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Letto sotto il materasso. “La grande scimmia” di A. Abruzzese

Pubblicato per la prima volta nel 1978, il saggio di Abruzzese si propone di esplorare l’immaginario della cultura occidentale, al fine di chiarire quali siano le peculiarità dell’industria culturale sviluppatasi tra Ottocento e Novecento e in particolare come la cultura di consumo si differenzi nella sua essenza dalle opere di qualità superiore. Secondo Abruzzese peculiarità dell’autore commerciale sarebbe di combinare materiali già presenti nell’immaginario del suo pubblico, cercando di creare all’interno dell’opera una serie di percorsi compresenti capaci di suscitare l’interesse di diversi tipi di fruitore. Proprio nell’attenzione al pubblico, nella volontà di coinvolgerlo il più possibile nella fattura di un’opera, si troverebbe la vera essenza del prodotto culturale di massa. Dovendo riuscire a soddisfare i bisogni di un vastissimo pubblico, esso deve agire sulle passioni dichiarate o non dichiarate di ogni uomo. Deve rievocarle anche se non necessariamente a livello conscio: è in tal senso che Abruzzese parla di «energie occulte apparentemente prive di sostanza linguistica» (p. 23) che agiscono tra dispositivo artistico e fruitore. Proprio per la necessità di accontentare un vasto pubblico, inoltre, è possibile verificare come gran parte dei miti alimentati dall’industria culturale siano facilmente riconducibili all’immaginario di lunga durata studiato dall’antropologia culturale.

Con questi fini l’autore analizza alcuni tratti dell’immaginario occidentale, compresa la figura della scimmia che dà il titolo al saggio e nella quale si proiettano di volta in volta diverse idee tra le quali il contatto con la natura ormai perduto. Abruzzese si sofferma sulla contrapposizione di racconto poliziesco e racconto fantastico, mostrando quali siano le differenze tra i due generi, nonché per quali filoni dell’industria culturale essi facciano da innesco. Naturalmente il suo taglio interpretativo privilegia non tanto un’analisi minuziosa dei testi, quanto il modo in cui le opere interagiscono con il loro fruitore. Ad esempio, quando si occupa del genere poliziesco, l’autore fa notare come il lettore di questo genere non sia interessato tanto al libro che sta leggendo, quanto al meccanismo di lettura che esso induce: difficilmente gli capiterà, infatti, di verificare nuovamente i fatti, ma si limiterà a chiudere il libro fidandosi della ricostruzione del detective e passare al libro successivo; un atteggiamento che è quasi automatico associare a quello del telespettatore che, armato di telecomando, può ricominciare a godere del suo intrattenimento ogni volta che cambia canale. Altro argomento trattato è il cinema, che Abruzzese considera un medium che nelle sue forme spontanee è già macchina per prodotti industriali. Le ragioni principali sono due: in primo luogo perché il cinema presuppone come tecnica di composizione principale proprio il montaggio, procedimento compositivo considerata tipico dell’avvento della letteratura di massa. In secondo luogo perché esso, proprio in quanto lavoro di squadra al servizio di un produttore-capitalista, non può fare a meno di agire sull’immaginario del pubblico, avendo necessario bisogno del successo commerciale per poter continuare la propria attività.

La grande scimmia è un saggio pregevole, ma al tempo stesso non manca di lati negativi. È lo stesso autore a chiarirlo nella Premessa aggiunta alla riedizione dell’opera del 2007, dove sottolinea la discontinuità argomentativa del suo lavoro, la quale è causa della notevole enigmaticità di alcuni passaggi e dell’apparente gratuità di alcuni accostamenti tra fatti sociali, fatti tecnologici e fatti artistici; medesime conseguenze sono prodotte dall’assenza di note e riferimenti bibliografici. Tra gli aspetti positivi e pionieristici del lavoro è da menzionare il criterio d’impaginazione del libro; infatti le illustrazioni che accompagnano tutto il volume non sono un commento alla pagina scritta, ma creano una trattazione parallela che solo di tanto in tanto interseca il testo. Con questa soluzione l’autore mostra fornisce un esempio operativo di un concetto espresso nel saggio, cioè come l’inserimento di illustrazioni in un testo induca a nuovi modi di fruizione. Un’altra riflessione preziosa contenuta nel lavoro è quella che individua la differenza tra la letteratura prodotta prima dell’avvento del cinema e quella successiva nel diverso rapporto con l’immaginario; infatti mentre la prima aveva prodotto l’immaginario del suo pubblico e continuava ad alimentarlo, l’altra deve affrontare un fruitore il cui immaginario deriva ormai da altre fonti. Una questione che sarebbe interessante approfondire.

