Perché Facebook ha cominciato ad annoiarmi

halloween-facebook.jpg

Una delle esperienze più affascinanti di Facebook la si vive quando vi si accede con l’account di un altro. Frenato ogni impulso a riempire di goliardici, quindi per lo più osceni, messaggi che immortalino il possesso temporaneo della motta e del castello, ci si rende conto che la familiarità dell’interfaccia contrasta clamorosamente con il differente flusso di stati e aggiornamenti che la diversa schiera di amicizie genera. Lo spaesamento è grandioso e se non l’avete mai provato vi consiglio di farlo.

Ultimamente, invece, mi ritrovo ad affrontare un’altra sensazione. Chi utilizza Facebook per ingannare il tempo, magari da smartphone o da tablet, lo fa per lo più titillando lo schermo o la rotellina del mouse con un automatismo rassicurante che si affianca all’antica arteteca o tremuliccio (diceva mia nonna) o ad altri rituali di spulciamento o ataviche eredità di pulizia. La potenza ipnotica dello zapping facebookaro è risaputa: conosco diversi amici che testimonierebbero con una mano sul fuoco di aver ringraziato il cielo per un downgrade tecnologico (un cellulare fracassato, per esempio) che li ha obbligati a trascorrere meno tempo su Facebook. Conosco persino chi ha affidato a un sodale la propria password nuova di zecca, affinché costui la custodisse gelosamente impedendo all’aspirante asceta la permanenza nella rete sociale. Anche io utilizzo facebook quotidianamente e spesso in stato semi-cosciente. Lo faccio al mattino se non ho un libro agile da leggere sul cesso (e qui si aprirebbe un’interessante questione sul concetto di agilità relativa a siffatta condizione di lettura) e molte altre volte durante la giornata se ho il pc a portata di mano. Eppure ciò che ultimamente trovo su Facebook non mi soddisfa, anzi mi annoia e mi deprime, così che finisco per chiuderlo avvertendo un insostenibile senso di spreco. Perché?

Negli ultimi mesi è diventato sempre più fondamentale nella mia vita qualsiasi aspetto dell’esistenza possa definirsi umano. Mi interessano sempre di meno le ideone e le fandonie che si dicono pappagallando frasi altrui e sempre di più gli aspetti minimi e talvolta involontari di chi mi circonda. L’uomo mi commuove. Data questa premessa, Facebook è ormai per me una noia mortale. Dopo anni di campagne che denigravano e canzonavano la vocazione esibizionistica intrinseca in Facebook, alla fine hanno vinto quelli che si lamentavano che l’utente medio non facesse altro che postare foto dei loro pasti, foto del loro outfit, foto con il loro cane e altre simpatiche e un po’ sceme situazioni di vita familiare. Hanno vinto, perché le persone hanno preso a raccontare sempre meno la propria vita, come spiega un articolo di qualche tempo fa, e sempre più a cliccare come forsennati su robaccia fatta ad hoc dalle varie pagine di exploitation presenti sul social network. Mi riferisco alle centinaia di pagine che, nate da trovate ingegnose, hanno finito per diventare la parodia di se stesse, perdendo di mordente e freschezza.

Quando apro Facebook oggi ho la sensazione che la mia cerchia di amici sia composta da:

  1. Snob che postano roba sulle scie chimiche per prendere in giro i vari complottisti
  2. Ingenui che postano roba sulle scie chimiche
  3. Goffi appassionati di emozioni che condividono testi da Bacio Perugina su sfondo monocromatico o a fantasia
  4. Agguerriti fanatici di politica che condividono articoli di dubbia autorevolezza o di dichiarata militanza
  5. Gente che continua a elargire post di odio scritti male e spesso indirizzati a persone imprecisate
  6. Lurker che utilizzano Facebook probabilmente solo come chat e persino quando rinnovano  la loro foto profilo lo fanno con una foto precedemente già utilizzata
  7. Pochi bravi comunicatori, per lo più delle generazioni precedenti e che in teoria dovrebbero essere poco familiari con le esigenze della rete, che continuano a insegnarmi qualcosa e ai quali va il mio ringraziamento.

Insomma, in tutto questo guazzabuglio di persone ormai sfoltite dalla mia personale regola “cancello tutte le persone che non ho conosciuto di persona” trovo sempre meno umanità, sempre meno emozioni per cui provare empatia. Anziché divisa in orribile e miserrimo, come diceva Alvin Singer in Annie Hall, mi pare che l’umanità che passa sulla mia bacheca possa essere divisa in sciocchi e arrabbiati. Ciò non mi impedisce, del resto, di dare il mio contributo quasi quotidiano affinché nella mente di qualcuno possa sorgere una nuova riflessione, o si accenda la scintilla della curiosità o semplicemente baleni un effimero sorriso per la buffonata del giorno. Eppure ho scritto queste un po’ caotiche elucubrazioni, perché desideravo che vi soffermaste a pensare almeno a ciò che segue: avete a disposizione foto, parole, video, suoni, colori per raccontarvi al mondo e tutto quello che riuscite a dire di voi è che vi è piaciuto quello che qualcun altro ha creato per fare soldi?


