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Il racconto dei racconti di Garrone. Una recensione e una pizza

 

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Alla fine io e il timido Zagni siamo riusciti a vedere Il racconto dei racconti, il film diretto da Matteo Garrone che insieme a Youth di Sorrentino e Mia madre di Moretti ha reso questo 2015 un anno in cui parlare di cinema italiano non significava commentare i soliti filmetti caserecci. Siccome decidiamo di vedere uno spettacolo in seconda serata, ceniamo insieme. Il Timido tira fuori dal cilindro una sua simpatica amica mantovana, bionda e cresciuta nell’apprezzabile e ormai sepolto mito degli uomini di lettere. Chiama Zagni professore. Poi fa lo stesso con me. Lei è un medico e dal modo in cui racconta le sue peripezie mi convinco che è in gamba. Le racconto brevemente che razza di film stiamo andando a vedere. Accenno pure a Basile e a un paio di recensioni ch eho letto e non mi hanno convinto. Devo trattenermi, però, perché non parlo con una persona in carne ed ossa da cinque giorni e potrei facilmente diventare molesto. Mangiamo da Rosso Pomodoro in Via della Moscova. Non è Sorbillo, certo, ma è un posto che abbiamo collaudato: è una pizza leggera, saporita; costa più che in altri posti di pari qualità ma siamo vicini al cinema e allora pazienza. Andrà bene.

Purtroppo quando veniamo serviti, dobbiamo ricrederci. Basta uno sguardo per capire che questa volta abbiamo clamorosamente toppato. La mozzarella sembra quella di Spizzico, l’impasto è steso male e il pomodoro è salato. Quella sensazione di leggerezza che costituiva la nota principale del mio pregiudizio è assente. Male. Molto male. Guardo i miei compagni di sventura un po’ imbarazzato, esprimo il mio disappunto. Sono compiaciuto quando anche Zagni e la nostra ospite confermano le mie impressioni. Per un momento penso a quando il Timido definiva pizza una sorta di piadina croccantissima ricoperta di pomodoro e formaggio fuso. Sembra passata una vita. Alla fine anche lui, già anelante al bello, si è abituato all’ottimo.

Nel Racconto dei racconti ci sono tre castelli. Sono mostrati da lontano, arroccati sulla loro altura, per lo più in piena luce solare. Sono i simboli dei tre racconti e ogni volta che la narrazione passa da una storia all’altra, l’immagine di uno dei tre castelli torna a dominare lo schermo. Il contrasto luminoso è forte e improvviso. Socchiudo gli occhi ogni volta. Non sono i castelli incantati che Walt Disney ha poi stilizzato nel suo logo. Non ci sono torri coperte da tetti aguzzi, né splendore smaltato, né sfarzo. Il loro tesoro è all’interno. Non si tratta, però, semplicemente dei meravigliosi costumi indossati dagli uomini di corte o dalle ricchezze in gioie che i sovrani di ogni castello possiedono. Ogni castello racchiude la storia di un prodigio: l’improvvisa fertilità di un ventre reale sterile come il deserto, l’addomesticamento di una pulce che arriva alle dimensioni di una scrofa, il ringiovanimento miracoloso di una vecchia cenciosa. Ogni prodigio, tuttavia, ha un prezzo. Perciò indistricabile dal meraviglioso ne Il racconto dei racconti è la crudeltà. Chi accetta la responsabilità del miracolo si fa immancabilmente carnefice di un’altra persona: un marito, una sorella e persino di una figlia.

Ogni sovrano è schiavo di un’ossessione che ne smaschera la crudeltà. Pur di assecondare il pensiero che domina la loro esistenza è disposto a tutto. La bella e crudelissima Salma Hayek, annoiata e impassibile di fronte agli spettacoli circensi che tanto divertono il resto della corte, non batte ciglio di fronte al cadavere del marito, morto per procurarle il prezioso cuore di drago necessario ad avere il tanto agognato rampollo. L’avvenente e  libidinoso Vincent Cassel venderebbe il suo regno per allungare il suo artiglio sulla più insospettata bellezza delle sue terre, né avrebbe remora ad ammazzare chi possa macchiare la sua immagine di intenditore di femminile bellezza. Infine c’è Toby Jones, il sovrano che gioca a fare l’erudito secentesco, convinto di possedere una conoscenza segreta che nessuno sia in grado di carpirgli. Quale cocente sconfitta, ben più grande della perdita della sua unica figliola, deve essere vedere uno stupido orco sciogliere il suo invulnerabile indovinello, non tanto grazie al raffinato intelletto, quanto all’olfatto sopraffino.

