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Il maestro e il perfezionista

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C’è qualcosa nella figura del maestro che da sempre mi affascina. Scrivo affascina, ma è un eufemismo. Forse devo ricalibrare il termine. Diciamo pure che adoro i maestri. Miyagi di Karate Kid, Pai Mei di Kill Bill, Yoda e Obi Wan Kenobi di Star Wars, Shifu e Oogway di Kung Fu Panda sono tutti personaggi in grado di ridurmi in lacrime. C’è qualcosa di maestoso nel ruolo di colui che accogliendo un allievo sotto la sua ala ne diventa responsabile. C’è qualcosa di commovente nella devota fiducia dell’allievo che vive l’esperienza della trasmissione del sapere durante il cammino dell’apprendistato.

Mi ricordo l’ingenuità con cui durante il mio primo lavoro di tesi universitaria chiesi “al mio relatore” (espressione meschina e burocratica, insopportabile almeno quanto quella di “docente”) se da quel momento potevo chiamarlo maestro o per lo meno considerarlo tale. Avevo superato i venti anni e non di poco, ma ero così innocente, così appassionato! Vivevo nel mito dei maestri e finalmente mi sembrava di poter entrare da protagonista in quel racconto fantastico che avevo udito tante volte a lezione, quando il professore di turno dalla sua cattedra diceva “il mio maestro mi disse” o anche solo “una volta il mio maestro” e ai miei occhi assumeva immediatamente l’aspetto di un jedi con tunica, cappuccio e spada laser. Quella volta lui mi disse di sì, ma io non adoperai che poche volte quell’appellativo, e quando lo feci finii comunque per smorzarne la solennità per mezzo di una bella parodia.

Non so bene perché agii in questo modo. Forse per gelosia. Credo di aver sempre immaginato il rapporto maestro-allievo come un sodalizio esclusivo: all’epoca non mi soffermavo sul fatto che Luke non era il primo allievo di Obi Wan, ma che chi sa quanti jedi erano divenuti consapevoli della Forza grazie a lui. Per me c’era il modello virtuoso del maestro Miyagi e Daniel San che contrastava totalmente con il modello d’insegnamento della scuola di Karate del biondone senza onore: solo quel modello mi pareva autentico. Forse perché desideravo delle parole che suggellassero l’avvenuto sodalizio, qualcosa di importante come: “ti insegnerò tutto quanto c’è da sapere e quando sarai pronto prenderai il mio posto”. Mi nutrivo di miti, romanzi e sogni e finivo spesso per non riconoscere la grandezza insita nei dettagli.

Poi venne la prima separazione. Cominciò la ricerca di nuovi maestri, poiché nuovo era il cammino da compiere. E cominciarono i problemi. Posi la mia fiducia sbarbatella altrove e mi ritrovai in un incubo. Un giorno sono certo che ne parlerò senza remore, ma oggi non è quel giorno. Gli anni pisani furono quelli dell’autostima talvolta spinta fino all’arroganza. Furono anni bellissimi e chi sa per quanto tempo il mio cuore resterà incagliato in quel posto della memoria. Credevo di aver trovato un nuovo maestro, certo, ma mi sentivo pure così forte, così in gamba da poterne fare a meno. Così mi raccontavo che si trattava di uno di quei maestri che lasciano completa libertà all’allievo, insomma quella dote che il Professor Jones senior si vanta di avere quando il figlio Indiana lo accusa di essere stato un pessimo padre. Mi raccontavo questa storia e ciò mi bastava: ero orgoglioso di essere stato accettato in una palestra che accoglieva pochissimi altri allievi.

Iniziarono gli anni milanesi e con essi venne la solitudine, l’esasperazione del perfezionismo e la perdita dell’autostima. Tutti sminuivano tutto tranne se stessi. Poi c’era un ragazzo che usava la parola ‘maestro’ con una voluttà  da fumatore di puros di contrabbando, mentre io diventavo sempre più conscio della mia condizione di orfano, come un giorno disse il primo maestro con un’onestà e una contrizione che trovai straordinari. Io non potevo dire “maestro”, invece. Anzi non volevo dirlo: sarebbe stato a dir poco inappropriato. Osservare così da vicino un idolatra, infatti, mi aveva reso diffidente, così portavo con me la mia novella perplessità quando rincontravo i miei amici napoletani ancora immersi nell’incanto, ancora capaci di dirmi “il mio maestro”: non sapevo se considerarli fortunati e invidiabili oppure solo un poco scemotti.

