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Kung Fury. Cintura nera di trash

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Non sono solito consigliare filmacci da guardare con spirito goliardico. Per questo c’è qualcuno che nel campo si può dire un vero maestro, ossia Lupocattivo del divertentissimo blog Cinemanometro. Accade, tuttavia, che ieri sera dopo che ebbi preparato delle tenerissime scaloppine di pollo al marsala e pepe verde, mio fratello Luca, il mio fratello preferito, mi inviti a vedere un film di mezz’ora che promette bene. La definizione era più o meno questa: “un cinese che fa kung fu e qualcosa che ha a che fare con videogiochi e Hitler; si chiama Kung Fury e possiamo vederlo in alta definizione su Netflix”. Non so resistere a proposte tanto indecenti, così io e la mia sedia da scrivania ci trasferiamo nella stanza a fianco.

Comincia il film. Bastano poche decine di secondi per capire che questo film è destinato al complimento supremo in materia di film di exploitation, perciò non posso che esclamare “in questo film c’è tutto!”. Per cominciare un’inaudita violenza di strada perpetrata da personaggi che ricordano molto i delinquenti  stereotipati degli anni Novanta: giubbini di jeans o di pelle smanicati e no, zazzere, fasce nei capelli cotonati, occhiali da sole e guanti da motociclista. Ah, e ovviamente un uzi a portata di mano.

In questa città violenta dove anche un videogioco da sala può animarsi, diventare un robot e cominciare a seminare distruzione, far esplodere teste, incendiare carrozzine (“la carrozzina!”, direbbero i colleghi di Fantozzi), la legge è tutelata dalla solita polizia inefficiente stritolata dalla burocrazia, preoccupata più a disegnare la quadratura del bilancio che a mantenere l’ordine. Fortunatamente questa truppa di brocchi può ha a disposizione il suo fuoriclasse, il piedipiatti perfettamente dentro gli schemi essendo fuori dagli schemi: l’uomo che chiamano Kung Fury (e solo dio sa se non si tratta di un nome azzeccatissimo per un tale esemplare di stereotipa crudezza hardboiled).

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Kung Fury, l’uomo, non tradisce le aspettative (e nemmeno il film lo fa, sia chiaro). Ricorda nemmeno troppo vagamente il personaggio della celeberrima serie di videogiochi Street Fighter, solo che indossa un chiodo e una maglietta rossa. Ha la voce profonda del Batman di Nolan, l’eloquio asciutto del giudice Dredd e la solenne inespressività di Steven Seagal. Per la prima volta lo incontriamo nella sua tana, circondato da candele e arredi di pessimo gusto in compagnia di una tizia che se lo mangia con gli occhi palpandogli il braccio. La musica con sax solista fa tanto situazione iniziale dei vecchi film porno, quelli che avevano pure una trama e che tanto amava un mio vecchio compagno di scuola. Insomma, la sceneggiatura fa di tutto per convincerci che Kung Fury quando non sia impegnato a spaccare culi, passi il tempo a infuriare tra le lenzuola. Egli insomma è la incarnazione di quella virilità pecoreccia fiore all’occhiello del cinema d’azione, l’uomo che tutti vorrebbero essere perché, ma questo lo crede lo spettatore, tutte le donne si strapperebbero i capelli in preda all’isteria per averlo. Gli stereotipi piedipiatteschi ci sono tutti: “lavoro da solo”, la restituzione del distintivo, il capo rompicazzo, il compagno di volante e di mille avventure perduto durante un picco di maschissimo affetto (per altro con una kill di pregevolissimo livello splatter). Quello che invece è davvero nonsense ma alla fine sembra non fregare a nessuno è il collega Triceracop, mezzo uomo mezzo triceratopo.

L’entrata in azione di Kung Fury è un saggio di pacchianeria: nessun effetto speciale è risparmiato, non importa quanto sia esagerato; né i voli con la luna sullo sfondo, né lo scontro su una gru a chi sa quanti metri d’altezza, né tanto meno la pellicola che fa le bizze mentre una colonna sonora elettronica da brivido pompa nelle casse. La ridente cittadina come se non bastasse è preda anche dell’incubo americano per eccellenza: no, non mi riferisco a Richard Nixon rieletto per la quinta volta. Parlo di Adolf Hitler. In questo caso si attinge senza vergogna alla teoria complottistica che vuole l’arianissimo baffetto nascosto da qualche parte e intento a tramare ancora contro gli Iuessei, Iuessei, Iuessei! Robaccia naturalmente, ma non è colpa degli americani se Hitler ha dato agli Stati Uniti la grande occasione di richiamarlo eternamente come avatar del male assoluto ogni volta che c’è da rinvigorire l’orgoglio americano. Insomma, Hitler è tornato e riesce a far fuori un intero reparto di polizia sparando attraverso il telefono. Ma c’è di più. La storia ufficiale forse aveva taciuto una sconvolgente verità: Hitler non era il condottiero di un popolo di allucinati ma un eccezionale un maestro di kung fu, ribatezzatosi Kung Fuhrer, il cui solo scopo era ottenere una conoscenza profondissima dell’antica arte marziale cinese, arrivando ad ottenere i poteri del prescelto di cui parlava una misteriosa profezia (strano che non si chiami il guerriero dragone e non abbia le sembianze di un panda).

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Per Kung Fury arriva l’ora, dunque, di viaggiare nel tempo ed accoppare Hitler. Ma perché non accopparlo nel presente, si chiederà giustamente il mio lettore? Perché altrimenti non si potrebbe aggiungere alla sterminata lista di citazioni del film anche il paradosso del viaggio temporale che tanto mi fece arrovellare nel primo Terminator. DeLorean in arrivo, dunque? Nemmeno per sogno. Qui per tornare indietro ci si serve di una specie di monopattino fluttuante e dell'”hacker più potente del mondo”: Hackerman, un buzzurro che assomiglia in tutto e per tutto a quel cantante svedese conosciuto come Gunther (mettete la dieresi sulla u) ma che non canta Ding Dong Song. Anche se la spiegazione del viaggio nel tempo tramite supporto informatico fornita da Hackerman con linguaggio tecnico usato a caso confonde prevedibilmente il protagonista tutto kung fu e niente cervello, essa si rivela efficace. Poco importa se il fascino per la tecnologia che è capace di suscitare è paragonabile a quello che susciterebbe un chiodo, anzi è l’ennessima occasione per mettere alla berlina la Hollywood delle interfacce da videogame a 8bit e le consuete barre monitoranti il progressivo completamento delle operazioni. Oh, quasi dimenticavo la chicca: Hackerman diventa immediatamente un mito nel momento stesso in cui indossa il suo Nintendo Power Glove, oggetto tecnologico di indicibile fascino che credo il pubblico italiano ricordi soprattutto per la sua apparizione ne Il piccolo grande mago dei videogames. Sono certo che in quegli istanti i miei occhi brillassero.

Con il viaggio nel tempo il film comincia la sua rapida discesa verso la fine, così che il grado di tamarragine supera ogni limite. L’uso del deus ex machina è spudoratissimo. Il primo salto nel tempo è un fallimento, così che Kung Fury si ritrova in un’imprecisata “epoca dei Vichinghi, che consente al regista di sbizzarrirsi in vedute di paesaggi incontaminati. Incontaminati, certo, ma tutt’altro che sicuri, dato che vi scorrazzano Laser-Raptor che sparano luce dagli occhi e toponiche vichinghe con mitragliatrici da elicottero cavalcano dinosauri. Il protagonista sembrebbe giunto a un punto morto, ma non è così: per fortuna a portata di mano c’è un attempato, vanesio e un po’ goffo dio Thor formato gigante che con il suo martellone può inviare il protagonista nella Germania nazista.

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E’ fatta. E’ l’ora dei conti. L’ora di una notevolissima sequenza di combattimento, in cui Kung Fury accoppa decine di nazisti con elmo da Dart Fener, creata scimmiottando i picchiaduro in 2D di una volta, così che lo stacco tra ciò che accade sulla superficie piatta in primo piano è completamente avulso da quanto si vede sullo sfondo gremito di nazisti, in verità lo stesso moltiplicato in trilioni di esemplari, che non si sa bene cosa facciano. Qui, amici miei, si citano senza dubbio i reali dello splatter fatto videogame: quei pionieristici primi tre Mortal Kombat, ai quali oltretutto sono ispirate anche un paio di kill in stile Fatality tra cui la sottrazione della spina dorsale, marchio di fabbrica di Sub Zero). Il resto è rissa sfrenata con l’intervento risolutivo dei personaggi già visti, pronti a salvare le chiappe a Kung Fury: tra essi spicca la versione robotica di Hackerman, capace addirittura di riportare in vita il protagonista già crivellato dalla smitragliata a sorpresa di Hitler dal palco (una citazione da The mask forse?). Devo dirvi anche che appena di parla di morte e resurrezione, lo sceneggiatore non può fare a meno di trasformare tutto in un cartone animato e rappresentare l’aldilà nella grottesca maniera degli autori di Dragon Ball?

