Archivi tag: film

Sing ovvero l’ispirazione e il riscatto. Una recensione

Sing-Movie-Animals.jpg

Se mi avessero detto che ieri sera sarei stato al cinema completamente in balia delle emozioni, avrei risposto con uno sguardo scettico o con un ironico “addirittura?!”. E invece sono qui a raccontarvi che per centootto minuti più intervallo e titoli di coda ho perso il controllo delle mie ghiandole lacrimali. Non mi capitava da un po’, forse non vivevo un’intensità del genere dai tempi di Inside Out.

La storia di Sing è semplicissima, i più spocchiosi direbbero “prevedibile”: un impresario sull’orlo del fallimento scommette sul talento nascosto dei suoi concittadini per organizzare uno spettacolo che risollevi le sorti del suo teatro. Il resto è regolato dalle inflessibili regole di genere: ritmo ternario di ascesa, caduta e nuova ascesa. Devo dirvelo io che il nostro koala impresario troverà gente in gambissima e insospettabile che sa cantare, suonare, ballare e che alla fine tutto andrà per il meglio sia per lo scopritore di talenti sia per gli insospettabili mostri da palcoscenico?

Ma non finisce qui: se volessi essere spietato, potrei addirittura rispolverare la celebre categoria morettiana di “film facile” per Sing, mostrandovi qualche motivo per cui si dovrebbe trattare di un prodotto commerciale più che di un fatto artisticamente rilevante. Per esempio potrei farvi notare che i potenziali talenti coprono un ampio ventagio di umanità che sembra selezionato apposta per dare soddisfazione alla più ampia fascia di pubblico possibile: c’è la casalinga tutto fare che può ridare lustro al suo antico sogno di giovinetta ovvero può calcare la scena come showgirl bravissima e mozzafiato; c’è il figlio che riesce a riguadagnare la stima del padre che vedeva in lui poco più che un mollaccione, ci sono i cattivi da odiare per la loro crudeltà e parossistica mancanza di senso estetico e che saranno puntualmente sconfitti, c’è la ragazzina maltrattata dal fidanzato che riesce a trasformare l’abbandono in pregio artistico, c’è la vecchia star della lirica supersnob il cui cuore di pietra alla fine si ammorbidirà. Ah, quasi dimenticavo: c’è pure la timidona che supera le proprie remore e si mostra capace di afferrare la vita e il destino con la sua proboscide. Tutti possono immedesimarsi, tutti possono trovare l’ispirazione come alla fine di The Big Kahuna.

Come può allora un film del genere, così semplice, stendere letteralmente due trentenni (non ero solo al cinema ma con la cerimoniosa Sonia) e renderli indifesi e sognanti? Oh bella, i motivi sono semplici.

  1. Un film non deve essere originale per fare breccia nel cuore delle persone! Prendiamo i film che abbiamo visto e rivisto tante volte ma che continuano a commuoverci. Possiamo forse definirli originali, dal momento che li conosciamo a memoria?
  2. Chi ha detto che un film è una storia che scorre sullo schermo accompagnata da colonne sonore? Un film è un’opera complessa di cui fanno parte luci, inquadrature, transizioni, costumi, recitazione, colonne sonore e altre cose che al momento non mi vengono in mente. E’ per questo che continuo a ripetere da qualche anno che la frase “il libro era meglio del film” non ha alcun senso.

Dunque, in Sing questo insieme colorato e melodioso che chiamiamo film è costruito in maniera così compiuta da respingere continuamente il pensiero che in fondo non si tratti che dell’ennesima storia americana. Le musiche sono belle, compliscono direttamente allo stomaco; gli attori animati sono ineccepibili; i colori riempiono di gioia; la scelta di un cartone zoomorfo è stimolante, perché si presta una serie di gag  e di associazioni tra uomo e animale che tanto sarebbe piaciuto agli amanti della fisiognomica di due secoli fa. Persino la regia ha i suoi momenti notevoli, come all’inizio del film, quando la telecamera passa da una all’altra delle microstorie dei protagonisti muovendosi rapidissimamente  per le vie della città (al momento non ricordo quale film degli ultimi quindici anni citi, ma il preparatissimo Kasabake ci saprà dire qualcosa, ne sono certo).

