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Domenica dilettante. Gli smalti nazi-ellenici

Il vero problema della cronaca è che non sedimenta. Le notizie del giorno cancellano quelle precedenti: è una scrittura di palinsesti. E’ probabilmente questa la ragione che mi spinge a dedicarle così poca attenzione. Eppure  grazie al comparto del Corriere che cura le fotografie anche questa settimana, posso prendere parte al flusso di informazioni che chi sa quel foce accoglierà come un sepolcro. L’argomento è scottante, fastidioso: xenofobia, razzismo e idolatria nazista nel paese che fu la culla della civiltà. Giornalisti e studiosi più in gamba di me si dedicheranno all’analisi del fenomeno, giudicheranno con i loro strumenti d’indagine quello che porta l’uomo negli abissi della minchioneria. Io mi limiterò all’analisi di un dettaglio minimo che si può scovare con la lente d’ingrandimento nell’articolo del Corriere intitolato “Carità ai bianchi e assalti ai migranti L’offensiva di Alba dorata ad Atene”.

Per dare un po’ di gusto al prodotto industriale, si sa, si aggiungono esaltatori di sapidità. Gli scrittori, grandi chef o androidi di McDonald’s, non agiscono molto diversamente. E’ forse per questo che la descrizione di questi brutti ceffi di Alba dorata, similmente al Balzac idolatra della fisiognomica, si concentra sulla brutalità della loro presenza fisica e sul loro vestire rozzo. Dettagli. “Gli uomini con i pantaloni della tuta o i bermuda che lasciano vedere il kalashnicov tatuato sul polpaccio. Le ragazze con t-shirt del partito e le unghie dipinte”. Dettagli, certo. Cioè quei luoghi dove, secondo i più eminenti critici d’arte, si può riconoscere il falsario dal maestro. Eppure una descrizione del genere non fa tanta impressione. Gli energumeni di Alba dorata sono sciatti, non c’è dubbio; ma non sembrano dei galeotti. Insomma non sono molto diversi dal passante medio-italiota (e probabilmente anche grecota). Così la descrizione potrebbe essere tutto sommato credibile, non troppo stereotipata. E qui mi dovrei fermare, concludendo che non c’è paprika su questa carne al fuoco.

Ma ci fidiamo della nostra orientante guida giornalistica? Fino ad un certo punto. Infatti se è vero che non possiamo vedere dalle foto gli uomini secondo lo stereotipo del camorrista alla Saviano (ma anche quello che vedo nelle mie rade passeggiate partenopee), né tanto meno possiamo nuovamente esercitare il dubbio sulle competenze dei giornalisti in fatto di armi da fuoco (vedi Domenica dilettante. Spara di più quantitativamente!), possiamo invece verificare grazie a ben due foto ritraenti due diverse donne del partito mascellone. Ebbene, nessuna delle due ha lo smalto sulle unghie. Come mai? Possibile che in un partito di stupidità organizzata non si riesca a far rispettare la disciplina delle unghie alla moda, magari smaltate di nero? Ma no, ci mancherebbe. Piuttosto è sarà semplicemente un’invenzione della giornalista per rendere più gretta l’immagine di queste donne. Dunque per l’autrice caricare arbitrariamente di colore le unghie di queste neo-gerarche dovrebbe significare renderle più spaventose, ma perché? Come si può credere di far passare lo smalto alle unghie come uno dei tratti d’imbarbarimento adottati da Alba dorata, quando si tratta di un usanza cosmetica del tutto usuale in occidente e non solo? Qualcuno potrebbe spiegarmelo per favore…come se avessi sei anni?

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Domenica dilettante. Spara di più quantitativamente!

La domenica dei quotidiani offre il destro, e speriamo anche l’altra guancia, per inaugurare una nuova rubrica. Sfogliando il Corriere della Sera di domenica 8 luglio 2012, ci si imbatte in un articolo sulla guerra in Birmania in cui ci sono tre foto con relative didascalie sui guerriglieri Karen impegnati ormai da più di un cinquantennio in una guerra “a bassa densità” (per la cui definizione chiedo aiuto a chi leggerà questa roba). L’occhio si posa involontariamente sull’ultima foto in basso a sinistra, che per gentile concessione di qualcuno, è riproposta qui sopra.  Immagine suggestiva senza dubbio; una specie di pupazzo di neve con elmetto e fucile che starebbe benissimo in un museo di arte contemporanea. Il titolo della didascalia recita “Panni e kalashnikov (il riposo del guerrigliero: un fucile kalashnikov, l’elmetto e sullo sfondo i panni stesi nel villaggio di Kaw La Mee)”. Ora, sembrerà strano, ma non riesco proprio a trovare il kalashnikov di cui parla il giornalista. Dov’è?

Temendo di essere incappato in un mio errore di osservazione,  ho preso come Eddie Valiant detto anche Jack Daniel’s la mia buona lente di ingrandimento e cercato nel fango, poi sotto la palafitta, poi tra i cuscini e infine tra i vestiti appesi. Niente! Possibile che io sia così stanco ultimamente da non vedere qualcosa che dovrebbe stare in primo piano? Forse. Poi ho capito. Allora è sorta la domanda retorica, che enfatica finisce sempre per sorgere con un’intonazione da pessimo attore teatrale: vuoi vedere che il nostro amico giornalista, preso dalla foga della scrittura, ha confuso il fucile in primo piano, verosimilmente un M4 o un M16, per un Ak47?  Doveva essere proprio così. Capita a tutti di sbagliare, di domenica poi, che diavolo! Allora ti perdono, vai in pace. Però, prima di lasciarti vorrei capire se si tratta realmente di un errore, nel qual caso ad essere inficiata è solo la conoscenza dell’armamentario internazionale di chi ha scritto l’articolo, o se invece l’autore, da vero furbacchione, non abbia voluto in questo modo aggiungere qualcosa all’evocativa didascalia dell’immagine. Voglio dire: siamo sicuri che scrivere kalashnikov anziché m16 o m4 non sia un modo per lasciare in pace gli americani, o i venditori di armi amiricani, indicando implicitamente al lettore che il conflitto portato avanti da questa gente è sostenuto esclusivamente dai fabbricanti di armi russi? Se così fosse, sarebbe il caso di cambiare il titolo alla rubrica, passando da domenica dilettante a festa furbacchiona. Scusate se è poco…