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Scrivere e pubblicare un libro. A che serve?

“E’ la domanda. Anima mia. E’ la domanda. Non la nomino a voi, candide stelle. Tu devi capire. E’ la domanda. Dario, quando cazzo ti decidi a scrivere un libro?” Carmine Gnolo, amico e lettore, dopo l’ennesimo post di questo blog, pone la domanda. Dentro c’è quella parola terribile, gigantesca: libro. Non mi chiede un romanzo, una poesia, un saggio, un trattato, un testo teatrale, una sceneggiatura o un poema, ma un libro. Mi piace. Il mio amico Mario avrebbe esclamato: “bella domanda!”. Le ultime settimane trascorrono con me intento a studiare, a scrivere, a correggere e, intanto, a cercare una risposta.

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Inevitabilmente quando si cerca una risposta, le domande si moltiplicano. In verità il lavoro di ricerca consiste per metà nel cercare risposte alla domanda che ha avviato il lavoro e per l’altra metà nell’evitare la seduzione delle domande allettanti che invitano a lasciare la strada maestra per sentieri che promettono nettare e ambrosia.

Che cos’è un libro? E’ la forma concreta che assume l’ambizione. E’ l’illusione di un cammino che trova compimento. E’ il premio che uno scrittore merita se è bravo.  Lo scrittore, inteso come grande scrittore, è colui che scrive i libri che segnano un’epoca o persino i secoli. E’ un genio creatore, unico essere degno di ricevere l’onore di una pubblicazione. Il suo libro è un vero libro, il resto è paccottiglia, come direbbe Flaiano. Si può credere, perciò, che la forza dirompente di questo libro sarà sufficiente a calpestare con il suo passo sicuro tutto lo scenario mediocre che lo circonda, consentendogli di portare a compimento il suo destino trionfale: un monumento più duraturo del bronzo. A diciotto anni è giusto credere a queste fanfaluche. A venti anni passati potrebbe essere poco più grave, ma se si è gente di provincia, quale sono io oltretutto, si ha una buona giustificazione per continuare a crederci. Nel cammino verso i trent’anni, tuttavia, è difficile non vivere il più amaro disincanto (Renato Zero mi offre questa coppia di parole come eco di qualche viaggio estivo con la mia famigliola riunita) nei confronti di questo ammasso di carta e inchiostro che nel tempo ha assunto lo stesso valore mistico di un libro di incantesimi nel trito, pacchiano e un po’ kitsch immaginario fantasy. Scrigno di segreti e di prodigi. Per me un libro è solo la testimonianza che quando si parla di arte si continua a ragionare con una mentalità romantica o al più decadente.

E se è vero che i classici hanno davvero poteri eccezionali, è anche vero che le biblioteche nazionali sono piene di libri accatastati che nessuno leggerà; che le librerie sono piene di libri, ma soprattutto, che il mondo è pieno di gente che scrive libri. E il bello è che non c’è niente di male. Nella sua grande saggezza Maffei mi disse: “Dario, la gente scrive, la gente cammina. Non ci sono gli scrittori così come non ci sono i camminatori”.

Non c’è niente di speciale nell’aver scritto un libro. Questa è la tremenda verità. Chiunque può farlo e, a dire il vero, chiunque lo fa. Se la nostra soddisfazione è far girare il nostro libro tra un gruppo di amici e conoscenti, allora non si avrà difficoltà a trovare una delle tante offerte che assecondano l’autopubblicazione. Ma è necessario elargire questo libro che assomiglia tanto alla bomboniera che gli sposi donano insieme ai confetti ai loro satolli invitati? Se invece il libro lo si vuole vendere, allora il discorso si complica. Cercare di diventare ricchi con un libro è follia. O presunzione da disperati. E non lo è perché viviamo tempi internettiani e globalizzati. Lo è sempre stato. Ogni epoca ha avuto i suoi grandi scrittori che si sono lamentati perché i loro libri restavano invenduti a dispetto delle mezze calzette che vendevano migliaia di copie. Se vi fa piacere, in futuro ne parleremo.

