Le armi della persuasione di Robert B. Cialdini.

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Sono al tavolo da lavoro. In mano ho una pinza arancione piuttosto nuova; componenti per chiusure lampo giacciono sulla superficie bluastra del tavolo: molle, cursori, tiretti,  terminali. Buste qua e là e piccoli denti di ferro sparsi ovunque. Alla mia sinistra, invece, c’è un libro dalla copertina verde che spicca tra i toni grigi e beige della sala. Uno degli avventori si avvicina e dopo aver letto il titolo fa una battuta sulle presunte “armi che staremmo preparando”. Cerco di spiegargli di cosa parla il libro, ma capisco dopo esattamente 4.7 secondi che non ha nessuna intenzione di ascoltarmi. Mi ritiro con ordine come un soldato dell’esercito prussiano e riprendo il mio lavoro semplice e ripetitivo. Ma intanto penso che Le armi della persuasione sia un libro di cui valga la pena parlare. Allora mi riprometto di scriverne qualcosa sul blog. Lo faccio molte volte, ma poi finisco sempre per dedicarmi ad altro. Eppure il libro mi è piaciuto. Anzi mi è piaciuto parecchio, perché mi ha chiarito con gli strumenti della psicologia sociale quali sono i motivi per cui nella mia vita ho avuto tanta difficoltà a dire “no”. E allora mi sono sentito meno solo.

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Il maestro e il perfezionista

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C’è qualcosa nella figura del maestro che da sempre mi affascina. Scrivo affascina, ma è un eufemismo. Forse devo ricalibrare il termine. Diciamo pure che adoro i maestri. Miyagi di Karate Kid, Pai Mei di Kill Bill, Yoda e Obi Wan Kenobi di Star Wars, Shifu e Oogway di Kung Fu Panda sono tutti personaggi in grado di ridurmi in lacrime. C’è qualcosa di maestoso nel ruolo di colui che accogliendo un allievo sotto la sua ala ne diventa responsabile. C’è qualcosa di commovente nella devota fiducia dell’allievo che vive l’esperienza della trasmissione del sapere durante il cammino dell’apprendistato.

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Gomorra 2. La stagione che non mi è piaciuta

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Il primo post che scrissi su Gomorra nacque dall’urgenza di voler raccontare quali fossero state le mie impressioni su una serie che mi era stata caldamente consigliata dagli amici non napoletani. Pensai di affrontare tante questioni che si ponevano a mano a mano che riflettevo sulle ragioni del mio apprezzamento. Fu per questo motivo che in seguito postai alcune considerazioni sui personaggi principali.

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Perché Facebook ha cominciato ad annoiarmi

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Una delle esperienze più affascinanti di Facebook la si vive quando vi si accede con l’account di un altro. Frenato ogni impulso a riempire di goliardici, quindi per lo più osceni, messaggi che immortalino il possesso temporaneo della motta e del castello, ci si rende conto che la familiarità dell’interfaccia contrasta clamorosamente con il differente flusso di stati e aggiornamenti che la diversa schiera di amicizie genera. Lo spaesamento è grandioso e se non l’avete mai provato vi consiglio di farlo.

Ultimamente, invece, mi ritrovo ad affrontare un’altra sensazione. Chi utilizza Facebook per ingannare il tempo, magari da smartphone o da tablet, lo fa per lo più titillando lo schermo o la rotellina del mouse con un automatismo rassicurante che si affianca all’antica arteteca o tremuliccio (diceva mia nonna) o ad altri rituali di spulciamento o ataviche eredità di pulizia. La potenza ipnotica dello zapping facebookaro è risaputa: conosco diversi amici che testimonierebbero con una mano sul fuoco di aver ringraziato il cielo per un downgrade tecnologico (un cellulare fracassato, per esempio) che li ha obbligati a trascorrere meno tempo su Facebook. Conosco persino chi ha affidato a un sodale la propria password nuova di zecca, affinché costui la custodisse gelosamente impedendo all’aspirante asceta la permanenza nella rete sociale. Anche io utilizzo facebook quotidianamente e spesso in stato semi-cosciente. Lo faccio al mattino se non ho un libro agile da leggere sul cesso (e qui si aprirebbe un’interessante questione sul concetto di agilità relativa a siffatta condizione di lettura) e molte altre volte durante la giornata se ho il pc a portata di mano. Eppure ciò che ultimamente trovo su Facebook non mi soddisfa, anzi mi annoia e mi deprime, così che finisco per chiuderlo avvertendo un insostenibile senso di spreco. Perché?

Negli ultimi mesi è diventato sempre più fondamentale nella mia vita qualsiasi aspetto dell’esistenza possa definirsi umano. Mi interessano sempre di meno le ideone e le fandonie che si dicono pappagallando frasi altrui e sempre di più gli aspetti minimi e talvolta involontari di chi mi circonda. L’uomo mi commuove. Data questa premessa, Facebook è ormai per me una noia mortale. Dopo anni di campagne che denigravano e canzonavano la vocazione esibizionistica intrinseca in Facebook, alla fine hanno vinto quelli che si lamentavano che l’utente medio non facesse altro che postare foto dei loro pasti, foto del loro outfit, foto con il loro cane e altre simpatiche e un po’ sceme situazioni di vita familiare. Hanno vinto, perché le persone hanno preso a raccontare sempre meno la propria vita, come spiega un articolo di qualche tempo fa, e sempre più a cliccare come forsennati su robaccia fatta ad hoc dalle varie pagine di exploitation presenti sul social network. Mi riferisco alle centinaia di pagine che, nate da trovate ingegnose, hanno finito per diventare la parodia di se stesse, perdendo di mordente e freschezza.

Quando apro Facebook oggi ho la sensazione che la mia cerchia di amici sia composta da:

  1. Snob che postano roba sulle scie chimiche per prendere in giro i vari complottisti
  2. Ingenui che postano roba sulle scie chimiche
  3. Goffi appassionati di emozioni che condividono testi da Bacio Perugina su sfondo monocromatico o a fantasia
  4. Agguerriti fanatici di politica che condividono articoli di dubbia autorevolezza o di dichiarata militanza
  5. Gente che continua a elargire post di odio scritti male e spesso indirizzati a persone imprecisate
  6. Lurker che utilizzano Facebook probabilmente solo come chat e persino quando rinnovano  la loro foto profilo lo fanno con una foto precedemente già utilizzata
  7. Pochi bravi comunicatori, per lo più delle generazioni precedenti e che in teoria dovrebbero essere poco familiari con le esigenze della rete, che continuano a insegnarmi qualcosa e ai quali va il mio ringraziamento.

Insomma, in tutto questo guazzabuglio di persone ormai sfoltite dalla mia personale regola “cancello tutte le persone che non ho conosciuto di persona” trovo sempre meno umanità, sempre meno emozioni per cui provare empatia. Anziché divisa in orribile e miserrimo, come diceva Alvin Singer in Annie Hall, mi pare che l’umanità che passa sulla mia bacheca possa essere divisa in sciocchi e arrabbiati. Ciò non mi impedisce, del resto, di dare il mio contributo quasi quotidiano affinché nella mente di qualcuno possa sorgere una nuova riflessione, o si accenda la scintilla della curiosità o semplicemente baleni un effimero sorriso per la buffonata del giorno. Eppure ho scritto queste un po’ caotiche elucubrazioni, perché desideravo che vi soffermaste a pensare almeno a ciò che segue: avete a disposizione foto, parole, video, suoni, colori per raccontarvi al mondo e tutto quello che riuscite a dire di voi è che vi è piaciuto quello che qualcun altro ha creato per fare soldi?