Don Pietro Savastano: decadenza di un boss

Pietro_Savastano.png

Pietro Savastano è un criminale potente, rispettato, temuto. Il suo clan è solido, gli ordini che impartisce sono eseguiti ciecamente. Il suo nome è una garanzia per chiunque voglia fare affari loschi, poiché la sua egemonia è di vecchia data e comprovata: sono già venti anni che la polizia lo tallona senza successo. Egli ha ereditato il suo potere dal padre, del quale si sa poco se non che si è nascosto da latitante per anni. La vecchia figura del camorrista che di tanto in tanto ho sentito ricordare con nostalgia da chi si lamenta con ottusa imbecillità della nuova e più feroce camorra attuale, considerata priva di onore al confronto con la precedente, è riassunta e al contempo demistificata nella sua figura: Don Pietro chiama i suoi uomini con soprannomi proprio come farebbe l’usurata figura di un criminale pronto per una caricatura, ma egli mostra di essere molto lontano da quell’immagine eroica che inspiegabilmente ancora avvolge i camorristi.

In Gomorra la serie Don Pietro è mostrato quando risiede nel punto più alto percorso dalla ruota della fortuna, ovvero quando il tempo del declino è ormai imminente: egli ne è consapevole. Sente il fiato della polizia sul collo, intravede i pugnali luccicanti dei traditori e scruta disperato il futuro, perché non scorge un erede degno di lui a cui passare il testimone. Come re Edoardo in Braveheart, egli vive la disperazione di vedere il proprio castello sgretolarsi malgrado la propria abilità.

Di fronte a qualcosa che sembra inesorabile come la foresta vivente che assale Macbeth, Pietro Savastano non trova di meglio che spingere le reazioni violente fino al parossismo, accelerando di fatto la sua sconfitta. Per quanto risoluto, infatti, egli comincia a mostrare di non essere infallibile o meglio di non riuscire a reggere il confronto con gli altri camorristi emergenti: quando scopre di aver ucciso inutilmente il fedelissimo Bolletta credendolo un traditore, la sua espressione (e qui, anche se un po’ di corsa, bisogna sottolineare la bravura dell’attore Fortunato Cerlino nel rendere credibile il suo personaggio) esprime tutta l’incredulità e la confusione che lo affliggono. In tale situazione l’arroganza e la spavalderia che gli spinge fino all’insolenza, tra i tratti più caratteristici del personaggio, cominciano a suonare stonati: non appaiono più dimostrazioni di forza dettati dalla sua leadership, ma i deliri di colui che decide deliberatamente di ignorare il nuovo ordine delle cose.

Una volta in galera le rivendicazioni di Don Pietro si fanno sempre più inadeguate alla sua condizione e la sensazione che egli si stia battendo a tutti i costi soltanto per rifiutare l’irreversibilità della sua caduta cresce fino al rango di certezza. Così Don Pietro diventa la copia di un camorrista cinematografico ben presente nella memoria dei napoletani grazie al ripetitivo palinsesto dei canali locali: mi riferisco al Professore di Vesuviano, contraffazione di Raffaele Cutolo nel film d’esordio di Giuseppe Tornatore Il camorrista (1986). In carcere, infatti, Don Pietro crede di poter ripetere le gesta del personaggio che ha probabilmente visto anche lui in televisione, dato che gli altri carcerati, assecondando spontaneamente le sue aspettative, si presentano come un popolo di sudditi che accoglie il proprio re.

Non basta nemmeno il pugno duro del direttore del carcere a neutralizzare i deliri di onnipotenza di Pietro Savastano: egli si è talmente identificato nel Professore di Vesuviano da credere sacrosanta verità la propria affermazione “Non c’è problema, comandante, io posso fare a meno di tutto. Ma voi siete sicuro di poter fare a meno di me?”. Naturalmente Don Pietro si riferisce al carisma che possiede sugli altri detenuti, evocando nella memoria dello spettatore, e magari chi sa anche in quella del suo interlocutore, la capacità mostrata dall’altro camorrista di sedare qualsiasi malcontento sorgesse nel carcere.

Il dipanarsi degli eventi sembra dargli ragione. Quando Don Pietro riesce a fomentare e a sedare  da solo una rivolta in una spettacolare scena in cui il carcere è messo a ferro e fuoco, allora sembra che l’insegnamento cinematografico assimilato da Don Pietro abbia funzionato alla perfezione. Ma non è così. Non è affatto così. Si avverte qui l’abilità dello sceneggiatore, il quale gioca con l’orizzonte d’attesa dello spettatore. Il direttore del carcere, infatti, avendo probabilmente visto anche lui il film di Tornatore, irretisce Don Pietro proprio grazie alle spoglie del suo trionfo; le concessioni che egli ha elargito in cambio del ripristino della quiete carceraria non sono altro che uno stratagemma usato per incastrare il criminale e costringerlo al carcere di rigore: l’incubo di ogni boss. Se da un lato si ha la sensazione che l’avversario di Don Pietro sia più scaltro, più saggio, più determinato della blanda polizia degli anni Ottanta, dall’altro la conclusione dell’episodio dipana ogni dubbio circa le reali capacità di discernimento del boss sconfitto. La sua obsolescenza è palese.

