Categoria: Vita

Buon viaggio modello B

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Ieri ho finalmente compilato e spedito il famigerato modello B. L’ho compilato da casa, sebbene qualche giorno prima mi fossi recato presso la sede del Sindacato per farmi assistere. Non che non fossi in grado di farlo da solo, ma per qualche strana ragione ero convinto che lì mi avrebbero indicato delle scuole con delle liste di attesa meno folte. Ma mi ero sbagliato. Anzi, la sindacalista più anziana, mi ha anche un po’ preso in giro quando le ho spiegato il motivo per cui ero lì. Niente di grave. Non ha mica intaccato la mia scorza di gentiluomo. Mi ha solo detto: “Giura?”. E poi ha aggiunto anche una nota di fatalismo: “Guarda, sceglile a fortuna, perché tanto ci vuole solo fortuna per essere chiamati. Sei in terza fascia: bisogna che si esauriscano prima tutte le altre”. Era ora di pranzo e lei doveva andare via con la sua collega. La fame, si sa, rende incredibilmente schietti. (Continua a leggere…)

La ricerca in Italia. Quella bella.

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Da qualche mese ho ripreso il mio vecchio lavoro: studiare le opere di altri, scriverne saggi accademici o addirittura libri e sperare che un giorno qualcuno mi paghi per tutto questo inchiostro versato. Nel frattempo mi sono riavvicinato alla poesia sia da lettore che da autore, ho cominciato a leggere qua e là prima di impegnarmi nel supremo sforzo necessario per terminare L’arcobaleno della gravità di Pynchon e poi ho continuato a guardare qualche serie TV. Non mangio. Sbocconcello. Anche perché quando si prepara un saggio, il troppo breve tempo da lettore che gli dei concedono agli uomini è eroso completamente dalla bibliografia di riferimento. Quasi completamente. Non esageriamo.

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Il maestro e il perfezionista

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C’è qualcosa nella figura del maestro che da sempre mi affascina. Scrivo affascina, ma è un eufemismo. Forse devo ricalibrare il termine. Diciamo pure che adoro i maestri. Miyagi di Karate Kid, Pai Mei di Kill Bill, Yoda e Obi Wan Kenobi di Star Wars, Shifu e Oogway di Kung Fu Panda sono tutti personaggi in grado di ridurmi in lacrime. C’è qualcosa di maestoso nel ruolo di colui che accogliendo un allievo sotto la sua ala ne diventa responsabile. C’è qualcosa di commovente nella devota fiducia dell’allievo che vive l’esperienza della trasmissione del sapere durante il cammino dell’apprendistato.

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Perché Facebook ha cominciato ad annoiarmi

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Una delle esperienze più affascinanti di Facebook la si vive quando vi si accede con l’account di un altro. Frenato ogni impulso a riempire di goliardici, quindi per lo più osceni, messaggi che immortalino il possesso temporaneo della motta e del castello, ci si rende conto che la familiarità dell’interfaccia contrasta clamorosamente con il differente flusso di stati e aggiornamenti che la diversa schiera di amicizie genera. Lo spaesamento è grandioso e se non l’avete mai provato vi consiglio di farlo.

Ultimamente, invece, mi ritrovo ad affrontare un’altra sensazione. Chi utilizza Facebook per ingannare il tempo, magari da smartphone o da tablet, lo fa per lo più titillando lo schermo o la rotellina del mouse con un automatismo rassicurante che si affianca all’antica arteteca o tremuliccio (diceva mia nonna) o ad altri rituali di spulciamento o ataviche eredità di pulizia. La potenza ipnotica dello zapping facebookaro è risaputa: conosco diversi amici che testimonierebbero con una mano sul fuoco di aver ringraziato il cielo per un downgrade tecnologico (un cellulare fracassato, per esempio) che li ha obbligati a trascorrere meno tempo su Facebook. Conosco persino chi ha affidato a un sodale la propria password nuova di zecca, affinché costui la custodisse gelosamente impedendo all’aspirante asceta la permanenza nella rete sociale. Anche io utilizzo facebook quotidianamente e spesso in stato semi-cosciente. Lo faccio al mattino se non ho un libro agile da leggere sul cesso (e qui si aprirebbe un’interessante questione sul concetto di agilità relativa a siffatta condizione di lettura) e molte altre volte durante la giornata se ho il pc a portata di mano. Eppure ciò che ultimamente trovo su Facebook non mi soddisfa, anzi mi annoia e mi deprime, così che finisco per chiuderlo avvertendo un insostenibile senso di spreco. Perché?