Ma torniamo alla domanda iniziale: “Quando cazzo ti decidi a scrivere un libro?”. Non lo so, Carmine. Non lo so, amici miei. Ma so dirvi perché non l’ho ancora scritto. Un libro come lo intendo io è il risultato di un lavoro lungo, intenso, difficile. Richiede concentrazione, buone idee, una cura stilistica il cui solo pensiero mi toglie il respiro. C’è tanto artigianato dietro questa complicata arte della parola. Qualsiasi entusiasmo che mi spinga a creare da zero, a raccogliere materiale, a disporlo, a impostare la mia voce, non può abbattere il muro di settimane di frustrante revisione che gli anni di ricerca mi hanno abituato ad affrontare e a temere come un avversario invulnerabile. Il solo pensiero di scrivere una cosa del genere per poi vederla ammuffire in un hard disk o in una scatola del garage, mi deprime. E io non scrivo perché sono un grafomane, ma perché mi diverte. Se non mi diverte, allora si fotta la scrittura. Faccio altro (di solito fare altro significa leggere o scrivere senza impegno). Nell’Ecclesiastae si dice che c’è un tempo per ogni cosa. Arriverà anche il tempo per un libro, qualunque cosa ciò significhi. E forse sarà merito vostro. Forse accadrà quando qualcuno di voi comincerà a sentire la pressante esigenza di leggere in altra veste le mie parole. Forse quel giorno nascerà il mio libro.

Per ora, dunque, se vi piace la mia voce, dovrete accontentarvi di quanto spargo qua e là tra il blog e i social network. Di quanto posso limare in tempi ragionevoli. Spero comprendiate le mie ragioni. Qui ci sono gli Haiku che mi diverto a scrivere, utilizzando con crudeltà la forma poetica giapponese. Qui c’è un romanzo a puntate che non ho finito di scrivere, il cui titolo riprendere il grande romanzo di Sterne, Viaggio sentimentale, incompleto come il mio. Qui c’è Bianco e nero, un altro racconto a puntate fermo al secondo episodio. Poi ci sono racconti da rivedere, paragrafi smozzicati e buone idee che un giorno troveranno compimento. E magari compariranno su questo blog.

Credo in fondo che la letteratura metta in contatto persone in tempi e luoghi lontani e lo faccia evocando mondi, emozioni, storie, lingue, parole, e che non sia necessario un libro perché tutto ciò accada. Basta che ci sia io e ci siate voi. Voi lettori del blog, seguaci di Facebook, di Twitter, commentatori anonimi e no, voi che siete il mio piccolo mondo e certi giorni mi fate sentire un Vip. Uno scrittore di cui si attende la parola. Assomigliate alle persone che incontrai durante una passeggiata in compagnia di Maffei, quando in verità, in verità mi disse: “Vedi Dario, questo è la mia piccola realtà. Il negozio di fotocopie, la segreteria, la pizzeria dove pranzi, i ragazzi che seguono il corso”. Io pensavo che era la vita vera, quella che è difficile raccontare, ma che alla fine è ciò che nutre veramente la nostra esistenza. E allora penso lo stesso di voi. Penso a voi, quando scrivo un post o qualcosa che vi faccia sentire la mia voce. Non è un libro, ma funziona in maniera simile.

Post scriptum: Lancio una bomba di cui potremo parlare in futuro. Ho visto l’episodio 6 della terza stagione di Games of Thrones e mi è sembrato una versione fantasy di Beautiful, telenovela che sto studiacchiando in vista di un post futuro. Discutibile anche la scenografia che in certi momenti mi ha dato l’impressione di essere piuttosto casereccia. Spero di aver beccato l’episodio più brutto e insignificante della serie, altrimenti dovrei concludere che tra dieci anni, parleremo di Games of Thrones come oggi parliamo di Xena, la principessa guerriera.

Essere uno scrittore esordiente, la pubblicità e le recensioni

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Proprio la scorsa settimana, mentre ero intento a stappare champagne e a irrorare con il suo getto spumoso l’inerme hostess immaginaria al mio fianco, mi è accaduto un fatto del tutto nuovo. Ho ricevuto un messaggio su Facebook di uno scrittore esordiente il quale mi chiedeva se potevo aiutarlo a pubblicizzare il suo nuovo libro. La faccenda mi ha colto abbastanza impreparato, così sono passate alcune ore prima che avessi le idee chiare su cosa rispondere.

