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Un viaggio sentimentale attraverso Francia e Italia. Pilot

Chiusi l’ultima pagina del libro di Sterne con una sensazione sinestetica: un misto di turbamento oculare, compiacimento uditivo, solleticamento palatale, irrequietezza olfattiva e, ahimè, una consistente dolcezza sulle mani mi invasero. Pensai che quel viaggio che Yorick non aveva portato a termine, dato che era tornato ad essere il teschio ghermito dalla mano di Amleto e delle centinaia di più o meno sue dozzinali personificazioni, doveva essere in qualche modo ripreso da me. Anzi se devo essere del tutto franco – e spero che il lettore perdonerà la solo apparente altisonante arroganza proprio per questa mia onestà – a un certo punto mi sentii proprio investito da un sentimento che non saprei definire se non approssimativamente facendo riferimento al campo tematico delle epifanie religiose. Sterne mi aveva parlato attraverso le parole di Yorick attraverso la traduzione di Foscolo, consegnandomi una missione che solo un folle non avrebbe onorato con la sua totale devozione. E’ difficile a questo punto nascondere quanto mi sentissi orgoglioso e soddisfatto: coinvolto in un progetto che attraversava i secoli, potevo ben dire che la mia vita stava prendendo la piega che avevo sempre desiderato; infatti sarei diventato nel giro di pochi secondi un vassallo, un cavaliere errante, un chierico vagante, un personaggio letterario sotto mentite spoglie, un autore di libri di scarso successo e, tanto per finire, uno scrittore odiato dalla gran parte degli studenti italiani.

Il curriculum era quanto mai allettante, ma al di là di ciò era l’onore di una così illustre investitura a farmi inchiostrare mentalmente pagine e pagine, nonché a far sì che percorressi con gli occhi della mente chilometri e chilometri di asfalto, terriccio, erba calpestabile, fitto sottobosco. Purtroppo sono costretto ad ammettere che in quel momento di grande elevazione spirituale a risuonare nelle mie circonvoluzioni cerebrali non erano le parole del principe danese ingiustamente accusato da Freud di rapporti torbidi con la madre, ma quelle di un bravaccio dal ciuffo irretito e dalla baldanza camorristica: nelle mie orecchie mentali continuavano a vibrare le parole “S’ha da fare, s’ha da fare”. Non negherò al mio lettore che provai un discreto senso di colpa di fronte a quel tono di voce così insolente: sebbene non fosse in alcun modo paragonabile al senso di colpa che nel corso della mia vita precedente e successiva provai per le vicissitudini di ogni essere umano, devo ribadire che si trattava comunque di un sentimento piuttosto fastidioso. Era difficile per me tollerare che un pensiero tanto sublime fosse espresso con una forma tanto sconcia. A quel tempo, infatti, mi immaginavo ancora la voce dei bravi come un misto del timbro gutturale tipico delle fumatrici napoletane e di quello in falsetto di alcuni dialettofoni di sesso maschile delle mie parti.

Oltre al senso del dovere espresso attraverso le parole di Don Lisander, mi spingeva a intraprendere il mio viaggio la natura stessa del viaggio. In quel tempo ero estremamente affascinato dall’idea del “viaggio sentimentale”. Ciò che mi attraeva più di ogni altro allettante ricordo collaterale, era proprio l’espressione “viaggio sentimentale”. Sebbene Sterne la spiegasse in una delle sue tassonomie esplicative, non avevo bene capito cosa significasse e per questo mi era ancora più cara. Pensavo che sarebbe stata certamente un’esperienza sopra le righe intraprendere qualcosa di cui non avevo nemmeno una precisa intelligenza. Non di meno, per accantonare qualsiasi senso si colpa che avrebbe potuto attaccarsi alla mente in seguito, decisi di controllare meglio quale potesse essere effettivamente il significato di “Viaggio sentimentale”. Mi conoscevo bene e sapevo che se successivamente avessi scoperto che il mio viaggio sentimentale si discostava del tutto dalla vera essenza di un “viaggio sentimentale” sarei stato colpito da una crisi isterica così devastante da far invidia a qualsiasi personaggio femminile della letteratura russa. Il risultato della mia verifica non diede  frutti: né wikipedia né alcunché mi riuscì a chiarire quale fosse effettivamente la qualità principale di un viaggio sentimentale. Naturalmente ciò non mi scoraggiò, ma mi collocò in una posizione nella quale mi sentivo molto a mio agio: avrei potuto intraprendere il mio viaggio senza ulteriori complicazioni; ero molto entusiasta di poter gridare nella mia stanza a polmoni da asmatico spianati il grido amletico: “Andiamo…in Inghilterra!”

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