Negli ultimi mesi è diventato sempre più fondamentale nella mia vita qualsiasi aspetto dell’esistenza possa definirsi umano. Mi interessano sempre di meno le ideone e le fandonie che si dicono pappagallando frasi altrui e sempre di più gli aspetti minimi e talvolta involontari di chi mi circonda. L’uomo mi commuove. Data questa premessa, Facebook è ormai per me una noia mortale. Dopo anni di campagne che denigravano e canzonavano la vocazione esibizionistica intrinseca in Facebook, alla fine hanno vinto quelli che si lamentavano che l’utente medio non facesse altro che postare foto dei loro pasti, foto del loro outfit, foto con il loro cane e altre simpatiche e un po’ sceme situazioni di vita familiare. Hanno vinto, perché le persone hanno preso a raccontare sempre meno la propria vita, come spiega un articolo di qualche tempo fa, e sempre più a cliccare come forsennati su robaccia fatta ad hoc dalle varie pagine di exploitation presenti sul social network. Mi riferisco alle centinaia di pagine che, nate da trovate ingegnose, hanno finito per diventare la parodia di se stesse, perdendo di mordente e freschezza.

Quando apro Facebook oggi ho la sensazione che la mia cerchia di amici sia composta da:

  1. Snob che postano roba sulle scie chimiche per prendere in giro i vari complottisti
  2. Ingenui che postano roba sulle scie chimiche
  3. Goffi appassionati di emozioni che condividono testi da Bacio Perugina su sfondo monocromatico o a fantasia
  4. Agguerriti fanatici di politica che condividono articoli di dubbia autorevolezza o di dichiarata militanza
  5. Gente che continua a elargire post di odio scritti male e spesso indirizzati a persone imprecisate
  6. Lurker che utilizzano Facebook probabilmente solo come chat e persino quando rinnovano  la loro foto profilo lo fanno con una foto precedemente già utilizzata
  7. Pochi bravi comunicatori, per lo più delle generazioni precedenti e che in teoria dovrebbero essere poco familiari con le esigenze della rete, che continuano a insegnarmi qualcosa e ai quali va il mio ringraziamento.

Insomma, in tutto questo guazzabuglio di persone ormai sfoltite dalla mia personale regola “cancello tutte le persone che non ho conosciuto di persona” trovo sempre meno umanità, sempre meno emozioni per cui provare empatia. Anziché divisa in orribile e miserrimo, come diceva Alvin Singer in Annie Hall, mi pare che l’umanità che passa sulla mia bacheca possa essere divisa in sciocchi e arrabbiati. Ciò non mi impedisce, del resto, di dare il mio contributo quasi quotidiano affinché nella mente di qualcuno possa sorgere una nuova riflessione, o si accenda la scintilla della curiosità o semplicemente baleni un effimero sorriso per la buffonata del giorno. Eppure ho scritto queste un po’ caotiche elucubrazioni, perché desideravo che vi soffermaste a pensare almeno a ciò che segue: avete a disposizione foto, parole, video, suoni, colori per raccontarvi al mondo e tutto quello che riuscite a dire di voi è che vi è piaciuto quello che qualcun altro ha creato per fare soldi?

I miei baffi. Le origini

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Per chi mi conosce e ha capito un piccolopoco lo spirito di questo blog, la seguente affermazione non desterà grande sorpresa: all’origine dei miei baffi c’è un libro. No, nessun personaggio letterario dai baffi a manubrio, né tanto meno le fattezze di scrittori conosciute grazie alle copertine in bianco e nero dei Meridiani Mondadori. Un libro. E anche se sembra assurdo dirlo in un blog che si chiama proprio Io Sono Letteratura, non si tratta di un libro di letteratura. Ma di antropologia. O forse sarebbe meglio dire di etologia umana. Il libro si chiama La scimmia nuda ed è stato scritto da Desmond Morris molti anni fa. Mi fu consigliato dal mio amico La Chioma, che, forse per passione o forse per mantenere fede al suo cognome, continua a sfoggiare una lunga coda di cavallo. E’ stata una lettura piacevolissima e molto divertente che mi ha fornito risposte interessanti a tantissimi aspetti del comportamento umano e, soprattutto, ha messo a mia disposizione una mappa per un nuovo sentiero di ricerca (non accademica) che mai fino a quel momento avevo battuto. E’ per questo che nell’arco di pochi mesi dalla mia prima lettura ho consigliato il libro a chiunque. Il bla bla per cento delle persone si è ritenuto soddisfattissimo. Sono persino riuscito a farlo leggere a mio fratello che legge quasi esclusivamente biografie di giganti della musica.

