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99 consigli di stile di Alfredo de Giglio. Una recensione

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Il mio amico Zagni è un entusiasta. Se in un bar di Via dei Tribunali gli racconti le tue idee sulla letteratura, su Sam Gamgee o persino sul tessuto che preferisci per un completo invernale, ti risponde semplicemente “perché non ci scrivi un pezzo?”. Entusiasta. E pratico, devo aggiungere. Caratteristica quest’ultima che invece io possiedo in dosi microscopiche. Anche questa volta, perciò, una recensione che avevo deciso di scrivere  già un paio di mise fa arriva sui vostri schermi in ritardo soltanto ora.

A Natale Sonia mi ha regalato un libretto intitolato  e sottotitolato 99 consigli di stile (piccole gocce di quotidiana eleganza contro un mare di volgarità) di Alfredo de Giglio. Un libretto grazioso, simpatico, brillante; un libretto piacevole anche solo da sfogliare e sbocconcellare, grazie all’impaginazione sobria e minimale, perfetta per non confondere l’occhio e per favorire così la rilettura e la meditazione. Ogni pagina accoglie un consiglio accompagnato dal suo bel numerone e da una sorta di postilla che chiarisce l’asciutta massima. Un modo di proporre le proprie novantanove verità al contempo essenziale e stentoreo, proprio come l’eleganza che si vuole insegnare al lettore. Se il mondo sembra dominato dalla sciatteria, dalla ricerca della comodità, dall’omologata deviazione dalla norma, infatti, il nostro agile libretto si pone come una riscoperta di valori etici ed estetici che l’autore indica come “classici”, cioè mastii che nessun esercito modaiolo sarà capace di espugnare.

Convinto che le regole dell’eleganza e del buon gusto siano ormai dimenticate, l’autore fornisce innanzitutto una generosa dose di consigli estremamente pratici. Poiché si tratta spesso delle nozioni fondamentali dell’eleganza, il lettore già informato potrebbe trovarle scontate, così da essere tentato di passare rapidamente avanti. Farebbe male, però; poiché è proprio nel tono intransigente dell’autore, nella sua capacità di utilizzare un esemplare contegno lessicale anche quando chiamato ad esprimere la più completa disapprovazione che risiede l’aspetto più divertente e, perché no, letterario del libro. Il consiglio numero sette ne è un esempio limpidissimo:

Mai ma proprio mai giacca, cravatta e scarpe senza calzini.

Come andare in macchina senza ruote, uscire con una donna senza rossetto, mangiare una carbonara senza guanciale.

Per cortesia, rispetto per i vestiti prima che per voi stessi. Se proprio volete fare i selvaggi, allora uscite sempre e solo in jeans e t-shirt.

Al di là dei singoli precetti concreti, comunque, 99 consigli di stile propone una vera e propria filosofia di vita, basata su due convinzioni granitiche. Prima: etica ed estetica sono indissolubili. Seconda: ciò che è “vissuto” vale molto di più di ciò che è nuovo.

Un uomo elegante è innanzitutto un uomo affidabile. Il tempo trascorso a perfezionare la propria consapevolezza riguardo a problemi fondamentali come la bellezza, l’educazione, l’istruzione, infatti, conferisce all’uomo elegante il distacco necessario per affrontare la vita quotidiana al riparo dalle pericolose seduzioni del momento che fanno leva per lo più sull’ansia di successo, sulla necessità di affermazione, sul senso di inadeguatezza. Plasmati da tanto cinema americano imperniato sul mito del self made man e dall’intera industria mondiale della pubblicità che promette la conquista della felicità attraverso l’acquisto e il consumo, è fin troppo facile che nel nostro cuore nasca l’avidità. E l’avidità  conduce alla sopraffazione; la sopraffazione alla spietatezza; la spietatezza alla violenza; e la violenza naturalmente conduce al lato oscuro. “Come un monaco o un samurai” (o un jedi, già che ci siamo) l’uomo elegante ha invece le sue certezze e come il saggio lucreziano può guardare dal suo posto privilegiato il mondo senza prendere parte alla brutale lotta quotidiana, ma coltivare semmai compassione, gentilezza, fermezza e umorismo. Non a caso il consiglio numero uno suona come un vero e proprio comandamento morale.

La parola di un uomo è sacra.

Il vero disastro di quest’epoca superficiale è la totale mancanza di etica. Siccome etica ed estetica vanno a braccetto, ecco che vediamo persone malvestite comportarsi da barbari. Accordi non rispettati, valori degradati, società asociali. Pensate all’impatto delle brutte periferie sul comportamento (“gli uomini fanno i palazzi, e poi i palazzi fanno gli uomini”); al degrado della scuola che si ripercuote su professori mediocri e alunni svogliati, alla tristezza delle mense aziendali. Ricordate il film “Brutti, sporchi e cattivi”…? In un’epoca contrassegnata dall’ipersalutismo, dal chilometro zero, dai riflessi metallici dell’alluminio, dall’asetticità degli uffici, dalle griffe, è paradossale che sia la sciatteria (si badi, non solo di vestiti si parla) l’unico comune denominatore delle società occidentali.

Non è dunque il denaro che conferisce all’uomo l’aura di eleganza che lo avvolge, ma la sua capacità di compiere scelte consapevoli. Per questo un oggetto scelto con cura senza inutili salassi economici può valere molto di più dell’oggetto di moda strapubblicizzato che tutti desiderano possedere ma che è destinato a un rapidissimo declino. Meglio avere pochi oggetti eccellenti, che tanta robaccia kitch. Il cimelio, l’abito, l’opera cari all’uomo elegante, infatti, acquistano valore con il trascorrere del tempo, perché lo accompagnano durante la vita fino a diventare parte del suo passato. Perciò de Giglio ci invita a prenderci cura dei nostri piccoli tesori, riscoprendo le antiche e quasi perdute arti della manutenzione e della riparazione, in modo oltretutto da avere la possibilità di tramandare agli eredi qualcosa a cui dedicammo cura ed entusiasmo. Importantissimo, perciò, è il consiglio numero diciotto.