Il contrasto tra prodigio e crudeltà è la componente principale dell’atmosfera sinistra in cui si svolgono le vicende del film. Il meraviglioso secentesco dei costumi, degli interni, della acconciature e dei trucchi dei personaggi è, in verità, affiancato da un sentimento di inquietudine che mi ha fatto pensare alla sensibilità moderna. Forse più impressionante di qualsiasi corpo infilzato o mozzato da un’arma, è l’immagine della regina che pasteggia con l’enorme cuore del drago voracemente, dimentica di tutto ciò che non possa essere abbattuto dalle sue ganasce di mantide religiosa. Un’incarnazione di umorismo pirandelliano è Imma, la sorella della donna a cui è concessa una seconda giovinezza, quando la si vede vecchia e decrepita indossare uno splendito abito che non può far altro che accentuare il grigiore della sua figura appassita. Meno inquietanti di quanto ci si aspetterebbe dal loro aspetto, invece, sono i ragazzi albini, figli del drago marino e del magico rituale e incarnazione di gusto fantasy anglosassone del principe e il povero. Nel mondo spietato de Il racconto dei racconti, i due giovani sono un barlume di bontà e di generosità: spendono la loro vita nel tentativo di riconquistare quella condizione pristina in cui erano un’unica sostanza inseparabile. Piacevolissima è a tal proposito la scena dei due che si nascondono sott’acqua per sfuggire alle guardie della regina, rifugiandosi nell’elemento naturale della straordinaria creatura che fu uccisa per dargli la vita. Ridono sornioni, leggeri, felici di poter irridere una convenzione fatale che li vuole tenere lontani. Ma la verità è che essi sono appendici coscienti di un mostro prodigioso macellato senza pietà; sono in esilio da un paradiso che hanno perduto per sempre.

Il racconto dei racconti è un gran film: ricco per gli occhi. Non ha niente a che fare con quel fantasy kitsch che propinano le serie Tv di alto, medio o infimo livello. E’ un film di un autore che conosce il suo mestiere, che non è quello di vendere un prodotto adatto ai videogiocatori e ai nerd di tutto il mondo. Racconta delle fiabe come quelle dei fratelli Grimm e non le vicende di guerrieri e di eserciti, né le tresche amorose di regine che cavalcano vogliosamente il fulmine, come diceva anni fa il mio caro amico Fulvio. Sono storie che conservano la grazia e la terribile morale dei racconti popolari: per questo un drago e un orco sono più che sufficienti per rappresentare l’incanto del “c’era una volta”.

Youth di Sorrentino. Una recensione sentimentale

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Sono certo che la cosa che più rimpiangerò di Milano sarà il timido Zagni. Con lui trascorro serate divertenti. Condividiamo una serena pigrizia e quel gesto stentoreo che invita alla calma. E poi la nostra formazione è complementare come il nostro pelo facciale. Quando possiamo, andiamo al cinema. La settimana scorsa usciva Youth, l’ultimo film scritto e diretto da Sorrentino. Volevamo vederlo il prima possibile. Guardammo insieme La Grande Bellezza due anni fa e ci piacque tantissimo. Uscimmo dal cinema entusiasti e per un pezzo non dicemmo niente. Poi cominciarono i commenti, le domande e le riflessioni.