Questo è più o meno Kung Fury. Una grossolana accozzaglia messa insieme con grande maestria e senza esagerare nei tempi, tanto da terminare proprio quando sta per sopravvenire la noia. A suo modo credo possa essere considerato un film colto, con una quantità forse ai limiti della legalità di quelle che Leo Ortolani definisce “strizzatine d’occhio”. Penso che ogni essere umano di sesso maschile che abbia visto almeno una decina di film d’azione dovrebbe vederlo, perché Kung Fury è un film onesto: una cazzata che non fa finta di essere altro.

Ah ultima raccomandazione: guardatelo con la giusta compagnia, perché gli sguardi complici al vicino ghignante non sono un optional.

 

Quando finii di leggere Horcynus Orca

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Ho appena terminato la lettura di Horcynus Orca, romanzo di Stefano D’Arrigo che mai avevo sentito nominare nelle intellettuali discussioni, né tanto meno incensare come  credo meriti. Una bomba, bellissimo, umanissimo. Mi ha conquistato sin da subito, tanto che ho cominciato a consigliarlo a chiunque mi chiedesse un libro da leggere quando non ero nemmeno arrivato a pagina cinquanta. Ma d’altro canto, non era forse Oscar Wilde che ricordava che per giudicare la bontà di un vino non bisogna bere tutta la bottiglia (o era la botte)!?

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Il racconto dei racconti di Garrone. Una recensione e una pizza

 

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Alla fine io e il timido Zagni siamo riusciti a vedere Il racconto dei racconti, il film diretto da Matteo Garrone che insieme a Youth di Sorrentino e Mia madre di Moretti ha reso questo 2015 un anno in cui parlare di cinema italiano non significava commentare i soliti filmetti caserecci. Siccome decidiamo di vedere uno spettacolo in seconda serata, ceniamo insieme. Il Timido tira fuori dal cilindro una sua simpatica amica mantovana, bionda e cresciuta nell’apprezzabile e ormai sepolto mito degli uomini di lettere. Chiama Zagni professore. Poi fa lo stesso con me. Lei è un medico e dal modo in cui racconta le sue peripezie mi convinco che è in gamba. Le racconto brevemente che razza di film stiamo andando a vedere. Accenno pure a Basile e a un paio di recensioni ch eho letto e non mi hanno convinto. Devo trattenermi, però, perché non parlo con una persona in carne ed ossa da cinque giorni e potrei facilmente diventare molesto. Mangiamo da Rosso Pomodoro in Via della Moscova. Non è Sorbillo, certo, ma è un posto che abbiamo collaudato: è una pizza leggera, saporita; costa più che in altri posti di pari qualità ma siamo vicini al cinema e allora pazienza. Andrà bene.

Purtroppo quando veniamo serviti, dobbiamo ricrederci. Basta uno sguardo per capire che questa volta abbiamo clamorosamente toppato. La mozzarella sembra quella di Spizzico, l’impasto è steso male e il pomodoro è salato. Quella sensazione di leggerezza che costituiva la nota principale del mio pregiudizio è assente. Male. Molto male. Guardo i miei compagni di sventura un po’ imbarazzato, esprimo il mio disappunto. Sono compiaciuto quando anche Zagni e la nostra ospite confermano le mie impressioni. Per un momento penso a quando il Timido definiva pizza una sorta di piadina croccantissima ricoperta di pomodoro e formaggio fuso. Sembra passata una vita. Alla fine anche lui, già anelante al bello, si è abituato all’ottimo.

Nel Racconto dei racconti ci sono tre castelli. Sono mostrati da lontano, arroccati sulla loro altura, per lo più in piena luce solare. Sono i simboli dei tre racconti e ogni volta che la narrazione passa da una storia all’altra, l’immagine di uno dei tre castelli torna a dominare lo schermo. Il contrasto luminoso è forte e improvviso. Socchiudo gli occhi ogni volta. Non sono i castelli incantati che Walt Disney ha poi stilizzato nel suo logo. Non ci sono torri coperte da tetti aguzzi, né splendore smaltato, né sfarzo. Il loro tesoro è all’interno. Non si tratta, però, semplicemente dei meravigliosi costumi indossati dagli uomini di corte o dalle ricchezze in gioie che i sovrani di ogni castello possiedono. Ogni castello racchiude la storia di un prodigio: l’improvvisa fertilità di un ventre reale sterile come il deserto, l’addomesticamento di una pulce che arriva alle dimensioni di una scrofa, il ringiovanimento miracoloso di una vecchia cenciosa. Ogni prodigio, tuttavia, ha un prezzo. Perciò indistricabile dal meraviglioso ne Il racconto dei racconti è la crudeltà. Chi accetta la responsabilità del miracolo si fa immancabilmente carnefice di un’altra persona: un marito, una sorella e persino di una figlia.

Ogni sovrano è schiavo di un’ossessione che ne smaschera la crudeltà. Pur di assecondare il pensiero che domina la loro esistenza è disposto a tutto. La bella e crudelissima Salma Hayek, annoiata e impassibile di fronte agli spettacoli circensi che tanto divertono il resto della corte, non batte ciglio di fronte al cadavere del marito, morto per procurarle il prezioso cuore di drago necessario ad avere il tanto agognato rampollo. L’avvenente e  libidinoso Vincent Cassel venderebbe il suo regno per allungare il suo artiglio sulla più insospettata bellezza delle sue terre, né avrebbe remora ad ammazzare chi possa macchiare la sua immagine di intenditore di femminile bellezza. Infine c’è Toby Jones, il sovrano che gioca a fare l’erudito secentesco, convinto di possedere una conoscenza segreta che nessuno sia in grado di carpirgli. Quale cocente sconfitta, ben più grande della perdita della sua unica figliola, deve essere vedere uno stupido orco sciogliere il suo invulnerabile indovinello, non tanto grazie al raffinato intelletto, quanto all’olfatto sopraffino.

Il contrasto tra prodigio e crudeltà è la componente principale dell’atmosfera sinistra in cui si svolgono le vicende del film. Il meraviglioso secentesco dei costumi, degli interni, della acconciature e dei trucchi dei personaggi è, in verità, affiancato da un sentimento di inquietudine che mi ha fatto pensare alla sensibilità moderna. Forse più impressionante di qualsiasi corpo infilzato o mozzato da un’arma, è l’immagine della regina che pasteggia con l’enorme cuore del drago voracemente, dimentica di tutto ciò che non possa essere abbattuto dalle sue ganasce di mantide religiosa. Un’incarnazione di umorismo pirandelliano è Imma, la sorella della donna a cui è concessa una seconda giovinezza, quando la si vede vecchia e decrepita indossare uno splendito abito che non può far altro che accentuare il grigiore della sua figura appassita. Meno inquietanti di quanto ci si aspetterebbe dal loro aspetto, invece, sono i ragazzi albini, figli del drago marino e del magico rituale e incarnazione di gusto fantasy anglosassone del principe e il povero. Nel mondo spietato de Il racconto dei racconti, i due giovani sono un barlume di bontà e di generosità: spendono la loro vita nel tentativo di riconquistare quella condizione pristina in cui erano un’unica sostanza inseparabile. Piacevolissima è a tal proposito la scena dei due che si nascondono sott’acqua per sfuggire alle guardie della regina, rifugiandosi nell’elemento naturale della straordinaria creatura che fu uccisa per dargli la vita. Ridono sornioni, leggeri, felici di poter irridere una convenzione fatale che li vuole tenere lontani. Ma la verità è che essi sono appendici coscienti di un mostro prodigioso macellato senza pietà; sono in esilio da un paradiso che hanno perduto per sempre.

