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Il silenzio di mezza estate

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“Le buone abitudini si perdono in fretta”. C’è stato un tempo in cui giocavo a pallacanestro. Facevo parte di una piccola squadra di provincia che riusciva a ottenere sempre e solo il secondo posto in ogni torneo: si chiamava AP Cercola. Un’estate mi allenai insieme ai ragazzi di un anno più piccoli. L’allenatore si chiamava Nicola. Aggiungerei volentieri il cognome, ma credo di non averlo mai saputo. A dire il vero a quei tempi, prima che facebook generasse nuovi standard per le rubriche, le persone avevano un nome e un nickname, difficilmente un cognome. Nicola era più alto di me, dava soprannomi ai ragazzi che avevano lo stesso nome, aveva una grande capacità di spronare e ogni volta che ci allenavamo all’aperto si scusava per gli occhiali da sole, spiegando che un problema agli occhi lo obbligava ad usarli. Al contrario di altri allenatori che avevo avuto prima e che avrei avuto dopo, parlava quasi esclusivamente in italiano, non diceva parolacce e sapeva dosare rimproveri e complimenti, virtù rara e preziosa in un maestro. “Le buone abitudini si perdono in fretta” era una frase sua, sempre che non l’avesse rubata a qualcuno.

La buona abitudine che ho perso era quella di scrivere su questo blog ogni settimana. E’ bastato saltare la prima settimana dopo mesi di regolarità, tuttavia, perché trascorresse più di un mese senza che mi preoccupassi di lasciare un post. Tutto è iniziato con un contrattempo. Ho trascorso una settimana, la mia ultima settimana a Milano, senza il pc. I giorni del trasloco sono stati elegiaci. Ogni scorcio, ogni viale che in tre anni e mezzo di vita milanese mi sembravano di poco conto, in quella settimana sono diventati un carico prezioso che controvoglia stavo abbandonando alle mie spalle. Persino lo squallore della casetta in Via Lario 13b che avevo tante volte deprecato acquistava un consistente valore sentimentale.

Quanta differenza tra il senso di fallimento di quegli ultimi giorni in cui ogni oggetto finiva in una scatola e il giorno in cui salutai il mio vecchio, mia madre e lei che lasciavano Milano dopo avermi aiutato a sistemare la casa dove avrei vissuto per la prima volta da solo. Da qualche parte in un taccuino scrissi “Così cominciava la mia avventura milanese”. Era una frase piena di entusiasmo, l’incipit di un romanzo che non vedevo l’ora di comporre. C’era tanto orgoglio, fierezza, o forse c’erano solamente tanta arroganza e superbia in quelle parole: mi sentivo uno schiacciasassi, un carroarmato.

Una volta tornato a Napoli, le settimane senza un post si sono accumulate senza che nemmeno me ne accorgessi. Una settimana abbondante in vacanza con i miei genitori a Serramezzana, il pc fuori uso, un caldo insopportabile e appiccicoso che sconsigliava di trascorrere tempo con le dita sulla tastiera rovente di un laptop (mamma, è il nome tecnico con cui si definisce un pc portatile) e uno spaesamento totale. Il mio amico G. mi canzonava perché gli confessai che ogni volta che lasciavo un posto per un altro, anche solo per qualche giorno, avevo bisogno di un po’ di tempo per ambientarmi. Trovava la cosa piuttosto ridicola. Penso che lui, maestro di efficienza e incrollabile insonne, non riuscisse nemmeno per un istante ad immaginare quello stato d’animo di smarrimento che provavo di fronte a quel angusto e tremendo interstizio tra la fine di qualcosa e l’inizio di un’altra. Questa volta, quel processo di ambientamento sembra più lungo e faticoso che mai. Sono tornato nella camera che occupavo quando avevo ancora i capelli lunghi, la barba incolta. Ed è da quella camera che vi scrivo ora e vi scriverò nelle prossime settimane. Forse con meno regolarità, questa volta.

 

Un procrastinato ritorno

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In questi mesi non sono morto. Né sono stato rifugiato come la bestia di Kafka nella sua tana. Ho studiato, scritto la mia tesi di dottorato, qualche verso in rima, ho imparato ad usare twitter e facebook. Ho imparato a radermi alla vecchia maniera, con pennello e rasoio di sicurezza. Ho letto libri. Non molti libri nuovi, ma ho dovuto più volte rileggere i libri che servivano per la mia ricerca. A volte sopraggiungeva la nausea e allora mi concedevo la possibilità di leggere qualcosa di nuovo, di solito un libro lontanissimo da tutto ciò che occupava costantemente i miei pensieri. Allora ho letto una Storia della tortura, un libro sull’arte della guerra per gli antichi romani, un libro sulla pirateria nei Caraibi. Erano libri leggeri, chiari, concisi e poco problematici. Un’insalata condita con limone, capace di sgrassare la bocca satura del denso periodare dei libri filosofici e teorici che il lavoro mi portava a mangiare a forza. Niente, tuttavia, mi nauseava tanto come leggere e correggere il paio di centinaia di pagine che costituiva la mia tesi. Leggevo e rileggevo alla ricerca del giusto incastro. Le parole cambiavano di ordine decine di volte, come nel gioco del quindici, senza trovare mai l’assetto definitivo, quello che fa scorrere la rilettura senza incagli. L’abitudine a trovarle imprecise e insufficienti, finiva per farle somigliare giorno dopo giorno alla grandissima Muraglia Cinese. La mastodontica costruzione avrà anche la capacità di tenere lontani gli invasori una volta completata, ma prima di quel giorno con quanta amarezza ha afflitto i palati di chi era costretto ad erigerla?

Il perfezionismo è una nevrosi. Può essere micidiale. Non porta alla noia o all’apatia, ma al disgusto. E, come dice il grande scrittore, a furia di essere disgustati, si finisce per diventare disgustosi. Allora l’ombra della muraglia diventa un luogo che per quanto tetro sia, sembra capace di nasconderci dagli sguardi degli invasori, dei mastri carpientieri e persino dagli sguardi di chi viene a portarci un tozzo di pane o un sorso d’acqua per alleviare le pene del lavoro. Se la procrastinazione affonda le sue zanne nel perfezionismo, lo lacera e lo trasforma in una sfigurata parvenza a due facce. C’è chi lo vede come la garanzia di un ottimo risultato e c’è chi lo considera come uno sforzo superfluo. In entrambi i casi, non è che una gravissima zavorra. Edgar Allan Poe è un grandissimo scrittore non tanto perché avvolge nell’ombra e nel mistero le sue storie, quanto perché ha il dono di far risplendere dettagli minimi che sfuggono all’occhio impigrito dall’abitudine. Ecco cosa dice a proposito della procrastinazione:

Un appello al proprio cuore è, dopo tutto, la migliore risposta al sofisma ora riportato. Nessuno che consulti lealmente e interroghi a fondo la propria anima, sarà disposto a negare la radicalità della propensione di cui parliamo. Essa è tanto incomprensibile quanto spiccata. Non esiste tra i viventi un uomo che in qualche momento non sia stato tormentato, per esempio, da un forte desiderio di sottoporre a un supplizio di Tantalo l’ascoltatore usando lunghe circonlocuzioni. Chi parla si rende conto di essere spiacevole; eppure ha tutta l’intenzione di piacere. E di solito conciso, incisivo, chiaro; la sua lingua lotta a fondo per conservare un linguaggio laconico, luminoso; soltanto con difficoltà si vieta di lasciar fluire le parole, teme e depreca la collera di colui al quale si rivolge; tuttavia lo colpisce il pensiero, che si possa provocare questa collera con certe involuzioni e parentesi: questo solo pensiero è sufficiente per lui. L’impulso diventa volontà, la volontà desiderio e questo si trasforma in un incontrollabile anelito, anelito a cui egli soggiace (con suo dispiacere o mortificazione a dispetto di tutte le possibili conseguenze).Abbiamo di fronte un compito cui dobbiamo rapidamente adempiere, sappiamo che sarebbe rovinoso ritardarlo, la più importante crisi della nostra vita ci sprona, con squillo di tromba, a una energica, immediata azione. Bruciamo, siamo consumati dall’impazienza di cominciare il lavoro, nella previsione di un favorevole risultato, tutto il nostro animo è in fiamme. E necessario cominciare oggi e tuttavia rimandiamo tutto a domani… perchè? Non c’è risposta, se non quella che ci sentiamo perversi, usando questa parola senza comprenderne il principio. Arriva l’indomani e con esso un’ansietà ancor più impaziente di fare il nostro dovere, ma con il crescere di questa ansietà arriva anche una esigenza di ritardare, oscura, decisamente paurosa in quanto insondabile, una esigenza che acquista forza man mano che gli attimi volano via. L’ultima ora per agire è vicina. Tremiamo per la violenza del conflitto che è dentro di noi ; del definito con l’indefinito ; della sostanza con le ombre, ma se la contesa è arrivata così avanti è l’ombra che prevale ; invano lottiamo; scocca l’ora ed è il rintocco funebre del nostro benessere, allo stesso tempo il canto del gallo per il fantasma che ci ha così a lungo atterriti. Esso fugge via ; sparisce ; siamo liberi, ritorna l’antica energia. Lavoreremo ora, ma, ahimè!, è troppo tardi!

Ogni tanto fantasticavo su questo blog. Mi chiedevo persino se avevo davvero capito cosa diamine era un blog. Allora riaprivo la pagina, proprio quella che state leggendo ora voi, e scorrevo i post del passato. Cosa c’era di davvero mio in questo spazio? Dove stava la mia voce? Ho creato un blog, ma ho spesso fatto di tutto per starne fuori. Come il padre lebbroso di Robert Bruce in Braveheart, ho praticato l’arte di non espormi, anche se io, proprio come l’entusiasta nobile rampollo, non volevo far altro che indossare l’armatura e lanciarmi nella battaglia. Amo i tamburi. Le trombe di guerra mi scuotono. Mi piace scontrarmi. E mi piace sentire risuonare la mia voce urlante sul campo di battaglia. La mia ricchezza la vorrei tutta macchiata di sangue. Il corpo pieno di cicatrici. Tuttavia ho creato un blog e ho continuato a non far conoscere, salvo rarissimi casi, la mia opinione. Mi premeva più l’inattaccabilità di ciò che affermavo, rispetto al fatto di affermarlo. Ogni volta che mi accingevo a scrivere qualcosa e poi a cominciare un lavoro di limatura, mi rendevo conto di quanto il tempo avesse reso il sanguigno pensiero di qualche giorno prima un cadavere imbalsamato. Allora cancellavo tutto e abbandonavo il blog ogni volta.  Ho fatto degenerare fino all’afasia la giusta risoluzione di parlare di qualcosa solo con cognizione di causa. Così ogni qualvolta riaprivo il blog, la data dell’ultimo post diventava sempre più lontana. Ed esso somigliava sempre di più a una casa in rovina dove l’erbaccia aveva preso il sopravvento.

Ma ora mi armo di ascia e roncola per farmi strada a colpi e fendenti come Gloucester. Riprendo a fare pulizia. Anzi, attacco la roncola a un bastone e, anche se non ho un’armatura adeguata, una di quelle che ti protegga da tutto dico, mi getto nella mischia sperando di azzoppare qualche cavallo o di tagliare in due un cavaliere. Qualche costola fracassata e la faccia ridotta a una polpetta sono un buon prezzo per sentirsi vivi.

Iniziamo da questo racconto a episodi che ho tirato fuori da un angolino dimenticato del mio cervello e ho pubblicato sulla piattaforma The Incipit.  http://www.theincipit.com/2014/11/bianco-e-nero-ilprincipedario/