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La strada di Cormac McCarthy

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Quando il timido Zagni mi consigliò di leggere La strada non avevo nessuna idea di cosa fosse. Forse mi aveva accennato a un futuro post apocalittico, ma non ci metterei la mano sul fuoco, ammesso che sia capace di accenderne uno. Tra me e Zagni ha sempre funzionato così: si diceva il titolo di un libro e se l’altro non l’aveva letto, gli si diceva di farlo. Con garbo e anche un pizzico di invidia, naturalmente. L’apprezzamento dell’altro valeva più di mille racconti di invitanti trame. All’epoca non sapevo che Cormac McCarthy fosse l’autore del romanzo omonimo da cui i fratelli Cohen attinsero per creare il crudelissimo film Non è un paese per vecchi. Figuriamoci poi se immaginassi che nel 2007, un anno dopo la pubblicazione, il libro fosse stato insignito del Premio Pulitzer per la narrativa. Insomma, sapevo solo che Zagni lo consigliava e ciò bastava. Anzi ero così certo della bellezza del libro che cominciai a consigliarlo senza averlo letto (cosa che voi non dovete fare a meno che non siate amici di Zagni).

Va bene, d’accordo, ma perché non lo hai letto prima? Perché hai aspettato tutto questo tempo? La risposta è semplicissima: non so proprio per quale motivo, ma quando pensai per la prima volta a questo libro, immaginai qualcosa di molto grosso: un romanzone da almeno cinquecento pagine. Un impegno che non mi sentivo di affrontare mentre Horcynus Orca mi guardava dallo scaffale insieme a un centinaio di libri acquistati ma ancora in attesa del loro turno.

Potete immaginare cosa accadde quando scoprii che il librone immaginato e ingiustamente messo da parte non era altro che un libriccino di duecento pagine che raccontava il viaggio di un uomo e di suo figlio in un mondo distrutto da una catastrofe. Accadde, insomma, che cercai il libro e lo comprai usato in una bella decima edizione dalla copertina rigida, che contiene ancora lo scontrino del primo acquirente, tale signor Enrico Marchiori che lo prese in una libreria LaFeltrinelli a Mestre (caro signore, se mai si imbatterà in questo post, sappia che il suo libro è in buonissime mani e che le sono grato per l’acquisto. Anzi, approfitto per chiederle chi o come mai vendette questo bellissimo libro). Quando il libro giunse tra le mie mani, ero alla Mayoner & Russenbrook, la ditta di famiglia. Era quasi l’ora di pranzo. Un momento perfetto per cominciare a leggiucchiare La strada.

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro.

L’inizio è pieno di vaghezza. Al di là della descrizione atmosferica che annuncia una storia dominata dal grigio, forse la parola più potente per capire la gravità della situazione in cui McCarthy sta introducendo il lettore è quell’aggettivo “prezioso” riferito a “respiro”. Con l’avanzare della narrazione l’obiettivo metterà a fuoco meglio alcuni aspetti che sono contenuti in queste quattro righe. Altri, invece, continueranno ad essere avvolti dal mistero. Per esempio non ci vorrà molto per scoprire che l’uomo e il bambino, entrambi senza nome, sono un padre e un figlio, rispettivamente vedovo e orfano di una donna che di fronte all’insensatezza della sopravvivenza, ottuso istinto primordiale, ha deciso di esercitare il proprio diritto di scelta e l’ha fatta finita. Si comprenderà il motivo per cui il respiro del bambino è così prezioso per il suo vecchio: è respiro che infonde vita come quello del dio dell’Antico Testamento.

Non trascorrerà troppo tempo prima di capire cosa sia la strada a cui il titolo allude: una parola che l’autore ripete di continuo, perché è tra le pochissime a non essere ancora cancellata dall’oblio che è toccato a tante altre.

Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio.I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà. Ripiegato su se stesso come un essere che cerca di preservare il calore. Prima di chiudere gli occhi per sempre.