La maggior parte dei miei dubbi riguardava innanzitutto il concetto di scrittore esordiente. In buona fede avrei potuto credere che con quelle orrende parole si potesse intendere semplicemente colui il quale pubblichi il suo primo libro. Ma io sono difficilmente in buona fede. In verità, l’accoppiata di termini mi sembrava standardizzata a sufficienza da essere il prodotto di qualche casa editrice a pagamento, la quale verosimilimente nei suoi discorsi ai loro clienti utilizza l’etichetta in modo da dare loro una collocazione precisa e appagante. Lo avevo verificato già qualche mese fa, quando una signora mi aveva spammato senza eleganza il suo libro su twitter, provocando in me l’irresistibile voglia di indagare e cavillare. Le parlai nella chat privata di twitter, dove lo scambio di battute è a suon di 140 caratteri. Si definì spontaneamente come scrittrice esordiente e, quasi ad assaporare il brivido che deriva da un destino di delusioni e anonimato, metteva le mani avanti, spiegandomi quanto era difficile per “una scrittrice esordiente farsi conoscere e crearsi un pubblico”. Aveva le idee chiare. Così chiare che mi spiegò anche che per gli esordienti una stroncatura può essere dannosissima, mentre è quasi un’impetuosa spinta verso il successo, qualora lo scrittore sia già affermato. Non mi sembrava farina del suo sacco: sentivo dietro quelle parole sicure, il lavaggio del cervello che la scrittrice esordiente aveva subito da qualche collaboratore oppure che si era fatta da sé, e non di certo con le acque dell’Arno.

Decido di essere generoso. Chi se ne frega, sarà una merda sto libro, ma perché non dargli una possibilità. Rispondo allo scrittore esordiente che prima di pubblicizzare il suo libro, vorrei leggerne almeno una parte, perciò vorrei sapere dove posso leggerlo. La sua risposta è rapida e concisa e non può essere più spiazzante. Mi dice che posso acquistare il libro on line per poco meno di 15 euro o direttamente da lui per 12 euro precisi. Nel secondo caso il libro è autografato. Ripenso al binomio “scrittore esordiente”, al lavaggio del cervello e alle probabili coccole del cuoio capelluto che gli editori a pagamento possono elargire. Il mio intelocutore sembra essere già entrato in una sorta di sistema di vipperia (o vipposaggine o vipposità), per cui crede che il suo autografo dovrebbe interessarmi o dovrei ritenerlo un prezioso bonus. Ecco cos’è davvero uno scrittore esordiente per lui: uno che avrebbe già il pedigree di scrittore, ma che si troverebbe ahilui nella comoda condizione di poter giustificare la propria marginalità senza dubitare del proprio valore. Egli è uno scrittore, non c’è dubbio, ma è l’essere esordiente che lo frega. E’ colpa dei tempi.

Resto interdetto. Dovrei comprare il libro che mi si chiede di pubblicizzare? Non ho capito se allo scrittore esordiente basterebbe vendere a me una copia del suo libro o è davvero interessato alla mia potenziale influenza. In realtà credo che non lo sappia nemmeno lui. Qualcuno gli avrà consigliato di spammare e lui lo fa al meglio delle sue capacità. Non sa se per vendere o per ottenere consenso. Ma lo fa. E purtroppo per lui lo fa male e con la persona sbagliata.

Gli dico che Io Sono Letteratura non ha un budget per comprare libri da recensire. Ribatte che può regalarmi il libro se gli garantisco una recensione, perché altrimenti cercherà di investire meglio il suo denaro. Gli rispondo che se ha dato un’occhiata al blog, si sarà reso conto che non mi sono fatto problemi a stroncare un libro di Murakami. Perciò non posso garantire nulla di positivo, ma una recensione non vedo perché dovrei negargliela. Conclude ringraziandomi per il tempo concessogli e che si rivolgerà altrove; ci tiene ad aggiungere però che non pretende una recensione positiva, né che sia definito il nuovo King, anzi è interessato persino a qualcuno che gli dica che “il suo libro è una merda” (credo sia notevole che egli avesse già fiutato qualche fosse l’idea che mi passava per le narici). Allora non posso esimermi dal rispondergli che tutto sommato sono la persona giusta per lui e che potrebbe anche farmi leggere solo alcuni brani, poiché un’opera letteraria, come dice Oscar Wilde, è come il vino: non è necessario bere tutta la bottiglia per giudicarne il valore.