Un guardaroba abbondante non è quasi mai fonte di eleganza.

L’uomo deve consumare i suoi capi. Li deve vivere, ed essi vivere con lui. Vissuto, si dice di una cosa che rappresenta nella propria usura un passato. I nuovi ricchi o i nuovi abbigliati sono quelli che ad ogni occasione si presentano vestiti di nuovo. Li vedete al Pitti o in tv o in ‘sagre’ varie. Ricordate che a differenza della donna l’uomo indossa sempre e solo abiti già usati. Proprio per di-mostrare che lui ha già nel suo guardaroba una mise adatta a quel particolare avvenimento. Nella nobiltà inglese era abitudine far indossare i propri vestiti o le proprie scarpe a dei valletti, al fine da levar loro la patina di nuovo. Addirittura si mettevano dei sassi nelle tasche delle giacche.

Chi mi conosce sa che condivido totalmente i due precetti etici sostenuti in 99 consigli di stile. Condivido meno, invece, alcune considerazioni sull’importanza per un uomo elegante di celare i propri sentimenti, manifestandoli soltanto nell’intimità.  Non credo, infatti, che lacrime discrete, magari di commozione di fronte alla bellezza o al sublime, debbano essere patrimonio esclusivamente femminile o infantile. Non sono convinto, insomma, che una condotta del genere possa avere un impatto davvero positivo sugli altri, perché mostrarsi impassibili quando la tempesta emotiva impazza dentro di noi significa nascondere la nostra compassione, che è tratto umanissimo e, perciò, di certo prerogativa di una forte personalità. Ne approfitto, perciò, nel dissentire, per mettere in pratica forse il più saggio di tutti i consigli del libro: il consiglio numero settantesette.

Cercare di farvi una idea su tutto e non fidatevi delle definizioni preconfezionate.

Abbiamo consulenti, terapeuti, psicologi, esperti, maestrine dalle penna rossa, che vi dicono cosa fare e non fare, cosa bere e cosa mangiare. Soprattutto nel campo enogastronomico, settore di gran moda, si registrano alcuni luoghi comuni pericolosi, difesi da schiere di sommelier, nutrizionisti, appassionati improvvisati. Mai fidarsi di chi non forma sul campo le proprie convinzioni. La mediocrità così imperante si spiega anche per questo sapere da bignami che viene spacciato da verità assolute.

Diffidate di chi vuole insegnarvi qualcosa, anche di questo libro. Anzi, confutatelo tutto, così avrete pieno accesso alla vostra verità, che poi è l’unica che conta.

Guai a coloro che interpreteranno questo prezioso consiglio come un dozzinale e odioso “tutto è relativo”.


Le armi della persuasione di Robert B. Cialdini.

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Sono al tavolo da lavoro. In mano ho una pinza arancione piuttosto nuova; componenti per chiusure lampo giacciono sulla superficie bluastra del tavolo: molle, cursori, tiretti,  terminali. Buste qua e là e piccoli denti di ferro sparsi ovunque. Alla mia sinistra, invece, c’è un libro dalla copertina verde che spicca tra i toni grigi e beige della sala. Uno degli avventori si avvicina e dopo aver letto il titolo fa una battuta sulle presunte “armi che staremmo preparando”. Cerco di spiegargli di cosa parla il libro, ma capisco dopo esattamente 4.7 secondi che non ha nessuna intenzione di ascoltarmi. Mi ritiro con ordine come un soldato dell’esercito prussiano e riprendo il mio lavoro semplice e ripetitivo. Ma intanto penso che Le armi della persuasione sia un libro di cui valga la pena parlare. Allora mi riprometto di scriverne qualcosa sul blog. Lo faccio molte volte, ma poi finisco sempre per dedicarmi ad altro. Eppure il libro mi è piaciuto. Anzi mi è piaciuto parecchio, perché mi ha chiarito con gli strumenti della psicologia sociale quali sono i motivi per cui nella mia vita ho avuto tanta difficoltà a dire “no”. E allora mi sono sentito meno solo.

Le armi della persuasione è un libro interessante, piacevole dal leggere, ricco di aneddoti e facile all’empatia. Gli argomenti sono trattati con rigore e brio, qualità che mi fanno solitamente apprezzare moltissimo un saggio ossia un libro che dovrebbe essere scritto con lo scopo di insegnare qualcosa al lettore; qualità che assomigliano alla coppia “fermezza e compassione” che forse un giorno comparirà sullo stemma del mio casato (ma prima dovrò decidere se è giusto “compassione” o sarebbe meglio “gentilezza”). Il libro piacerà a chi ama scoprire cose nuove, a chi percorre i sentieri della consapevolezza, a chi è affascinato dal comportamento umano, a chi è alla ricerca di gustosi aneddoti per fare colpo, a chi è a corto di comode e piacevoli letturi da cesso (ma prima sarebbe meglio leggere La guerra gotica di Procopio).

Nel suo libro Cialdini spiega con chiarezza e simpatia i motivi profondi che inducono gli uomini a dire di “sì”. Li divide in sei grandi categorie: reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità. Eccoli esemplificati alla meno peggio.