Il passaggio di consegne a favore di suo figlio Gennaro e di sua moglie Imma sancisce l’uscita di scena di Don Pietro. Da lì in avanti è accentuata la rappresentazione patetica e umana del personaggio, già accennata all’inizio in virtù di siparietti comici di vita familiare a volte degni di una sitcom vecchia come i Robinson. La solitudine del boss e la lontananza dagli affetti che è costretto ad affrontare sono raccontati con pochi ma efficacissimi tocchi: alcuni sguardi, quei complimenti da smargiasso che fanno arrossire la compagna come una scolaretta oppure quel gesto di poggiare il capo sulla parete trasparente che lo separa dalla mano dell’amata o ancora in quel sorriso forzato lanciato  come un saluto rassicurante.

Tuttavia Don Pietro cova qualcosa di insospettabile. Dal momento che tutti credono sia rimbambito, confuso, insomma che sia diventato solo un fragile vecchio che ama mettere bocca su faccende che ormai non gli riguardano, egli decide di sfruttare tale immagine affinché gli faccia da bozzolo mentre egli si prepara per la vendetta. Il personaggio allora dimostra di non essere affatto finito, ma di avere nel suo arsenale un’arma segretissima che la sua storia di uomo violento pareva escludere: egli possiede uno straordinario talento di attore, tale da riuscire a ingannare non solo lo staff del carcere, ma persino suo figlio. Il suo passo diventa strascicato, lo sguardo è perso nel vuoto: nessuna delle parole in codice di Gennaro sembra giungere a quella che un tempo era una fine mente strategica. Per Don Pietro sembra arrivata quella auspicatissima demenza di cui Erasmo da Rotterdam fece un grandioso elogio e che qualche tempo dopo fu spacciata per la follia un po’ scema e un po’ infantile dell’adolescente di turno o del tronista di Uomini e donne. Insomma quell’imbecillità che permetterebbe di affrontare la crudeltà della vecchiezza.

Savastano è un eccellente attore perché non inventa nulla: la patetica deriva di se stesso che  interpreta è credibilissima, poiché del tutto conseguente. Lo abbiamo visto perdere colpi; abbiamo sentito chi lo circonda essere sempre più persuaso della sua mancanza di lucidità; abbiamo visto il suo orgoglio piegato dalla prigionia. Lo abbiamo visto apprendere impassibile, quasi assente, la notizia della morte di sua moglie: impossibile indovinare che quell’uomo così impulsivo sia in un grado di dissimulare il proprio dispiacere di fronte a un evento così drammatico. Allora crediamo alla sua versione dei fatti. Savastano si è rincoglionito, perché il carcere duro fa questi effetti; d’altra parte ce lo ha insegnato anche Il camorrista, il quale si chiudeva proprio con i deliri del Professore di Vesuviano oramai con il cervello bruciato dall’isolamento.

E invece proprio sul finire della prima stagione, si scopre che Don Pietro è stratega sopraffino, magari anche più in gamba del tanto apprezzato Conte o del machiavellico Ciro, perché proprio quando siamo convinti che la sua vicenda ripercorra il fallimento della sua fonte di ispirazione, egli ci mostra che sa imparare dagli errori di chi lo ha preceduto, proprio come aveva fatto il direttore del carcere ai suoi danni. Così proprio quando la prima stagione sta per finire con una resa dei conti tra i due schieramenti di camorristi, arriva il colpo di scena che è allo stesso tempo un cliffhanger grandioso (per mamma: un cliffhanger è un espediente retorico tipico dei prodotti seriali che serve a lasciare lo spettatore insoddisfatto e curioso rispetto al futuro svolgimento dei fatti), decisamente più elegante di quello in cui vediamo la mano di Gennaro massacrato pulsare giusto prima dei titoli di coda. Don Pietro è liberato (ma quanto ribrezzo fa qui la parola libertà se di parla di un criminale) dal suo irriducibile scagnozzo Malammore e, proprio in quel momento, fermando i nostri occhi su quelli di nuovo vivi e agguerriti del criminale, comprendiamo la scoraggiante perfezione del suo inganno. L’inganno di un maestro da cui anche lo scaltro iago Ciro avrebbe ancora molto da imparare.