All’apparizione di Wilde nello scrittore esordiente qualcosa scricchiola. Mi dice che lui ammira Wilde, ma che l’affermazione è una vera stronzata. Dice che non basta una pagina o persino un solo romanzo per valutare uno scrittore. Lo capisco. Ha preso l’affermazione del classico sul personale. Capita spesso ed è proprio il motivo che fa di lui un classico. Ci offende con la sua crudeltà. Magari lo scrittore esordiente si sente vulnerabile e mette le mani avanti. Non vuole essere giudicato per il modesto libriccino che voleva farsi recensire. Lo capisco. Ma non so come aiutarlo. Nemmeno il suo libro vuole farmi leggere. E allora gli lascio almeno l’ultima parola. La sensazione che mi abbia messo in scacco. Che io non abbia saputo replicare.

Ringraziamenti per il nuovo record di visite.

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Il post della scorsa settimana ha segnato un traguardo per questo blog. Il numero di visite da Gennaio a oggi ha superato le cifre registrate nell’anno in cui il blog è stato più frequentato: il 2013. In quattro mesi scarsi ci sono state più visite che in un intero anno. Penso sia doveroso dedicare questo post esclusivamente a ringraziare chi ha reso possibile tutto ciò: voi lettori. Non voglio fare come il calciatore intervistato che immancabilmente ripeterà dopo aver segnato un gol in rovesciata, uno in cui hai corso per settanta metri palla al piede prima di insaccare e un altro su punizione a giro, ottenuta per un fallo da lui stesso subito; che il merito non è suo ma dell’intera squadra. Che ciò che conta è la vittoria e non la prestazione personale. Un giocatore guadagna così tanti soldi che può anche dire le fanfaluche che l’etichetta gli impone. Io no.

Io voglio dirvi la verità. Non è per questo che siamo qui, d’altra parte? Se sono mesi che vi propino la mia vita un po’ mascherata (e forse anche un po’ disegnata male come quella di Gipi) e le mie opinioni ben incravattate, è perché ci aiutino a entrare in contatto con qualcosa di vero sull’uomo e non sulle cazzate astratte e stereotipate che riempiono i best-seller. Qualcosa di vero di me e di voi che mi leggete, insomma. Allora capirete che il successo non dipende da me. La verità, infatti, è questa: io potrei essere anche più bravo di Franz Kafka, ma se non ci foste voi a consigliare questo blog, a metterlo nei vostri feed (per mamma: significa che fanno in modo da sapere automaticamente quando il blog è stato aggiornato, poi ti faccio vedere come fare), a scrivermi in chat per farmi sentire il vostro affetto, a telefonarmi per dirmi “sai che mi è piaciuto?!”, a condividerlo su facebook o su twitter e a far moltiplicare i pollici alzati, questo blog resterebbe muto. Non lo dico solo per lusingarvi, ma perché cominciate a fare i conti con la vostra responsabilità.

Tra i miei lettori ci sono parenti, amici veri, amici in termini feisbuccari, conoscenti e anche qualche simpatico avventore che arriva su qui tramite google. A queste persone che non hanno un viso, né un nome non posso che mandare dei generici saluti, un po’ stereotipati: li ringrazio e li invito a dirmi qualcosa di loro o semplicemente a tornare ogni tanto. Agli altri invece posso riservare dei ringraziamenti mirati ed erigere per loro un monumento più duraturo del silicio. Vediamo.

Ringrazio il mio vecchio e mia madre. La leggenda vuole che il primo abbia sostituito la sua lettura da bagno del giovedì, con quella del mio blog su smartphone. Questo significa due cose.