Una volta conclusa la lettura del libro, comunque, restano aperti diversi interrogativi: è davvero solo una caratteristica dell’industria culturale il lavoro su un immaginario condiviso del fruitore? Non è un tratto comune a qualsiasi linguaggio artistico? In secondo luogo, è tipica solo dell’industria culturale la mescolanza di generi e di personaggi della finzione? Non è l’intertestualità un attributo delle opere di tutti i tempi, quindi non sufficientemente caratterizzante per le opere-prodotto? Terza domanda: l’interazione che un testo cerca con il proprio lettore, non è un espediente da sempre utilizzato, tanto da produrre quella narcosi mediale che McLuhan afferma appartenere ad ogni epoca? Ci sarebbero altre domande da lasciare senza risposta, ma queste tre bastino per dimostrare che l’obiettivo di Abruzzese, problematizzare con il suo saggio una serie di questioni riguardanti il rapporto tra media, cultura e produzione industriale, è stato ampiamente raggiunto. Persino dopo oltre trent’anni dall’uscita de La grande scimmia.

C’era una volta il West. Un altro triello.

Dal minuto 0:07 inizia la mia scena preferita di “C’era una volta il West“. Una di quelle che ho guardato decine di volte senza stancarmi mai (un po’ come quando si continua a canticchiare la canzone che ci è entrata in testa).

La scena si svolge all’interno della casa di Jill (Claudia Cardinale), dove ci sono lei e Cheyenne (Jason Robards). Fuori sta avvenendo il duello tra Armonica e Frank, l’implacabile buono contro il corrotto assassino. Jill e Cheyenne sono uno di fronte all’altro. Non è la prima volta che si incontrano sotto questo tetto. Questa volta però  Jill non ha niente da temere: ai suoi occhi Cheyenne ha smesso di essere il fuorilegge che aveva fatto irruzione in casa sua, l’uomo che l’aveva spaventata con i suoi modi rudi e il suo aspetto da senzadio. Cheyenne non è più quello a cui aveva detto con voce dura qualcosa come “Puoi farmi quello che vuoi, quando te ne sarai andato basterà un bagno caldo e sarò nuovamente quella di prima”. Questa volta Jill può alzare lo sguardo e lasciarsi andare a un complimento che ha l’aria di essere anche qualcosa di più. Qualcosa di inconcepibile fino a qualche giorno prima.

La risposta di Cheyenne è una prolessi (“Ma non sono quello giusto… e nemmeno lui”), cioè un’anticipazione per quello che a breve si saprà sul suo destino: è il primo punto di un cerchio che si chiuderà qualche battuta dopo. C’è una lunga pausa tra le due battute, durante la quale un suono dall’esterno richiama l’attenzione di Jill. La rapisce. Da quello sguardo si  può immaginare quale sentimento ella covi in seno per “Lui”. Cheyenne lo immagina e comprende. E’ solo a quel punto che completa la sua frase. Ha capito cosa la donna sta pensando. E vuole metterla in guardia. “Lui” è proprio Armonica (Charles Bronson), il pistolero dagli occhi di ghiaccio che ha seminato morte tra gli scagnozzi di Frank (Henry Fonda). E’ un personaggio che per certi versi richiama l’americano della trilogia del dollaro (il personaggio interpretato da Clint Eastwood): non solo è maledettamente veloce con la pistola, ma ha la battuta pronta e arguta che caratterizzava l’americano e fnirà poi per essere uno dei tratti di Sean in “Giù la testa”.