Il racconto dei racconti è un gran film: ricco per gli occhi. Non ha niente a che fare con quel fantasy kitsch che propinano le serie Tv di alto, medio o infimo livello. E’ un film di un autore che conosce il suo mestiere, che non è quello di vendere un prodotto adatto ai videogiocatori e ai nerd di tutto il mondo. Racconta delle fiabe come quelle dei fratelli Grimm e non le vicende di guerrieri e di eserciti, né le tresche amorose di regine che cavalcano vogliosamente il fulmine, come diceva anni fa il mio caro amico Fulvio. Sono storie che conservano la grazia e la terribile morale dei racconti popolari: per questo un drago e un orco sono più che sufficienti per rappresentare l’incanto del “c’era una volta”.

Youth di Sorrentino. Una recensione sentimentale

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Sono certo che la cosa che più rimpiangerò di Milano sarà il timido Zagni. Con lui trascorro serate divertenti. Condividiamo una serena pigrizia e quel gesto stentoreo che invita alla calma. E poi la nostra formazione è complementare come il nostro pelo facciale. Quando possiamo, andiamo al cinema. La settimana scorsa usciva Youth, l’ultimo film scritto e diretto da Sorrentino. Volevamo vederlo il prima possibile. Guardammo insieme La Grande Bellezza due anni fa e ci piacque tantissimo. Uscimmo dal cinema entusiasti e per un pezzo non dicemmo niente. Poi cominciarono i commenti, le domande e le riflessioni.

Questa non è solo la storia malinconica dei bei giorni andati. E’ soprattutto il racconto di un pregiudizio. Il mio desiderio di vedere Youth aveva un legame proprio con quella sensazione di piacevolezza, con quel “pensiero felice”, direbbe Peter Pan. E per il Timido era lo stesso. Avevo visto il trailer più di una volta e nella mia mente si era formato quello che gli studiosi della Scuola di Costanza chiamavano “orizzonte d’attesa”. E’ come quando ti servono una pietanza e cominci a intuirne il sapore con la preveggenza che deriva dai colori, dalle consistenze, dai profumi. Il sapore finale dovrà necessariamente fare i conti con la smentita o la conferma di quello che è a tutti gli effetti un pregiudizio. Il trailer di Youth mi aveva preparato a un film che partiva dalla Grande Bellezza e ne accentuava alcune tendenze. Immaginavo che il racconto dello sperpero esistenziale, della disperazione e del disincanto avrebbe subito un’accentuazione definitiva, attraverso l’utilizzo di tonalità ancora più cupe. Agli sprazzi di grande bellezza rintracciabili qua e là negli angoli del formicaio umano, doveva sostituirsi il rimpianto per una giovinezza perduta e irrecuperabile. Un film tremendo. Soprattutto credevo che il linguaggio cinematografico di Sorrentino avrebbe virato ancora di più verso il polo che al timido Zagni piace indicare con il vessillo di Terrence Malick. Lunghe inquadrature di paesaggi, voci fuori campo, pochissimi dialoghi, storie soltanto accennate, montaggio tendente ad assecondare la vocazione lirica del film: questo pensavo sarebbe stato Youth. Una via di mezzo tra La grande bellezza e The tree of life, direbbe il Timido.

E invece il film è un’altra cosa. Ci sono i dialoghi, ci sono le storie e ci sono anche i personaggi. Soprattutto c’è tanto umorismo in Youth. Un ingrediente che soppianta il sarcasmo de La grande bellezza. In certi momenti mi fa pensare più a Woody Allen e i fratelli Cohen che a Malick. C’è quell’umorismo che oscilla con noncuranza tra il tetro, il demenziale e il fantastico, cifra stilistica della stirpe di artisti ebrei che fa capo a Kafka. Dovendo fare un confronto con un coltello alla gola, direi che La grande bellezza mi è piaciuto di più. Si tratta, però, di film diversissimi, accomunati solo dal medesimo regista.

Durante la proiezione del film vivo un coacervo di emozioni e la mia recensione non andrà oltre il resconto di questo groviglio. Capita che al pubblico in sala scappi una risata sincera di tanto in tanto. E’ successo anche a me. Il panciutissimo Maradona è un comico irresistibile e involontario, quando interviene in un discorso sulla posizione corretta che i violinisti mancini devono assumere. Si avvicina al gruppo con incredibile umiltà, quasi temendo di essere respinto, come se non fosse uno degli uomini più famosi del mondo. Poi con bambinesca ingenuità dice: “Anche io sono mancino”. Ma ha una comicità amara la reazione che ha quando gli si fa notare che “Tutto il mondo sa che è mancino”: si congeda con un umilissimo “Ah, grazie”, quasi insoddisfatto di non poter raccontare la sua storia come se fosse la prima volta, forse come quando era giovane.

A tratti mi scappa la lacrima. Succede quando Jimmy Tree (Paul Dano), l’attore in cerca del suo personaggio, passeggia con il direttore d’orchestra in ritiro Fred Ballinger (Michael Caine). Cita Novalis: “Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre“. D’accordo, può darsi anche che sia un colpo basso, una citazione tamarra, ma mi ha fregato. Mi commuove molto la rappresentazione del rapporto tra Ballinger e la figlia Lena (Rachel Weisz). Il padre confessa di aver trascorso il tempo dell’infanzia dei suoi figli a compiere gesti che voleva ricordassero. La figlia racconta di aver ricevuto la sua prima carezza nel sonno dal padre ormai vecchio. Tra loro c’è un muro di rancore, silenzio e oblio. Lo stesso oblio che impedisce a Ballinger di ricordare i suoi genitori, ma non la tanto agognata Gilda Black, la ragazza di cui era innamorato da giovane. Eppure in questo muro c’è una feritoia, piccola ma sufficiente a far passare quanto basta perché si possa udire la voce del sangue e sentirsi legati.

Resto a bocca aperta come Eddie Valiant di fronte a Jessica Rabbit, quando Miss Universo (Madalina Diana Ghenea) entra nuda in piscina. Diamine Dario, eppure di donne avvenenti 89-61-89 ne è pieno il web; hai pure sempre sostenuto che il nudo è meno attraente dell’intimo. Cosa ti prende? Sarà la fotografia. Saranno i colori e le luci. Lo aveva detto anche uno spettatore alle mie spalle che la fotografia era spettacolare.

Sento mutare la compassione in vera gioia, poi, quando il pachidermico Maradona che va in giro con una bombola di ossigeno al guinzaglio, inizia a palleggiare magistralmente con una pallina da tennis, ritornando per pochi minuti ad essere la leggenda di 40 chili prima.

Si compiace il tratto più goliardico del mio palato, infine, quando sullo schermo sfila il sogno della figlia del compositore da poco mollata dal marito: un videoclip pacchianissimo in cui la nuova compagna del marito canta una delle sue canzoni pop, mentre auto a tutta velocità sfrecciano come in Fast and Furious. E’ divertente pensare che se un tempo il sogno poteva ispirare modi di intendere il montaggio cinematografico, ora è il montaggio ad ispirare il ritmo onirico.

Se dovessi rappresentare Youth con un’immagine, direi che somiglia un po’ a quel cannocchiale che uno dei personaggi, Mick Boyle (Harvey Keitel), il regista in procinto di ultimare il suo testamento spirituale, indica ai suoi giovani sceneggiatori come una metafora della vita: da giovani si vede dal lato in cui lo strumento ingrandisce, da vecchi da quello in cui tutto appare più lontano. Il film, infatti, mette a  confronto due prospettive: la vita vista della senilità, non necessariamente anagrafica, e quella vista dalla giovinezza.

Alcuni personaggi si sentono relitti incagliati in una secca: il loro passato è un fardello ingombrante di cui si sbarazzerebbero volentieri. Ma si illudono. Sembrano ignorare che senza quel passato che li infastidisce e al tempo stesso però li orienta, il loro presente sarebbe forse ancora più insopportabile. Quando Boyle lo scopre sognando ad occhi aperti tutte le protagoniste dei suoi film, la vita gli sembrerà senza scampo: una sola mattonella tra il vuoto passato e quello futuro, come in una fantasia di Alice. Gli altri personaggi, invece, godono ancora di una certa spensieratezza: possono trascorrere il tempo libero danzando davanti a un videogame oppure ricostruire quella vita che un matrimonio fallito ha fatto a pezzi. Non sentono il fiato sul collo della fine. Non si tratta, comunque di prospettive inconciliabili. Anzi in Youth i personaggi delle due parti comunicano di continuo, si scontrano. Non è nel presente, però, che avviene realmente il loro incontro. In verità essi hanno in comune più ricordi ed esperienze di quanto non riescano a credere. Somigliano a differenti variazioni della medesima semplice canzone. Ciò che davvero li distingue in fondo non è tanto il carattere, quanto la loro distanza dalla giovinezza.