L’idea di fondo de La scimmia nuda è che l’uomo sia un contraddittorio coacervo di comportamenti atavici dovuti al suo retaggio primitivo e di comportamenti moderni dettati dall’evoluzione culturale e tecnologica che egli stesso ha generato. Dunque in barba a qualsiasi lode della razionalità scimmiesca, ci sono situazioni in cui si agisce per istinto e basta. Durante una situazione di pericolo? Certo. Durante il corteggiamento? Sicuramente. Bene, ma i baffi cosa c’entrano, mio coglion baffuto, coglion arricciato, coglion pettinato, coglion impomatato, coglion rasato, coglion dopobarbato? Oh bella! Il pelo facciale è carattere sessuale secondario, cioè manifesta di un uomo la maturità sessuale e, almeno in teoria, l’avvenuto passaggio dall’adolescenza androgina alla virilità adulta (virile, tuttavia, non vuol dire brutale). Insomma a quasi trent’anni, con un bel po’ di esperienze di vita alle spalle e tante abilità da vantare nella mia scheda personaggio (per chi non fosse pratico di giochi di ruolo, e per mia madre naturalmente: si tratta di un insieme di tabelle che raccolgono tutte le caratteristiche di un personaggio di fantasia che si interpreta durante una serie di partite) ho capito che era giunto il momento che anche io avessi il mio fiero e marziale pelo facciale. Non sapevo, tuttavia, che questo primo passo avrebbe inaugurato un cammino volto alla ricerca del bello in un campo che fino a quel momento era completamente privo della mia attenzione: l’arte di abbigliarsi.

I primi tempi furono dominati da tentativi fallimentari, ma non per questo meno preziosi. Questo vorrei che lo ricordaste sempre, infatti: sbagliare è bello e ai fini della ricerca e dell’apprendimento è un evento potentissimo. I miei modelli barbosi erano per lo più cinematografici. Avrei voluto una barba come quella di Cristoph Waltz in Django Unchained.

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Allora provai a farla crescere, ma presto incontrai l’invalicabile resistenza della genetica: c’erano zone del mio volto prive di bulbi piliferi, perciò la barba ottenuta assomigliava a quella che a Napoli si chiama “zella”. Il risultato era di scarso effetto estetico, di conseguenza fu scartato. Il problema principale era che le zone più folte erano quelle dei baffi e del pizzetto, mentre le guance, basette comprese, erano rade come gli alberi nella savana. Così cercai un modello barbuto che avesse le mie stesse caratteristiche pilifere. Leonardo Di Caprio sempre in Django Unchained faceva al caso mio.

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All’epoca ero già giunto alla consapevolezza che baffi e e barba potevano essere utilizzati per esaltare alcuni tratti del volto oppure per dare equilibrio alla figura laddove mancava. Mi rasai opportunamente. Tuttavia sorse un nuovo problema: il verticalissimo pizzetto accentuava la forma già allungata del mio volto, tanto che il risultato era una vera schifezza. Bisogna trovare un’altra soluzione.

In quel tempo mi piaceva guardare e riguardare un film di cui prima o poi dovrò parlarvi: Gangs of New York diretto da Martin Scorsese e uscito nel 2002. Mentre mi appassionavo visione dopo visione alla figura di William Cutting, Il Macellaio interpretato da Daniel D. Lewis, quasi naturalmente cominciavo ad essere sedotto dall’idea di avere anche io  baffi di quel tipo, ovvero quelli che in seguito avrei saputo definire propriamente come “cespugliosibaffiamanubrio”. La crescita cominciò lenta e inesorabile, mentre si faceva strada la consapevolezza che un tale baffo, una spessa linea orizzontale, avrebbe avuto sulla mia faccia il triplice beneficio di:

  1. Conferirmi senza sforzo un’aria così bellicosa che il prof. S. si sentì giustamente in dovere di mettermi in guardia riguardo al pericolo di portare dei baffi del genere senza un adeguato addestramento marziale.
  2. Dare equilibrio alla forma oblunga del mio cranio.
  3. Ingannare l’occhio riguardo alle dimensioni microscopiche della bocca, indice oltretutto di innata cattiveria secondo la Marta di Ricomincio da tre. Cattiveria scaltrigna e furba, però: la peggiore.

Inizialmente il novello baffo a manubrio condivise lo spazio con un improbabile pizzetto tagliato in modo da non sporgere troppo. Il risultato non era soddisfacente come il mio gigantesco amico D. sottolineò senza pietà; l’equilibrio, infatti, fu raggiunto solo quando il rasoio di sicurezza portò via tutto ciò che non era “cespigliosibaffiamanubrio” e la cera mi consentì i primi esercizi di arricciamento. Finalmente avevo i baffi di William Cutting e mi stavano pure bene! Ma ero pronto ad affrontare l’occhio giudicante del mondo esterno, diventato sempre più crudele e terribile ai miei occhi di inabissato? Ne parleremo presto con il racconto di succosi aneddoti che la baffesca presenza provocarono.

P.s: vorrei invitarvi, dato che molti di voi affezionati lettori e amici mi avete sovente posto domande a riguardo, a postare qui sotto o su facebook tutte le questioni che vi piacerebbe rivolgermi. Vi prometto che le raccoglierò e vi risponderò in uno dei prossimi post, il cui titolo sarà: Tutto quello che avreste voluto sapere sui miei baffi… e non avete mai osato chiedere.