 


La strada di Cormac McCarthy

the-revenant-234324s-680x400.jpg

Quando il timido Zagni mi consigliò di leggere La strada non avevo nessuna idea di cosa fosse. Forse mi aveva accennato a un futuro post apocalittico, ma non ci metterei la mano sul fuoco, ammesso che sia capace di accenderne uno. Tra me e Zagni ha sempre funzionato così: si diceva il titolo di un libro e se l’altro non l’aveva letto, gli si diceva di farlo. Con garbo e anche un pizzico di invidia, naturalmente. L’apprezzamento dell’altro valeva più di mille racconti di invitanti trame. All’epoca non sapevo che Cormac McCarthy fosse l’autore del romanzo omonimo da cui i fratelli Cohen attinsero per creare il crudelissimo film Non è un paese per vecchi. Figuriamoci poi se immaginassi che nel 2007, un anno dopo la pubblicazione, il libro fosse stato insignito del Premio Pulitzer per la narrativa. Insomma, sapevo solo che Zagni lo consigliava e ciò bastava. Anzi ero così certo della bellezza del libro che cominciai a consigliarlo senza averlo letto (cosa che voi non dovete fare a meno che non siate amici di Zagni).

Va bene, d’accordo, ma perché non lo hai letto prima? Perché hai aspettato tutto questo tempo? La risposta è semplicissima: non so proprio per quale motivo, ma quando pensai per la prima volta a questo libro, immaginai qualcosa di molto grosso: un romanzone da almeno cinquecento pagine. Un impegno che non mi sentivo di affrontare mentre Horcynus Orca mi guardava dallo scaffale insieme a un centinaio di libri acquistati ma ancora in attesa del loro turno.

Potete immaginare cosa accadde quando scoprii che il librone immaginato e ingiustamente messo da parte non era altro che un libriccino di duecento pagine che raccontava il viaggio di un uomo e di suo figlio in un mondo distrutto da una catastrofe. Accadde, insomma, che cercai il libro e lo comprai usato in una bella decima edizione dalla copertina rigida, che contiene ancora lo scontrino del primo acquirente, tale signor Enrico Marchiori che lo prese in una libreria LaFeltrinelli a Mestre (caro signore, se mai si imbatterà in questo post, sappia che il suo libro è in buonissime mani e che le sono grato per l’acquisto. Anzi, approfitto per chiederle chi o come mai vendette questo bellissimo libro). Quando il libro giunse tra le mie mani, ero alla Mayoner & Russenbrook, la ditta di famiglia. Era quasi l’ora di pranzo. Un momento perfetto per cominciare a leggiucchiare La strada.

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro.

L’inizio è pieno di vaghezza. Al di là della descrizione atmosferica che annuncia una storia dominata dal grigio, forse la parola più potente per capire la gravità della situazione in cui McCarthy sta introducendo il lettore è quell’aggettivo “prezioso” riferito a “respiro”. Con l’avanzare della narrazione l’obiettivo metterà a fuoco meglio alcuni aspetti che sono contenuti in queste quattro righe. Altri, invece, continueranno ad essere avvolti dal mistero. Per esempio non ci vorrà molto per scoprire che l’uomo e il bambino, entrambi senza nome, sono un padre e un figlio, rispettivamente vedovo e orfano di una donna che di fronte all’insensatezza della sopravvivenza, ottuso istinto primordiale, ha deciso di esercitare il proprio diritto di scelta e l’ha fatta finita. Si comprenderà il motivo per cui il respiro del bambino è così prezioso per il suo vecchio: è respiro che infonde vita come quello del dio dell’Antico Testamento.

Non trascorrerà troppo tempo prima di capire cosa sia la strada a cui il titolo allude: una parola che l’autore ripete di continuo, perché è tra le pochissime a non essere ancora cancellata dall’oblio che è toccato a tante altre.

Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio.I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà. Ripiegato su se stesso come un essere che cerca di preservare il calore. Prima di chiudere gli occhi per sempre.

La strada è la sola linea di senso nel mondo devastato. Per conservarne il ricordo, l’uomo ha ridotto una vecchia guida stradale a fogli volanti rattoppati con il nastro adesivo. A carta straccia assomiglia l’ultimo preziosissimo vangelo. La strada, infatti, indica una direzione al viaggio, sottrae alla disperazione quella lontana eppur raggiungibilissima costa che promette qualcosa di indefinito, e proprio in quanto tale migliore di quanto si staglia davanti agli occhi. In un mondo in cui un padre ricorda a stento le favole da raccontare al proprio unico figliolo, la strada è  l’ultima eco di un canto dimenticato in cui gli uomini potevano essere ancora divisi in buoni e cattivi.

Ho letto La strada troppo a ridosso di Horcynus Orca, perché la mia percezione non ne risentisse.  L’ho letto rapidamente, perché la sua mole era una bazzecola rispetto a quella dell’altro romanzo. L’ho letto con il vivido ricordo della ricchissima lingua utilizzata da D’Arrigo. Perciò di fronte alla lingua poverissima de La strada, alla ripetizione ossessiva delle meticolose azioni del protagonista, a volte ho provato un senso di nausea. Eppure il senso di quello stile non mi sfuggiva: conferire importanza assoluta a tutti quei gesti che nella vita quotidiana compiamo con disattenzione, ma che in un mondo al termine acquistano una pregnanza gigantesca. Talvolta, infatti, ho pensato che McCarthy intendesse fornire al lettore un vero e proprio manuale di sopravvivenza per chi dovesse restare in vita dopo un’apocalisse.