La spavalderia e l’autostima furono annichilite dagli anni milanesi. Persi la capacità di discernere il valore di ciò che facevo e soprattutto non ero più in grado di comprendere ciò che in quegli anni così cruciali stava davvero accadendo: stavo diventando a mia volta un maestro. No. Mi sbaglio. Forse sto romanzando troppo la vicenda. Non stava accadendo in quegli anni, perché in verità era già accaduto da molto tempo. Solo non gli avevo mai dato abbastanza peso. Come potevo farlo? Non ero abituato a ricevere complimenti ed ero pronto a sminuirli immediatamente quando ne ricevevo. Come potevo essere un maestro? Non sapevo mica rispondere a tutte le domande che mi venivano poste! Come potevo insegnare a qualcuno se avevo io stesso ancora chi sa quante cose da imparare? A volte, poi, alcuni miei coetanei mi sembravano così infallibili da farmi sentire un illuso, uno che aveva sopravvalutato se stesso fino ad allora; non mi bastava constatare di essere più bravo, più sapiente o più appassionato di qualcuno  nelle discipline a cui mi dedicavo, poiché immancabilmente attribuivo la faccenda alla altrui mediocrità. Ero incastrato in una tagliola da cui pareva impossibile fuggire, così che si apriva una ferita succulenta per i vermi del perfezionismo. Le correzioni diventarono infinite, i presunti maestri diventarono giudici pronti a condannarmi (e ahimè questa seconda faccenda non era frutto della mia percezione soltanto), per la paura di sbagliare giunsi quasi all’immobilità.

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Per fortuna alla fine arrivò l’anno della guarigione. La bilancia fu riparata e riuscii a dare di nuovo il giusto peso alle cose (per esempio smisi di preoccuparmi di utilizzare la parola “cose” solo perché sin dalle scuole elementari mi avevano detto di non farlo ma di trovare termini più appropriati). Allora il mio mondo cominciò a colorarsi quasi contemporaneamente al mio abbigliamento: cazzo, come avevo fatto a non accorgermi che il piccolo mondo era pieno di gente che mi ascoltava appassionata mentre dissertavo su uno dei tanti argomenti che era stato da me studiato per placare la mia inestinguibile sete di conoscenza. E non lo faceva mica per buona creanza. Erano davvero interessati; infatti mi tartassavano di domande o mi chiedevano più dettagli. Insomma, senza averne coscienza elargivo insegnamenti ogni giorno. Qualcuno mi considerava autorevole, qualcuno altro mi diceva senza mezzi termini che non vedeva l’ora di leggere quello che scrivevo. Mi si accusava, semmai, di essere fin troppo silenzioso. Scoprii addirittura di avere un allievo: un caro amico coetaneo di mio fratello, infatti, mi considerava in tutto e per tutto il suo mentore, tanto da arrivare dirlo in giro; io lo appresi, infatti, dalle parole della sua fidanzata. Ne fui contento e lusingato e, finalmente, il senso di responsabilità non mi angosciò, ma mi rese fiero e determinato, perché per la prima volta dopo tanti anni non sminuii i complimenti che mi si rivolgevano, non li trovai esagerati o, peggio ancora, ipocriti.

Allora mi venne in mente quell’episodio di Scrubs in cui all’Ospedale del Sacro cuore arriva il superdottore interpretato da Michael J. Fox. In particolare la scena in cui JD e il superdottore sono al bar e il primo, non ricordo più per quale motivo ma di certo toccando un punto debole del suo interlocutore, dice: “Non è patetico che una persona che fa questo mestiere da tre anni sia ancora alla ricerca di un mentore?”. Illuminante. Immedesimazione totale. Solo non so se patetico sia l’aggettivo giusto per definire la circostanza: forse sarebbe più opportuno dire “ingiusto” o anche soltanto “triste”, perché quando avviene qualcosa del genere vuol dire che si è perso il senso della realtà. Perciò mentre ancora cercavo con tutte le mie forze un maestro, non mi accorgevo di esserlo diventato io, un maestro.

Pensai a tutte le persone che mi avevano insegnato qualcosa. Meditai su cosa mi aveva davvero attratto del loro parlare. C’era chiarezza nelle loro parole, c’era sicurezza. Mai avevo pensato però che tutto ciò potesse derivare non semplicemente dalla loro erudizione, ma dalla passione che animava il loro eloquio, dalla fermezza con cui affrontavano la responsabilità di poter dire qualcosa di sbagliato a causa di premesse che si sarebbero potute rivelare errate. In questa accettazione della propria fallibilità, della possibilità di dire castronerie risiedeva la loro consapevolezza di essere maestri. Alla fine anche io ho imparato ad accettare l’errore, ad apprezzarne il potere conoscitivo e sono certo che ciò mi ha reso se non un uomo migliore, di certo un uomo più sereno, più compassionevole, più generoso. Un maestro, non un ‘docente’. Un uomo, non un burocrate. Un mentore, non un giudice.

Perciò ogni volta che oggi mi ritrovo ad elargire insegnamenti, ripenso alle parole magistrali (è proprio il caso di dirlo) di un professore che si chiama Alfredo Stussi, un bell’uomo alto dal fisico asciutto, dalla voce temperata e dotato di una invidiabile etica del lavoro. Nel suo manuale di filologia egli scrive “La strada che [questo libro] fa percorrere non è molta, ma spero sia nella direzione giusta”. Ecco, è proprio ciò che mi propongo di fare nel resto della mia vita. Indicare agli altri una direzione per il cammino che mi diranno di voler intraprendere, consapevole del fatto che non potrò accompagnarli fino in fondo. Ognuno ha il suo cammino e anche se la direzione è la stessa, l’orizzonte è davvero tanto grande.


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