  1. Questo blog è fruibile anche da dispositivo mobile.
  2. Questo blog non disdegna il luogo di lettura preferito dalla mia stirpe: il cesso (per l’occasione voglio ricordare le illuminanti parole del mio professore di storia medievale, il quale fornendo il gruppo dei libri da cesso, ci disse che La storia gotica di Procopio rientrava agilmente nel novero).

Mia madre, invece, pare che legga il blog quando riesce a vincere la resistenza del nostro vecchio pc di casa, il quale soffre di amnesie per esaurimento della batteria tampone (zio Pasquale, se anche tu stai leggendo, per favore aiuta mamma a cambiarla).  Entrambi apprezzano lo stile svagato ma chiaro del blog e sentono di non aver del tutto sprecato il loro investimento in pannolini, veglie, apprensioni e intrattenimento.

Ringrazio alcuni lurker di questo blog (per mamma: lurker è colui che frequenta siti, blog e forum ma non lascia traccia), che proprio in quanto tali sono difficili da identificare. Eppure tra loro c’è il re dei lurker, del quale so vita morte e miracoli: il mio grande amico Mario Sbaranascia. A Mario devo molto, perché ha sempre sostenuto il mio talento, preservando con convinzione la mia salute: quando mi ha ospitato a casa sua, per esempio, mi ha sempre graziosamente permesso che cucinassi per entrambi.

Ringrazio Alessio, un appassionato studioso di letteratura latina, lettore e polemico instancabile, il quale in un momento di grande slancio mi indusse con veemenza a spammare (mamma, significa pubblicizzare ma in una maniera un po’ molesta) il mio blog in giro per i social network, in particolare attraverso i gruppi facebook. Ho seguito il suo consiglio solo in parte, poiché non è nella mia indole spammare senza un certa eleganza, ma di certo sono stato rinvigorito dal suo entusiasmo. Forse lui non legge questo blog, ma gli devo comuque il mio grazie.

Ringrazio i miei amici Jonathan e Dario il biondo, perché quando faccio una passeggiata con loro mi fanno sentire come Orazio al seguito di Mecenate, insomma un uomo che deve accettare con riconoscenza e dignità il suo destino di morto di fam…voglio dire di uomo di lettere. Del resto due versi di Riccardo III non valgono un caffè o un gelato?

Ringrazio Zagni e Cesare, i quali con la loro timidezza mi hanno fatto fare i conti con la mia impiastricciata di clowneria. Ringrazio Paolo, che mi ha incoraggiato a scrivere i post su Gomorra. Ringrazio Maffei, perché resta un maestro e mi ricorda con la sua prosa che ho ancora molto da imparare. Ringrazio Ugo, Salvatore Gregoraci, Alfredo, Eleonora, Antonio, Serena. Ringrazio Gabriele Frasca per avermi dato una traccia da seguire per esprimere la mia cronica malinconia e per avermi definito “un’ottima penna”. Ringrazio Carmine Gnolo, che mi ha detto “Si, ma quando cazzo pensi di deciderti a scrivere un libro?“. Ringrazio Marco Viscardi che ha scritto di me “Inutile avere una macchina fotografica quando a descrivere una scena c’è”. Sono frasi come queste che ti fanno venire la voglia di mettere giù qualche riga ogni settimana. Una ricompensa fin troppo ricca per la mia modesta proposta.

Infine ringrazio lei. La mia lettrice un po’ ritardataria, non c’è che dire, ma sempre presente, silenziosa, attenta ai dettagli. Una buona lettrice. E leale.

Perché ti piace scrivere

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Ci sono tante risposte che si possono dare alla domanda “perché ti piace scrivere?”. Un’alta percentuale di esse è rappresentata da cazzate che ignorano il significato della parola letteratura: c’è chi scrive per passare il tempo, c’è chi scrive per esprimere i propri pensieri o delle idee, c’è chi scrive per sfogarsi, c’è chi scrive per sedurre, c’è chi scrive per sentirsi vivo e c’è persino chi scrive perché se non lo fa si sente male (io, invece, mi sento male proprio quando scrivo, ma questo lo sapete già). Queste poche categorie riassumono la sterminata galassia di risposte più o meno simili che gli scrittori forniscono (scrittori nel senso più letterale di “gente che scrive”, a prescindere dall’infimo modo con cui lo fa). Qualcuno cerca di sfuggire al banale, infarcendo la risposta con astrusi tecnicismi o con parole oscure di sicuro effetto. Ecco piovere allora termini come metafisica, esistenziale, grottesco, psicologico, introspettivo, metaletterario, follia, senza che il povero lettore possa evitare di rimanere intontito da questo ventaglio di stronzate come un pugile alla dodicesima ripresa. Il sugo della storia, come direbbe Don Lisander, non cambia: complicare ciò che è semplice non lo rende più appetibile: soltanto più ridicolo (parlerò di questa faccenda prossimamente, in un nuovo post). Non dico che le risposte siano sbagliate: credo semplicemente che non abbiano alcun rapporto con la letteratura. La letteratura, infatti, amici miei, non è altro che l’arte della parola. Quella che un tempo si chiamava poesia, arte di comporre con le parole. Sì, perché al contrario di quello che suggerisce lo scaffale della Feltrinelli recante la fantozziana etichetta, la poesia non è quella forma discorsiva in cui un autore scrive qualcosa di più o meno breve e immaginifico andando a capo con una cadenza più o meno arbitraria ma che tende alla regolarità: la poesia non ha niente a che spartire con la scrittura in versi, né con la saturazione metaforica. Il metro, le rime, le decine di figure retoriche inventate dall’uomo non sono altro che alcune delle manifestazioni con cui il maestro poeta esprime la propria arte nello stile che lo contraddistingue.

Scrivere letteratura è un’arte nel suo significato più materiale. Vale a dire qualcosa che ha bisogno dell’affinamento di una tecnica. L’arte che presuppone anche l’artigianato. Come il pittore seleziona colori, sfumature, sceglie i pennelli; come il compositore di musica sceglie il genere, gli strumenti, i timbri e le tonalità; come il regista di un film pensa alle inquadrature, alla musica, ai tempi della battute; così il poeta pone grandissima attenzione all’unità minima alla base della sua arte: la parola. Chi non ha un gusto particolare per la parola, per il suono che essa racchiude, per i rapporti sonori e semantici che instaura all’interno di una frase, chi nemmeno nota la differenza tra la cadenza di accenti di una frase o di un verso; chi non fa selezione di parole, insomma, ecco costui non scrive letteratura. Non è un poeta. Cosa fa? Scrive pagine di diario, esplora la sua anima immortale, esprime la sua visione del mondo. Magari informa il lettore con ottimo acume su un argomento che padroneggia, ma non sta scrivendo letteratura. L’arte è studio, talvolta maniacale, del linguaggio espressivo prescelto, qualunque esso sia. Un poeta che sostiene di scrivere di getto o non è un poeta o è un bugiardo.

Non sono un poeta. Non ho scritto grandi racconti. Non ho mai terminato un romanzo. Le mie poesie sono esercizietti anche al cospetto della più brutta poesia di un grande poeta. Non mi manca la proverbiale zampata del campione. Mi manca, come disse Flaubert in una lettera, “la perseveranza nel lavoro”. Eppure se mi chiedessero perché ho perso ore della mia vita a scrivere questo guazzabuglio contemporaneo, saprei sempre cosa rispondere. Amo le parole. Il mio amore per formule, associazioni di parole, costruzioni delle frasi, scelte sintattiche che caratterizzano lo stile dello scrittore K. e del poeta J., è parossistico. Mi piace sentire il suono delle parole. Mi piace consumarle rimasticandole a lungo. Mi piace ripetere monologhi e frasi ben riuscite fino alla nausea. Quando amo una parola, faccio di tutto per lei. Forzo le mie frasi affinché possano contenerle. Sarei capace persino di sostenere l’insostenibile pur di inserire la parola amata nel mio discorso. A pensarci bene, potrei scandire i periodi della mia vita, ricordando il succedersi delle parole oggetto di adorazione. Nemmeno in questo caso mancherebbe la nostalgia, poiché passato l’amore, ogni parola diventa la foto di un album che si torna a guardare ogni tanto con un sorriso appena accennato.

Diderot scriveva: I pensieri sono le mie puttane. Io in verità, in verità vi dico: sono le parole, le mie puttane.

 

 

Un procrastinato ritorno

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In questi mesi non sono morto. Né sono stato rifugiato come la bestia di Kafka nella sua tana. Ho studiato, scritto la mia tesi di dottorato, qualche verso in rima, ho imparato ad usare twitter e facebook. Ho imparato a radermi alla vecchia maniera, con pennello e rasoio di sicurezza. Ho letto libri. Non molti libri nuovi, ma ho dovuto più volte rileggere i libri che servivano per la mia ricerca. A volte sopraggiungeva la nausea e allora mi concedevo la possibilità di leggere qualcosa di nuovo, di solito un libro lontanissimo da tutto ciò che occupava costantemente i miei pensieri. Allora ho letto una Storia della tortura, un libro sull’arte della guerra per gli antichi romani, un libro sulla pirateria nei Caraibi. Erano libri leggeri, chiari, concisi e poco problematici. Un’insalata condita con limone, capace di sgrassare la bocca satura del denso periodare dei libri filosofici e teorici che il lavoro mi portava a mangiare a forza. Niente, tuttavia, mi nauseava tanto come leggere e correggere il paio di centinaia di pagine che costituiva la mia tesi. Leggevo e rileggevo alla ricerca del giusto incastro. Le parole cambiavano di ordine decine di volte, come nel gioco del quindici, senza trovare mai l’assetto definitivo, quello che fa scorrere la rilettura senza incagli. L’abitudine a trovarle imprecise e insufficienti, finiva per farle somigliare giorno dopo giorno alla grandissima Muraglia Cinese. La mastodontica costruzione avrà anche la capacità di tenere lontani gli invasori una volta completata, ma prima di quel giorno con quanta amarezza ha afflitto i palati di chi era costretto ad erigerla?

Il perfezionismo è una nevrosi. Può essere micidiale. Non porta alla noia o all’apatia, ma al disgusto. E, come dice il grande scrittore, a furia di essere disgustati, si finisce per diventare disgustosi. Allora l’ombra della muraglia diventa un luogo che per quanto tetro sia, sembra capace di nasconderci dagli sguardi degli invasori, dei mastri carpientieri e persino dagli sguardi di chi viene a portarci un tozzo di pane o un sorso d’acqua per alleviare le pene del lavoro. Se la procrastinazione affonda le sue zanne nel perfezionismo, lo lacera e lo trasforma in una sfigurata parvenza a due facce. C’è chi lo vede come la garanzia di un ottimo risultato e c’è chi lo considera come uno sforzo superfluo. In entrambi i casi, non è che una gravissima zavorra. Edgar Allan Poe è un grandissimo scrittore non tanto perché avvolge nell’ombra e nel mistero le sue storie, quanto perché ha il dono di far risplendere dettagli minimi che sfuggono all’occhio impigrito dall’abitudine. Ecco cosa dice a proposito della procrastinazione:

Un appello al proprio cuore è, dopo tutto, la migliore risposta al sofisma ora riportato. Nessuno che consulti lealmente e interroghi a fondo la propria anima, sarà disposto a negare la radicalità della propensione di cui parliamo. Essa è tanto incomprensibile quanto spiccata. Non esiste tra i viventi un uomo che in qualche momento non sia stato tormentato, per esempio, da un forte desiderio di sottoporre a un supplizio di Tantalo l’ascoltatore usando lunghe circonlocuzioni. Chi parla si rende conto di essere spiacevole; eppure ha tutta l’intenzione di piacere. E di solito conciso, incisivo, chiaro; la sua lingua lotta a fondo per conservare un linguaggio laconico, luminoso; soltanto con difficoltà si vieta di lasciar fluire le parole, teme e depreca la collera di colui al quale si rivolge; tuttavia lo colpisce il pensiero, che si possa provocare questa collera con certe involuzioni e parentesi: questo solo pensiero è sufficiente per lui. L’impulso diventa volontà, la volontà desiderio e questo si trasforma in un incontrollabile anelito, anelito a cui egli soggiace (con suo dispiacere o mortificazione a dispetto di tutte le possibili conseguenze).Abbiamo di fronte un compito cui dobbiamo rapidamente adempiere, sappiamo che sarebbe rovinoso ritardarlo, la più importante crisi della nostra vita ci sprona, con squillo di tromba, a una energica, immediata azione. Bruciamo, siamo consumati dall’impazienza di cominciare il lavoro, nella previsione di un favorevole risultato, tutto il nostro animo è in fiamme. E necessario cominciare oggi e tuttavia rimandiamo tutto a domani… perchè? Non c’è risposta, se non quella che ci sentiamo perversi, usando questa parola senza comprenderne il principio. Arriva l’indomani e con esso un’ansietà ancor più impaziente di fare il nostro dovere, ma con il crescere di questa ansietà arriva anche una esigenza di ritardare, oscura, decisamente paurosa in quanto insondabile, una esigenza che acquista forza man mano che gli attimi volano via. L’ultima ora per agire è vicina. Tremiamo per la violenza del conflitto che è dentro di noi ; del definito con l’indefinito ; della sostanza con le ombre, ma se la contesa è arrivata così avanti è l’ombra che prevale ; invano lottiamo; scocca l’ora ed è il rintocco funebre del nostro benessere, allo stesso tempo il canto del gallo per il fantasma che ci ha così a lungo atterriti. Esso fugge via ; sparisce ; siamo liberi, ritorna l’antica energia. Lavoreremo ora, ma, ahimè!, è troppo tardi!

Ogni tanto fantasticavo su questo blog. Mi chiedevo persino se avevo davvero capito cosa diamine era un blog. Allora riaprivo la pagina, proprio quella che state leggendo ora voi, e scorrevo i post del passato. Cosa c’era di davvero mio in questo spazio? Dove stava la mia voce? Ho creato un blog, ma ho spesso fatto di tutto per starne fuori. Come il padre lebbroso di Robert Bruce in Braveheart, ho praticato l’arte di non espormi, anche se io, proprio come l’entusiasta nobile rampollo, non volevo far altro che indossare l’armatura e lanciarmi nella battaglia. Amo i tamburi. Le trombe di guerra mi scuotono. Mi piace scontrarmi. E mi piace sentire risuonare la mia voce urlante sul campo di battaglia. La mia ricchezza la vorrei tutta macchiata di sangue. Il corpo pieno di cicatrici. Tuttavia ho creato un blog e ho continuato a non far conoscere, salvo rarissimi casi, la mia opinione. Mi premeva più l’inattaccabilità di ciò che affermavo, rispetto al fatto di affermarlo. Ogni volta che mi accingevo a scrivere qualcosa e poi a cominciare un lavoro di limatura, mi rendevo conto di quanto il tempo avesse reso il sanguigno pensiero di qualche giorno prima un cadavere imbalsamato. Allora cancellavo tutto e abbandonavo il blog ogni volta.  Ho fatto degenerare fino all’afasia la giusta risoluzione di parlare di qualcosa solo con cognizione di causa. Così ogni qualvolta riaprivo il blog, la data dell’ultimo post diventava sempre più lontana. Ed esso somigliava sempre di più a una casa in rovina dove l’erbaccia aveva preso il sopravvento.

Ma ora mi armo di ascia e roncola per farmi strada a colpi e fendenti come Gloucester. Riprendo a fare pulizia. Anzi, attacco la roncola a un bastone e, anche se non ho un’armatura adeguata, una di quelle che ti protegga da tutto dico, mi getto nella mischia sperando di azzoppare qualche cavallo o di tagliare in due un cavaliere. Qualche costola fracassata e la faccia ridotta a una polpetta sono un buon prezzo per sentirsi vivi.

Iniziamo da questo racconto a episodi che ho tirato fuori da un angolino dimenticato del mio cervello e ho pubblicato sulla piattaforma The Incipit.  http://www.theincipit.com/2014/11/bianco-e-nero-ilprincipedario/