  1. Avete mai provato l’urgenza di dover ricambiare a tutti i costi un regalo che vi è stato fatto? Avete mai pensato che la risposta “ti devo un favore”, rivolta a chi ci ha aiutato in qualsiasi maniera potrebbe essere non soltanto un fatto di educazione o (nel caso foste un po’ più cinici) un semplice modo di dire ma addirittura un comportamento automatico radicatissimo nell’uomo? Cialdini spiega che questi atteggiamenti sono determinati dal principio di reciprocità: si ha la tendenza a sentirsi in debito con qualcuno a tal punto da sentir la necessità di sdebitarsi.
  2. Vi siete mai chiesti perché per la maggior parte di noi è così difficile venir meno alla parola data persino quando ritrattare non procurerebbe nulla di veramente nocivo ma finanche un vantaggio? E’ il principio di impegno e coerenza che agisce in tutta la sua straordinaria potenza ricordandoci, anche quando non ne siamo consapevoli, che nella società un individuo coerente, onorevole, affidabile è di gran lunga preferito a chi è piuma al vento e, soprattutto, che anche noi vogliamo essere preferiti.
  3. L’adolescente è il ribelle per antonomasia. Con il suo comportamento sembra voler spaccare il mondo e disintegrare qualsiasi norma ereditata dai suoi educatori.  Ma è un illuso. La maggior parte delle volte, infatti, anche il suo ribellarsi obbedisce a delle specifiche convenzioni, quelle del ribelle sedicenne, appunto. Il resto dei sedicenni, insomma, rappresenta per lui un centro di gravità fatto di idee, umori, modelli al quale tendere malgrado la propria volontà. E’ quasi impossibile, insomma, sfuggire al principio della riprova sociale ovvero fregarsene radicamente di cosa fanno gli altri e del rapporto che esiste tra il comportamento del singolo e quello del resto della società. Credo che mostruosità come il nazismo siano state possibili proprio per la schiacciante influenza di questo principio, capace di de-resp0nsabilizzare l’individuo fino al punto di renderlo ottuso al male.
  4. Bisogna farsene una ragione: a meno che non siamo degli incalliti misantropi, condizione comunque spregevole, tutti abbassiamo le difese di fronte a chi ci ispira emozioni positive quali compassione, simpatia e, soprattutto, bellezza. E’ il motivo per cui i bravi venditori, in mala fede oppure no, tendono a cercare un terreno comune di dialogo con l’acquirente o a presentarsi con un generico complimento passpartout. Ecco a voi il principio di simpatia, signori e signore: uno dei principi più sfruttati da venditori, truffatori, ruffiani e puttane (anche gli uomini possono essere puttane, sia ben chiaro).
  5. Non credo di dover aggiungere molto per esemplificare il principio di autorità. Funziona di continuo ogni volta che ascoltate il telegiornale, accendete la televisione, comprate un prodotto pubblicitzzato da un VIP, dite sì al vostro capo anche se è chiaramente un cialtrone, vi innamorate del professore o dell’animatore del villaggio-vacanze eccetera eccetera. L’uomo in divisa piace non solo perché la divisa è davvero l’abito definitivo, ma anche per l’autorevolezza con cui adorna chi la indossa .
  6. “Signore, è proprio fortunato. E’ l’ultimo paio di scarpe rimasto” dice il commesso a un acquirente che egli crede sprovveduto ma che in verità è ben conscio dell’abbondanza di scarpe presenti in magazzino. C’è poco da fare: la rarità è considerata di per sé un valore positivo tanto che siamo disposti a valutare con maggiore generosità qualsiasi cosa scarseggi. In un corso di fisica o di ingegneria, generalmente frequentato per lo più da uomini, le poche donne non saranno soltanto tormentate e prese di mira da latin lover più o meno goffi, ma saranno senz’altro considerate superbellissime. Una volta lo chiamavo “il principio della più bella della classe”, oggi so che non è altro che una manifestazione del principio di scarsità.

Ne Le armi della persuasione ci sono decine di esemplificazioni, assai migliori delle mie, volte ad argomentare la bontà dei sei principi che ho enumerato cercando di contraffare un poco lo stile colloquiale e avvincente impiegato da Cialdini. Gli esempi utilizzati dall’autore sono di triplice provenienza: alcuni vengono da esperimenti volti ad indagare le reazioni e il comportamento umano in date condizioni,  altri dall’esperienza personale dell’autore che sotto mentite spoglie ha frequentato corsi di formazione per venditori inesperti e compulsato manuali di vendita fino a divenire un esperto, altri ancora sono gustosi aneddoti tratti dalla cronaca. Molte volte ci si ritrova nella al contempo appagante situazione di poter sovrapporre i racconti di Cialdini alle esperienze che ognuno di noi ha dovuto purtroppo affrontare uscendone spesso malconcio e raggirato.

Ma perché il comportamento umano è così vulnerabile di fronte a chi si serva di queste sei micidiali armi di persuasione? E’ la risposta a questo interrogativo che mi ha davvero fatto apprezzare il libro di Cialdini, perché mi ha fatto percorrere ancora qualche passo sulla via della consapevolezza. La verità è che siamo deboli di fronte a chi ci vuole strappare un sì sfruttando reciprocità, impegno e coerenza, riprova sociale, simpatia, autorità e scarsità perché di fronte a tali condizioni l’uomo ha sviluppato una serie di meccanismi di risposta automatica che nel corso della sua storia evolutiva gli hanno fornito un grandissimo vantaggio, dato che gli consentivano di risparmiare tempo ed energie mentali da dedicare ad altro. Cialdini spiega, infatti, che nella maggioranza dei casi farsi persuadere da un comportamento condiviso, da un uomo che ispira autorità o per esempio tenere in giusta considerazione un bene o una qualità molto rara sono risoluzioni eccellenti. Il problema sorge quando un’intera industria comincia consapevolmente ad elaborare strategie sempre più raffinate per sfruttare tali meccanismi. A quel punto è il caso di dare una registrata alla non più infallibile macchina dell’istinto, imparando opportune contro misure per dire di no in maniera efficace e indolore. Credetemi se vi dico che potrebbe volerci una vita intera, ma da qualche parte bisogna pur iniziare.


Quattro libri, un blog e cento salmi in una settimana di correzioni

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Un bravo artista, o cortigiano, dovrebbe far buon uso della sprezzatura. Dovrebbe nascondere al suo lettore tutta la fatica, lo sforzo, la noia, l’angoscia che hanno accompagnato il suo lavoro. Tutto dovrebbe restare nell’oscurità della sua bottega. Ma io non sono un cortigiano. Sono un gentiluomo, e sterniano per giunta. Perciò mi perdonerete se questo post avrà un andamento più digressivo del solito e presenterà detriti, imperfezioni e segni di scalpello qua e là. E’ da una settimana che lavoro di lima a quella che ho definito in un accesso di rabbia “sta sfaccimm e tesi” e non ne posso più di tagliare, ricucire, espiantare, trapiantare. L’inchiostro non è sangue, ma può far venire ugualmente la nausea. Persino se è inchiostro elettronico. Ultimare una tesi di dottorato significa vivere costantemente con il dubbio di non aver consultato tutti gli articoli necessari, anche se si è ormai metabolizzato che immancabilmente i tanto temuti articoli si rivelano più pleonastici di una puntata di Beautiful. Nell’ultimo articolo di settemila parole note comprese, per esempio, avrò trovato interessanti sì e no una cinquantina di parole: un riferimento a un film che avevo individuato anche io in piena indipendenza. Naturalmente lo avrebbe individuato chiunque. Non mi vanto di questo. Perciò mi sorge un dubbio: devo o non devo citare l’articolo da quattro soldi solo per questo rilievo che avrebbe potuto fare chiunque conosca anche solo il bignami della storia del cinema? (ho interrotto la scrittura per porre la domanda al mio mentore Maffei, così forse potrò darvi una risposta in qualche commento o futuro post).

E’ stata una settimana tremenda. Si avvicinava ogni giorno l’ora in cui avrei dovuto riaccompagnare lei alla stazione. Il pensiero che stavo vivendo il crepuscolo della mia esperienza milanese mi angosciava. Ho ripreso a odiare quel muro di infami parole che si è messo tra me e la fine di questa tesi. Ogni momento dedicato ad essa sembra la rinuncia a qualcosa di più piacevole e, il che è veramente tragico, ogni momento dedicato ad altro sembrava tempo rubato al lavoro, tempo sprecato. Ma io non so più dire quale sia il tempo speso davvero bene, se non quello in cui ridiamo, ma ridiamo davvero. Perché si può sorridere per confortare chi ti osserva, per fargli pesare un po’ meno il lezzo della vita che si deposita sotto le unghie e resta lì, invulnerabile a qualsiasi detersione, come gli afidi dell’impasticcato all’ultima spiaggia in Un oscuro scrutare. Ed è una questione etica. Ma ridere, quella è una cosa diversa.

Zagni mi ha detto di leggere i Salmi. Mi fido del suo parere, perciò li sto leggendo. Lo faccio ad alta voce, perché tutti i versi vanno letti così. Altrimenti non valgono niente. I Salmi sono 150 come una delle terne del Rosario. Sono bellissimi. Soprattutto sono sorprendenti. Sono un’iniezione di fiducia nella giustizia, nella punizione degli iniqui, nella sconfitta dei nemici. Leggendoli capisco quale conforto possano dare a un fedele, quale forza di sopportare, quale speranza.

C’è un blog che negli ultimi tempi leggo con molto piacere. Si chiama Cinemanometro. L’autore è un cinefilo appassionato di filmacci di genere, che riesuma da chi sa quale angolo dimenticato della memoria collettiva e poi recensisce. Il suo modo di raccontare i film è spassoso, talvolta persino esilarante. Le sue recensioni sono brevissime e scritte di fretta, ma efficaci; comunicano tutto l’amore che il loro autore ha per la materia. Ed è un amore contagioso. Belle e di alta qualità sono anche le foto che accompagnano i suoi post, il che non guasta (come direbbe Jill a Cheyenne in C’era una volta il West).

Questa settimana ho ricevuto un tanto agognato pacco di libri che il primo maggio aveva bloccato in giacenza. Dentro c’erano quattro libri (così lo direbbe Armonica sempre in C’era una volta il West). Li ho letti tutti nella stessa settimana. Perciò ho pensato di seguire l’insegnamento di Cinemanometro, e di lasciare anche io dei commenti flash su ognuno di essi. Pronti? Via.

1. Eutanasia della critica di Mario Lavagetto

Avevo sentito il titolo di sfuggita alla famosa cena post-Servillo ed ero curioso di leggerlo. Il libro in cento agilissime pagine stampate in caratteri enormi è una sagace e a tratti divertente analisi della tragica situazione della critica accademica mondiale. Lavagetto racconta qualche succoso aneddoto per mostrare la prodigiosa imbecillità e ignoranza dell’ambiente universitario, lampante testimonianza di come si sia finalmente raggiunta una deprimente uguaglianza tra studenti, laurendi, dottorandi, ricercatori, associati e ordinari. Il libro mette senza pietà il lettore di fronte alla grandissima  muraglia che separa lo studioso dall’erudizione definitiva su un argomento, ma non lo fa per scoraggiarlo. Invita ad accettare l’inevitabile provvisorietà del lavoro di critico e ad abbandonare ogni pretesa di scientificità (non di rigore, naturalmente) e anche a riflettere sugli effetti devastanti che una scadente formazione umanistica possono produrre. Inoltre ricostruisce la storia dei miseri fallimenti e dell’ottusa sterilità raggiunta da ogni nuova tendenza critica che prometteva di dare nuova vita alla disciplina. Lo farò leggere senz’altro al mio vecchio, in modo che senta da un’altra campana, e una campagna di certo più autorevole della mia, la mia cantilena sull’ambiente universitario.

2. Dimentica il mio nome di Zerocalcare

Il libro era in concorso per il premio Strega, ma io non lo avevo ancora letto. Zerocalcare mi piace, mi diverte e mi fa ridere. Questo libro, però, ha pochi momenti spassosi. E’ più serio del solito. Lo stile di Calcare naturalmente c’è: ci sono i personaggi dei cartoon e dei fumetti che fanno capolino nella storia per nascondere i personaggi veri; c’è il suo slang romanesco; ci sono le digressioni che ricordano tanto I Griffin; stavolta c’è persino un omaggio al bastardo giallo di Frank Miller in quelle chiazze di colore che compaiono per il bastardo rosso di Dimentica il mio nome. E poi c’è la vita vera della mia generazione. Il rapporto con questa madre rompiballe ma capace di risolvere qualsiasi traversia il figlio viva. Una madre che si dispera di non avere soluzioni a tutto, come vorrebbe. L’immagine che la ritrae scattare davanti al figlio affaticato dal piccolo fardello dei suoi dolori, sbeffeggiandolo, senza far caso a quanto gigantesco sia invece il suo di fardello, non è retorica: è quello che tutti sappiamo delle nostre mamme, ma facciamo fatica ad ammetterlo. Naturalmente il libro ha una storia, una trama congeniata bene, con i suoi colpi di scena: agnizioni, flashback. Penso anche che funzioni. Ma io ne capisco poco di trame e lascio a voi giudicare.

3. Controcorrente di Joris Karl Huysmans

Ebbene non lo avevo ancora letto. Avevo letto Wilde, D’Annunzio e persino il librone di Praz La carne, la morte, il diavolo nella letteratura romantica. Ma lui no. La cosa era grave quanto non avere letto Balzac? Secondo me no. Ma a Maffei l’ultima parola. Il libro è la pietra miliare della letteratura decadente. Con Controcorrente comincia tutto. D’Annunzio ci aggiunge qualche storia d’amore pruriginosa e scrive Il Piacere. Wilde ci mette un po’ di fantastico rubato a Poe e scrive Il ritratto di Dorian Gray. Forse i due sentono l’esigenza di movimentare un po’ il modello, che in effetti è un po’ arido di eventi: pare sia stato pubblicato in traduzione inglese con la dicitura “un romanzo senza trama”. Inglesi crudeli. Mica non succede niente?! Dopo che il lettore si è sorbito elenchi di fiori, sfoggi di erudizione letteraria, saggi sulla pittura, nozioni di arte profumiera, culinaria ed ha toccato con mano quanto possa essere irritante la vita di chi crede di poter vivere senza gli altri in nome della propria superiorità intellettuale, egli può alla fine apprezzare anche un viaggetto del protagonista, la cui pigrizia però ricorda molto da vicino la mia, tanto che al posto del suo tanto auspicato viaggio in Inghilterra si accontenta alla fine del plumbeo cielo londinese di Parigi e degli avventori inglesi di un’osteria. Immagino che prima dei vent’anni avrei amato questo libro quanto amo il maestro Yoda. Ma sono invecchiato mio malgrado. Sono nella fase dell’umorismo disperato e i dolori e la nevrastenia del giovane Des Esseintes sono un po’ kitsch, così come lo sono la sua presunta erudizione e il suo gusto.

 4. Dissipatio H. G. di Guido Morselli

Avete presente La nube purpurea? Una specie. Superato lo scoglio del primo capitolo (10 pagine al massimo, come gli scudetti della Juve secondo Zeman) che sembra un ouverture scritta per confondere il lettore, comunicandogli la stessa confusione che prova il protagonista, ecco che si comincia a capire qualcosa. Mettiamo che vogliate suicidarvi e alla fine trovate pure il coraggio di farlo. Mettiamo che tornate a casa senza essere riusciti nel vostro intento e vi addormentiate con la canna di una pistola in bocca, convinti di aver premuto il grilletto. Cosa pensereste se svegliandovi foste costretti a constatare da sempre più schiaccianti prove che l’umanità si è dissolta nel nulla? Il mondo continua: animali e piante vivono come hanno sempre fatto. Solo che l’uomo non c’è più: del suyo passaggio ha lasciato solo la traccia. Una traccia che il tempo saprà come spazzare via. Ma un uomo è rimasto ed è proprio colui che qualche ora prima voleva morire. Dissipatio H. G. ci immerge in questa assurda situazione, in questo modo inusuale di concepire l’Apocalisse. Si scopre che l’ultimo uomo rimasto non deve tornare al neolitico e costruirsi da solo gli attrezzi per la sopravvivenza, non deve cacciare né difendersi. Può sperperare le tante risorse che gli altri membri della specie hanno accumulato prima di sparire. Non ci sono zombie, vampiri o esseri infetti che gli danno la caccia. C’è solo un’immensa solitudine e tanto tempo libero che non si sa come impiegare. Perciò non so proprio perché mentre leggevo questo libro nella mia mente continuava a risuonare l’arpeggio che si ode nel videogame The last of us. Forse nel videogame come nel libro di Morselli, ciò che mi aveva più coinvolto era il prodigioso spirito di adattamento dell’uomo? Il suo avere poter aggiungere nuove sfumature al camaleonte, come direbbe Gloucester nell’Enrico VI? Non so. Ma se non sapete cos’è The last of us, rifatevi gli occhi qui sotto.


La letteratura fa ridere: Allegro ma non troppo di Cipolla.

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Forse ora le cose sono cambiate. Ma ai tempi in cui ero uno studente di liceo, avevo un’idea di letteratura piuttosto monocromatica: in base alle mie letture, spesso sollecitate dalle pagine delle antologie, mi ero convinto che le grandi opere avessero tutte un carattere serio. All’epoca non ero un grande lettore di romanzi, leggevo quasi esclusivamente poesie e per di più in traduzione, perciò posso dire che non avevo nemmeno un’idea precisa di cosa fosse la poesia, la versificazione. Poi vennero l’Università e i primi esami di Storia della letteratura. Era il tempo delle poche poesie e dei pochi brani da leggere per passare un esame, mentre al di là dell’arcobaleno il manuale parlava di questi sconosciuti scrittori come Pulci e il suo Morgante e più avanti Sterne, Swift; e poi il meno sconosciuto ma mai letto Cervantes e Manzoni. Manzoni! Un po’ mi vergognavo quando dovevo dire ad alta voce che Manzoni mi piaceva più dei giganti del romanzo francese ottocentesco. E che mi faceva pure ridere. Ah e poi quell’esilarante Parini. Mi incagliai nelle mie letture e mentre studiavo quegli elenchi di nomi dal manuale, non mi importava di sorbirmi un poema cavalleresco di mille pagine su un gigante assoldato tra le fila dei paladini di Carlomagno, e che all’esame non sarebbe stato altro che quattro righe da nominare per ottenere l’approvazione di chi mi interrogava o al massimo un “giusto”. Ogni piacere ha un prezzo e quello che pagai io fu un anno e passa fuori corso.

La scoperta, d’altro canto, fu fondamentale per gli sviluppi della mia vita. Sapevo che la grande letteratura poteva far ridere. Ma ridere davvero. E allora, siccome mi piace ridere in compagnia, oggi ho deciso di raccontarvi queste panzane di vita vera e in più di consigliarvi un libro che mi ha fatto sbellicare dalle risate: Allegro ma non troppo di Carlo M. Cipolla (la M.  sembrerebbe essere un’invenzione dell’autore, gran buontempone, come vedremo). Poiché il libro non è piovuto dal cielo, ma è stato frutto del consiglio di un amico dotato di cognome e soprannome (ha anche un nome, ma tendo a non usarlo), è mio dovere ringraziare il timido Zagni.

Allegro ma non troppo raccoglie due saggi umoristici scritti con rigore e una prosa brillante. La storia editoriale del libro è interessante e la trovate qui. In breve, i due saggi nascono in lingua inglese e come due distinte pubblicazioni private. Dato il loro irresistibile successo, vengono alla fine  tradotti in italiano e riuniti in un libro che diventa un clamoroso long seller.

Il primo saggio è una rapida ricostruzione della storia europea dalle invasioni barbariche al XIV secolo dal promettente titolo: Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. L’altro è invece un trattatello su ciò che Cipolla descrive con lessico e sintassi da maestro Jedi come “una delle più potenti e oscure forze che impediscono la crescita del benessere e della felicità umana”, cioè la stupidità. Il saggio, infatti, si intitola con sobrietà accademica: Le leggi fondamentali della stupidità umana.

Come funzionano questi due saggi? Il meccanismo è di marca inglese, targato Jonathan Swift. Si tratta una questione triviale o paradossale con assoluto rigore argomentativo e con serietà . Swift, per esempio, lo fece nella sua Modesta proposta: per impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro Paese e per renderli utili alla comunità, fornendo una soluzione brillante e dettagliata ai problemi di fame e di indigenza dell’Irlanda. Dio solo sa quante risate mi regalato quel libretto fotocopiato che il ripostiglio di casa nasconde da qualche parte.

Nel primo saggio Cipolla decide di dare credito a luoghi comuni, come quello sul potere afrodisiaco del pepe, e di ricostruire la storia medievale spiegando contingenze ed eventi a partire da tali premesse poco credibili. Accettato il ruolo del pepe nello sviluppo di una società, per esempio, è possibile spiegare ogni oscillazione demografica dell’Europa medievale con la disponibilità più o meno grande di pepe. Persino la crociata non sarebbe altro che l’invenzione di un asceta. L’irresistibile desiderio di pasti sobri ma pepati di Pietro l’Eremita sarebbe il principale motivo che indusse l’uomo a riunire l’Occidente nella crociata in Terra Santa.

Nella sua ricostruzione Cipolla non esista a mettere alla berlina il lavoro dei colleghi storici. Come quando, parlando del matrimonio tra Luigi VII ed Eleonora d’Acquitania , commenta con un’iperbole un po’ fantozziana la frase della sua fonte:

Il matrimonio però non era destinato al successo. “Eleonora non era probabilmente la donna più adatta per un uomo così sensibile come Luigi VII”. Con questa frase uno storico inglese si aggiudicò il premio mondiale dell’understatement.

In altri casi Cipolla dà credito e a cita ampi passi di teorie storiche che hanno tutta l’aria di essere strampalate. Sapete perché i Vichinghi sono stati così zelanti nell’infestare con le loro incursioni l’Europa del sud? Ecco una brillante spiegazione:

Una recente pubblicazione norvegese afferma che notevole importanza ebbe il “ruolo delle donne nella bellicosa società scandinava. Fiere e formidabili le donne vichinghe sapevano all’occasione diventare anche pericolosamente infide e in ogni caso non si lasciarono mai sottomettere”. Non fa meraviglia che i mariti di donne così formidabili optassero per lunghi soggiorni all’estero.

Passiamo al secondo saggio. Spesso vi siete chiesti perché una persona commetta qualcosa che per voi è chiaramente insensato. Vi siete arrovellati costruendo ipotesi, verificandole, correggendole e poi alla fine avete gettato la spugna di fronte all’inspiegabile. Quando leggerete Le leggi fondamentali della stupidità umana, avrete a disposizione una risposta economica e giusta nella maggioranza dei casi. Suona più o meno così: “perché è stupido”. Cipolla vi condurrà con rigore, chiarezza, non risparmiando mai definizioni precise ed esempi chiarificatori per le sue teorie. Il tutto al modico prezzo di 8,80 euro. Vi starete chiedendo per esempio cosa sia esattamente uno stupido? Eccovi una definizione precisa che non genera fraintendimenti e che corrisponde alla Terza legge fondamentale:

Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.

Non potete immaginare quanto tempo risparmierete nella vostra vita grazie all’approfondimento e alla memorizzazione di queste poche leggi: potrete finalmente dedicarvi a problemi complessi e irrisolti senza essere disturbati da una domanda come: “perché un uomo per sentirsi alternativo compra i suoi abiti presso una grande catena di distribuzione proprio mentre persone abbigliate proprio come lui fanno la stessa cosa?”.

Ah, un altro preziosissimo insegnamento che viene da Cipolla e che potrebbe salvarvi la vita è questo: non sognatevi di poter utilizzare a vostro vantaggio la stupidità di una persona. Mai. La natura irrazionale dello stupido, infatti, è assolutamente imprevedibile:

Uno può illudersi di manipolare una persona stupida e, sino ad un certo punto,  può anche riuscirci. Ma a causa dell’erratico comportamento dello stupido, non si possono prevedere tutte le azioni e reazioni dello stesso ed in breve si verrà stroncati  e polverizzati dalle sue imprevedibili azioni.

Come avete potuto notare, ho dato largo spazio alle citazioni dirette. L’ho fatto per una ragione precisa. Gran parte del divertimento che ho vissuto leggendo Allegro ma non troppo (e che ho rivissuto quando ho compilato questo pezzo) deriva dal modo in cui Cipolla usa la lingua. La sua comicità non nasce tanto da neologismi o da un lessico particolarmente ricercato, quanto dalla naturalezza e dal rigore con cui si traggono conseguenze da idee palesemente campate in aria; oppure tale comicità nasce da battute di spirito di inusitata eleganza come: “Solo gli allocchi potevano guardare al futuro con ottimismo”; o ancora da commenti sornioni come: “L’uomo era signore e padrone assoluto. Cosa ne pensassero le donne nel loro intimo, non si sa”. E’ più facile mostrarvelo e magari rischiare di strapparvi una risata, anziché cercare di spiegarla o parafrasarla.

Per questo non posso lasciarvi senza un’ultima perla che vale più di qualsiasi mio commento: sapete cosa dà impulso alla metallurgia nel Medioevo? La richiesta di armature? Di armi? Di campane? Di cannoni? Ma no. Siete fuori strada:

Nacque così in quel contesto socio-culturale l’idea della cintura di castità: un crociato dopo l’altro prima di partire pensò di mettersi al riparo da brutti scherzi facendo serrare la propria moglie nella scomoda (per la moglie) ma rassicurante (per il marito) cintura. Furono tempi d’oro per i fabbri e la metallurgia europea entrò in una fase di forte espansione.


Scrivere e pubblicare un libro. A che serve?

“E’ la domanda. Anima mia. E’ la domanda. Non la nomino a voi, candide stelle. Tu devi capire. E’ la domanda. Dario, quando cazzo ti decidi a scrivere un libro?” Carmine Gnolo, amico e lettore, dopo l’ennesimo post di questo blog, pone la domanda. Dentro c’è quella parola terribile, gigantesca: libro. Non mi chiede un romanzo, una poesia, un saggio, un trattato, un testo teatrale, una sceneggiatura o un poema, ma un libro. Mi piace. Il mio amico Mario avrebbe esclamato: “bella domanda!”. Le ultime settimane trascorrono con me intento a studiare, a scrivere, a correggere e, intanto, a cercare una risposta.

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Inevitabilmente quando si cerca una risposta, le domande si moltiplicano. In verità il lavoro di ricerca consiste per metà nel cercare risposte alla domanda che ha avviato il lavoro e per l’altra metà nell’evitare la seduzione delle domande allettanti che invitano a lasciare la strada maestra per sentieri che promettono nettare e ambrosia.

Che cos’è un libro? E’ la forma concreta che assume l’ambizione. E’ l’illusione di un cammino che trova compimento. E’ il premio che uno scrittore merita se è bravo.  Lo scrittore, inteso come grande scrittore, è colui che scrive i libri che segnano un’epoca o persino i secoli. E’ un genio creatore, unico essere degno di ricevere l’onore di una pubblicazione. Il suo libro è un vero libro, il resto è paccottiglia, come direbbe Flaiano. Si può credere, perciò, che la forza dirompente di questo libro sarà sufficiente a calpestare con il suo passo sicuro tutto lo scenario mediocre che lo circonda, consentendogli di portare a compimento il suo destino trionfale: un monumento più duraturo del bronzo. A diciotto anni è giusto credere a queste fanfaluche. A venti anni passati potrebbe essere poco più grave, ma se si è gente di provincia, quale sono io oltretutto, si ha una buona giustificazione per continuare a crederci. Nel cammino verso i trent’anni, tuttavia, è difficile non vivere il più amaro disincanto (Renato Zero mi offre questa coppia di parole come eco di qualche viaggio estivo con la mia famigliola riunita) nei confronti di questo ammasso di carta e inchiostro che nel tempo ha assunto lo stesso valore mistico di un libro di incantesimi nel trito, pacchiano e un po’ kitsch immaginario fantasy. Scrigno di segreti e di prodigi. Per me un libro è solo la testimonianza che quando si parla di arte si continua a ragionare con una mentalità romantica o al più decadente.

E se è vero che i classici hanno davvero poteri eccezionali, è anche vero che le biblioteche nazionali sono piene di libri accatastati che nessuno leggerà; che le librerie sono piene di libri, ma soprattutto, che il mondo è pieno di gente che scrive libri. E il bello è che non c’è niente di male. Nella sua grande saggezza Maffei mi disse: “Dario, la gente scrive, la gente cammina. Non ci sono gli scrittori così come non ci sono i camminatori”.

Non c’è niente di speciale nell’aver scritto un libro. Questa è la tremenda verità. Chiunque può farlo e, a dire il vero, chiunque lo fa. Se la nostra soddisfazione è far girare il nostro libro tra un gruppo di amici e conoscenti, allora non si avrà difficoltà a trovare una delle tante offerte che assecondano l’autopubblicazione. Ma è necessario elargire questo libro che assomiglia tanto alla bomboniera che gli sposi donano insieme ai confetti ai loro satolli invitati? Se invece il libro lo si vuole vendere, allora il discorso si complica. Cercare di diventare ricchi con un libro è follia. O presunzione da disperati. E non lo è perché viviamo tempi internettiani e globalizzati. Lo è sempre stato. Ogni epoca ha avuto i suoi grandi scrittori che si sono lamentati perché i loro libri restavano invenduti a dispetto delle mezze calzette che vendevano migliaia di copie. Se vi fa piacere, in futuro ne parleremo.

Ma torniamo alla domanda iniziale: “Quando cazzo ti decidi a scrivere un libro?”. Non lo so, Carmine. Non lo so, amici miei. Ma so dirvi perché non l’ho ancora scritto. Un libro come lo intendo io è il risultato di un lavoro lungo, intenso, difficile. Richiede concentrazione, buone idee, una cura stilistica il cui solo pensiero mi toglie il respiro. C’è tanto artigianato dietro questa complicata arte della parola. Qualsiasi entusiasmo che mi spinga a creare da zero, a raccogliere materiale, a disporlo, a impostare la mia voce, non può abbattere il muro di settimane di frustrante revisione che gli anni di ricerca mi hanno abituato ad affrontare e a temere come un avversario invulnerabile. Il solo pensiero di scrivere una cosa del genere per poi vederla ammuffire in un hard disk o in una scatola del garage, mi deprime. E io non scrivo perché sono un grafomane, ma perché mi diverte. Se non mi diverte, allora si fotta la scrittura. Faccio altro (di solito fare altro significa leggere o scrivere senza impegno). Nell’Ecclesiastae si dice che c’è un tempo per ogni cosa. Arriverà anche il tempo per un libro, qualunque cosa ciò significhi. E forse sarà merito vostro. Forse accadrà quando qualcuno di voi comincerà a sentire la pressante esigenza di leggere in altra veste le mie parole. Forse quel giorno nascerà il mio libro.

Per ora, dunque, se vi piace la mia voce, dovrete accontentarvi di quanto spargo qua e là tra il blog e i social network. Di quanto posso limare in tempi ragionevoli. Spero comprendiate le mie ragioni. Qui ci sono gli Haiku che mi diverto a scrivere, utilizzando con crudeltà la forma poetica giapponese. Qui c’è un romanzo a puntate che non ho finito di scrivere, il cui titolo riprendere il grande romanzo di Sterne, Viaggio sentimentale, incompleto come il mio. Qui c’è Bianco e nero, un altro racconto a puntate fermo al secondo episodio. Poi ci sono racconti da rivedere, paragrafi smozzicati e buone idee che un giorno troveranno compimento. E magari compariranno su questo blog.

Credo in fondo che la letteratura metta in contatto persone in tempi e luoghi lontani e lo faccia evocando mondi, emozioni, storie, lingue, parole, e che non sia necessario un libro perché tutto ciò accada. Basta che ci sia io e ci siate voi. Voi lettori del blog, seguaci di Facebook, di Twitter, commentatori anonimi e no, voi che siete il mio piccolo mondo e certi giorni mi fate sentire un Vip. Uno scrittore di cui si attende la parola. Assomigliate alle persone che incontrai durante una passeggiata in compagnia di Maffei, quando in verità, in verità mi disse: “Vedi Dario, questo è la mia piccola realtà. Il negozio di fotocopie, la segreteria, la pizzeria dove pranzi, i ragazzi che seguono il corso”. Io pensavo che era la vita vera, quella che è difficile raccontare, ma che alla fine è ciò che nutre veramente la nostra esistenza. E allora penso lo stesso di voi. Penso a voi, quando scrivo un post o qualcosa che vi faccia sentire la mia voce. Non è un libro, ma funziona in maniera simile.

Post scriptum: Lancio una bomba di cui potremo parlare in futuro. Ho visto l’episodio 6 della terza stagione di Games of Thrones e mi è sembrato una versione fantasy di Beautiful, telenovela che sto studiacchiando in vista di un post futuro. Discutibile anche la scenografia che in certi momenti mi ha dato l’impressione di essere piuttosto casereccia. Spero di aver beccato l’episodio più brutto e insignificante della serie, altrimenti dovrei concludere che tra dieci anni, parleremo di Games of Thrones come oggi parliamo di Xena, la principessa guerriera.


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