Quanto ho un po’ brevemente elencato dovrebbe riuscire a giustificare l’ottimo ricordo che ho del film. Credo, tuttavia, che non basti a spiegare la soddifazione che ho provato nel guardare Sing. Perciò devo dirvi cosa penso veramente. Come tanti talent show che spopolano oggidì, la verità è che Sing parla di riscatto, di un sentimento che una generazione di adulti, che qualcuno chiama ancora erroneamente giovani, ha fame di ottenere. Sing ci racconta con tutta la forza dello spettro luminoso e dei decibel melodiosi che noi non siamo il nostro lavoro. Noi siamo uomini e donne e basta. Sing ci ricorda che il tempo che impieghiamo in segreto a coltivare le nostre passioni non va mai sprecato: non solo perché fa bene al nostro umore e alla nostra ricerca della felicità, quanto perché un giorno potrebbe capitare che i pianeti si allineino, facendo sì che il destino possa darci finalmente la grande occasione di mostrare al mondo (e ai padri perché no, che a volte contano più di un intero pubblico applaudente) che siamo in gamba e bravi anche se la vita ci aveva preso nel suo turbine di scadenze e impegni. Mentre la vita sembrava imbrigliarci nel suo grigiore, noi facevamo segretamente e in un po’ sullo sfondo la nostra parte nel grande spettacolo della vita.


Kung Fury. Cintura nera di trash

Kung_fury.jpg

Non sono solito consigliare filmacci da guardare con spirito goliardico. Per questo c’è qualcuno che nel campo si può dire un vero maestro, ossia Lupocattivo del divertentissimo blog Cinemanometro. Accade, tuttavia, che ieri sera dopo che ebbi preparato delle tenerissime scaloppine di pollo al marsala e pepe verde, mio fratello Luca, il mio fratello preferito, mi inviti a vedere un film di mezz’ora che promette bene. La definizione era più o meno questa: “un cinese che fa kung fu e qualcosa che ha a che fare con videogiochi e Hitler; si chiama Kung Fury e possiamo vederlo in alta definizione su Netflix”. Non so resistere a proposte tanto indecenti, così io e la mia sedia da scrivania ci trasferiamo nella stanza a fianco.

Comincia il film. Bastano poche decine di secondi per capire che questo film è destinato al complimento supremo in materia di film di exploitation, perciò non posso che esclamare “in questo film c’è tutto!”. Per cominciare un’inaudita violenza di strada perpetrata da personaggi che ricordano molto i delinquenti  stereotipati degli anni Novanta: giubbini di jeans o di pelle smanicati e no, zazzere, fasce nei capelli cotonati, occhiali da sole e guanti da motociclista. Ah, e ovviamente un uzi a portata di mano.

In questa città violenta dove anche un videogioco da sala può animarsi, diventare un robot e cominciare a seminare distruzione, far esplodere teste, incendiare carrozzine (“la carrozzina!”, direbbero i colleghi di Fantozzi), la legge è tutelata dalla solita polizia inefficiente stritolata dalla burocrazia, preoccupata più a disegnare la quadratura del bilancio che a mantenere l’ordine. Fortunatamente questa truppa di brocchi può ha a disposizione il suo fuoriclasse, il piedipiatti perfettamente dentro gli schemi essendo fuori dagli schemi: l’uomo che chiamano Kung Fury (e solo dio sa se non si tratta di un nome azzeccatissimo per un tale esemplare di stereotipa crudezza hardboiled).