Impiegarono tanto tempo a trovare il carrello. L’uomo lo disseppellì dalla neve, lo raddrizzò, ripescò lo zaino, lo sbatacchiò, lo aprì e ci ficcò una delle coperte. Rimise lo zaino, le altre coperte e le giacche nel carrello, prese in braccio il bambino, e lo sistemò sopra, gli slacciò le scarpe e gliele tolse. Poi tirò fuori il coltello e cominciò a tagliare una delle giacche per fasciarci i piedi del bambino. Usò una giacca intera, poi ricavò grossi rettangoli dal telo di plastica e glieli avvolse ai piedi, partendo da sotto e legandoglieli alle caviglie con la fodera delle maniche della giacca.

Alla scarsa varietà di argomenti si contrappone una potenza emotiva certe volte davvero ingestibile. Ho provato dolore agli stinchi e un’autentica disperazione, quando i due personaggi si sono imbattuti in due degli episodi più agghiaccianti di La strada. La prima volta accadde durante l’esplorazione della casa-allevamento in cui alcuni uomini e un aio di donne sono lasciati in vita il tempo sufficiente affinché non imputridiscano e possano essere mangiati quando i ‘pastori’ saranno di nuovo affamati. Il secondo cazzotto  da knock-out, invece, l’ho ricevuto nella terribile sequenza in cui padre e figlio scoprono uno spiedo in cui è infilzato un neonato decapitato e abbrustolito.

Per il resto McCarthy somiglia a un pugile che lavora ai fianchi, ti toglie il fiato, ti fa vacillare fino alla disperazione. Nel mondo de La strada qualsiasi azione comporta una sforzo sovrumano. Il freddo è insopportabile, il riparo dalla pioggia precario, gli uomini che si incontrano per la strada o sono predoni o sono briganti quando non sono morti che camminano; il terreno è sterile, così che la speranza di ricostruire la civiltà pare una semplice frottola mascherata sotto la mitica e un po’ cialtrona frase “noi siamo quelli che portano il fuoco”; l’unico cibo disponibile è quello prodotto dagli uomini dell’epoca passata, una risorsa limitatissima e deperibile. Già verso la metà del libro ci si comincia a guardare intorno nella speranza che l’uomo all’angolo getti la spugna e riposare in pace. Non importa se una volta per tutte.

Questo è La strada di Cormac McCharthy: un romanzo crudo che racconta la deriva crudelissima dell’umanità in un mondo esausto; un libro che costringe il lettore a dubitare di ogni uomo, di ogni barlume di speranza il destino sembri concedere. Una storia che insegna il valore di un paio di scarpe, quasi in barba a quel cretinissimo adagio femminista per cui non tutte le donne sognerebbero di riempire una scarpiera. Cormac McCarthy sembrerebbe quasi dire: “Stronzate! Cosa ve ne fate dei libri in un mondo morente? Donne sagge furono quelle che fecero scorta di scarpe”.

scarpiera.jpg

 

 


Kung Fury. Cintura nera di trash

Kung_fury.jpg

Non sono solito consigliare filmacci da guardare con spirito goliardico. Per questo c’è qualcuno che nel campo si può dire un vero maestro, ossia Lupocattivo del divertentissimo blog Cinemanometro. Accade, tuttavia, che ieri sera dopo che ebbi preparato delle tenerissime scaloppine di pollo al marsala e pepe verde, mio fratello Luca, il mio fratello preferito, mi inviti a vedere un film di mezz’ora che promette bene. La definizione era più o meno questa: “un cinese che fa kung fu e qualcosa che ha a che fare con videogiochi e Hitler; si chiama Kung Fury e possiamo vederlo in alta definizione su Netflix”. Non so resistere a proposte tanto indecenti, così io e la mia sedia da scrivania ci trasferiamo nella stanza a fianco.

Comincia il film. Bastano poche decine di secondi per capire che questo film è destinato al complimento supremo in materia di film di exploitation, perciò non posso che esclamare “in questo film c’è tutto!”. Per cominciare un’inaudita violenza di strada perpetrata da personaggi che ricordano molto i delinquenti  stereotipati degli anni Novanta: giubbini di jeans o di pelle smanicati e no, zazzere, fasce nei capelli cotonati, occhiali da sole e guanti da motociclista. Ah, e ovviamente un uzi a portata di mano.