La strada è la sola linea di senso nel mondo devastato. Per conservarne il ricordo, l’uomo ha ridotto una vecchia guida stradale a fogli volanti rattoppati con il nastro adesivo. A carta straccia assomiglia l’ultimo preziosissimo vangelo. La strada, infatti, indica una direzione al viaggio, sottrae alla disperazione quella lontana eppur raggiungibilissima costa che promette qualcosa di indefinito, e proprio in quanto tale migliore di quanto si staglia davanti agli occhi. In un mondo in cui un padre ricorda a stento le favole da raccontare al proprio unico figliolo, la strada è  l’ultima eco di un canto dimenticato in cui gli uomini potevano essere ancora divisi in buoni e cattivi.

Ho letto La strada troppo a ridosso di Horcynus Orca, perché la mia percezione non ne risentisse.  L’ho letto rapidamente, perché la sua mole era una bazzecola rispetto a quella dell’altro romanzo. L’ho letto con il vivido ricordo della ricchissima lingua utilizzata da D’Arrigo. Perciò di fronte alla lingua poverissima de La strada, alla ripetizione ossessiva delle meticolose azioni del protagonista, a volte ho provato un senso di nausea. Eppure il senso di quello stile non mi sfuggiva: conferire importanza assoluta a tutti quei gesti che nella vita quotidiana compiamo con disattenzione, ma che in un mondo al termine acquistano una pregnanza gigantesca. Talvolta, infatti, ho pensato che McCarthy intendesse fornire al lettore un vero e proprio manuale di sopravvivenza per chi dovesse restare in vita dopo un’apocalisse.

Impiegarono tanto tempo a trovare il carrello. L’uomo lo disseppellì dalla neve, lo raddrizzò, ripescò lo zaino, lo sbatacchiò, lo aprì e ci ficcò una delle coperte. Rimise lo zaino, le altre coperte e le giacche nel carrello, prese in braccio il bambino, e lo sistemò sopra, gli slacciò le scarpe e gliele tolse. Poi tirò fuori il coltello e cominciò a tagliare una delle giacche per fasciarci i piedi del bambino. Usò una giacca intera, poi ricavò grossi rettangoli dal telo di plastica e glieli avvolse ai piedi, partendo da sotto e legandoglieli alle caviglie con la fodera delle maniche della giacca.

Alla scarsa varietà di argomenti si contrappone una potenza emotiva certe volte davvero ingestibile. Ho provato dolore agli stinchi e un’autentica disperazione, quando i due personaggi si sono imbattuti in due degli episodi più agghiaccianti di La strada. La prima volta accadde durante l’esplorazione della casa-allevamento in cui alcuni uomini e un aio di donne sono lasciati in vita il tempo sufficiente affinché non imputridiscano e possano essere mangiati quando i ‘pastori’ saranno di nuovo affamati. Il secondo cazzotto  da knock-out, invece, l’ho ricevuto nella terribile sequenza in cui padre e figlio scoprono uno spiedo in cui è infilzato un neonato decapitato e abbrustolito.

Per il resto McCarthy somiglia a un pugile che lavora ai fianchi, ti toglie il fiato, ti fa vacillare fino alla disperazione. Nel mondo de La strada qualsiasi azione comporta una sforzo sovrumano. Il freddo è insopportabile, il riparo dalla pioggia precario, gli uomini che si incontrano per la strada o sono predoni o sono briganti quando non sono morti che camminano; il terreno è sterile, così che la speranza di ricostruire la civiltà pare una semplice frottola mascherata sotto la mitica e un po’ cialtrona frase “noi siamo quelli che portano il fuoco”; l’unico cibo disponibile è quello prodotto dagli uomini dell’epoca passata, una risorsa limitatissima e deperibile. Già verso la metà del libro ci si comincia a guardare intorno nella speranza che l’uomo all’angolo getti la spugna e riposare in pace. Non importa se una volta per tutte.

Questo è La strada di Cormac McCharthy: un romanzo crudo che racconta la deriva crudelissima dell’umanità in un mondo esausto; un libro che costringe il lettore a dubitare di ogni uomo, di ogni barlume di speranza il destino sembri concedere. Una storia che insegna il valore di un paio di scarpe, quasi in barba a quel cretinissimo adagio femminista per cui non tutte le donne sognerebbero di riempire una scarpiera. Cormac McCarthy sembrerebbe quasi dire: “Stronzate! Cosa ve ne fate dei libri in un mondo morente? Donne sagge furono quelle che fecero scorta di scarpe”.

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Quando finii di leggere Horcynus Orca

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Ho appena terminato la lettura di Horcynus Orca, romanzo di Stefano D’Arrigo che mai avevo sentito nominare nelle intellettuali discussioni, né tanto meno incensare come  credo meriti. Una bomba, bellissimo, umanissimo. Mi ha conquistato sin da subito, tanto che ho cominciato a consigliarlo a chiunque mi chiedesse un libro da leggere quando non ero nemmeno arrivato a pagina cinquanta. Ma d’altro canto, non era forse Oscar Wilde che ricordava che per giudicare la bontà di un vino non bisogna bere tutta la bottiglia (o era la botte)!?

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Perché ti piace scrivere

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Ci sono tante risposte che si possono dare alla domanda “perché ti piace scrivere?”. Un’alta percentuale di esse è rappresentata da cazzate che ignorano il significato della parola letteratura: c’è chi scrive per passare il tempo, c’è chi scrive per esprimere i propri pensieri o delle idee, c’è chi scrive per sfogarsi, c’è chi scrive per sedurre, c’è chi scrive per sentirsi vivo e c’è persino chi scrive perché se non lo fa si sente male (io, invece, mi sento male proprio quando scrivo, ma questo lo sapete già). Queste poche categorie riassumono la sterminata galassia di risposte più o meno simili che gli scrittori forniscono (scrittori nel senso più letterale di “gente che scrive”, a prescindere dall’infimo modo con cui lo fa). Qualcuno cerca di sfuggire al banale, infarcendo la risposta con astrusi tecnicismi o con parole oscure di sicuro effetto. Ecco piovere allora termini come metafisica, esistenziale, grottesco, psicologico, introspettivo, metaletterario, follia, senza che il povero lettore possa evitare di rimanere intontito da questo ventaglio di stronzate come un pugile alla dodicesima ripresa. Il sugo della storia, come direbbe Don Lisander, non cambia: complicare ciò che è semplice non lo rende più appetibile: soltanto più ridicolo (parlerò di questa faccenda prossimamente, in un nuovo post). Non dico che le risposte siano sbagliate: credo semplicemente che non abbiano alcun rapporto con la letteratura. La letteratura, infatti, amici miei, non è altro che l’arte della parola. Quella che un tempo si chiamava poesia, arte di comporre con le parole. Sì, perché al contrario di quello che suggerisce lo scaffale della Feltrinelli recante la fantozziana etichetta, la poesia non è quella forma discorsiva in cui un autore scrive qualcosa di più o meno breve e immaginifico andando a capo con una cadenza più o meno arbitraria ma che tende alla regolarità: la poesia non ha niente a che spartire con la scrittura in versi, né con la saturazione metaforica. Il metro, le rime, le decine di figure retoriche inventate dall’uomo non sono altro che alcune delle manifestazioni con cui il maestro poeta esprime la propria arte nello stile che lo contraddistingue.

Scrivere letteratura è un’arte nel suo significato più materiale. Vale a dire qualcosa che ha bisogno dell’affinamento di una tecnica. L’arte che presuppone anche l’artigianato. Come il pittore seleziona colori, sfumature, sceglie i pennelli; come il compositore di musica sceglie il genere, gli strumenti, i timbri e le tonalità; come il regista di un film pensa alle inquadrature, alla musica, ai tempi della battute; così il poeta pone grandissima attenzione all’unità minima alla base della sua arte: la parola. Chi non ha un gusto particolare per la parola, per il suono che essa racchiude, per i rapporti sonori e semantici che instaura all’interno di una frase, chi nemmeno nota la differenza tra la cadenza di accenti di una frase o di un verso; chi non fa selezione di parole, insomma, ecco costui non scrive letteratura. Non è un poeta. Cosa fa? Scrive pagine di diario, esplora la sua anima immortale, esprime la sua visione del mondo. Magari informa il lettore con ottimo acume su un argomento che padroneggia, ma non sta scrivendo letteratura. L’arte è studio, talvolta maniacale, del linguaggio espressivo prescelto, qualunque esso sia. Un poeta che sostiene di scrivere di getto o non è un poeta o è un bugiardo.

