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Thomas Pynchon. L’arcobaleno della gravità

“Al tempo dei gaucho, il mio paese era come un foglio bianco. La pampa si estendeva fin dove arrivava l’immaginazione, senza confini, senza recinsioni. La terra apparteneva ai gaucho fin dove potevano arrivare coi loro cavalli. Buenos Aires, però, voleva assicurarsi l’egemonia delle province. Tutte le nevrosi incentrate sulla proprietà si sono intensificate, si sono aggravate, cominciando a contagiare la campagna. Sono state erette delle recinzioni, e i gaucho hanno così perso parte della loro libertà. E’ la nostra tragedia nazionale, la nostra ossessione, il voler costruire labirinti là dove un tempo si stendeva la libera prateria, il cielo. Col risultato di disegnare strutture sempre più complesse sul foglio bianco. Non riusciamo a sopportare tutto quel vuoto: ci terrorizza”.

La strada di Cormac McCarthy

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Quando il timido Zagni mi consigliò di leggere La strada non avevo nessuna idea di cosa fosse. Forse mi aveva accennato a un futuro post apocalittico, ma non ci metterei la mano sul fuoco, ammesso che sia capace di accenderne uno. Tra me e Zagni ha sempre funzionato così: si diceva il titolo di un libro e se l’altro non l’aveva letto, gli si diceva di farlo. Con garbo e anche un pizzico di invidia, naturalmente. L’apprezzamento dell’altro valeva più di mille racconti di invitanti trame. All’epoca non sapevo che Cormac McCarthy fosse l’autore del romanzo omonimo da cui i fratelli Cohen attinsero per creare il crudelissimo film Non è un paese per vecchi. Figuriamoci poi se immaginassi che nel 2007, un anno dopo la pubblicazione, il libro fosse stato insignito del Premio Pulitzer per la narrativa. Insomma, sapevo solo che Zagni lo consigliava e ciò bastava. Anzi ero così certo della bellezza del libro che cominciai a consigliarlo senza averlo letto (cosa che voi non dovete fare a meno che non siate amici di Zagni).

Va bene, d’accordo, ma perché non lo hai letto prima? Perché hai aspettato tutto questo tempo? La risposta è semplicissima: non so proprio per quale motivo, ma quando pensai per la prima volta a questo libro, immaginai qualcosa di molto grosso: un romanzone da almeno cinquecento pagine. Un impegno che non mi sentivo di affrontare mentre Horcynus Orca mi guardava dallo scaffale insieme a un centinaio di libri acquistati ma ancora in attesa del loro turno.

Potete immaginare cosa accadde quando scoprii che il librone immaginato e ingiustamente messo da parte non era altro che un libriccino di duecento pagine che raccontava il viaggio di un uomo e di suo figlio in un mondo distrutto da una catastrofe. Accadde, insomma, che cercai il libro e lo comprai usato in una bella decima edizione dalla copertina rigida, che contiene ancora lo scontrino del primo acquirente, tale signor Enrico Marchiori che lo prese in una libreria LaFeltrinelli a Mestre (caro signore, se mai si imbatterà in questo post, sappia che il suo libro è in buonissime mani e che le sono grato per l’acquisto. Anzi, approfitto per chiederle chi o come mai vendette questo bellissimo libro). Quando il libro giunse tra le mie mani, ero alla Mayoner & Russenbrook, la ditta di famiglia. Era quasi l’ora di pranzo. Un momento perfetto per cominciare a leggiucchiare La strada.

Quando si svegliava in mezzo ai boschi nel buio e nel freddo della notte allungava la mano per toccare il bambino che gli dormiva accanto. Notti più buie del buio e giorni uno più grigio di quello appena passato. Come l’inizio di un freddo glaucoma che offuscava il mondo. La sua mano si alzava e si abbassava a ogni prezioso respiro.

L’inizio è pieno di vaghezza. Al di là della descrizione atmosferica che annuncia una storia dominata dal grigio, forse la parola più potente per capire la gravità della situazione in cui McCarthy sta introducendo il lettore è quell’aggettivo “prezioso” riferito a “respiro”. Con l’avanzare della narrazione l’obiettivo metterà a fuoco meglio alcuni aspetti che sono contenuti in queste quattro righe. Altri, invece, continueranno ad essere avvolti dal mistero. Per esempio non ci vorrà molto per scoprire che l’uomo e il bambino, entrambi senza nome, sono un padre e un figlio, rispettivamente vedovo e orfano di una donna che di fronte all’insensatezza della sopravvivenza, ottuso istinto primordiale, ha deciso di esercitare il proprio diritto di scelta e l’ha fatta finita. Si comprenderà il motivo per cui il respiro del bambino è così prezioso per il suo vecchio: è respiro che infonde vita come quello del dio dell’Antico Testamento.

Non trascorrerà troppo tempo prima di capire cosa sia la strada a cui il titolo allude: una parola che l’autore ripete di continuo, perché è tra le pochissime a non essere ancora cancellata dall’oblio che è toccato a tante altre.

Il mondo che si riduceva a un nocciolo nudo di entità analizzabili. I nomi delle cose che seguivano lentamente le cose stesse nell’oblio.I colori. I nomi degli uccelli. Le cose da mangiare. E infine i nomi di ciò in cui uno credeva. Più fragili di quanto avesse mai pensato. Quanto di tutto questo era già scomparso? Il sacro idioma privato dei suoi referenti e quindi della sua realtà. Ripiegato su se stesso come un essere che cerca di preservare il calore. Prima di chiudere gli occhi per sempre.

La strada è la sola linea di senso nel mondo devastato. Per conservarne il ricordo, l’uomo ha ridotto una vecchia guida stradale a fogli volanti rattoppati con il nastro adesivo. A carta straccia assomiglia l’ultimo preziosissimo vangelo. La strada, infatti, indica una direzione al viaggio, sottrae alla disperazione quella lontana eppur raggiungibilissima costa che promette qualcosa di indefinito, e proprio in quanto tale migliore di quanto si staglia davanti agli occhi. In un mondo in cui un padre ricorda a stento le favole da raccontare al proprio unico figliolo, la strada è  l’ultima eco di un canto dimenticato in cui gli uomini potevano essere ancora divisi in buoni e cattivi.

Ho letto La strada troppo a ridosso di Horcynus Orca, perché la mia percezione non ne risentisse.  L’ho letto rapidamente, perché la sua mole era una bazzecola rispetto a quella dell’altro romanzo. L’ho letto con il vivido ricordo della ricchissima lingua utilizzata da D’Arrigo. Perciò di fronte alla lingua poverissima de La strada, alla ripetizione ossessiva delle meticolose azioni del protagonista, a volte ho provato un senso di nausea. Eppure il senso di quello stile non mi sfuggiva: conferire importanza assoluta a tutti quei gesti che nella vita quotidiana compiamo con disattenzione, ma che in un mondo al termine acquistano una pregnanza gigantesca. Talvolta, infatti, ho pensato che McCarthy intendesse fornire al lettore un vero e proprio manuale di sopravvivenza per chi dovesse restare in vita dopo un’apocalisse.

Impiegarono tanto tempo a trovare il carrello. L’uomo lo disseppellì dalla neve, lo raddrizzò, ripescò lo zaino, lo sbatacchiò, lo aprì e ci ficcò una delle coperte. Rimise lo zaino, le altre coperte e le giacche nel carrello, prese in braccio il bambino, e lo sistemò sopra, gli slacciò le scarpe e gliele tolse. Poi tirò fuori il coltello e cominciò a tagliare una delle giacche per fasciarci i piedi del bambino. Usò una giacca intera, poi ricavò grossi rettangoli dal telo di plastica e glieli avvolse ai piedi, partendo da sotto e legandoglieli alle caviglie con la fodera delle maniche della giacca.

Alla scarsa varietà di argomenti si contrappone una potenza emotiva certe volte davvero ingestibile. Ho provato dolore agli stinchi e un’autentica disperazione, quando i due personaggi si sono imbattuti in due degli episodi più agghiaccianti di La strada. La prima volta accadde durante l’esplorazione della casa-allevamento in cui alcuni uomini e un aio di donne sono lasciati in vita il tempo sufficiente affinché non imputridiscano e possano essere mangiati quando i ‘pastori’ saranno di nuovo affamati. Il secondo cazzotto  da knock-out, invece, l’ho ricevuto nella terribile sequenza in cui padre e figlio scoprono uno spiedo in cui è infilzato un neonato decapitato e abbrustolito.

Per il resto McCarthy somiglia a un pugile che lavora ai fianchi, ti toglie il fiato, ti fa vacillare fino alla disperazione. Nel mondo de La strada qualsiasi azione comporta una sforzo sovrumano. Il freddo è insopportabile, il riparo dalla pioggia precario, gli uomini che si incontrano per la strada o sono predoni o sono briganti quando non sono morti che camminano; il terreno è sterile, così che la speranza di ricostruire la civiltà pare una semplice frottola mascherata sotto la mitica e un po’ cialtrona frase “noi siamo quelli che portano il fuoco”; l’unico cibo disponibile è quello prodotto dagli uomini dell’epoca passata, una risorsa limitatissima e deperibile. Già verso la metà del libro ci si comincia a guardare intorno nella speranza che l’uomo all’angolo getti la spugna e riposare in pace. Non importa se una volta per tutte.

Questo è La strada di Cormac McCharthy: un romanzo crudo che racconta la deriva crudelissima dell’umanità in un mondo esausto; un libro che costringe il lettore a dubitare di ogni uomo, di ogni barlume di speranza il destino sembri concedere. Una storia che insegna il valore di un paio di scarpe, quasi in barba a quel cretinissimo adagio femminista per cui non tutte le donne sognerebbero di riempire una scarpiera. Cormac McCarthy sembrerebbe quasi dire: “Stronzate! Cosa ve ne fate dei libri in un mondo morente? Donne sagge furono quelle che fecero scorta di scarpe”.

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Quando finii di leggere Horcynus Orca

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Ho appena terminato la lettura di Horcynus Orca, romanzo di Stefano D’Arrigo che mai avevo sentito nominare nelle intellettuali discussioni, né tanto meno incensare come  credo meriti. Una bomba, bellissimo, umanissimo. Mi ha conquistato sin da subito, tanto che ho cominciato a consigliarlo a chiunque mi chiedesse un libro da leggere quando non ero nemmeno arrivato a pagina cinquanta. Ma d’altro canto, non era forse Oscar Wilde che ricordava che per giudicare la bontà di un vino non bisogna bere tutta la bottiglia (o era la botte)!?

(Continua a leggere…)

Letto sotto il materasso. Kafka sulla spiaggia di Murakami ovvero Un giorno mi pentirò di aver stroncato questo libro

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«La più consistente scoperta che ho fatto pochi giorni dopo aver compiuto 65 anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare», dice così il vecchio scrittore de La grande bellezza. Lo dice con un pesante accento napoletano ed per questo che la sua frase acquista uno status di crudele saggezza che non posso fare a meno di ascoltare. Un sessantacinquenne mi ha insegnato qualcosa che avrei imparato tra altri 35 anni. Mi ha donato del tempo prezioso, perciò mi sento in dovere di farvi risparmiare a mia volta un po’ di tempo. Così per la prima volta mi accingo a parlarvi di un libro che vorrei non leggeste. Ovviamente sarete liberi di farlo, perché in fondo Sade ci ha insegnato che ognuno trova la felicità a modo suo: è questo essere filosofi.

Nelle vacanze di Natale ho letto Kafka sulla spiaggia di Murakami Haruki, un libro pubblicato nel 2002 e in Italia nel 2008 da Einaudi. Il mio intervento potrebbe arrivare ormai troppo tardi, perciò mi scuso con chi non potrà mettere a frutto della mia esperienza. Qualche anno prima lessi dello stesso autore Norwegian Wood ovvero Tokyo Blues, se vi piace il vecchio titolo. Mi era piaciuto. Perciò quando ho preso dallo scaffale Kafka sulla spiaggia, non avevo dubbi che sarebbe stata una buona lettura: la mole del libro non mi spaventava, così come il poco entusiasmo del mio vecchio, che lo aveva già letto molti mesi prima. Io e il mio vecchio abbiamo orizzonti d’attesa diversi, mi sono detto. Lui ama nei libri ciò che io a stento discerno e viceversa. E invece questa volta aveva ragione lui.

Dopo circa 200 pagine Kafka sulla spiaggia ha cominciato ad annoiarmi, come dice Laforgue, superiormente. La minaccia di altre 300 pagine era diventata una prospettiva inquietante. Eppure volevo finirlo. Dovevo vedere dove andava a parare. Ma cominciamo dal principio: per quale motivo il libro mi ha annoiato? Naturalmente la colpa non è della trama ovvero dei fatti narrati. La storia è surreale, certo, ma da consumato lettore non sono avvezzo a formalizzarmi di fronte all’improbabilità di quanto mi viene raccontato: non ho problemi ad accettare che un vecchio possa prevedere che un giorno piovano dal cielo pesci, che una pietra apra e chiuda una porta su un altro mondo, che eroi della pubblicità prendano vita, che gatti parlino con uomini, che ci siano altri mondi. Non sono un paladino del realismo come il mio amico Ugo. Non sono nemmeno irritato perché la maggior parte delle cose che avvengono nel romanzo sono buchi neri dai quali l’autore emerge ammiccante chiedendo al lettore di tirare a indovinare sul perché e per come. E’ la goffaggine dell’insieme che mi disturba. Kafka sulla spiaggia sembra un romanzo furbo (come direbbe Nanni Moretti), ma venuto male. Sembra voler compiacere l’amante delle trovate, lo pseudo-intellettuale emarginato, il salame impegnato per i diritti civili di ogni minoranza, il cercatore di passaggi pruriginosi, i tizi che trascorrono la vita a condannare chi sgozza gatti per divertimento. Insomma tutta gente che con la letteratura ha poco o niente a che vedere.

Che Murakami straveda per Kafka è fuori discussione. Che cerchi di scimmiottarlo, anche. Ho il sospetto, inoltre, che con questo libro egli volesse deliberatamente creare una sorta di tributo al maestro. Invece, Murakami ha finito per scrivere un’ipertrofica parodia di luoghi comuni kafkiani: un esercizio di stile un po’ lungo per risultare accettabile. Ecco gli elementi che l’autore ha individuato in Kafka e ha generosamente impiegato per la sua ricetta poco saporita: descrizioni precise di circostanze e personaggi (l’amore di Kafka per Flaubert è cosa nota); la terribile necessità di alcuni avvenimenti che invece sembrano del tutto gratuiti che spesso si manifesta con l’uso di un inspiegabile “naturalmente” (componente ebraica di derivazione biblica, molto comune anche ai fratelli Cohen); circostanze surreali dell’ordine botola di una casa che apre sulla camera del tribunale ne Il processo o della notissima trasformazione di Gregor Samsa in insetto. Questi tre elementi sono vistosamente ripresi e maltrattati dall’autore.

Dei primi due stilemi kafkiani mal imitati ho già dato conto accennando alla trama (non vi riassumo il libro, perché potete trovare una recensione di quel tipo ovunque sul web; e se è quello che cercate, vi incoraggio a fare il balzo nell’iper-testo). Resta la questione delle descrizioni. Murakami elenca decine di volte le azioni di routine dei personaggi principali: ci dice che X si lava le mani, i piedi, il pene, fa la cacca, fa i suoi esercizi di ginnastica, ci dice quanti crunch fa, che musica sta ascoltando mentre lo fa, il livello di carica delle batterie del suo walkman (mi pare di ricordare che fosse proprio un walkman e non un ipod), ci narra minuziosamente il rituale di preparazione del pranzo, quello della cena. Non trascorre istante insignificante della vita dei personaggi che non venga registrato. Se questo elenco vi ha già stancato, immaginatelo molto più nutrito e ripetuto sistematicamente in ogni capitolo del libro, aggiungete delle goffe digressioni erudite messe in bocca ai personaggi e avrete un’idea di cosa ci sia in Kafka sulla spiaggia.

Un discorso a parte meritano i personaggi, degni di un Baricco piuttosto in forma. Tutto il Circo dei fenomeni da baraccone è riunito per l’occasione e Murakami lo fa sfilare di fronte al lettore per strappargli un “che idea geniale”. Così c’è il personaggio transessuale donna omosessuale (in sostanza è nato donna, vuole essere uomo, ma ama gli uomini); un altro è un vecchio demente che, parlando in terza persona, ripete per tutto il romanzo di essere stupido, parla con i gatti in quadretti che non riescono ad essere nemmeno paradossali e ridicoli quanto sarebbe opportuno; il protagonista, invece, è il classico bambino prodigio, incompreso, solitario, noiosamente appassionato di lettura e di musica; insomma lo sfigato che trova nella letteratura e nell’arte un’occasione di riscatto (ma che per l’autore sicuramente dovrebbe assomigliare a Franz Kafka). Accanto a queste macchiette involontarie, vi sono quelle vere e proprie: le incarnazioni di celebri personaggi della pubblicità che fanno capolino nella storia quando il racconto segue il vecchio demente o chi gli sta intorno, per esempio. Proprio la presenza di tali macchiette, tra le quali spicca anche la coppia di femministe che riscontrano nella biblioteca Kōmura un efferato crimine sessista, ci assicura che quando Murakami vuole denigrare qualcuno, non risparmia segnali vistosissimi e chiari ammiccamenti. Potrebbe Kafka sulla spiaggia voler ridicolizzare tutti i personaggi trattati, pur facendolo talvolta in modo grossolano e talvolta in modo pià sottile? Potrebbe, certo, in una super-interpretazione, ma io odio le super-interpretazioni.

Come se questa carrellata di uomini non dovesse bastare da sola, Murakami mette in bocca ai suoi burattini dialoghi tra i più penosi che abbia mai letto. I personaggi parlano come libri stampati, assomigliando per lo più a quegli intellettualoidi presi in giro senza pietà da Woody Allen in tutti i suoi film. Ciò che trovo atroce, però, è che non mi pare si tratti di parodie volontarie,  poiché sembra piuttosto chiaro che il libro abbia baricchianamente l’aspirazione a stupire il lettore, a coinvolgerlo e a compiacersi di questa paccottiglia spacciandola per fine disquisizione intellettuale. Accade, per esempio,  quando il protagonista spreca parole a pontificare circa la bellezza di due accordi di una canzone, considerandoli prodigiosi. Non sono un esperto di musica, ma mi pare quanto meno errato, se non patologico, considerare un accordo bello o brutto, figurarsi spenderci l’entusiasmo che bisognerebbe riservare a un’aria di Puccini. Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta pur sempre dei pensieri di un bambino, allora in verità vi dico: secondo voi allora il libro è una denuncia dell’imbecillità adolescenziale? Via, andiamo! Ma è arrivato il momento che anche i vostri occhi vedano, perciò eccovi un esempio di come il nostro eroe commenta la canzone che dà il titolo al romanzo e che dovrebbe essere il fulcro di tutta la storia:

Le parole, se non ermetiche, sono sicuramente molto simboliche, e sfiorano il surrealismo. […] Ad ascoltare la canzone più volte, comincio a intuire, seppur vagamente, le ragioni per cui Kafka sulla spiaggia ha conquistato un numero così grande di persone. La combinazione di talento allo stato puro e di disarmante innocenza è così perfetta da poterla definire “miracolosa”.

Ho la sinistra sensazione che oltre ad essere palesemente brutto, il passaggio sia metaletterario, perciò autocelebrativo e per niente ironico. Insomma, si parla della canzone come se si parlasse del libro. E, a quanto pare, se ne parla davvero bene! Scommetto che il fan di Murakami sentirà un grande calore intellettuale, quando individuerà in questo passaggio la presunta chiave suggerita dall’autore per interpretare il suo scritto. Dio ti abbia in gloria, amico che difficilmente leggerai queste righe!

Fedele a Kafka anche nelle interpretazioni più trite riservategli, Murakami non ci risparmia nemmeno una nuova incarnazione dell’Edipo, con la ripresa della celebre profezia che vuole il figlio andare a letto con la madre che lo ha abbandonato preferendogli la sorella. Figurarsi se la profezia autoavverante non si avveri! Ma ciò che trovo davvero irritante è il dialogo che si svolge tra questi due personaggi: la non più giovane probabile-madre del protagonista e il ragazzino verosimile-figlio che sta cercando di sedurla e portarsela a letto. Discutono di verità. Discutono di luoghi metaforici dove realtà non conciliabili possono trovare un punto d’incontro. Ma in che modo patetico! Non saprei dire chi dei due sia più infantile e sciocco (intanto un ragazzo in un college americano dall’altisonante pedigree starà scrivendo un articolo per spiegare come il ragazzo cerchi di ripristinare una relazione uterina con la madre per quel desiderio dell’inanimato, discusso da Freud in Al di là del principio di piacere):

– In ogni caso, la tua ipotesi getta un sasso verso un obiettivo molto lontano. Ne sei consapevole, vero?

Faccio sì con la testa.

– Sì, lo so. Ma attraverso le metafore questa distanza si può ridurre.

– Però né tu né io siamo metafore.

– Certo, – dico. – Ma possiamo usare le metafore per accorciare di molto la distanza che ci separa.

Mentre continua a guardarmi, un sorriso affiora di nuovo, lieve, sulle sue labbra.

– Sono le parole d’amore più strane che abbia mai sentito.

– Ci sono tante cose strane. Ma sento che mi sto avvicinando alla verità.

– Ti stai avvicinando a una verità metaforica attraverso la realtà? O a una verità reale attraverso una metafora? Oppure le due cose sono complementari? .

Ammettiamolo: sembra uno dei dialoghi che abbiamo tanto deriso guardando The Lady di Lory Del Santo. L’ultima battuta della donna è veramente marzulliana o, se siete un minimo più colti, sembra parafrasare le parole del poeta contemporaneo di Ecce Bombo. Ho il timore che Murakami volesse alludere a un magistrale passo di Kafka che, una volta riportato qui, mostrerà da solo la differenza di bravura che esiste tra il grande maestro e la mezzacalzetta della sua bottega:

Molti si lamentano che le parole dei sapienti siano sempre e soltanto similitudini che però non si possono
applicare alla vita d’ogni giorno, la sola che possediamo. Quando il saggio dice: «vai di là» non intende che
si debba passare dall’altra parte della via – cosa che si potrebbe anche fare, se mettesse conti di andarci – ma intende qualche «di là» favoloso, qualcosa che non conosciamo, che nemmeno lui saprebbe indicare meglio e che pertanto qui non ci può giovare affatto. In fondo tutte queste similitudini dicono soltanto che l’Inconcepibile è inconcepibile, e questo si sapeva. Ma altre sono le cose che ci affaticano ogni giorno.
A questo punto uno disse : «Perché vi opponete? Se seguiste le similitudini, voi stessi diverreste similitudini, e quindi sareste liberi del travaglio quotidiano».
Un altro disse:«Scommetto che anche questa è una similitudine». Disse il primo: «Hai vinto».
Disse il secondo: «Ma purtroppo soltanto nella similitudine».
Disse il primo:«No, nella realtà; nella similitudine hai perduto».

Concludiamo. Kafka sulla spiaggia piacerà a chi ama Baricco, Erri De Luca, ai fan sfegatati e acritici dell’autore, ma risulterà noioso se non addirittura irritante per chi ha letto i classici e soprattutto per chi è appassionato di Kafka. Il mio consiglio è di dedicare le vostre 500 pagine di attenzione a qualcosa di più robusto, magari a due libri di Pizzuto, o qualcosa di più trash, magari Moccia. Potrei essermi sbagliato, certo, perciò domani qualcuno racconterà che Kafka sulla spiaggia era una brillante e incompresa parodia della letteratura e dei costumi di un’epoca: potrebbe accadere, ma se così fosse, allora vuol dire che le parodie di oggi fanno solo sbadigliare.

Letto sotto il materasso. La macchia umana di Philip Roth

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Nelle feste di Natale è tradizione recarsi in libreria e scegliere un libro come regalo per l’intellettuale di famiglia. Gli esperti di marketing lo sanno, perciò mettono al lavoro le tipografie proprio nei mesi che precedono il compleanno di Gesù Cristo. Come un coniglio dal cilindro di un prestigiatore poco aggiornato, ecco che compaiono i libri di Vespa, Littizzetto, De Luca, Baricco, Gramellini e così via. Siccome  durante il resto dell’anno mi capita di comprare libri con una certa regolarità, libri che sovente non riesco a leggere come gran parte dei giovani umanisti impegnati in studi che paradossalmente allontanano lo studioso dalla sua attività primaria, cioè la lettura; siccome capita tutto questo, dicevo, per me il compleanno di Nostro Signore dei pescatori diventa un’occasione per fronteggiare la piccola biblioteca di casa. Le cose vanno più o meno così: con i piedi ben piantati a terra e le gambe leggermente divaricate la scruto intensamente. Gli occhi sono leggermente socchiusi e l’espressione generale del viso è atteggiata come la numero due di Clint Eastwood: quella senza sigaretta. La mano un po’ mi trema, perché è fuori allenamento. L’occhio è molto più veloce. Alla fine va tutto per il meglio: estraggo i libri rapidamente senza provocare un disastro, di cui la classica caduta a domino non è che la prima biblica piaga.

Quest’anno è toccato a due libri che ho acquistato orgogliosamente a metà prezzo ormai quattro, anzi quasi cinque anni fa: Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami e La macchia umana di Philip Roth. C’è un legame tra i due libri, o meglio, credevo ci fosse quando all’epoca li presi. Kafka, naturalmente. Ora direi, invece, appropriandomi delle parole di Giovanni Z., che giocano in campionati diversi. Ho letto i due libri nell’ordine in cui li ho elencati, ma oggi parlerò soltanto del secondo. Parlare di un libro? Se ne sono sicuro? Oh bella, pensavate davvero che avrei continuato con la mia aneddotica palesemente stereotipata? Potreste spiegarmi, per favore, in cosa pensavate consistesse questo blog?

Quando ho cominciato La macchia umana, non ero a digiuno di Roth. Avevo già letto la raccolta Zuckerman, L’animale morente e il fondamentale Pastorale americana (sì, Einaudi conta molto su di me). Sapevo cosa aspettarmi dallo scrittore: uno stile letterario riconoscibile e magistrale, storie di uomini e di donne più vere del vero, una profonda consapevolezza della letteratura e in particolare del genere romanzo, il potente retaggio ebraico che negli ultimi decenni è diventato quasi un marchio di qualità, come la provenienza scozzese di un whiskey. Mi sembra piuttosto ridicolo e superfluo tessere le lodi di uno scrittore che è considerato alla stregua di un classico: non sta a me il compito di farlo emergere dal rumore di fondo prodotto da tutto ciò che non vale la pena leggere. L’autore è robusto a sufficienza. Cercherò, pertanto, di spiegarvi i motivi che mi hanno indotto a leggerlo rapidamente, come un affamato e a giudicarlo un gran libro da consigliare alla mia cerchia di amici e di lettori.

  1. Cominciamo dal tempo in cui avvengono i fatti: 1996-1998 e giù di lì.
  2. Proseguiamo con lo spazio: un college americano chiamato Athena e i suoi dintorni in senso lato.
  3. Concludiamo con il protagonista: un famoso e autorevolissimo professore universitario.

Ah, e poi c’è l’autore del libro, che nella finzione non è Philip Roth, ma il suo alter-ego Nathan Zuckerman. Egli non è un elemento secondario. Per capacità di ritrovarsi invischiato sistematicamente nei casi umani più notevoli del popolo ebraico americano, egli assomiglia ai detective di Agatha Cristhie o alla leggendaria Jessica Fletcher de La signora in giallo. Dove c’è Zuckerman, c’è sempre una storia da raccontare. E se Zuckerman non va alla montagna, sono gli altri che fanno di tutto per importunarlo chiedendogli di scrivere la loro storia. Sebbene egli faccia ogni volta il prezioso, alla fine acconsente sempre, così che il lettore alla fine scopre immancabilmente di avere tra le mani il libro di Zuckerman, anziché quello di Roth. Ciò ha una peculiare conseguenza. La presenza di uno scrittore inventato con la sua voce ingombrante fa sorgere il dubbio che i fatti narrati siano la verità di Zuckerman, non quella dei protagonisti, dei quali sovente ci è dato conoscere non solo i pensieri, ma anche il ribollire della loro mente. Zuckerman suscita nel lettore il dubbio che, malgrado il suo tentativo di  svelare con un approccio letterario la verità, egli abbia alla fine celato una verità più profonda sotto lo smalto della sua invenzione. Insomma, lo scrittore fittizio non ha la funzione di garante per l’autenticità della storia, come sarebbe stato il vecchio maniscritto di un romanziere storico, ma è proprio colui che con la sua presenza contamina irrimediabilmente l’ingenuità dei fatti nudi e crudi. Si termina il libro credendo che le concatenazioni dei fatti attraverso l’idea di causa-effetto non siano quelle giuste, ma solo quelle scelte dal maledetto Zuckerman dall’ego gigantesco. Se ve lo state chiedendo, la risposta è sì: questa atmosfera di dubbio mi riporta a ciò che provo leggendo Kafka.

Proseguiamo. La macchia umana è una tragedia nel senso più antico e nobile del termine. C’è un uomo grandioso, Coleman Silk, gigantesco fuori e dentro; egli è il preside di facoltà che ha ripulito il suo college da tutti i docenti parassiti che lo infestavano, i quali continuavano a restare a galla come degli stronzi ripubblicando periodicamente lacerti della loro storica tesi di dottorato. Ha mandato in pensione i dinosauri e fatto irrobustire i denti della nuova classe di studiosi americani. E’ stato lui ad aprire le porte della docenza a un negro presso Athena. Le sue azioni sono state sempre decise e irresistibili. Le parole che una rampante professoressa francesce dedica a quelli come lui, finiscono per essere la descrizione definitiva di Coleman Silk:

Mentre i più vecchi, rustici e soprassati, gli “Umanisti”… Bè, obbligata com’è alle conferenze e nelle pubblicazioni, a scrivere e parlare come richiede la professione, l’umanista è la parte di se stessa che Delphine qualche volta sente di tradire, e per questo l’attirano: perché sono quello che sono e sono sempre stati, e perché lei sa che la considerano una che ha tradito. I suoi corsi hanno un seguito, ma da loro questo seguito è trattato con disprezzo, come una moda. Questi uomini anziani, gli Umanisti, gli umanisti antiquati e tradizionalisti che hanno letto tutto, gli insegnanti “rinati” (come li definisce lei), qualche volta la fanno sentire superficiale. Ridono dei suoi seguaci e disprezzano la sua erudizione. Alle riunioni di facoltà non hanno paura di dire ciò che dicono, mentre verrebbe fatto di pensare che dovrebbero averla; e, di conseguenza, quando è davanti a loro Delphine crolla.

La sua vita pubblica è un inesauribile successo. La sua vita privata si regge su una prodigiosa stabilità che nemmeno la pecora nera della famiglia, il figlio Mark, riesce a far vacillare. Eppure, a un certo punto la ruota della fortuna si inceppa, il gigante barcolla e alla fine cade rovinosamente. E’ un sassolino a far inceppare l’ingranaggio. Una parola. “Spooks”. Vuol dire “spettri” ma anche “negri”. Un’ambiguità generante un fraintendimento che nella grande illusione del politically correct americano arriva a tagliare le gambe anche a chi ha fondato l’epoca d’oro di un’università. Ma il libro di Roth non è una denuncia della bigotteria degli americani, sempre pronti a bacchettare il Bill Clinton di turno perché si è fatto spompinare [scusa mamma, se mi stai leggendo] dalla povera sottoposta Monica Lewinski. La macchia umana è un libro che mostra l’aspetto che hanno assunto gli eroi tragici del nostro tempo. Seppure essi non sono più re, principi, generali e vattelapesca, ma al massimo professori di un’università provinciale, la loro figura fa ancora risplendere di nobiltà e pregnanza ciò che li circonda. Nella loro vicenda anche il più meschino degli elementi può nascondere misteriose connessioni con una verità profonda. E, infatti, nella vita di Coleman Silk “Spooks” non è una parola come un’altra, non è un pretesto per mettere in moto il telaio che tesse la trama: somiglia alla formula magica di uno stregone o, visto che si parla di ebrei, alla parola di dio; una volta pronunciata, essa congiunge passato, presente e futuro in un nucleo densissimo, capace di generare la catastrofe. E’ a tale nucleo che il nostro buon Zuckerman, così come il lettore, vorrà irresistibilmente attingere per soddisfare la propria sete di conoscenza. Allora riemergeranno le storie dei personaggi che incrociano il proprio destino con quello di Coleman Silk: la professoressa Delphine Roux, il veterano del Vietfottutonam Lester Farley, la mungitrice di vacche Faunia Farley e tutta la sfilza di parenti del protagonista. Ognuno di essi ha un passato da fuggire, ognuno di essi è costretto a farci i conti e a scoprire di essere debitore.

E ora, come in una favola di Esopo, ecco il momento didattico, la morale. Cosa rischiate di imparare, leggendo La macchia umana? La tragedia di Roth insegna le seguenti cose:

  1. Nella tragedia il fato colpisce i grandi uomini proprio laddove essi credono di avere la più robusta armatura. Ciò che li rende titanici è anche ciò che inevitabilmente li condanna. Coleman Silk è condannato da una parola, da un elemento, cioè, che egli ha sempre mostrato di padroneggiare con ossessiva meticolosità.
  2. Ogni epoca ha la necessità di vedere friggere in uno sfarzoso e vituperante rogo le palle degli uomini e delle donne più in gamba [mamma, non mi scuso perché so che hai smesso di leggere già da un po’]. Sebbene in un primo momento le azioni dell’eroe di turno siano utili alla comunità, le palle di questi personaggi recano sulla bilancia della vita un peso così insostenibile da far sentire tutti gli altri in difetto, essi sono dei sinistri suggeritori che continuano a soffiare la parola “nullità”.
  3. Il sottoscritto non ha la più pallida idea di come si scriva una recensione, eppure non ha rinunciato a sollecitare il vostro palato affamato di cellulosa.

Nota a margine: sulla pagina Facebook riporterò nei prossimi giorni, corredate delle solite immagini, una selezione dei passi che ho annotato durante la mia lettura.