione. Il rapporto con questa madre rompiballe ma capace di risolvere qualsiasi traversia il figlio viva. Una madre che si dispera di non avere soluzioni a tutto, come vorrebbe. L’immagine che la ritrae scattare davanti al figlio affaticato dal piccolo fardello dei suoi dolori, sbeffeggiandolo, senza far caso a quanto gigantesco sia invece il suo di fardello, non è retorica: è quello che tutti sappiamo delle nostre mamme, ma facciamo fatica ad ammetterlo. Naturalmente il libro ha una storia, una trama congeniata bene, con i suoi colpi di scena: agnizioni, flashback. Penso anche che funzioni. Ma io ne capisco poco di trame e lascio a voi giudicare.

3. Controcorrente di Joris Karl Huysmans

Ebbene non lo avevo ancora letto. Avevo letto Wilde, D’Annunzio e persino il librone di Praz La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica. Ma lui no. La cosa era grave quanto non avere letto Balzac? Secondo me no. Ma a Maffei l’ultima parola. Il libro è la pietra miliare della letteratura decadente. Con Controcorrente comincia tutto. D’Annunzio ci aggiunge qualche storia d’amore pruriginosa e scrive Il Piacere. Wilde ci mette un po’ di fantastico rubato a Poe e scrive Il ritratto di Dorian Gray. Forse i due sentono l’esigenza di movimentare un po’ il modello, che in effetti è un po’ arido di eventi: pare sia stato pubblicato in traduzione inglese con la dicitura “un romanzo senza trama”. Inglesi crudeli. Mica non succede niente?! Dopo che il lettore si è sorbito elenchi di fiori, sfoggi di erudizione letteraria, saggi sulla pittura, nozioni di arte profumiera, culinaria ed ha toccato con mano quanto possa essere irritante la vita di chi crede di poter vivere senza gli altri in nome della propria superiorità intellettuale, egli può alla fine apprezzare anche un viaggetto del protagonista, la cui pigrizia però ricorda molto da vicino la mia, tanto che al posto del suo tanto auspicato viaggio in Inghilterra si accontenta alla fine del plumbeo cielo londinese di Parigi e degli avventori inglesi di un’osteria. Immagino che prima dei vent’anni avrei amato questo libro quanto amo il maestro Yoda. Ma sono invecchiato mio malgrado. Sono nella fase dell’umorismo disperato e i dolori e la nevrastenia del giovane Des Esseintes sono un po’ kitsch, così come lo sono la sua presunta erudizione e il suo gusto.

 4. Dissipatio H. G. di Guido Morselli

Avete presente La nube purpurea? Una specie. Superato lo scoglio del primo capitolo (10 pagine al massimo, come gli scudetti della Juve secondo Zeman) che sembra un ouverture scritta per confondere il lettore, comunicandogli la stessa confusione che prova il protagonista, ecco che si comincia a capire qualcosa. Mettiamo che vogliate suicidarvi e alla fine trovate pure il coraggio di farlo. Mettiamo che tornate a casa senza essere riusciti nel vostro intento e vi addormentiate con la canna di una pistola in bocca, convinti di aver premuto il grilletto. Cosa pensereste se svegliandovi foste costretti a constatare da sempre più schiaccianti prove che l’umanità si è dissolta nel nulla? Il mondo continua: animali e piante vivono come hanno sempre fatto. Solo che l’uomo non c’è più: del suyo passaggio ha lasciato solo la traccia. Una traccia che il tempo saprà come spazzare via. Ma un uomo è rimasto ed è proprio colui che qualche ora prima voleva morire. Dissipatio H. G. ci immerge in questa assurda situazione, in questo modo inusuale di concepire l’Apocalisse. Si scopre che l’ultimo uomo rimasto non deve tornare al neolitico e costruirsi da solo gli attrezzi per la sopravvivenza, non deve cacciare né difendersi. Può sperperare le tante risorse che gli altri membri della specie hanno accumulato prima di sparire. Non ci sono zombie, vampiri o esseri infetti che gli danno la caccia. C’è solo un’immensa solitudine e tanto tempo libero che non si sa come impiegare. Perciò non so proprio perché mentre leggevo questo libro nella mia mente continuava a risuonare l’arpeggio che si ode nel videogame The last of us. Forse nel videogame come nel libro di Morselli, ciò che mi aveva più coinvolto era il prodigioso spirito di adattamento dell’uomo? Il suo avere poter aggiungere nuove sfumature al camaleonte, come direbbe Gloucester nell’Enrico VI? Non so. Ma se non sapete cos’è The last of us, rifatevi gli occhi qui sotto.


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