Jill, stizzita, si allontana da Cheyenne: crede che l’uomo sia geloso di Armonica, che voglia fargli la predica. Si sbaglia e Cheyenne glielo fa notare una volta per tutte. “Le persone come lui hanno dentro qualcosa che sa di morte”. “Quello lì se è ancora vivo, entra da quella porta, piglia la sua roba e dice addio”. E’ una profezia, di quelle che si avverano. Quando “Lui” entrerà da “quella porta” si muoverà esattamente come Cheyenne aveva pronosticato: ubbidirà alle sue disposizioni come se un copione fosse stato scritto per lui. Pare quasi che a parlare attraverso Cheyenne sia per un attimo la voce del regista.

Quello che Cheyenne aggiunge dopo una pausa brevissima (“Io invece resterei se potessi”) chiude il cerchio del suo discorso. Si scopre, Cheyenne. Mostra una seconda volta il fianco, quello che non è stato ancora colpito da una pallottola. Resterebbe per sempre al fianco di Jill, perché lei è una perla nel deserto e perché sa che potrebbe renderla felice. Ma non lo farà. Sebbene non lo dica esplicitamente, egli non è quello giusto solo perché non può rimanere: ha del piombo nell’addome e sta lentamente morendo. Senza questo problema sarebbe stato perfetto per lei. Per Armonica è diverso: egli non rimane realmente perché non è quello giusto. Armonica, infatti, è un morto che cammina, è senza tempo, è il mito del vendicatore. Un mito che sta scomparendo.

Dopo questa battuta entra in casa Armonica, reduce dal duello contro il suo nemico giurato. Torna vincitore. La sua vita ha raggiunto l’apice: ha vendicato la morte di suo fratello. La sua entrata è sottolineata dalle note del tema musicale di Jill (non da quello dell’armonica che accompagnava appunto questo personaggio) e dal volto di Jill, in primo piano, che si illumina grazie alla luce che filtra dalla porta appena aperta. A questa repentina illuminazione corrisponde il sorriso di Jill. E’ tornato! L’uomo che fino a quel momento l’ha difesa dal lato oscuro del West. E adesso potrebbe far avverare la fiaba: stare con lei per sempre. Ma “C’era una volta il West” non è una fiaba, è un congedo. L’epoca dei pistoleri è finita per sempre, il treno ha simbolicamente collegato al potere centrale americano anche le sue zone più selvagge. La frontiera non esiste più. Le parole di Armonica vanno in questo senso: “Io ho finito qui”. Non ha solo c0mpletato la sua ricerca. E’ il ruolo nella morfologia del genere western che è finito. Finito per sempre. Per Jill è una frase più dolorosa di un colpo di pistola. La sconvolge e il volto dispiaciuto di Cheyenne, profeta niente affatto esultante, contribuisce a comunicare questa tristezza. Tutta la sequenza è esaltata da un gioco di sguardi tra i tre personaggi. Una sequenza sulla quale varrà la pena ritornare in futuro. Anche perché si tratta di un richiamo in tempo di pace del triello de “Il buono, il brutto e il cattivo”.

Con il volume del tema musicale al massimo Armonica esce di casa, sussurrando “un giorno o l’altro”, come se la sua voce non gli appartenesse più. E’ davvero la voce di un morto vivente, come suggeriva Cheyenne. Dopodiché  scompare per sempre alla vista di Jill: la scena è nuovamente di Cheyenne. Il suo congedo con la donna invera quello che egli aveva annunciato sarebbe potuto accaderle: qualcuno avrebbe potuto allungare le mani per un’elemosina di gioia in mezzo al deserto. Ecco perché dà una pacca sul sedere: è l’ultimo desiderio di un condannato a morte. Poi, mentre lo guarda sgomenta per il gesto inatteso e volgare, Cheyenne le ricorda il suo insegnamento: “Fai finta di niente”.