In questa città violenta dove anche un videogioco da sala può animarsi, diventare un robot e cominciare a seminare distruzione, far esplodere teste, incendiare carrozzine (“la carrozzina!”, direbbero i colleghi di Fantozzi), la legge è tutelata dalla solita polizia inefficiente stritolata dalla burocrazia, preoccupata più a disegnare la quadratura del bilancio che a mantenere l’ordine. Fortunatamente questa truppa di brocchi può ha a disposizione il suo fuoriclasse, il piedipiatti perfettamente dentro gli schemi essendo fuori dagli schemi: l’uomo che chiamano Kung Fury (e solo dio sa se non si tratta di un nome azzeccatissimo per un tale esemplare di stereotipa crudezza hardboiled).

kung_fury_triceracop.jpg

Kung Fury, l’uomo, non tradisce le aspettative (e nemmeno il film lo fa, sia chiaro). Ricorda nemmeno troppo vagamente il personaggio della celeberrima serie di videogiochi Street Fighter, solo che indossa un chiodo e una maglietta rossa. Ha la voce profonda del Batman di Nolan, l’eloquio asciutto del giudice Dredd e la solenne inespressività di Steven Seagal. Per la prima volta lo incontriamo nella sua tana, circondato da candele e arredi di pessimo gusto in compagnia di una tizia che se lo mangia con gli occhi palpandogli il braccio. La musica con sax solista fa tanto situazione iniziale dei vecchi film porno, quelli che avevano pure una trama e che tanto amava un mio vecchio compagno di scuola. Insomma, la sceneggiatura fa di tutto per convincerci che Kung Fury quando non sia impegnato a spaccare culi, passi il tempo a infuriare tra le lenzuola. Egli insomma è la incarnazione di quella virilità pecoreccia fiore all’occhiello del cinema d’azione, l’uomo che tutti vorrebbero essere perché, ma questo lo crede lo spettatore, tutte le donne si strapperebbero i capelli in preda all’isteria per averlo. Gli stereotipi piedipiatteschi ci sono tutti: “lavoro da solo”, la restituzione del distintivo, il capo rompicazzo, il compagno di volante e di mille avventure perduto durante un picco di maschissimo affetto (per altro con una kill di pregevolissimo livello splatter). Quello che invece è davvero nonsense ma alla fine sembra non fregare a nessuno è il collega Triceracop, mezzo uomo mezzo triceratopo.

L’entrata in azione di Kung Fury è un saggio di pacchianeria: nessun effetto speciale è risparmiato, non importa quanto sia esagerato; né i voli con la luna sullo sfondo, né lo scontro su una gru a chi sa quanti metri d’altezza, né tanto meno la pellicola che fa le bizze mentre una colonna sonora elettronica da brivido pompa nelle casse. La ridente cittadina come se non bastasse è preda anche dell’incubo americano per eccellenza: no, non mi riferisco a Richard Nixon rieletto per la quinta volta. Parlo di Adolf Hitler. In questo caso si attinge senza vergogna alla teoria complottistica che vuole l’arianissimo baffetto nascosto da qualche parte e intento a tramare ancora contro gli Iuessei, Iuessei, Iuessei! Robaccia naturalmente, ma non è colpa degli americani se Hitler ha dato agli Stati Uniti la grande occasione di richiamarlo eternamente come avatar del male assoluto ogni volta che c’è da rinvigorire l’orgoglio americano. Insomma, Hitler è tornato e riesce a far fuori un intero reparto di polizia sparando attraverso il telefono. Ma c’è di più. La storia ufficiale forse aveva taciuto una sconvolgente verità: Hitler non era il condottiero di un popolo di allucinati ma un eccezionale un maestro di kung fu, ribatezzatosi Kung Fuhrer, il cui solo scopo era ottenere una conoscenza profondissima dell’antica arte marziale cinese, arrivando ad ottenere i poteri del prescelto di cui parlava una misteriosa profezia (strano che non si chiami il guerriero dragone e non abbia le sembianze di un panda).

Kung_fury_hacker.jpeg

Per Kung Fury arriva l’ora, dunque, di viaggiare nel tempo ed accoppare Hitler. Ma perché non accopparlo nel presente, si chiederà giustamente il mio lettore? Perché altrimenti non si potrebbe aggiungere alla sterminata lista di citazioni del film anche il paradosso del viaggio temporale che tanto mi fece arrovellare nel primo Terminator. DeLorean in arrivo, dunque? Nemmeno per sogno. Qui per tornare indietro ci si serve di una specie di monopattino fluttuante e dell'”hacker più potente del mondo”: Hackerman, un buzzurro che assomiglia in tutto e per tutto a quel cantante svedese conosciuto come Gunther (mettete la dieresi sulla u) ma che non canta Ding Dong Song. Anche se la spiegazione del viaggio nel tempo tramite supporto informatico fornita da Hackerman con linguaggio tecnico usato a caso confonde prevedibilmente il protagonista tutto kung fu e niente cervello, essa si rivela efficace. Poco importa se il fascino per la tecnologia che è capace di suscitare è paragonabile a quello che susciterebbe un chiodo, anzi è l’ennessima occasione per mettere alla berlina la Hollywood delle interfacce da videogame a 8bit e le consuete barre monitoranti il progressivo completamento delle operazioni. Oh, quasi dimenticavo la chicca: Hackerman diventa immediatamente un mito nel momento stesso in cui indossa il suo Nintendo Power Glove, oggetto tecnologico di indicibile fascino che credo il pubblico italiano ricordi soprattutto per la sua apparizione ne Il piccolo grande mago dei videogames. Sono certo che in quegli istanti i miei occhi brillassero.