kung_fury_triceracop.jpg

Kung Fury, l’uomo, non tradisce le aspettative (e nemmeno il film lo fa, sia chiaro). Ricorda nemmeno troppo vagamente il personaggio della celeberrima serie di videogiochi Street Fighter, solo che indossa un chiodo e una maglietta rossa. Ha la voce profonda del Batman di Nolan, l’eloquio asciutto del giudice Dredd e la solenne inespressività di Steven Seagal. Per la prima volta lo incontriamo nella sua tana, circondato da candele e arredi di pessimo gusto in compagnia di una tizia che se lo mangia con gli occhi palpandogli il braccio. La musica con sax solista fa tanto situazione iniziale dei vecchi film porno, quelli che avevano pure una trama e che tanto amava un mio vecchio compagno di scuola. Insomma, la sceneggiatura fa di tutto per convincerci che Kung Fury quando non sia impegnato a spaccare culi, passi il tempo a infuriare tra le lenzuola. Egli insomma è la incarnazione di quella virilità pecoreccia fiore all’occhiello del cinema d’azione, l’uomo che tutti vorrebbero essere perché, ma questo lo crede lo spettatore, tutte le donne si strapperebbero i capelli in preda all’isteria per averlo. Gli stereotipi piedipiatteschi ci sono tutti: “lavoro da solo”, la restituzione del distintivo, il capo rompicazzo, il compagno di volante e di mille avventure perduto durante un picco di maschissimo affetto (per altro con una kill di pregevolissimo livello splatter). Quello che invece è davvero nonsense ma alla fine sembra non fregare a nessuno è il collega Triceracop, mezzo uomo mezzo triceratopo.

L’entrata in azione di Kung Fury è un saggio di pacchianeria: nessun effetto speciale è risparmiato, non importa quanto sia esagerato; né i voli con la luna sullo sfondo, né lo scontro su una gru a chi sa quanti metri d’altezza, né tanto meno la pellicola che fa le bizze mentre una colonna sonora elettronica da brivido pompa nelle casse. La ridente cittadina come se non bastasse è preda anche dell’incubo americano per eccellenza: no, non mi riferisco a Richard Nixon rieletto per la quinta volta. Parlo di Adolf Hitler. In questo caso si attinge senza vergogna alla teoria complottistica che vuole l’arianissimo baffetto nascosto da qualche parte e intento a tramare ancora contro gli Iuessei, Iuessei, Iuessei! Robaccia naturalmente, ma non è colpa degli americani se Hitler ha dato agli Stati Uniti la grande occasione di richiamarlo eternamente come avatar del male assoluto ogni volta che c’è da rinvigorire l’orgoglio americano. Insomma, Hitler è tornato e riesce a far fuori un intero reparto di polizia sparando attraverso il telefono. Ma c’è di più. La storia ufficiale forse aveva taciuto una sconvolgente verità: Hitler non era il condottiero di un popolo di allucinati ma un eccezionale un maestro di kung fu, ribatezzatosi Kung Fuhrer, il cui solo scopo era ottenere una conoscenza profondissima dell’antica arte marziale cinese, arrivando ad ottenere i poteri del prescelto di cui parlava una misteriosa profezia (strano che non si chiami il guerriero dragone e non abbia le sembianze di un panda).

Kung_fury_hacker.jpeg

Per Kung Fury arriva l’ora, dunque, di viaggiare nel tempo ed accoppare Hitler. Ma perché non accopparlo nel presente, si chiederà giustamente il mio lettore? Perché altrimenti non si potrebbe aggiungere alla sterminata lista di citazioni del film anche il paradosso del viaggio temporale che tanto mi fece arrovellare nel primo Terminator. DeLorean in arrivo, dunque? Nemmeno per sogno. Qui per tornare indietro ci si serve di una specie di monopattino fluttuante e dell'”hacker più potente del mondo”: Hackerman, un buzzurro che assomiglia in tutto e per tutto a quel cantante svedese conosciuto come Gunther (mettete la dieresi sulla u) ma che non canta Ding Dong Song. Anche se la spiegazione del viaggio nel tempo tramite supporto informatico fornita da Hackerman con linguaggio tecnico usato a caso confonde prevedibilmente il protagonista tutto kung fu e niente cervello, essa si rivela efficace. Poco importa se il fascino per la tecnologia che è capace di suscitare è paragonabile a quello che susciterebbe un chiodo, anzi è l’ennessima occasione per mettere alla berlina la Hollywood delle interfacce da videogame a 8bit e le consuete barre monitoranti il progressivo completamento delle operazioni. Oh, quasi dimenticavo la chicca: Hackerman diventa immediatamente un mito nel momento stesso in cui indossa il suo Nintendo Power Glove, oggetto tecnologico di indicibile fascino che credo il pubblico italiano ricordi soprattutto per la sua apparizione ne Il piccolo grande mago dei videogames. Sono certo che in quegli istanti i miei occhi brillassero.

Con il viaggio nel tempo il film comincia la sua rapida discesa verso la fine, così che il grado di tamarragine supera ogni limite. L’uso del deus ex machina è spudoratissimo. Il primo salto nel tempo è un fallimento, così che Kung Fury si ritrova in un’imprecisata “epoca dei Vichinghi, che consente al regista di sbizzarrirsi in vedute di paesaggi incontaminati. Incontaminati, certo, ma tutt’altro che sicuri, dato che vi scorrazzano Laser-Raptor che sparano luce dagli occhi e toponiche vichinghe con mitragliatrici da elicottero cavalcano dinosauri. Il protagonista sembrebbe giunto a un punto morto, ma non è così: per fortuna a portata di mano c’è un attempato, vanesio e un po’ goffo dio Thor formato gigante che con il suo martellone può inviare il protagonista nella Germania nazista.

Kung_fury_barbarianna

E’ fatta. E’ l’ora dei conti. L’ora di una notevolissima sequenza di combattimento, in cui Kung Fury accoppa decine di nazisti con elmo da Dart Fener, creata scimmiottando i picchiaduro in 2D di una volta, così che lo stacco tra ciò che accade sulla superficie piatta in primo piano è completamente avulso da quanto si vede sullo sfondo gremito di nazisti, in verità lo stesso moltiplicato in trilioni di esemplari, che non si sa bene cosa facciano. Qui, amici miei, si citano senza dubbio i reali dello splatter fatto videogame: quei pionieristici primi tre Mortal Kombat, ai quali oltretutto sono ispirate anche un paio di kill in stile Fatality tra cui la sottrazione della spina dorsale, marchio di fabbrica di Sub Zero). Il resto è rissa sfrenata con l’intervento risolutivo dei personaggi già visti, pronti a salvare le chiappe a Kung Fury: tra essi spicca la versione robotica di Hackerman, capace addirittura di riportare in vita il protagonista già crivellato dalla smitragliata a sorpresa di Hitler dal palco (una citazione da The mask forse?). Devo dirvi anche che appena di parla di morte e resurrezione, lo sceneggiatore non può fare a meno di trasformare tutto in un cartone animato e rappresentare l’aldilà nella grottesca maniera degli autori di Dragon Ball?

Questo è più o meno Kung Fury. Una grossolana accozzaglia messa insieme con grande maestria e senza esagerare nei tempi, tanto da terminare proprio quando sta per sopravvenire la noia. A suo modo credo possa essere considerato un film colto, con una quantità forse ai limiti della legalità di quelle che Leo Ortolani definisce “strizzatine d’occhio”. Penso che ogni essere umano di sesso maschile che abbia visto almeno una decina di film d’azione dovrebbe vederlo, perché Kung Fury è un film onesto: una cazzata che non fa finta di essere altro.

Ah ultima raccomandazione: guardatelo con la giusta compagnia, perché gli sguardi complici al vicino ghignante non sono un optional.

 


“Ero guarito” ovvero di cosa ho fatto mentre ero ammalato

alex

Quando si gestisce un blog, bisogna essere presenti. Bisogna evitare di sparire per troppo tempo, affinché il lettore non si spazientisca, si disaffezioni e ti sfanculizzi (o sfammocchizzi, se preferite una variante partenopea non ancora sufficientemente diffusa su scala nazionale). Certo, se ti capita un periodo in cui sei impossibilitato a scrivere, non puoi ingigantire il tuo senso di colpa per non aver scritto un post per alcune settimane. Se capita un periodo del genere, non c’è niente da fare, lasci il blog senza post per qualche tempo e ti dedichi ad altro. D’altra parte, non bisogna dimenticare le buone maniere, così quando non si può scrivere qualcosa di particolarmente pregnante, si può comunque spiegare perché non lo so si fa. Zerocalcare è un raffinato maestro di quest’arte. Egli salta il suo appuntamento bisettimanale con una certa noncuranza, regalando comunque ai suoi lettori qualcosa che sovente riceve incitamenti, ringraziamenti, complimenti e altre cose in -enti che a uno scrittore fanno molto piacere, soprattutto se sono manifestazioni dell’avvenuto perdono. Questo è stile! D’altro canto se tra i lettori del blog, poi, c’è pure tua madre, allora non è solo questione di buone maniere: è necessario scrivere qualcosa a discolpa della propria assenza anche solo per rassicurare la mamma che niente di spaventoso ti è accaduto. E per una madre può essere fonte di apprensione anche l’aver mangiato un biscotto in meno a colazione.

Niente paura mamma: sto bene. Anzi, sono guarito! La settimana scorsa, infatti, sono stato ammalato. No, niente depressione questa volta. Sono stato semplicemente vittima dell’influenza che si è manifestata con la seguente sintomatologia: gola infiammata, naso otturato, placche alla gola,  febbre notturna, sonno disturbato da pensieri confusi, tosse, fiacchezza delle membra, imperdonabile tendenza a non arricciare i baffi. Eppure, è stata una settimana interessante. Nonostante la forma fisica ho davvero fatto tante cose, che si sommano a quelle portate a termine nelle settimane di silenzio blogghistico. Eccone un elenco: ho letto Murphy di Beckett, ho visto Gomorra La serie, ho letto LAssommoir di Zola, su suggerimento del mio maestro jedi Gia-ni Maffeius ho visto il film I duellanti diretto da R. Scott, ho riletto Il doppio di Rank, ho visto il film con Keaton Sherlock jr., ho preparato la parigina con lievito madre (di cui ricorderete il glorioso nome: Pasquale; in onore dell’aiuto cuoco di Cannavacciuolo, un uomo d’onore che ha preso tanti schiaffi rendendoci tutti uomini migliori), ho perfezionato la tecnica di montaggio della schiuma da barba con pennello, ho scrostato parte della cromatura dal mio rasoio di sicurezza, ho scritto alcuni dei tweet più belli per l’hashtrag #ioleggoperche, ho meditato sul fatto che il medium è davvero il messaggio (pure se Arbasino riteneva lo slogan irritante e, se ben ricordo, pure poco credibile), ho spedito curricula in giro per il web in cerca di un lavoro, facendo eco alle parole di lei, poi, mi sono chiesto perché nessuno voglia pagarmi per queste robe che scrivo, ho convinto un amico a far crescere del dignitoso pelo facciale e ho trascorso qualche giorno in compagnia del mio amico nel tempo Mario. Bella Bologna. Belli i portici. Buoni i tortellini. Buono lo gnocco fritto con la mortadella.

Come il mio lettore potrà certamente notare, tutte queste esperienze potrebbero essere spunto per i futuri post del blog. Perciò lascerò un breve elenco di quello che intendo scrivere:

  • Un post su Gomorra La serie
  • Un post sulla grandezza dei classici
  • Un post sulla crudeltà
  • Un post sulla mia passione segreta: il balletto
  • Un post sul perché ho dei baffi a manubrio
  • Un post su Uomini e donne
  • Un post sul trash e sulla pietra miliare imprescindibile per chi parla di trash: Pink Flamingos

Sono aperte le scommesse su quanti di questi buoni propositi saranno portati a termine prima della mia morte. Ah, prima di chiudere, sapete perché mi piace leggere? Perché da quando ho letto Arancia meccanica, dire “Sono guarito” ha tutto un altro aroma. E a me piace l’odore delle citazioni al mattino!


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: