Tag: serie tv

Don Pietro Savastano: decadenza di un boss

Pietro_Savastano.png

Pietro Savastano è un criminale potente, rispettato, temuto. Il suo clan è solido, gli ordini che impartisce sono eseguiti ciecamente. Il suo nome è una garanzia per chiunque voglia fare affari loschi, poiché la sua egemonia è di vecchia data e comprovata: sono già venti anni che la polizia lo tallona senza successo. Egli ha ereditato il suo potere dal padre, del quale si sa poco se non che si è nascosto da latitante per anni. La vecchia figura del camorrista che di tanto in tanto ho sentito ricordare con nostalgia da chi si lamenta con ottusa imbecillità della nuova e più feroce camorra attuale, considerata priva di onore al confronto con la precedente, è riassunta e al contempo demistificata nella sua figura: Don Pietro chiama i suoi uomini con soprannomi proprio come farebbe l’usurata figura di un criminale pronto per una caricatura, ma egli mostra di essere molto lontano da quell’immagine eroica che inspiegabilmente ancora avvolge i camorristi.

In Gomorra la serie Don Pietro è mostrato quando risiede nel punto più alto percorso dalla ruota della fortuna, ovvero quando il tempo del declino è ormai imminente: egli ne è consapevole. Sente il fiato della polizia sul collo, intravede i pugnali luccicanti dei traditori e scruta disperato il futuro, perché non scorge un erede degno di lui a cui passare il testimone. Come re Edoardo in Braveheart, egli vive la disperazione di vedere il proprio castello sgretolarsi malgrado la propria abilità.

Di fronte a qualcosa che sembra inesorabile come la foresta vivente che assale Macbeth, Pietro Savastano non trova di meglio che spingere le reazioni violente fino al parossismo, accelerando di fatto la sua sconfitta. Per quanto risoluto, infatti, egli comincia a mostrare di non essere infallibile o meglio di non riuscire a reggere il confronto con gli altri camorristi emergenti: quando scopre di aver ucciso inutilmente il fedelissimo Bolletta credendolo un traditore, la sua espressione (e qui, anche se un po’ di corsa, bisogna sottolineare la bravura dell’attore Fortunato Cerlino nel rendere credibile il suo personaggio) esprime tutta l’incredulità e la confusione che lo affliggono. In tale situazione l’arroganza e la spavalderia che gli spinge fino all’insolenza, tra i tratti più caratteristici del personaggio, cominciano a suonare stonati: non appaiono più dimostrazioni di forza dettati dalla sua leadership, ma i deliri di colui che decide deliberatamente di ignorare il nuovo ordine delle cose.

Una volta in galera le rivendicazioni di Don Pietro si fanno sempre più inadeguate alla sua condizione e la sensazione che egli si stia battendo a tutti i costi soltanto per rifiutare l’irreversibilità della sua caduta cresce fino al rango di certezza. Così Don Pietro diventa la copia di un camorrista cinematografico ben presente nella memoria dei napoletani grazie al ripetitivo palinsesto dei canali locali: mi riferisco al Professore di Vesuviano, contraffazione di Raffaele Cutolo nel film d’esordio di Giuseppe Tornatore Il camorrista (1986). In carcere, infatti, Don Pietro crede di poter ripetere le gesta del personaggio che ha probabilmente visto anche lui in televisione, dato che gli altri carcerati, assecondando spontaneamente le sue aspettative, si presentano come un popolo di sudditi che accoglie il proprio re.

Non basta nemmeno il pugno duro del direttore del carcere a neutralizzare i deliri di onnipotenza di Pietro Savastano: egli si è talmente identificato nel Professore di Vesuviano da credere sacrosanta verità la propria affermazione “Non c’è problema, comandante, io posso fare a meno di tutto. Ma voi siete sicuro di poter fare a meno di me?”. Naturalmente Don Pietro si riferisce al carisma che possiede sugli altri detenuti, evocando nella memoria dello spettatore, e magari chi sa anche in quella del suo interlocutore, la capacità mostrata dall’altro camorrista di sedare qualsiasi malcontento sorgesse nel carcere.

Il dipanarsi degli eventi sembra dargli ragione. Quando Don Pietro riesce a fomentare e a sedare  da solo una rivolta in una spettacolare scena in cui il carcere è messo a ferro e fuoco, allora sembra che l’insegnamento cinematografico assimilato da Don Pietro abbia funzionato alla perfezione. Ma non è così. Non è affatto così. Si avverte qui l’abilità dello sceneggiatore, il quale gioca con l’orizzonte d’attesa dello spettatore. Il direttore del carcere, infatti, avendo probabilmente visto anche lui il film di Tornatore, irretisce Don Pietro proprio grazie alle spoglie del suo trionfo; le concessioni che egli ha elargito in cambio del ripristino della quiete carceraria non sono altro che uno stratagemma usato per incastrare il criminale e costringerlo al carcere di rigore: l’incubo di ogni boss. Se da un lato si ha la sensazione che l’avversario di Don Pietro sia più scaltro, più saggio, più determinato della blanda polizia degli anni Ottanta, dall’altro la conclusione dell’episodio dipana ogni dubbio circa le reali capacità di discernimento del boss sconfitto. La sua obsolescenza è palese.

Il passaggio di consegne a favore di suo figlio Gennaro e di sua moglie Imma sancisce l’uscita di scena di Don Pietro. Da lì in avanti è accentuata la rappresentazione patetica e umana del personaggio, già accennata all’inizio in virtù di siparietti comici di vita familiare a volte degni di una sitcom vecchia come i Robinson. La solitudine del boss e la lontananza dagli affetti che è costretto ad affrontare sono raccontati con pochi ma efficacissimi tocchi: alcuni sguardi, quei complimenti da smargiasso che fanno arrossire la compagna come una scolaretta oppure quel gesto di poggiare il capo sulla parete trasparente che lo separa dalla mano dell’amata o ancora in quel sorriso forzato lanciato  come un saluto rassicurante.

Tuttavia Don Pietro cova qualcosa di insospettabile. Dal momento che tutti credono sia rimbambito, confuso, insomma che sia diventato solo un fragile vecchio che ama mettere bocca su faccende che ormai non gli riguardano, egli decide di sfruttare tale immagine affinché gli faccia da bozzolo mentre egli si prepara per la vendetta. Il personaggio allora dimostra di non essere affatto finito, ma di avere nel suo arsenale un’arma segretissima che la sua storia di uomo violento pareva escludere: egli possiede uno straordinario talento di attore, tale da riuscire a ingannare non solo lo staff del carcere, ma persino suo figlio. Il suo passo diventa strascicato, lo sguardo è perso nel vuoto: nessuna delle parole in codice di Gennaro sembra giungere a quella che un tempo era una fine mente strategica. Per Don Pietro sembra arrivata quella auspicatissima demenza di cui Erasmo da Rotterdam fece un grandioso elogio e che qualche tempo dopo fu spacciata per la follia un po’ scema e un po’ infantile dell’adolescente di turno o del tronista di Uomini e donne. Insomma quell’imbecillità che permetterebbe di affrontare la crudeltà della vecchiezza.

Savastano è un eccellente attore perché non inventa nulla: la patetica deriva di se stesso che  interpreta è credibilissima, poiché del tutto conseguente. Lo abbiamo visto perdere colpi; abbiamo sentito chi lo circonda essere sempre più persuaso della sua mancanza di lucidità; abbiamo visto il suo orgoglio piegato dalla prigionia. Lo abbiamo visto apprendere impassibile, quasi assente, la notizia della morte di sua moglie: impossibile indovinare che quell’uomo così impulsivo sia in un grado di dissimulare il proprio dispiacere di fronte a un evento così drammatico. Allora crediamo alla sua versione dei fatti. Savastano si è rincoglionito, perché il carcere duro fa questi effetti; d’altra parte ce lo ha insegnato anche Il camorrista, il quale si chiudeva proprio con i deliri del Professore di Vesuviano oramai con il cervello bruciato dall’isolamento.

E invece proprio sul finire della prima stagione, si scopre che Don Pietro è stratega sopraffino, magari anche più in gamba del tanto apprezzato Conte o del machiavellico Ciro, perché proprio quando siamo convinti che la sua vicenda ripercorra il fallimento della sua fonte di ispirazione, egli ci mostra che sa imparare dagli errori di chi lo ha preceduto, proprio come aveva fatto il direttore del carcere ai suoi danni. Così proprio quando la prima stagione sta per finire con una resa dei conti tra i due schieramenti di camorristi, arriva il colpo di scena che è allo stesso tempo un cliffhanger grandioso (per mamma: un cliffhanger è un espediente retorico tipico dei prodotti seriali che serve a lasciare lo spettatore insoddisfatto e curioso rispetto al futuro svolgimento dei fatti), decisamente più elegante di quello in cui vediamo la mano di Gennaro massacrato pulsare giusto prima dei titoli di coda. Don Pietro è liberato (ma quanto ribrezzo fa qui la parola libertà se di parla di un criminale) dal suo irriducibile scagnozzo Malammore e, proprio in quel momento, fermando i nostri occhi su quelli di nuovo vivi e agguerriti del criminale, comprendiamo la scoraggiante perfezione del suo inganno. L’inganno di un maestro da cui anche lo scaltro iago Ciro avrebbe ancora molto da imparare.

 

Beautiful. Il segreto del successo di una soap

beautiful_premio

Avrei voluto scrivere una recensione del Racconto dei racconti di Garrone. Purtroppo è stata una settimana povera di carne umana e piena di solitudine, così non sono stato ancora al cinema a saggiare con mano questo film che promette sfarzo, colori, costumi, incantevoli giochi circensi e spero meno intrighi politici e sessuali di Game of Thrones (ho visto ancora qualche puntata della celebre serie fantasy e continuo ad avere l’impressione che tra dieci anni ne parleremo come la Xena degli anni 2000. Con meno ironia, oltretutto). Andare al cinema da solo mi deprime quasi quanto andare al ristorante da solo. Ci sono andato una sola volta quando uscì Django Unchained, perché non potevo proprio farne a meno. Non potevo. Ora dal pozzo senza pendolo della memoria ecco spuntare qualche ricordo sparuto, ancora sporco di terreno come uno zombie. Ricordo qualche pranzo solitario alla mensa della IULM e mi chiedo se sono stati quei momenti a farmi capire che la monacale solitudine nella quale ho vissuto in questi anni non era così bella come credevo; il tempo in cui ancora gli stereotipi dell’intellettuale misantropo e dello studioso appagato grazie al suo lavoro non mi apparivano piatti e senza vita come i bersagli di un poligono di tiro.

Non so a casa vostra come funziona, ma a casa mia si è sempre pranzato con la TV accesa. Da lupo solitario ho ripreso questa terribile abitudine che, vi assicuro, se è per certi versi deprecabile, è sicuramente meno triste del pranzare da soli in una mensa circondato da una gioventù ricca, vestita male e dalle pessime abitudini alimentari, quali per esempio spendere 10 euro per un piatto di pasta e uno di patatine fritte surgelate. Non guardo il telegiornale, perché sono un somaro che è convinto di far parte di un’aristocrazia che non ha bisogno di confrontarsi con le insignificanti increspature della superficie storica, quelle che fomentano le illusioni di chi vede cambiamenti epocali in ogni microscopico evento, un po’ come quei giornalisti sportivi che dopo due sconfitte della tal squadra o della singola vittoria per 4-0 parlano subito di crisi o di rinascita. Per certi versi sono un somaro lucreziano, che però non si compiace di vedere la battaglia scorreggiona dell’uomo (direbbe Bene). Sono un uomo, come potrei compiacermi dell’affanno della mia specie?

A pranzo da qualche mese ho cominciato a guardare Beautiful. Sì, avete capito proprio bene. Lo stesso rompiballe che vi dice di non leggere Kafka sulla spiaggia guarda Beautiful, una delle soap opera più longeve e più seguita della storia del genere. Così popolare che anni fa, lo ricordo bene, era considerata per antonomasia il termine di paragone di qualsiasi complicato intreccio di fatti amorosi e colpi di scena. Un po’ come quando al campetto chi non passava la palla era definito “uno che vo fa o Maradona” (credo sia forse una delle poche espressioni napoletane in cui Maradona è un termine dispregiativo). Ho cominciato a guardare Beautiful non perché sono una casalinga annoiata (e oltretutto anche un po’ arretrata, data la mia età). Volevo capire. Perché detesto parlare o sentir parlare di cose che non si conoscono. Volevo capire esattamente cos’era. Perché in fondo un ricercatore non è che un uomo molto curioso di sapere, non semplicemente un essere senile schiacciato da una montagna di libri. Ho cominciato a guardarlo e poi appena avevo capito cos’era ho smesso, un po’ come fece Hoffman, il chimico che sintetizzò l’LSD, con il suo “bambino difficile” (libro che vi consiglio, oltretutto).

Non è il caso che mi soffermi sulla quantità di balordi intrecci amorosi che rendono la soap a dir poco canzonabile. Per quello basta il celebre video che riassume Beautiful in sei minuti. Il video è una spettacolare dimostrazione di come si può prendere in giro qualcosa anche semplicemente esponendola nella sua evidenza ed oggettività; insomma senza quei grossolani ammiccamenti che possono rendere l’ironia penosa.

Eleganza. Ecco cosa manca a Beautiful. Ogni genere narrativo, deve fare i conti essenzialmente con due oboli: deve fornire le informazioni necessarie all’intelligenza dei fatti narrati; deve includere quella serie di cose che non possono mancare in quel genere di opere (ora che lo scrivo mi rendo conto che forse il concetto richiederebbe un approfondimento, ricordatemi di scrivere un post a riguardo). Se non fa queste due cose, tenderà a fallire.

In Beautiful quello che lo spettatore del genere si aspetta è un’interminabile catena di eventi e colpi di scena. Magari dalle tinte forti, in cui amore e violenza siano intrecciati. Questo perché la soap svolge una funzione sociale importantissima: fornisce materia al pettegolezzo della casalinga. E a tal proposito, niente è potente quanto la danza rocambolesca dei tradimenti, dei matrimoni falliti, dei divorzi, del riconoscimento di figli bastardi e vattelapesca. Va bene, Dario, questo lo sappiamo; ora dicci qualcosa che non sappiamo, per piacere. Vi dico che in Beautiful tutto ciò è parossistico. I tratti fondanti del genere sono spinti al massimo, così che appena una coppia sembra trovare la stabilità, immediatamente qualcosa la insidia. A questo va sommata la quasi morbosa, e per certi versi sadiana (non sadica), tendenza a creare rapporti che sfiorino l’incesto (un classico, per esempio, è la sottrazione della nuora al figlio da parte del padre). Perché in Beautiful è un po’ come nelle famiglie nobili di una volta, si è tutti una grande famiglia e non si cerca l’amore troppo lontano dal nido.

Inoltre, è questo è forse l’aspetto più esilarante di Beautiful, non esiste una scala di valore per quanto accade in Beautiful. Le corna valgono quanto far precipitare il tuo rivale da un elicottero, che vale quanto inserire l’orrendo ritratto della tua amante dove prima c’era quello della gloriosa matriarca. Il matrimonio, poi, ha un valore che ho fatto seriamente fatica a capire: sembra percepito come stravincolante, eppure la maggior parte dei personaggi ha alle spalle una quantità di scappatelle e di divorzi che potrebber far campare avvocati e detective di tutto il globo. Uomini e donne del film non desiderano altro che sposarsi, non semplicemente possedere il partner di turno, pur sapendo che alle loro spalle non ci sono che matrimoni falliti di madri, figlie, sorelle, fratelli, padri, cugini e persino nonni.

Niente è più lontano dalla vita vera di questo gioco amoroso. Nella realtà pensare non solo sposare, ma anche solo avvicinare qualcuno necessita una vaga compatibilità quanto meno epidermica (non dico conoscenza). In Beautiful, invece, l’amore può nascere tra chiunque (sì, proprio come nei film pornografici). Ogni combinazione è possibile, in barba a qualsiasi goethiana affinità elettiva. E non è semplicemente perché tutto fa brodo quando si ha il sangue agli occhi, ma perché in fondo i personaggi di Beautiful non hanno un’identità. Stanno in scena da vent’anni ma la loro riconoscibilità è praticamente nulla. La tanto famigerata Brooke, per esempio, non può essere definita caratterialmente, né distinta dalla sorella, dalla figlia o dalla cognata: la sua identità risiede solo ed esclusivamente nelle azioni che negli anni ha compiuto e nelle sue parentele. Insomma, si tratta di personaggi così privi di vita vera, da non essere assimilabili nemmeno alle gloriose macchiette della commedia cinepanettonica (che spopolano, invece, nella soap colombiana Betty la fea, che per certi versi ho trovato molto meno grossolana del patinato Beautiful). Ogni personaggio è semplicemente una pedina necessaria a creare una nuova unione o a metterne in crisi una vecchia. Sono pure funzioni narrative, niente di più.

Tuttavia ciò che mi davvero sorpreso di Beautiful è stato osservare lo svolgimento di una singola puntata. Gli eventi che si sono accumulati nel tempo, infatti, potrebbero indurre a immaginare puntate movimentantissime, con una catasta di situazioni da ricordare che potrebbero scoraggiare anche il più meticoloso uditore di convegni accademici di filologia medievale. Ma non è così. E sapete perchè? Suvvia, sempre perché Beautiful è pura funzionalità che se ne frega dell’eleganza. Una puntata di Beautiful si svolge in una estenuante successione di conversazioni tra due o al massimo tre interlocutori che ripetono ad ogni scena i dati fondamentali che consentano allo spettatore di avere sempre tutta la situazione sotto controllo. Sapete quando Bradley dice che Shakespeare è una maestro nel costruire monologhi che servono solo a spiegare i fatti che non accadono in scena senza farne pesare la necessità funzionale? Ecco, Beautiful è esattamente al polo opposto. Così ogni coppia o trio dialogante, che spettegola più o meno come farà lo spettatore della soap nel suo momento di piacevole socialità, non si stanca mai di ripetere da capo cosa è accaduto e, quando può, spiegando anche chi è e cosa ha fatto il personaggio in questione nelle precedenti cinquecentosettantotto puntate.

Mi sono chiesto a lungo come si potesse tollerare questa intermibabile litania. Poi ho pensato a quello che diceva mia madre quando le chiedevo perché guardasse 3 telegiornali nell’arco di un’ora: “Siccome sto facendo altre cose mentre sento la televisione, non riesco a seguire tutte le notizie. Se ne vedo tre, invece, recupero le notizie che mi sono persa” (mamma non parla proprio così, ma il senso è quello). Ora, se considerate che Beautiful va in onda proprio quando una casalinga sta servendo a tavola oppure sta sparecchiando e lavando i piatti, avrete la vostra risposta. Insomma, Beautiful è creato non per lo spettatore attento che è abituato a non perdersi un dettaglio delle inquadrature di Lynch, ma per lo spettatore indaffarato, quello che mentre butta un’occhio alla TV sta magari sfaccendando, entrando e uscendo dalla stanza in cui c’è il televisore. Questo spettatore deve essere messo a suo agio, deve poter continuare a seguire quello che accade, anche se salta una puntata o se si è semplicemente alzato per fare altro. Siccome, Beautiful gli vuole molto bene, ecco che gli propina la ripetizione dello stesso fatterello mille volte, così che non debba disperarsi perché ha perso il filo della storia. Provateci anche voi. Da domani guardate tre puntate di Beautiful e poi ditemi se non avete già capito tutto quello che sta succedendo. Fatta questa verifica, mettetevi a fare altro, però. Perché l’arte è tanto grande e la vita è così breve.

Gomorra: Salvatore Conte aveva già deciso la sorte di Danielino?

Don Salvatore Conte muove pochi passi verso Danielino. Ha le mani bene in vista. Parla con tono rassicurante. Il ragazzo gli dice quello che vuole sapere. La tensione sparisce: Conte sistemerà tutto. Ha capito che non è colpa del ragazzo. E’ disposto a perdonarlo. E allora fa avvicinare Danielino e lo abbraccia con un gesto che dovrebbe suggellare il suo perdono. E’ un lungo abbraccio, paterno, carezzevole. Eppure tutto a un tratto Conte estrae il revolver e uccide Danielino a bruciapelo. E’ una scena che a un napoletano non può che far esclamare: “Ma ch’omm e merd!”. Ed è naturale. E’ stata costruita appositamente dagli sceneggiatori perché si imprimesse con il fuoco nella memoria dello spettatore. E’ un gesto clamoroso, fortemente impressionante. E per di più è collocato a fine episodio. Deve cambiare la percezione che abbiamo avuto di Conte fino a quel momento. Dobbiamo ricordarci una volta per tutte di quale spietatezza sia capace.

Fino ad allora, infatti, tutto è stato orchestrato in modo che Conte apparisse come dotato di un qualche residuo senso dell’onore. Lo abbiamo conosciuto come un fervido credente. Quando ha inviato Ciro Di Marzio a parlamentare con i brutali russi al posto di un suo uomo, quasi prevedendo il sinistro spettacolo della roulette russa destinato a chiudere l’accordo, abbiamo imparato che gli sta a cuore la vita dei suoi sodali. Abbiamo anche appreso come egli conosca il valore del perdono, allorché ha risparmiato la vita di Ciro, pur sapendo che era stato proprio lui a incendiare la casa di sua madre. Quando seguiamo la rocambolesca vicenda di Danielino, perciò, non è difficile credere che egli abbia potuto perdonare Massimo e suo fratello Danielino. Agli occhi di un consumato boss quale ha dimostrato di essere, le loro azioni possono apparire più goffe che cattive. Dettate da ingenuità o disperazione, mai da sete di sangue. Inoltre, non abbiamo motivo per dubitare delle sue parole rassicuranti. In quello che Conte ha detto a Massimo è nominato tutto ciò che che egli ha mostrato di ritenere sacro: la madre e il padre eterno (“ringrazia o patatern ca t’ha mis ngopp a sta machin”).

Proprio per questo, il doppio omicidio di Conte mi ha sconvolto. Mi ha colto del tutto impreparato. Così le domande subito si sono affollate nella mia mente. Conte mi ha fregato? Non avevo capito che razza di carogna fosse? Aveva finto il perdono per tutto il tempo? Aveva già deciso di uccidere i due fratelli, quando Massimo lo aveva assalito quella notte in albergo? E’ stato così spietato da mentire mentre faceva leva sull’amore filiale e sulla misericordia del Dio che tanto venera?

Ho parlato con qualche amico, cercando pareri sulla questione. Il parere più interessante è stato quello di chi mi ha detto che non si è per niente stupito quando Conte ha ucciso i due. La loro vita era già segnata dal goffo tentativo perpetrato da Massimo. Il mio amico non aveva mai creduto alle parole di Conte.

Ho pensato a lungo a questa interpretazione così diversa dalla mia. Mi sono chiesto come mai io non ci avessi pensato. Forse che Conte era riuscito ad ingannare anche me? Allora ho cercato modi di avvalorarla: prove, indizi, gesti. Alla fine, però, quest’idea non è riuscita a persuadermi. Non sono riuscito a convincermi che egli abbia potuto mentire sin dall’inizio: abbia cioè premeditato l’omicidio di Danielino e abbia raccontato fole tutto il tempo. Non riesco ad accettare che egli abbia fatto il gioco del gatto con il topo. Ma se non lo accetto non è perché voglio rifiutare l’idea di un Conte tanto malvagio (anzi quello che dirò tra poco di lui, lo rende ancora peggiore se possibile). Semplicemente non credo che questo tipo di comportamento sia coerente con il personaggio. Egli non è Iago: non tesse trame con i fili dell’inganno. Non lo ha mai fatto in precedenza. Quello è il ruolo già assegnato a Ciro Di Marzio. Conte è, invece, un personaggio dalla statura morale più grande di quella di Ciro: non ha bisogno di mentire per ottenere ciò che vuole e non lo fa. Gli basta la forza delle armi e quella del denaro. Quando resta fuori dalla scena, non lo fa per tessere in segreto i suoi piani, ma per proiettare la sua lunga e sinistra ombra e accrescere la propria autorità.

Credo, perciò, che Conte fosse sincero quando prometteva a Massimo e a suo fratello un rifugio spagnolo. Poiché Conte era sicuro che Danielino avesse agito per volontà di Genny, i due fratelli erano la prova inconfutabile che i clan nemici dei Savastano avevano un buon motivo per allearsi e spazzare via l’arrogante clan. Di fronte a questo insperato dono che Danielino gli aveva fornito, come non mostrarsi magnanimo e perdonarlo? Anzi, ancora meglio: dargli una sistemazione in Spagna affinché con la madre vivessero per un po’ in pace. Approfittare di un’occasione per esprimere la propria magnanimità, anziché vendicarsi di due insignificanti pedine, infatti, era proprio il tipo di azione coerente con il ritratto che abbiamo di lui. Tuttavia quando Danielino rivela che il mandante è stato Ciro Di Marzio tutto questo si incrina. Quel nome ha cambiato la posizione dei pezzi sulla scacchiera. Allora Conte svela la sua più profonda natura, quella che anche lo smalto della religione non può nascondere. Il suo essere un supremo calcolatore. L’uccisione di Danielino  fa apparire Conte in tutta la sua crudeltà, tanto più grande e senza attenuanti perché non ha niente a che fare con il cuore, ma solo con la mente. Non c’è desiderio di vendetta, ma solo tattica. La scena in cui Danielino è ucciso non è lo smascheramento di un bugiardo, ma la conferma che di fronte a un vantaggio per gli affari, anche uno come Conte può cambiare idea. E con una rapidità e lucidità sorprendenti. Allora lo detestiamo non tanto perché ci aveva ingannati, quanto perché ci aveva illusi.

Conte uccide perché ha fatto rapidamente i suoi conti e ora è pronto a puntare sul cavallo giusto. Il suo linguaggio del corpo è eloquente. Appena ode il nome di Ciro Di Marzio, Conte finisce per sorridere, come se fosse piacevolmente sorpreso. Sta pensando che Ciro è in gamba. Che gliel’ha fatta ai Savastano. E poi il sorriso scompare per un attimo dalla sua faccia. Diventa serio, risoluto. E’ questo il momento in cui ha deciso. Ha capito qual è la versione dei fatti più utile per i suoi affari. Ora sa che i due fratelli devono morire, perché sono gli unici a sapere il vero mandante del delitto ai danni di Russo: non sono più “la prova vivente che i Savastano lo vogliono fottere”. Non importa che sia una decisione che va contro tutto quello che aveva predisposto: in quel momento si è rivelata come la più conveniente e va presa. Non c’è più onore, perdono, la parola data, non c’è più dio, non c’è niente. Solo il miglior esito possibile degli affari. O forse Dio c’è ancora. E c’è ancora un’anima dal salvare. Allora acquista senso anche il gesto del perdono, che non sarebbe un meschino espediente per attirare la vittima, ma un’assoluzione che favorisca il destino ultraterreno del giovane morituro. C’è ancora una piccola traccia di magnanimità. Ma non per questa terra. Conte non vuole che Danielino muoia in peccato mortale. Nel suo sinistro fanatismo religioso, Conte è un sacerdote terribile, al tempo stesso confessore e boia.

 

Salvatore Conte: il camorrista-monaco di Gomorra

I nemici lo chiamano Salvatore Conte o, più semplicemente, Conte. I suoi scagnozzi e quelli che lo rispettano e lo temono, lo chiamano Don Salvatore. Voi chiamatelo pure come volete, ma il boss rivale dei Savastano è forse il personaggio più complesso e interessante di Gomorra la serie. Egli compare brevemente nel primo episodio e poi lo si ritrova solo a partire dal sesto. Eppure, sin dalla sua prima apparizione, gli elementi per poterlo inquadrare ci sono già tutti: pochi colpi di pennello che delineano già tutta la personalità di Conte. Quando il ritratto sarà completo e si ritornerà indietro con la memoria, ci si renderà conto che quei pochi tratti non fornivano tanto una bozza, quanto un’immagine stilizzata del personaggio. Eccoli:

  1. Conte sembra dotato di un’ambizione e di una capacità di destreggiarsi ben oltre gli affari che gli competono, che gli ha fruttato sì il rispetto di molti uomini della camorra, ma anche l’odio del vecchio e potente clan Savastano.
  2. Sappiamo che nutre completa devozione per la madre: essa si manifesta con i gesti più che con le parole, come quando vediamo il giovane boss obbedire alla madre che gli chiede di non fumare a tavola.
  3. Prima di consumare la cena, Conte si raccoglie in preghiera insieme alla madre e si fa il segno della croce baciando uno degli anelli che reca sulle dita.
  4. Conte usa una sigaretta elettronica, perché sta cercando di togliersi il vizio del fumo.

Proseguiamo ora con ordine e scopriamo il tesoro celato da ognuno di questi dettagli.

  1. Fino a quando la trama non si dipana, è difficile non provare una sorta di empatia per Conte, perché egli è presentato come una sorta di vittima della famiglia Savastano e della loro inesauribile sete di potere. Rispetto ai suoi nemici, infatti, egli sembra agire soltanto per reazione ai metodi piuttosto sbrigativi di Don Pietro. Sia l’accanimento dei Savastano, sia il rispetto degli altri clan non sembrano trovare giustificazione nei fatti. Non si capisce perché Conte sia considerato un avversario così temibile. Anzi, sembra quasi che tutti abbiano sopravvalutato il boss. Presto, infatti, Salvatore Conte e il suo clan vengono sconfitti e relegati in una posizione subordinata. O almeno così crede Don Pietro. In verità l’esilio in Spagna è il reagente che ci rivela la vera potenza di Conte: il perché fosse così rispettato. Anche se assente dalla scena, infatti, l’importanza della sua figura comincia a crescere e a proiettare una lunga ombra sulle vicende che si svolgono a Napoli e dintorni. Capiamo le ragioni del suo successo. Conte non è solo un feroce camorrista, non ha un gran numero di uomini a guardagli le spalle, ma padroneggia un ventaglio di armi molto più ampio di ogni altro personaggio di Gomorra: armi che spesso si rivelano più efficaci di fucili e pistole. Conte pare non dimenticare mai che per assicurarsi il successo denaro e ferocia non bastano: ci vuole il cervello. Così egli è maestro nel manipolare chi gli sta di fronte, nel coglierne le debolezze e sfruttarle a proprio vantaggio. Ha un fiuto per gli affari sopraffino. Sa bene quanto sia economica la corruzione rispetto allo spargimento di sangue. La sua capacità di stipulare accordi e alleanze è eccezionale, tanto da consentirgli di conquistare un vantaggio immenso sugli altri clan: egli può tagliare fuori dal commercio di droga chiunque egli desideri. Nessun clan può fare a meno di avere rapporti con Conte se vuole prosperare. Persino i Savastano, che lo hanno sconfitto e costretto all’esilio, si accorgono presto di dover fare la pace con lui per poter riprendere i propri affari.
  2. La devozione che Conte prova per la madre va al di là del semplice amore per chi ti ha dato la vita: sua madre, infatti, è soprattutto colei che gli ha trasmesso una delle incrollabili certezze della sua esistenza, la fede. Ha messo nelle mani del figlio un’arma indistruttibile e che nessuno puà togliergli. Tra i due, perciò, il legame familiare è rafforzato da quello che lega l’iniziato al sacerdote che lo ha accolto nel culto.
  3. Quando Conte ricomparirà nella serie, si scoprirà che la preghiera preprandiale non è una consuetudine esteriore, una formalità, bensì una delle tante manifestazioni della profonda fede religiosa del personaggio. La fede è lo scudo che lo protegge in ogni circostanza e assalto, non importa se fisico o spirituale. Tuttavia al di là dei nemici che di volta in volta la vita può mettergli di fronte, Conte conduce la sua battaglia principale non contro degli uomini, ma contro un’idea, contro un sentimento che tutti i camorristi devono imparare ad affrontare in ogni istante: la paura. E Conte ha trovato nella fede il più formidabile alleato e lo dichiara con la sua voce cantilenante a Ciro, la prima volta che si incontrano in Spagna: “Se tieni la fede non sei mai solo, nun tien’ paur’ e niente”. Questa fede un po’ sinistra che sostiene Conte in ogni circostanza irradia da lui un’aura di sacralità barbarica che fa venire in mente il colonnello Kurtz di Cuore di tenebra (o Apocalipse Now, se preferite).
  4. La grande fede religiosa ben si sposa alla condotta ascetica di Conte. Il cammino della rinuncia è uno dei tratti che contribuiscono a fare di Conte un gattopardo in mezzo a tanti sciacalletti. E la sigaretta elettronica ne è il simbolo. Conte non vuole smettere di fumare per tutelare la sua salute, infatti, ma solo per dimostrare a sé stesso di poter rinunciare al piacere della sigaretta. Nello scambio di battute con il suo autista Massimo, il boss spiega i dettagli della pratica ascetica che ormai porta avanti da un imprecisato numero di anni: privarsi ogni anno di qualcosa che gli piace molto, imparando a farne a meno. Egli è convinto, infatti, che solo chi può fare a meno di tutto possa sconfiggere il nemico di sempre: la paura. E Conte, in effetti, sembra capace di resistere a qualsiasi privazione: sua madre, la sua terra, gli svaghi e i lussi che dominano la vita degli altri pezzi grossi di Gomorra. Veniamo a sapere persino che preferisce stare a casa anziché nel locale notturno di cui è proprietario. Parte di questa etica dell’abnegazione, naturalmente, traspare anche dal suo modo di interloquire: egli parla poco; utilizza poche frasi, che spesso sono stoccate avvelenate, oppure sentenze pregne di saggezza criminale. E se la lingua riposa e colpisce solo quando è necessario,  e in generale il linguaggio del corpo ispira la compostezza di un felino con i muscoli pronti per il balzo decisivo, gli occhi di Conte, invece, sono sempre vigili, non riposano mai: studiano e scrutano in continuazione tutto ciò che lo circonda, registrano dettagli e scavano nell’animo di chi gli sta di fronte.

Tutti questi elementi miscelati insieme contribuiscono a rendere irresistibile l’ascesa di Salvatore Conte. Amici e nemici lo ammirano e lo temono. Il suo carisma e il suo potere attraggono chi vacilla nella propria fedeltà al clan. E la ragione di tutto ciò è una sola. Salvatore Conte più di chiunque nella serie incarna il camorrista che Saviano ci ha raccontato nel suo libro: un uomo pratico, che padroneggia un ventaglio di armi enorme e che non perde mai di vista l’obiettivo finale di ogni sua azione: il successo degli affari. Lo dichiara chiaramente in una riunione in cui organizza le forze per il dopo-Savastano: “Le vendette private e gli affari vanno separati, perché gli affari sono sempre più importanti di tutto”. I soldi vengono per primi. I morti si fanno quando portano un vantaggio economico, altrimenti c’è la diplomazia, la corruzione o, fino a quando sembra utile, il perdono.

Gli effetti di Gomorra su di me

conte_alessio

Quando sei nato e cresciuto a Napoli devi saper rispondere ad alcune domande. Quando cercano di rapinarti, per esempio, ti chiedono “E ro si?” (che vuol dire: “da dove vieni”). E’ facile mentire a riguardo, perché le zone che ti assicurano un lasciapassare sono piuttosto note. Tuttavia, seppure rispondi nella maniera appropriata, scatta la seconda domanda: ti chiedono “A chi saje?” (“chi conosci”). In questo caso è più difficile mentire, perché non sai esattamente chi ti sta davanti a chi è affiliato o semplicemente chi teme, perciò è verosimile che sarai rapinato.

Dopo la pubblicazione di Gomorra nel 2006, il libro di Roberto Saviano che ha rivoluzionato il modo di vedere la criminalità organizzata da parte del grande pubblico, il napoletano ha dovuto prepararsi a un’altra domanda: “Ma quello che racconta Saviano è vero?”. La varietà di risposte fornite dagli interrogati è cosa nota: le affermazioni possono essere divise in quelle di chi è stanco di far finta di niente e in quelle di chi difende la sua città con invulnerabile campanilismo (e ottimi paraocchi). In verità, seppure i napoletani fossero veramente dotati di particolari dosi di socievolezza, di calore umano, di simpatia, di spiccate doti artistiche (e vi assicuro che non lo sono), ebbene tutto ciò continuerebbe a non essere il giusto prezzo per ripagare squallore, arroganza, prepotenza, violenza, paura. Scambierei volentieri un imbecille canterino in meno con una guard rail sommerso di spazzatura. E me ne fotto se morto Pino Daniele (che artisticamente oltretutto era già morto da molti anni) i napoletani hanno mostrato il loro buon cuore vestendosi a lutto: di donne prezzolate che piangono ai funerali ne è piena la storia. I napoletani che si vantano della loro città e la difendono senza risparmiarsi dovrebbero capire che c’è più socievolezza nel preservare i beni comuni che nell’invitare il vicino di casa a prendere un caffè.

Detto ciò, quando Sky ha trasmesso Gomorra la serie, un’altra domanda si è aggiunta al novero. Durante il capodanno di cui vi ho parlato, mi è stata puntualmente posta da alcuni amici: “Tu cosa ne pensi di Gomorra la serie?”. Potete immaginare il mio imbarazzo, quando ho dovuto ammettere che avevo solo sentito parlare della serie. Certo, ne conoscevo alcune battute diventate celebri grazie ai video-parodia di The Jackal “Gli effetti di Gomorra sulla gente”, ma ciò non mi consentiva di seguire i discorsi e le valutazioni dei miei amici. Avrei voluto dire la mia, ma non mi piace parlare di cose che non conosco. Così ho preso un impegno: guarderò Gomorra la serie e vi farò sapere.

E l’ho fatto, circa un mese fa. Ho visto tutti gli episodi in due giorni e mezzo di fuoco. Vi basterebbe probabilmente questo per capire che l’ho guardata con entusiasmo e grande coinvolgimento. Le esche tipiche dei racconti a puntate hanno funzionato ogni volta perfettamente, così che al termine di ogni episodio la tentazione di far partire immediatamente il successivo era irresistibile. Naturalmente, credo che questa sensazione sia notissima ai consumati spettatori di serie, quale io non sono affatto, e credo vada considerata un tratto fondamentale perché una serie possa dirsi ben fatta. In particolare, poi, sono rimasto sconcertato da quanto il tema musicale che apre e chiude ogni episodio (oltre a comparire talvolta in alcuni momenti centrali), abbia il potere di lasciare per così dire insoddisfatti, così che si è portati a ricominciare. Vi ha fatto lo stesso effetto? Avete notato anche voi questa cosa?

Gomorra la serie mi è piaciuta e quando ci sarà la nuova stagione la guarderò sicuramente. Perché? Le ragioni sono tante e questo post non potrà mai essere abbastanza esauriente. E’ per questo che ho intenzione di tributare a questa serie altri post futuri, in cui analizzare volta per volta un personaggio, una situazione, magari una citazione che ho scorto. Lascio comunque qualche punto, così cominciate a farvi un’idea.

  • Gli attori recitano quasi tutti in maniera credibile, il che credo sia l’obiettivo di chi ha prodotto e diretto la serie.
  • Per quanto si parli della feccia dell’umanità, Gomorra conserva un certo standard da cinema americano nella scelta degli attori. A parte forse i giovani camorristi al seguito di Genny, il resto degli interpreti non ha quelle facce che sarebbero tanto piaciute a Lombroso e agli altri studiosi di fisiognomica.
  • Sebbene i luoghi dove avvengono i fatti siano spesso le squallide periferie di Napoli, la fotografia scelta per la serie le rende esteticamente più accettabili, così che Gomorra la serie mi sembra più accettabile per il grande pubblico di quanto non lo sia il film di Garrone.

Allora? Cosa ne dite? Io mi metto al lavoro per i prossimi post gomorriani. Stat’ senza pensier’.