Con il viaggio nel tempo il film comincia la sua rapida discesa verso la fine, così che il grado di tamarragine supera ogni limite. L’uso del deus ex machina è spudoratissimo. Il primo salto nel tempo è un fallimento, così che Kung Fury si ritrova in un’imprecisata “epoca dei Vichinghi, che consente al regista di sbizzarrirsi in vedute di paesaggi incontaminati. Incontaminati, certo, ma tutt’altro che sicuri, dato che vi scorrazzano Laser-Raptor che sparano luce dagli occhi e toponiche vichinghe con mitragliatrici da elicottero cavalcano dinosauri. Il protagonista sembrebbe giunto a un punto morto, ma non è così: per fortuna a portata di mano c’è un attempato, vanesio e un po’ goffo dio Thor formato gigante che con il suo martellone può inviare il protagonista nella Germania nazista.

Kung_fury_barbarianna

E’ fatta. E’ l’ora dei conti. L’ora di una notevolissima sequenza di combattimento, in cui Kung Fury accoppa decine di nazisti con elmo da Dart Fener, creata scimmiottando i picchiaduro in 2D di una volta, così che lo stacco tra ciò che accade sulla superficie piatta in primo piano è completamente avulso da quanto si vede sullo sfondo gremito di nazisti, in verità lo stesso moltiplicato in trilioni di esemplari, che non si sa bene cosa facciano. Qui, amici miei, si citano senza dubbio i reali dello splatter fatto videogame: quei pionieristici primi tre Mortal Kombat, ai quali oltretutto sono ispirate anche un paio di kill in stile Fatality tra cui la sottrazione della spina dorsale, marchio di fabbrica di Sub Zero). Il resto è rissa sfrenata con l’intervento risolutivo dei personaggi già visti, pronti a salvare le chiappe a Kung Fury: tra essi spicca la versione robotica di Hackerman, capace addirittura di riportare in vita il protagonista già crivellato dalla smitragliata a sorpresa di Hitler dal palco (una citazione da The mask forse?). Devo dirvi anche che appena di parla di morte e resurrezione, lo sceneggiatore non può fare a meno di trasformare tutto in un cartone animato e rappresentare l’aldilà nella grottesca maniera degli autori di Dragon Ball?

Questo è più o meno Kung Fury. Una grossolana accozzaglia messa insieme con grande maestria e senza esagerare nei tempi, tanto da terminare proprio quando sta per sopravvenire la noia. A suo modo credo possa essere considerato un film colto, con una quantità forse ai limiti della legalità di quelle che Leo Ortolani definisce “strizzatine d’occhio”. Penso che ogni essere umano di sesso maschile che abbia visto almeno una decina di film d’azione dovrebbe vederlo, perché Kung Fury è un film onesto: una cazzata che non fa finta di essere altro.

Ah ultima raccomandazione: guardatelo con la giusta compagnia, perché gli sguardi complici al vicino ghignante non sono un optional.

 


I miei baffi. Le origini

vlcsnap-2014-07-05-14h07m38s140

Per chi mi conosce e ha capito un piccolopoco lo spirito di questo blog, la seguente affermazione non desterà grande sorpresa: all’origine dei miei baffi c’è un libro. No, nessun personaggio letterario dai baffi a manubrio, né tanto meno le fattezze di scrittori conosciute grazie alle copertine in bianco e nero dei Meridiani Mondadori. Un libro. E anche se sembra assurdo dirlo in un blog che si chiama proprio Io Sono Letteratura, non si tratta di un libro di letteratura. Ma di antropologia. O forse sarebbe meglio dire di etologia umana. Il libro si chiama La scimmia nuda ed è stato scritto da Desmond Morris molti anni fa. Mi fu consigliato dal mio amico La Chioma, che, forse per passione o forse per mantenere fede al suo cognome, continua a sfoggiare una lunga coda di cavallo. E’ stata una lettura piacevolissima e molto divertente che mi ha fornito risposte interessanti a tantissimi aspetti del comportamento umano e, soprattutto, ha messo a mia disposizione una mappa per un nuovo sentiero di ricerca (non accademica) che mai fino a quel momento avevo battuto. E’ per questo che nell’arco di pochi mesi dalla mia prima lettura ho consigliato il libro a chiunque. Il bla bla per cento delle persone si è ritenuto soddisfattissimo. Sono persino riuscito a farlo leggere a mio fratello che legge quasi esclusivamente biografie di giganti della musica.