Non sono un poeta. Non ho scritto grandi racconti. Non ho mai terminato un romanzo. Le mie poesie sono esercizietti anche al cospetto della più brutta poesia di un grande poeta. Non mi manca la proverbiale zampata del campione. Mi manca, come disse Flaubert in una lettera, “la perseveranza nel lavoro”. Eppure se mi chiedessero perché ho perso ore della mia vita a scrivere questo guazzabuglio contemporaneo, saprei sempre cosa rispondere. Amo le parole. Il mio amore per formule, associazioni di parole, costruzioni delle frasi, scelte sintattiche che caratterizzano lo stile dello scrittore K. e del poeta J., è parossistico. Mi piace sentire il suono delle parole. Mi piace consumarle rimasticandole a lungo. Mi piace ripetere monologhi e frasi ben riuscite fino alla nausea. Quando amo una parola, faccio di tutto per lei. Forzo le mie frasi affinché possano contenerle. Sarei capace persino di sostenere l’insostenibile pur di inserire la parola amata nel mio discorso. A pensarci bene, potrei scandire i periodi della mia vita, ricordando il succedersi delle parole oggetto di adorazione. Nemmeno in questo caso mancherebbe la nostalgia, poiché passato l’amore, ogni parola diventa la foto di un album che si torna a guardare ogni tanto con un sorriso appena accennato.

Diderot scriveva: I pensieri sono le mie puttane. Io in verità, in verità vi dico: sono le parole, le mie puttane.

 

 

Domenica dilettante. La pizza

Darioshow

Ci risiamo. E’ la solita storia del cuoco, pizzaiolo, parrucchiere, calciatore, comico, politico di turno che realizzata una fortuna grazie alla sua indubbia professionalità decide di tirare fuori dal cassetto il romanzo che vi aveva sempre stipato e di darlo finalmente in pasto agli editori assetati di sangue fresco. I vampiri sono dei formidabili gourmet e sanno bene che la stitichezza media dello scrittore di nicchia (Joyce, Verga, per fare qualche nome che comunque non vi dirà molto) rende il loro sangue, quel poco sangue che ancora pulsa nei loro eburnei e violacei cadaveri surgelati, amaro come la bile. O sang’ e chi ve mmuort’, ma o capisc ca si facimm ascì o libr’ e stu strunzill ce facimm nu sacc e sord? Sangue rosso come le rose rosse; vivo, pulsante, pornografico. Il libro del VIP come feticcio per entrare in empatia con lui, per cercare di scovare anche in lui lo sporco segretuccio che titilla la fantasia demente di ogni idolatra. E la ressa che si fa intorno poi, ha l’odore ributtante dell’acquitrino: R. invitato alla trasmissione di RaiUno. R. invitato su La7. Stasera quell’imbecille di R. da Fazio. Imbecille, poi. Va bene, ma andiamoci piano. Non è che se una persona è diventato un magnate della pizza napoletana partendo dal nulla, deve essere proprio un cretino. Potrà essere un ignorante, un povero di spirito, un illetterato, persino un analfabeta. Però, imbecille. Dai, non esageriamo.

E se per una volta, invece le cose non stessero così? Se per una volta uno degli uomini più ricchi del mondo, non fosse altro che un povero cristo che a trent’anni ha ripiegato sul suo hobby – l’approssimativa pizza che preparava per qualche amico il sabato sera- perché il suo lavoro sembrava la più triste e solitaria delle felicità che aveva sognato? Un povero cristo che ogni notte per vent’anni, dopo una giornata trascorsa tra l’odore fragrante e leggermente pungente della pasta madre, dopo aver dato la buonanotte alla sua famigliola devota, si  rintanava el suo studiolo per dedicarsi al suo vero lavoro? E se quel mattone di seicento pagine fosse il più denso megalito letterario dai tempi di Horcynus Orca?

“Benvenuto signor R., finalmente ho il piacere di conoscerla. E’ stato da Letterman qualche anno fa. Ma il nostro show ha un tono culturale più alto e noi  l’abbiamo invitata solo in qualità di scrittore. E’ uscito il suo primo libro. Allora, Signor R., di cosa parla?”, disse Conan cercando di conservare quella compostezza che era dote specialissima del suo collega Letterman. “Lo sa che per far lievitare l’impasto di una pizza ci vogliono più di dodici ore?” rispose R.. Conan guardava in camera perplesso.