Questa non è solo la storia malinconica dei bei giorni andati. E’ soprattutto il racconto di un pregiudizio. Il mio desiderio di vedere Youth aveva un legame proprio con quella sensazione di piacevolezza, con quel “pensiero felice”, direbbe Peter Pan. E per il Timido era lo stesso. Avevo visto il trailer più di una volta e nella mia mente si era formato quello che gli studiosi della Scuola di Costanza chiamavano “orizzonte d’attesa”. E’ come quando ti servono una pietanza e cominci a intuirne il sapore con la preveggenza che deriva dai colori, dalle consistenze, dai profumi. Il sapore finale dovrà necessariamente fare i conti con la smentita o la conferma di quello che è a tutti gli effetti un pregiudizio. Il trailer di Youth mi aveva preparato a un film che partiva dalla Grande Bellezza e ne accentuava alcune tendenze. Immaginavo che il racconto dello sperpero esistenziale, della disperazione e del disincanto avrebbe subito un’accentuazione definitiva, attraverso l’utilizzo di tonalità ancora più cupe. Agli sprazzi di grande bellezza rintracciabili qua e là negli angoli del formicaio umano, doveva sostituirsi il rimpianto per una giovinezza perduta e irrecuperabile. Un film tremendo. Soprattutto credevo che il linguaggio cinematografico di Sorrentino avrebbe virato ancora di più verso il polo che al timido Zagni piace indicare con il vessillo di Terrence Malick. Lunghe inquadrature di paesaggi, voci fuori campo, pochissimi dialoghi, storie soltanto accennate, montaggio tendente ad assecondare la vocazione lirica del film: questo pensavo sarebbe stato Youth. Una via di mezzo tra La grande bellezza e The tree of life, direbbe il Timido.

E invece il film è un’altra cosa. Ci sono i dialoghi, ci sono le storie e ci sono anche i personaggi. Soprattutto c’è tanto umorismo in Youth. Un ingrediente che soppianta il sarcasmo de La grande bellezza. In certi momenti mi fa pensare più a Woody Allen e i fratelli Cohen che a Malick. C’è quell’umorismo che oscilla con noncuranza tra il tetro, il demenziale e il fantastico, cifra stilistica della stirpe di artisti ebrei che fa capo a Kafka. Dovendo fare un confronto con un coltello alla gola, direi che La grande bellezza mi è piaciuto di più. Si tratta, però, di film diversissimi, accomunati solo dal medesimo regista.

Durante la proiezione del film vivo un coacervo di emozioni e la mia recensione non andrà oltre il resconto di questo groviglio. Capita che al pubblico in sala scappi una risata sincera di tanto in tanto. E’ successo anche a me. Il panciutissimo Maradona è un comico irresistibile e involontario, quando interviene in un discorso sulla posizione corretta che i violinisti mancini devono assumere. Si avvicina al gruppo con incredibile umiltà, quasi temendo di essere respinto, come se non fosse uno degli uomini più famosi del mondo. Poi con bambinesca ingenuità dice: “Anche io sono mancino”. Ma ha una comicità amara la reazione che ha quando gli si fa notare che “Tutto il mondo sa che è mancino”: si congeda con un umilissimo “Ah, grazie”, quasi insoddisfatto di non poter raccontare la sua storia come se fosse la prima volta, forse come quando era giovane.

A tratti mi scappa la lacrima. Succede quando Jimmy Tree (Paul Dano), l’attore in cerca del suo personaggio, passeggia con il direttore d’orchestra in ritiro Fred Ballinger (Michael Caine). Cita Novalis: “Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre“. D’accordo, può darsi anche che sia un colpo basso, una citazione tamarra, ma mi ha fregato. Mi commuove molto la rappresentazione del rapporto tra Ballinger e la figlia Lena (Rachel Weisz). Il padre confessa di aver trascorso il tempo dell’infanzia dei suoi figli a compiere gesti che voleva ricordassero. La figlia racconta di aver ricevuto la sua prima carezza nel sonno dal padre ormai vecchio. Tra loro c’è un muro di rancore, silenzio e oblio. Lo stesso oblio che impedisce a Ballinger di ricordare i suoi genitori, ma non la tanto agognata Gilda Black, la ragazza di cui era innamorato da giovane. Eppure in questo muro c’è una feritoia, piccola ma sufficiente a far passare quanto basta perché si possa udire la voce del sangue e sentirsi legati.

Resto a bocca aperta come Eddie Valiant di fronte a Jessica Rabbit, quando Miss Universo (Madalina Diana Ghenea) entra nuda in piscina. Diamine Dario, eppure di donne avvenenti 89-61-89 ne è pieno il web; hai pure sempre sostenuto che il nudo è meno attraente dell’intimo. Cosa ti prende? Sarà la fotografia. Saranno i colori e le luci. Lo aveva detto anche uno spettatore alle mie spalle che la fotografia era spettacolare.

Sento mutare la compassione in vera gioia, poi, quando il pachidermico Maradona che va in giro con una bombola di ossigeno al guinzaglio, inizia a palleggiare magistralmente con una pallina da tennis, ritornando per pochi minuti ad essere la leggenda di 40 chili prima.

Si compiace il tratto più goliardico del mio palato, infine, quando sullo schermo sfila il sogno della figlia del compositore da poco mollata dal marito: un videoclip pacchianissimo in cui la nuova compagna del marito canta una delle sue canzoni pop, mentre auto a tutta velocità sfrecciano come in Fast and Furious. E’ divertente pensare che se un tempo il sogno poteva ispirare modi di intendere il montaggio cinematografico, ora è il montaggio ad ispirare il ritmo onirico.

Se dovessi rappresentare Youth con un’immagine, direi che somiglia un po’ a quel cannocchiale che uno dei personaggi, Mick Boyle (Harvey Keitel), il regista in procinto di ultimare il suo testamento spirituale, indica ai suoi giovani sceneggiatori come una metafora della vita: da giovani si vede dal lato in cui lo strumento ingrandisce, da vecchi da quello in cui tutto appare più lontano. Il film, infatti, mette a  confronto due prospettive: la vita vista della senilità, non necessariamente anagrafica, e quella vista dalla giovinezza.

Alcuni personaggi si sentono relitti incagliati in una secca: il loro passato è un fardello ingombrante di cui si sbarazzerebbero volentieri. Ma si illudono. Sembrano ignorare che senza quel passato che li infastidisce e al tempo stesso però li orienta, il loro presente sarebbe forse ancora più insopportabile. Quando Boyle lo scopre sognando ad occhi aperti tutte le protagoniste dei suoi film, la vita gli sembrerà senza scampo: una sola mattonella tra il vuoto passato e quello futuro, come in una fantasia di Alice. Gli altri personaggi, invece, godono ancora di una certa spensieratezza: possono trascorrere il tempo libero danzando davanti a un videogame oppure ricostruire quella vita che un matrimonio fallito ha fatto a pezzi. Non sentono il fiato sul collo della fine. Non si tratta, comunque di prospettive inconciliabili. Anzi in Youth i personaggi delle due parti comunicano di continuo, si scontrano. Non è nel presente, però, che avviene realmente il loro incontro. In verità essi hanno in comune più ricordi ed esperienze di quanto non riescano a credere. Somigliano a differenti variazioni della medesima semplice canzone. Ciò che davvero li distingue in fondo non è tanto il carattere, quanto la loro distanza dalla giovinezza.

 

Quattro libri, un blog e cento salmi in una settimana di correzioni

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Un bravo artista, o cortigiano, dovrebbe far buon uso della sprezzatura. Dovrebbe nascondere al suo lettore tutta la fatica, lo sforzo, la noia, l’angoscia che hanno accompagnato il suo lavoro. Tutto dovrebbe restare nell’oscurità della sua bottega. Ma io non sono un cortigiano. Sono un gentiluomo, e sterniano per giunta. Perciò mi perdonerete se questo post avrà un andamento più digressivo del solito e presenterà detriti, imperfezioni e segni di scalpello qua e là. E’ da una settimana che lavoro di lima a quella che ho definito in un accesso di rabbia “sta sfaccimm e tesi” e non ne posso più di tagliare, ricucire, espiantare, trapiantare. L’inchiostro non è sangue, ma può far venire ugualmente la nausea. Persino se è inchiostro elettronico. Ultimare una tesi di dottorato significa vivere costantemente con il dubbio di non aver consultato tutti gli articoli necessari, anche se si è ormai metabolizzato che immancabilmente i tanto temuti articoli si rivelano più pleonastici di una puntata di Beautiful. Nell’ultimo articolo di settemila parole note comprese, per esempio, avrò trovato interessanti sì e no una cinquantina di parole: un riferimento a un film che avevo individuato anche io in piena indipendenza. Naturalmente lo avrebbe individuato chiunque. Non mi vanto di questo. Perciò mi sorge un dubbio: devo o non devo citare l’articolo da quattro soldi solo per questo rilievo che avrebbe potuto fare chiunque conosca anche solo il bignami della storia del cinema? (ho interrotto la scrittura per porre la domanda al mio mentore Maffei, così forse potrò darvi una risposta in qualche commento o futuro post).

E’ stata una settimana tremenda. Si avvicinava ogni giorno l’ora in cui avrei dovuto riaccompagnare lei alla stazione. Il pensiero che stavo vivendo il crepuscolo della mia esperienza milanese mi angosciava. Ho ripreso a odiare quel muro di infami parole che si è messo tra me e la fine di questa tesi. Ogni momento dedicato ad essa sembra la rinuncia a qualcosa di più piacevole e, il che è veramente tragico, ogni momento dedicato ad altro sembrava tempo rubato al lavoro, tempo sprecato. Ma io non so più dire quale sia il tempo speso davvero bene, se non quello in cui ridiamo, ma ridiamo davvero. Perché si può sorridere per confortare chi ti osserva, per fargli pesare un po’ meno il lezzo della vita che si deposita sotto le unghie e resta lì, invulnerabile a qualsiasi detersione, come gli afidi dell’impasticcato all’ultima spiaggia in Un oscuro scrutare. Ed è una questione etica. Ma ridere, quella è una cosa diversa.

Zagni mi ha detto di leggere i Salmi. Mi fido del suo parere, perciò li sto leggendo. Lo faccio ad alta voce, perché tutti i versi vanno letti così. Altrimenti non valgono niente. I Salmi sono 150 come una delle terne del Rosario. Sono bellissimi. Soprattutto sono sorprendenti. Sono un’iniezione di fiducia nella giustizia, nella punizione degli iniqui, nella sconfitta dei nemici. Leggendoli capisco quale conforto possano dare a un fedele, quale forza di sopportare, quale speranza.

C’è un blog che negli ultimi tempi leggo con molto piacere. Si chiama Cinemanometro. L’autore è un cinefilo appassionato di filmacci di genere, che riesuma da chi sa quale angolo dimenticato della memoria collettiva e poi recensisce. Il suo modo di raccontare i film è spassoso, talvolta persino esilarante. Le sue recensioni sono brevissime e scritte di fretta, ma efficaci; comunicano tutto l’amore che il loro autore ha per la materia. Ed è un amore contagioso. Belle e di alta qualità sono anche le foto che accompagnano i suoi post, il che non guasta (come direbbe Jill a Cheyenne in C’era una volta il West).

Questa settimana ho ricevuto un tanto agognato pacco di libri che il primo maggio aveva bloccato in giacenza. Dentro c’erano quattro libri (così lo direbbe Armonica sempre in C’era una volta il West). Li ho letti tutti nella stessa settimana. Perciò ho pensato di seguire l’insegnamento di Cinemanometro, e di lasciare anche io dei commenti flash su ognuno di essi. Pronti? Via.

1. Eutanasia della critica di Mario Lavagetto

Avevo sentito il titolo di sfuggita alla famosa cena post-Servillo ed ero curioso di leggerlo. Il libro in cento agilissime pagine stampate in caratteri enormi è una sagace e a tratti divertente analisi della tragica situazione della critica accademica mondiale. Lavagetto racconta qualche succoso aneddoto per mostrare la prodigiosa imbecillità e ignoranza dell’ambiente universitario, lampante testimonianza di come si sia finalmente raggiunta una deprimente uguaglianza tra studenti, laurendi, dottorandi, ricercatori, associati e ordinari. Il libro mette senza pietà il lettore di fronte alla grandissima  muraglia che separa lo studioso dall’erudizione definitiva su un argomento, ma non lo fa per scoraggiarlo. Invita ad accettare l’inevitabile provvisorietà del lavoro di critico e ad abbandonare ogni pretesa di scientificità (non di rigore, naturalmente) e anche a riflettere sugli effetti devastanti che una scadente formazione umanistica possono produrre. Inoltre ricostruisce la storia dei miseri fallimenti e dell’ottusa sterilità raggiunta da ogni nuova tendenza critica che prometteva di dare nuova vita alla disciplina. Lo farò leggere senz’altro al mio vecchio, in modo che senta da un’altra campana, e una campagna di certo più autorevole della mia, la mia cantilena sull’ambiente universitario.

2. Dimentica il mio nome di Zerocalcare

Il libro era in concorso per il premio Strega, ma io non lo avevo ancora letto. Zerocalcare mi piace, mi diverte e mi fa ridere. Questo libro, però, ha pochi momenti spassosi. E’ più serio del solito. Lo stile di Calcare naturalmente c’è: ci sono i personaggi dei cartoon e dei fumetti che fanno capolino nella storia per nascondere i personaggi veri; c’è il suo slang romanesco; ci sono le digressioni che ricordano tanto I Griffin; stavolta c’è persino un omaggio al bastardo giallo di Frank Miller in quelle chiazze di colore che compaiono per il bastardo rosso di Dimentica il mio nome. E poi c’è la vita vera della mia generazione. Il rapporto con questa madre rompiballe ma capace di risolvere qualsiasi traversia il figlio viva. Una madre che si dispera di non avere soluzioni a tutto, come vorrebbe. L’immagine che la ritrae scattare davanti al figlio affaticato dal piccolo fardello dei suoi dolori, sbeffeggiandolo, senza far caso a quanto gigantesco sia invece il suo di fardello, non è retorica: è quello che tutti sappiamo delle nostre mamme, ma facciamo fatica ad ammetterlo. Naturalmente il libro ha una storia, una trama congeniata bene, con i suoi colpi di scena: agnizioni, flashback. Penso anche che funzioni. Ma io ne capisco poco di trame e lascio a voi giudicare.

3. Controcorrente di Joris Karl Huysmans

Ebbene non lo avevo ancora letto. Avevo letto Wilde, D’Annunzio e persino il librone di Praz La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica. Ma lui no. La cosa era grave quanto non avere letto Balzac? Secondo me no. Ma a Maffei l’ultima parola. Il libro è la pietra miliare della letteratura decadente. Con Controcorrente comincia tutto. D’Annunzio ci aggiunge qualche storia d’amore pruriginosa e scrive Il Piacere. Wilde ci mette un po’ di fantastico rubato a Poe e scrive Il ritratto di Dorian Gray. Forse i due sentono l’esigenza di movimentare un po’ il modello, che in effetti è un po’ arido di eventi: pare sia stato pubblicato in traduzione inglese con la dicitura “un romanzo senza trama”. Inglesi crudeli. Mica non succede niente?! Dopo che il lettore si è sorbito elenchi di fiori, sfoggi di erudizione letteraria, saggi sulla pittura, nozioni di arte profumiera, culinaria ed ha toccato con mano quanto possa essere irritante la vita di chi crede di poter vivere senza gli altri in nome della propria superiorità intellettuale, egli può alla fine apprezzare anche un viaggetto del protagonista, la cui pigrizia però ricorda molto da vicino la mia, tanto che al posto del suo tanto auspicato viaggio in Inghilterra si accontenta alla fine del plumbeo cielo londinese di Parigi e degli avventori inglesi di un’osteria. Immagino che prima dei vent’anni avrei amato questo libro quanto amo il maestro Yoda. Ma sono invecchiato mio malgrado. Sono nella fase dell’umorismo disperato e i dolori e la nevrastenia del giovane Des Esseintes sono un po’ kitsch, così come lo sono la sua presunta erudizione e il suo gusto.

 4. Dissipatio H. G. di Guido Morselli

Avete presente La nube purpurea? Una specie. Superato lo scoglio del primo capitolo (10 pagine al massimo, come gli scudetti della Juve secondo Zeman) che sembra un ouverture scritta per confondere il lettore, comunicandogli la stessa confusione che prova il protagonista, ecco che si comincia a capire qualcosa. Mettiamo che vogliate suicidarvi e alla fine trovate pure il coraggio di farlo. Mettiamo che tornate a casa senza essere riusciti nel vostro intento e vi addormentiate con la canna di una pistola in bocca, convinti di aver premuto il grilletto. Cosa pensereste se svegliandovi foste costretti a constatare da sempre più schiaccianti prove che l’umanità si è dissolta nel nulla? Il mondo continua: animali e piante vivono come hanno sempre fatto. Solo che l’uomo non c’è più: del suyo passaggio ha lasciato solo la traccia. Una traccia che il tempo saprà come spazzare via. Ma un uomo è rimasto ed è proprio colui che qualche ora prima voleva morire. Dissipatio H. G. ci immerge in questa assurda situazione, in questo modo inusuale di concepire l’Apocalisse. Si scopre che l’ultimo uomo rimasto non deve tornare al neolitico e costruirsi da solo gli attrezzi per la sopravvivenza, non deve cacciare né difendersi. Può sperperare le tante risorse che gli altri membri della specie hanno accumulato prima di sparire. Non ci sono zombie, vampiri o esseri infetti che gli danno la caccia. C’è solo un’immensa solitudine e tanto tempo libero che non si sa come impiegare. Perciò non so proprio perché mentre leggevo questo libro nella mia mente continuava a risuonare l’arpeggio che si ode nel videogame The last of us. Forse nel videogame come nel libro di Morselli, ciò che mi aveva più coinvolto era il prodigioso spirito di adattamento dell’uomo? Il suo avere poter aggiungere nuove sfumature al camaleonte, come direbbe Gloucester nell’Enrico VI? Non so. Ma se non sapete cos’è The last of us, rifatevi gli occhi qui sotto.

Filologia spicciola ovvero Considerazioni su “Non ti curar di lor ma guarda e passa”

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Qualche giorno fa mentre surfavo Facebook, mi sono imbattuto in un rapido scambio di battute sulla drammatica abitudine di alcune persone di non ricambiare il saluto che gli viene graziosamente porto. I toni sono diventati rapidamente accesi: qualcuno consigliava di bestemmiargli contro, qualcun altro utilizzava insulti mortali per darne una definizione, qualcun altro ancora mostrava una calma serafica nel constatare che la prassi si fosse oramai largamente diffusa. Uno degli interlocutori, in particolare, ha consigliato di riservare a tali maleducati l’indifferenza;  e per far ciò ha utilizzato senza risparmio l’espressione virgolettata “Non ti curar di loro ma guarda e passa”. Suppongo abbia usato le virgolette, poiché era consapevole si trattasse di una citazione. Arrivo persino a scommettere che conoscesse anche chi stava citando. Chi? Via andiamo, ma il Sommo poeta. Ma certo, forse che Dante non mette in bocca a Virgilio queste parole nel canto III dell’Inferno, quando i due viandanti si trovano dinanzi alla turba degli ignavi?

La risposta a questa apparente domanda retorica, ahimè, è: no. I versi di Dante, infatti, sono questi:

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Naturalmente non ero necessario io perché l’errore fosse rilevato: già il vocabolario Treccani ne illustra la scorrettezza; Wikipedia, d’altro canto, inserisce l’espressione nel suo centone di citazioni sbagliate. Non crucciatevi, dunque, poiché trattasi di una credenza diffusissima: almeno quanto quella che vuole la rasatura giovare alla crescita di una barba folta e robusta. Insomma, non sareste i primi e non sarete di sicuro gli ultimi a meritarsi una solenne bastonatura per aver inopportunamente virgolettato. Ma soprattutto non sarei io a colpirvi con il mio rooseveltiano grosso randello: sono troppo impegnato, infatti, a cercare di capire chi sia il professore o la professoressa che ha fornito ai suoi studenti una traccia per un tema in cui sbaglia palesemente il passo da Dante, affidandosi alla memoria popolare. Non mi meraviglio che con una traccia da 2, lo studente non possa aver ricevuto un voto superiore al 3.

Se vi sentite in colpa perché vi ho associato a qualche poco scrupoloso docente, gradirete sapere che ci sono casi più illustri di persone ingannate dalla celebre citazione. Nel 2006, per esempio, Beppe Severgnini ne fece uso, tanto da venire rimproverato via mail da alcuni crudeli lettori che ratti impugnarono lo scudiscio, non so se perché non vedevano l’ora di mettere l’autore nel sacco o perché sentivano l’urgenza di portare avanti la grande battaglia per la correttezza filologica. In quell’occasione, comunque, Severgnini si scusò e accusò come responsabili dell’inganno la sua memoria e google (che un giorno potrebbero diventare la stessa entità). E sì, perché in effetti se provate a googlare “Non ti curar di loro”, il nostro segugio web completerà rapidamente il vostro pensiero, dando per scontato che stiate cercando proprio quella citazione: la citazione sbagliata.

Più piacevoli delle bastonate a Severgnini, sono di certo i dubbi che i suoi fustigatori espressero: almeno due si chiedevano per quale motivo questa versione storpiata del verso avesse attecchito più dell’originale. La domanda, come immaginerete, ha subito stimolato le mappe neuronali del mio emisfero destro (il sinistro pare sia ancora intento a strutturare in rapporti consequenziali i dati delle analisi della mia tesi di dottorato) e mi ha costretto a riflettere sulla questione.

Se il dizionario online Treccani sostiene trattarsi di una storpiatura ‘popolare’ del celebre verso, è piuttosto scontato credere che il motivo principale per cui tale storpiatura abbia avuto successo sia insita nella sua economicità e semplicità: “non ragioniam di loro” è sicuramente più sostenuto e difficile di “non ti curar di loro”; ma soprattutto non ha la vocazione pass-partout che l’altra espressione sembra avere, grazie al fatto che si rivolge esplicitamente all’interlocutore, quasi additandolo. In parole povere, ha più successo la storpiatura perché è più pret-a-porter.

Tale risposta soddisfacente genera, tuttavia, subito una nuova domanda. Quando quest’uso popolare si è diffuso? Quali sono le più vecchie attestazioni? Una rapida e grossolana ricerca nel database di bibliotecaitaliana.it (prezioso strumento di studio per le ricerche testuali) attesta che non esistono occorrenze colte (diciamo anche letterarie) dell’espressione storpiata nella letteratura italiana. Ciò, naturalmente, pare confermare la derivazione ‘popolare’ dell’errore, sebbene ci lasci ancora privi di un’indicazione cronologica. E allora ecco che il cinema ci viene in aiuto con un film famosissimo, in cui ricordo di aver udito “Non ti curar di loro”. Si tratta del film Pane, amore e… del 1955, diretto da Dino Risi. La scena è la seguente: il lussurioso Comandante Carotenuto (un tempo Maresciallo, De Sica) è a casa della Smargiassa (Sofia Loren), quando una donna che ha poca simpatia per lei le rimprovera la presunta relazione segreta con Carotenuto. Alla reazione violenta, presagio di uno scontro fisico tra le due, il Comandante Carotenuto, un uomo che ha mostrato di aver il vizio di storpiare versi celebri (come il monologo di Amleto “Essere o non essere”), consiglia alla Smargiassa di ignorare le parole di quelle donne, e lo fa proprio pronunciando le fatidiche parole “Non ti curar di lor”, senza oltretutto concludere l’adagio, proprio come si fa con i proverbi quando sono notissimi.

Non credo si possa a cuor sereno attribuire la paternità della storpiatura a quel dialogo, anche se al momento non conosco altre attestazioni. Ritengo, infatti, più verosimile credere che il film registri un uso che all’epoca era già diffuso. Si può dare per scontato comunque, che almeno a partire dal 1955 qualcuno abbia cominciato a usare la versione scorretta del verso di Dante. Al tempo stesso, però, mi sorge un dubbio sulle motivazioni della sua massiccia diffusione. Mi chiedo, insomma, se oltre alle caratteristiche vincenti succitate della formula erronea, non abbia contribuito alla sua diffusione proprio il film di Risi, il quale è certamente popolarissimo e, soprattutto sulle reti televisive private campane (riguardo al resto del panorama televisivo nazionale non posso parlare), è uno di quei film che viene proposto almeno una volta ogni due giorni (e il cui effetto sulla memoria collettiva potrebbe essere degno, dunque, dei monologhi di condizionamento di Brave New World di Aldous Huxley). Forse che il Comandante Carotenuto cavaliere Antonio è stato per noi tutti un maestro molto più efficiente di qualsivoglia dantista? Una cosa è certa: ogni volta che virgolettiamo “Non ti curar di loro ma guarda e passa”, non stiamo citando Dante, ma al massimo il goffo intellettuale della domenica interpretato da De Sica.