L’idea di fondo de La scimmia nuda è che l’uomo sia un contraddittorio coacervo di comportamenti atavici dovuti al suo retaggio primitivo e di comportamenti moderni dettati dall’evoluzione culturale e tecnologica che egli stesso ha generato. Dunque in barba a qualsiasi lode della razionalità scimmiesca, ci sono situazioni in cui si agisce per istinto e basta. Durante una situazione di pericolo? Certo. Durante il corteggiamento? Sicuramente. Bene, ma i baffi cosa c’entrano, mio coglion baffuto, coglion arricciato, coglion pettinato, coglion impomatato, coglion rasato, coglion dopobarbato? Oh bella! Il pelo facciale è carattere sessuale secondario, cioè manifesta di un uomo la maturità sessuale e, almeno in teoria, l’avvenuto passaggio dall’adolescenza androgina alla virilità adulta (virile, tuttavia, non vuol dire brutale). Insomma a quasi trent’anni, con un bel po’ di esperienze di vita alle spalle e tante abilità da vantare nella mia scheda personaggio (per chi non fosse pratico di giochi di ruolo, e per mia madre naturalmente: si tratta di un insieme di tabelle che raccolgono tutte le caratteristiche di un personaggio di fantasia che si interpreta durante una serie di partite) ho capito che era giunto il momento che anche io avessi il mio fiero e marziale pelo facciale. Non sapevo, tuttavia, che questo primo passo avrebbe inaugurato un cammino volto alla ricerca del bello in un campo che fino a quel momento era completamente privo della mia attenzione: l’arte di abbigliarsi.

I primi tempi furono dominati da tentativi fallimentari, ma non per questo meno preziosi. Questo vorrei che lo ricordaste sempre, infatti: sbagliare è bello e ai fini della ricerca e dell’apprendimento è un evento potentissimo. I miei modelli barbosi erano per lo più cinematografici. Avrei voluto una barba come quella di Cristoph Waltz in Django Unchained.

christoph-waltz-as-dr-king-schultz-in-django

Allora provai a farla crescere, ma presto incontrai l’invalicabile resistenza della genetica: c’erano zone del mio volto prive di bulbi piliferi, perciò la barba ottenuta assomigliava a quella che a Napoli si chiama “zella”. Il risultato era di scarso effetto estetico, di conseguenza fu scartato. Il problema principale era che le zone più folte erano quelle dei baffi e del pizzetto, mentre le guance, basette comprese, erano rade come gli alberi nella savana. Così cercai un modello barbuto che avesse le mie stesse caratteristiche pilifere. Leonardo Di Caprio sempre in Django Unchained faceva al caso mio.

leonardo-dicaprio-django

All’epoca ero già giunto alla consapevolezza che baffi e e barba potevano essere utilizzati per esaltare alcuni tratti del volto oppure per dare equilibrio alla figura laddove mancava. Mi rasai opportunamente. Tuttavia sorse un nuovo problema: il verticalissimo pizzetto accentuava la forma già allungata del mio volto, tanto che il risultato era una vera schifezza. Bisogna trovare un’altra soluzione.

In quel tempo mi piaceva guardare e riguardare un film di cui prima o poi dovrò parlarvi: Gangs of New York diretto da Martin Scorsese e uscito nel 2002. Mentre mi appassionavo visione dopo visione alla figura di William Cutting, Il Macellaio interpretato da Daniel D. Lewis, quasi naturalmente cominciavo ad essere sedotto dall’idea di avere anche io  baffi di quel tipo, ovvero quelli che in seguito avrei saputo definire propriamente come “cespugliosibaffiamanubrio”. La crescita cominciò lenta e inesorabile, mentre si faceva strada la consapevolezza che un tale baffo, una spessa linea orizzontale, avrebbe avuto sulla mia faccia il triplice beneficio di:

  1. Conferirmi senza sforzo un’aria così bellicosa che il prof. S. si sentì giustamente in dovere di mettermi in guardia riguardo al pericolo di portare dei baffi del genere senza un adeguato addestramento marziale.
  2. Dare equilibrio alla forma oblunga del mio cranio.
  3. Ingannare l’occhio riguardo alle dimensioni microscopiche della bocca, indice oltretutto di innata cattiveria secondo la Marta di Ricomincio da tre. Cattiveria scaltrigna e furba, però: la peggiore.

Inizialmente il novello baffo a manubrio condivise lo spazio con un improbabile pizzetto tagliato in modo da non sporgere troppo. Il risultato non era soddisfacente come il mio gigantesco amico D. sottolineò senza pietà; l’equilibrio, infatti, fu raggiunto solo quando il rasoio di sicurezza portò via tutto ciò che non era “cespigliosibaffiamanubrio” e la cera mi consentì i primi esercizi di arricciamento. Finalmente avevo i baffi di William Cutting e mi stavano pure bene! Ma ero pronto ad affrontare l’occhio giudicante del mondo esterno, diventato sempre più crudele e terribile ai miei occhi di inabissato? Ne parleremo presto con il racconto di succosi aneddoti che la baffesca presenza provocarono.

P.s: vorrei invitarvi, dato che molti di voi affezionati lettori e amici mi avete sovente posto domande a riguardo, a postare qui sotto o su facebook tutte le questioni che vi piacerebbe rivolgermi. Vi prometto che le raccoglierò e vi risponderò in uno dei prossimi post, il cui titolo sarà: Tutto quello che avreste voluto sapere sui miei baffi… e non avete mai osato chiedere.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: