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Sandro Penna. Diari

Voglio una poesia gocciolante di viva passione, grezza di tutte le scorie che ne attestano la presenza. Non amo la poesia che sopra la passione si alza serenamente e domina […] Preferiamo il momento divino e animale della crapula ai ragionamenti di filosofia da camera fatti con la sigaretta fra le labbra ed i sensi stupidamente esausti.

Filologia spicciola ovvero Considerazioni su “Non ti curar di lor ma guarda e passa”

wonka_dante

 

Qualche giorno fa mentre surfavo Facebook, mi sono imbattuto in un rapido scambio di battute sulla drammatica abitudine di alcune persone di non ricambiare il saluto che gli viene graziosamente porto. I toni sono diventati rapidamente accesi: qualcuno consigliava di bestemmiargli contro, qualcun altro utilizzava insulti mortali per darne una definizione, qualcun altro ancora mostrava una calma serafica nel constatare che la prassi si fosse oramai largamente diffusa. Uno degli interlocutori, in particolare, ha consigliato di riservare a tali maleducati l’indifferenza;  e per far ciò ha utilizzato senza risparmio l’espressione virgolettata “Non ti curar di loro ma guarda e passa”. Suppongo abbia usato le virgolette, poiché era consapevole si trattasse di una citazione. Arrivo persino a scommettere che conoscesse anche chi stava citando. Chi? Via andiamo, ma il Sommo poeta. Ma certo, forse che Dante non mette in bocca a Virgilio queste parole nel canto III dell’Inferno, quando i due viandanti si trovano dinanzi alla turba degli ignavi?

La risposta a questa apparente domanda retorica, ahimè, è: no. I versi di Dante, infatti, sono questi:

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa

Naturalmente non ero necessario io perché l’errore fosse rilevato: già il vocabolario Treccani ne illustra la scorrettezza; Wikipedia, d’altro canto, inserisce l’espressione nel suo centone di citazioni sbagliate. Non crucciatevi, dunque, poiché trattasi di una credenza diffusissima: almeno quanto quella che vuole la rasatura giovare alla crescita di una barba folta e robusta. Insomma, non sareste i primi e non sarete di sicuro gli ultimi a meritarsi una solenne bastonatura per aver inopportunamente virgolettato. Ma soprattutto non sarei io a colpirvi con il mio rooseveltiano grosso randello: sono troppo impegnato, infatti, a cercare di capire chi sia il professore o la professoressa che ha fornito ai suoi studenti una traccia per un tema in cui sbaglia palesemente il passo da Dante, affidandosi alla memoria popolare. Non mi meraviglio che con una traccia da 2, lo studente non possa aver ricevuto un voto superiore al 3.

Se vi sentite in colpa perché vi ho associato a qualche poco scrupoloso docente, gradirete sapere che ci sono casi più illustri di persone ingannate dalla celebre citazione. Nel 2006, per esempio, Beppe Severgnini ne fece uso, tanto da venire rimproverato via mail da alcuni crudeli lettori che ratti impugnarono lo scudiscio, non so se perché non vedevano l’ora di mettere l’autore nel sacco o perché sentivano l’urgenza di portare avanti la grande battaglia per la correttezza filologica. In quell’occasione, comunque, Severgnini si scusò e accusò come responsabili dell’inganno la sua memoria e google (che un giorno potrebbero diventare la stessa entità). E sì, perché in effetti se provate a googlare “Non ti curar di loro”, il nostro segugio web completerà rapidamente il vostro pensiero, dando per scontato che stiate cercando proprio quella citazione: la citazione sbagliata.

Più piacevoli delle bastonate a Severgnini, sono di certo i dubbi che i suoi fustigatori espressero: almeno due si chiedevano per quale motivo questa versione storpiata del verso avesse attecchito più dell’originale. La domanda, come immaginerete, ha subito stimolato le mappe neuronali del mio emisfero destro (il sinistro pare sia ancora intento a strutturare in rapporti consequenziali i dati delle analisi della mia tesi di dottorato) e mi ha costretto a riflettere sulla questione.

Se il dizionario online Treccani sostiene trattarsi di una storpiatura ‘popolare’ del celebre verso, è piuttosto scontato credere che il motivo principale per cui tale storpiatura abbia avuto successo sia insita nella sua economicità e semplicità: “non ragioniam di loro” è sicuramente più sostenuto e difficile di “non ti curar di loro”; ma soprattutto non ha la vocazione pass-partout che l’altra espressione sembra avere, grazie al fatto che si rivolge esplicitamente all’interlocutore, quasi additandolo. In parole povere, ha più successo la storpiatura perché è più pret-a-porter.

Tale risposta soddisfacente genera, tuttavia, subito una nuova domanda. Quando quest’uso popolare si è diffuso? Quali sono le più vecchie attestazioni? Una rapida e grossolana ricerca nel database di bibliotecaitaliana.it (prezioso strumento di studio per le ricerche testuali) attesta che non esistono occorrenze colte (diciamo anche letterarie) dell’espressione storpiata nella letteratura italiana. Ciò, naturalmente, pare confermare la derivazione ‘popolare’ dell’errore, sebbene ci lasci ancora privi di un’indicazione cronologica. E allora ecco che il cinema ci viene in aiuto con un film famosissimo, in cui ricordo di aver udito “Non ti curar di loro”. Si tratta del film Pane, amore e… del 1955, diretto da Dino Risi. La scena è la seguente: il lussurioso Comandante Carotenuto (un tempo Maresciallo, De Sica) è a casa della Smargiassa (Sofia Loren), quando una donna che ha poca simpatia per lei le rimprovera la presunta relazione segreta con Carotenuto. Alla reazione violenta, presagio di uno scontro fisico tra le due, il Comandante Carotenuto, un uomo che ha mostrato di aver il vizio di storpiare versi celebri (come il monologo di Amleto “Essere o non essere”), consiglia alla Smargiassa di ignorare le parole di quelle donne, e lo fa proprio pronunciando le fatidiche parole “Non ti curar di lor”, senza oltretutto concludere l’adagio, proprio come si fa con i proverbi quando sono notissimi.

Non credo si possa a cuor sereno attribuire la paternità della storpiatura a quel dialogo, anche se al momento non conosco altre attestazioni. Ritengo, infatti, più verosimile credere che il film registri un uso che all’epoca era già diffuso. Si può dare per scontato comunque, che almeno a partire dal 1955 qualcuno abbia cominciato a usare la versione scorretta del verso di Dante. Al tempo stesso, però, mi sorge un dubbio sulle motivazioni della sua massiccia diffusione. Mi chiedo, insomma, se oltre alle caratteristiche vincenti succitate della formula erronea, non abbia contribuito alla sua diffusione proprio il film di Risi, il quale è certamente popolarissimo e, soprattutto sulle reti televisive private campane (riguardo al resto del panorama televisivo nazionale non posso parlare), è uno di quei film che viene proposto almeno una volta ogni due giorni (e il cui effetto sulla memoria collettiva potrebbe essere degno, dunque, dei monologhi di condizionamento di Brave New World di Aldous Huxley). Forse che il Comandante Carotenuto cavaliere Antonio è stato per noi tutti un maestro molto più efficiente di qualsivoglia dantista? Una cosa è certa: ogni volta che virgolettiamo “Non ti curar di loro ma guarda e passa”, non stiamo citando Dante, ma al massimo il goffo intellettuale della domenica interpretato da De Sica.

 

 

 

Perché ti piace scrivere

phila_hanks

 

Ci sono tante risposte che si possono dare alla domanda “perché ti piace scrivere?”. Un’alta percentuale di esse è rappresentata da cazzate che ignorano il significato della parola letteratura: c’è chi scrive per passare il tempo, c’è chi scrive per esprimere i propri pensieri o delle idee, c’è chi scrive per sfogarsi, c’è chi scrive per sedurre, c’è chi scrive per sentirsi vivo e c’è persino chi scrive perché se non lo fa si sente male (io, invece, mi sento male proprio quando scrivo, ma questo lo sapete già). Queste poche categorie riassumono la sterminata galassia di risposte più o meno simili che gli scrittori forniscono (scrittori nel senso più letterale di “gente che scrive”, a prescindere dall’infimo modo con cui lo fa). Qualcuno cerca di sfuggire al banale, infarcendo la risposta con astrusi tecnicismi o con parole oscure di sicuro effetto. Ecco piovere allora termini come metafisica, esistenziale, grottesco, psicologico, introspettivo, metaletterario, follia, senza che il povero lettore possa evitare di rimanere intontito da questo ventaglio di stronzate come un pugile alla dodicesima ripresa. Il sugo della storia, come direbbe Don Lisander, non cambia: complicare ciò che è semplice non lo rende più appetibile: soltanto più ridicolo (parlerò di questa faccenda prossimamente, in un nuovo post). Non dico che le risposte siano sbagliate: credo semplicemente che non abbiano alcun rapporto con la letteratura. La letteratura, infatti, amici miei, non è altro che l’arte della parola. Quella che un tempo si chiamava poesia, arte di comporre con le parole. Sì, perché al contrario di quello che suggerisce lo scaffale della Feltrinelli recante la fantozziana etichetta, la poesia non è quella forma discorsiva in cui un autore scrive qualcosa di più o meno breve e immaginifico andando a capo con una cadenza più o meno arbitraria ma che tende alla regolarità: la poesia non ha niente a che spartire con la scrittura in versi, né con la saturazione metaforica. Il metro, le rime, le decine di figure retoriche inventate dall’uomo non sono altro che alcune delle manifestazioni con cui il maestro poeta esprime la propria arte nello stile che lo contraddistingue.

Scrivere letteratura è un’arte nel suo significato più materiale. Vale a dire qualcosa che ha bisogno dell’affinamento di una tecnica. L’arte che presuppone anche l’artigianato. Come il pittore seleziona colori, sfumature, sceglie i pennelli; come il compositore di musica sceglie il genere, gli strumenti, i timbri e le tonalità; come il regista di un film pensa alle inquadrature, alla musica, ai tempi della battute; così il poeta pone grandissima attenzione all’unità minima alla base della sua arte: la parola. Chi non ha un gusto particolare per la parola, per il suono che essa racchiude, per i rapporti sonori e semantici che instaura all’interno di una frase, chi nemmeno nota la differenza tra la cadenza di accenti di una frase o di un verso; chi non fa selezione di parole, insomma, ecco costui non scrive letteratura. Non è un poeta. Cosa fa? Scrive pagine di diario, esplora la sua anima immortale, esprime la sua visione del mondo. Magari informa il lettore con ottimo acume su un argomento che padroneggia, ma non sta scrivendo letteratura. L’arte è studio, talvolta maniacale, del linguaggio espressivo prescelto, qualunque esso sia. Un poeta che sostiene di scrivere di getto o non è un poeta o è un bugiardo.

Non sono un poeta. Non ho scritto grandi racconti. Non ho mai terminato un romanzo. Le mie poesie sono esercizietti anche al cospetto della più brutta poesia di un grande poeta. Non mi manca la proverbiale zampata del campione. Mi manca, come disse Flaubert in una lettera, “la perseveranza nel lavoro”. Eppure se mi chiedessero perché ho perso ore della mia vita a scrivere questo guazzabuglio contemporaneo, saprei sempre cosa rispondere. Amo le parole. Il mio amore per formule, associazioni di parole, costruzioni delle frasi, scelte sintattiche che caratterizzano lo stile dello scrittore K. e del poeta J., è parossistico. Mi piace sentire il suono delle parole. Mi piace consumarle rimasticandole a lungo. Mi piace ripetere monologhi e frasi ben riuscite fino alla nausea. Quando amo una parola, faccio di tutto per lei. Forzo le mie frasi affinché possano contenerle. Sarei capace persino di sostenere l’insostenibile pur di inserire la parola amata nel mio discorso. A pensarci bene, potrei scandire i periodi della mia vita, ricordando il succedersi delle parole oggetto di adorazione. Nemmeno in questo caso mancherebbe la nostalgia, poiché passato l’amore, ogni parola diventa la foto di un album che si torna a guardare ogni tanto con un sorriso appena accennato.

Diderot scriveva: I pensieri sono le mie puttane. Io in verità, in verità vi dico: sono le parole, le mie puttane.