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Alla carlona ovvero Le mie impressioni su Sanremo 2015

Conferenza stampa di presentazione del 65mo Festival della canzone italiana

Un po’ di tempo fa composi un adagio che trovavo particolarmente brillante. Recitava: “Essere umili è da schiappe. Ma solo chi non è umile resta una schiappa”. Poiché ho intenzione di obbedire alla mia creatura, nell’accingermi a parlarvi di Sanremo 2015, è bene che premetta la mia incompetenza musicale. La musica leggera mi annoia così tanto che faccio fatica anche a cliccare sui link che gli amici mi inviano per indurmi ad ascoltare la loro ultima scoperta musicale. Resto poi completamente spiazzato, quando qualcuno mi propone un testo musicale da leggere, spiegandomi come si tratti di grande poesia. Non vi sto dicendo che sotto la doccia fischietto “Amami, Alfredo” o “E lucean le stelle” (cosa che oltretutto accade veramente, come possono testimoniare sia lei, sia mia madre, che affezionata mi legge), ma che la repulsione quasi naturale per gran parte della musica leggera, mi rende grossolano nel distinguere il bello dal brutto (bello è brutto, brutto è bello; quella sì che è una grande filastrocca. La cantano le streghe di Macbeth). E allora? Come farai a parlare di Sanremo 2015, coglion baffuto? Non preoccupatevi, c’è sempre qualcosa che attira il mio occhio e che vale la pena narrarvi.

C’eravamo io, cioè Dario, e lei, cioè Sonia. Sonia era Sonia perché era proprio Sonia. Ed eravamo lì sul nostro stoffato a rovellarci il planetario su come proseguire la serata con il sacco pieno di sbobba. Così ci viene un’idea cinebrivido: c’è Sanremo, vediamo di che si tratta (avviso il mio fedele lettore che la mia memoria di quelle serate comincia a sbiadire, perciò potrebbero esserci delle imprecisioni nel mio resoconto). Siccome lo spettacolo è definito come un Festival della canzone italiana, il mio orizzonte d’attesa reca in primo piano una bella veduta di un orchestra dove si sv…beh la metafora mi è venuta proprio male, lasciamola perdere. Mi aspetto che sto Sanremo abbia a che fare con la musica, insomma. D’altra parte, poiché non sono proprio un principiante riguardo all’evento, mi aspetto anche luci, sperpero, costumi, sfarzo, fiori, siparietti comici. Mi aspetto persino un po’ di pruriginoso. Sono stato accontentato? Vediamo.

Solitamente a Sanremo ci sono quelle che nel linguaggio twitterico si potrebbero definire delle “stratosferiche gnocche” ad accompagnare il presentatore di turno, che per l’occasione è Carlo Conti (le battute sulla cui negrigura si sprecano, così che non mi sembra il caso di aggiungere un’altra voce al coro). Le stratosferiche gnocche in questo caso sono una cantante di successo di nome Emma Marrone (non ho idea di cosa canti, ma sembra che abbia molta stima dei suoi fan appassionati di piedi ,dal momento che non risparmia tweet con foto delle sue zampe smaltate) e un’altra cantante di scarso successo di nome Arisa. Quest’ultima la ricordo per aver cantato malissimo un inno nazionale prima di una partita di calcio dell’Italia e per la parte da bambina deficiente che continua a interpretare da quando una gradevole canzonetta sanremese la fece conoscere al grande pubblico. Infine c’è una terza tizia di cui non ricordo il nome (cercatevela voi allupati lettori), al quale è stata affidata la parte di oca che Arisa non è riuscita proprio ad usurparle nonostante i grandi sforzi profusi. La terza tizia è stata costretta dagli autori a duettare con il presentatore a proposito di modi di dire spagnoli messi a confronto con quelli italiani. Siparietti imbarazzanti che, ancora una volta, mi fanno rimpiangere la fetta di carne che Divine in Pink Flamingos si infila tra le gambe prima della sua passeggiata. Sulla gnocchitudine delle tre non mi esprimo, sulla loro competenza di lettrici è per me doveroso manifestare la mia disapprovazione. Anzi, se fossi un giudice supremo, le condannerei a leggere il mio blog fino alla fine dei giorni.

A proposito di siparietti. Vogliamo parlare del comico della prima serata (era la prima mi pare)? Il mio conterraneo Siani, ormai munto come una vacca da latte del Wisconsin, è chiamato a tenere il suo monologo, mentre il regista è evidentemente incapace di seguirlo e di inquadrare gli oggetti della sua beffa senza generare una confusione che nemmeno i trip lisergici provocavano. Le battute sono fiacche se va bene, grossolane se va male. Siani continua ad agitare il pugno destro come faceva un altro comico napoletano ormai portato via dalla marea: Simone Schettino. Un dettaglio che mi fa pensare a quanto sia rimasto un comico da saletta condominiale. E’ un linguaggio del corpo da principianti, non da mostri del palco. L’uso del dialetto di Siani, poi, fa pensare e immediatamente rimpiangere il vecchio Troisi. E’ quello il punto di riferimento del nostro, non c’è dubbio, ma che sperpero di eredità è mai questo. Massimo Troisi aveva un’aria da cane bastonato che lo rendeva un perfetto clown; una vena malinconica e a tratti depressa che gli dava un garbo che il sorriso furbo e compiaciuto di Siani non mi trasmette nemmeno per un istante.

Delle canzoni ricordo poco o niente. Pochi cantanti al giorno d’oggi cantano davvero, tanto che quando Il volo ha cantato il suo pezzo, sembrava che il pubblico avesse visto apparire Caruso. Le cantanti provano a darsi uno stile e cercano di trasmettere personalità miagolando o gemendo; gli uomini, invece, non si prendono nemmeno la briga di fare questo: parlano, ecco tutto. Un recitativo lirico sembra molto più musicale di un’intera canzone sanremese (ma sì, voglio generalizzare). Se ricordo male le canzoni, ricordo però che ad ogni nuovo brano (uso questa parola con disappunto, ma è un tecnicismo necessario), il regista si esibiva in un montaggio dall’effetto inopportabile. Non riusciva a tenere la telecamera fissa nemmeno per un istante e cambiava inquadratura dopo al massimo sei, sette secondi. Il senso di fastidio, poi, era accentuato dallo schermo alle spalle del cantante, sul quale si avvicendavano rapidamente immagini che accompagnavano la canzone. Insomma, oggigiorno pare non si possa proprio più cantare senza bombardare l’ascoltatore, ormai un guardone, di immagini. Ricordo che a un certo punto ho chiesto via twitter di togliere al regista l’LSD dalla postazione, ma non devono avermi letto: c’erano tanti tweet quella sera. Alcuni molto divertenti oltretutto. Anzi, vi dirò,  preferisco chiudere proprio con uno di questi tweet. Ciro Pellegrino, citando Gomorra La serie, lo aveva ideato per Biagio Antonacci, ma io lo estendo a tutto il festival di Sanremo 2015, il festival delle mezze calzette orgogliose di esserlo.

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Domenica dilettante. Che schifo di tempo che fuori fa

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[Consapevole che spesso le citazioni di cui infarcisco i miei post possono risultare peregrine, ho pensato di aggiungere alcuni link. Si tratta di video trovati su youtube che vi mostreranno immediatamente quello a cui faccio riferimento. Potete visionarli dopo aver letto l’intero pezzo o aprirli di volta in volta. Sono forse io il guardiano dei miei lettori?]

Questo post era stato concepito in un momento di grande sperpero adrenalinico. Guardavo la televisione e inveivo. Ero a tal punto coinvolto, che avevo dichiarato a voce alta (un solo spettatore pagante) la mia risoluzione: avrei potuto scrivere questo post soltanto in napoletano, perché solo in quella lingua avrei potuto manifestare efficacemente il mio stato d’animo. Sì, va bene. Ma poi per fortuna ci si calma. Il cuore rallenta e ci si rende conto che scrivere in una lingua che si padroneggia solo nella sua forma orale, sarebbe una fatica esagerata, come cercare di sopire il senso di colpa di Franz Kafka. Arriva il tempo dei compromessi. Ho deciso così di lasciare in napoletano solo le parti in cui l’ira starnazzante di Paperino domina il mio discorso (fornendo comunque adeguata traduzione tra parentesi quadre). Mentre pensavo tutto ciò, naturalmente, il mio fumante cervello è stato appagato e l’urgenza di reagire alla violenza che stavo subendo da Rai3 è scemata. Mi sono impigrito e non ho scritto più nulla. Fino ad ora.

“Che tempo che fuori fa” fa più schifo del tempo di Milano. In uno studio televisivo, circondati da un pubblico di scimmie ammaestrate (in verità potrebbero essere le stesse scimmie spaziali di cui parla Palahniuk in Fight Club), due uomini siedono uno di fronte all’altro separati dalle rispettive scrivanie. Sulle scrivanie due schermi. E sugli schermi stronzate come quelle che avete voi davanti agli occhi. Qualcuno di voi lettori, malato di citazioni, potrebbe vederci la riproposizione dei famoso duetto di Donald e Duffy Duck in Chi ha incastrato Roger Rabbit: l’indimenticabile scena del pianoforte in cui i due cartoni suonano la Rapsodia ungherese N. 2 di Lizst. No, non è così. Quelli si rivolgevano le spalle e poi erano uno bianco e l’altro nero. Invece Fazio e Gramellini sono entrambi bianchi: rigorosamente bianchi, uomini, perbene e senza un briciolo di sana crudeltà. La loro ironia è sottile e affilata come lo è la comicità dei Cinepanettone. Anzi diciamocela tutta: questa trasmissione è proprio come un cinepanettone, solo che è destinata a un pubblico sedicente intellettuale. Per quelli insomma, che una volta Alberto Sordi descriveva come “quelli così, col dentino, che pavlano con la evve”, i vecchi snob, i quali hanno perso la loro originaria crudeltà e barattato la spocchia e il rifiuto con la penosa compassione.

Allibisco, diceva da bambino il protagonista del film Auguri professore. Lo diceva un po’ vergognandosi. Era una delle parole speciali che riservava a momenti di vita raffinata, quando non doveva reagire con un supremo “a sfaccimma e chi te mmuort” (in italiano suonerebbe lo sperma dei tuoi cari defunti, ma è un insulto mortale quindi perde di efficacia una volta tradotto). Anche io allibisco. Non riesco a capire come possa riscuotere successo uno spettacolo televisivo così esteticamente insignificante. Non sono soltanto i melensi e strappapplausi discorsi (scimmie pronte? Via, applausi) a disturbarmi, quanto proprio la bruttezza dell’evento. Semplifichiamo. Cosa cazzo me ne frega di passare mezz’ora o più della mia vita a guardare due persone che parlano tra loro uno di fronte all’altro? Quando non parlano, guardano un pc. Quando non guardano il pc, leggono da un foglio. Sì, avete capito bene. C’è il tizio seduto a destra che legge per tutto il tempo le sue “notizie della settimana”. Le legge. Ora. Immaginate di andare a teatro e osservare un tizio che legge un libro. A meno che non sia un formidabile attore, stiamo pagando il biglietto per assistere allo spettacolo di uno che legge. Non riesco a immaginare niente di più noioso, tanto più se il lettore cerca goffamente di guardare in camera di tanto in tanto per ricordare che non sta leggendo solo per sé stesso o per l’altro seduto di fronte a lui, ma anche per il pubblico. Una trasmissione del genere sarebbe intelligente perché informa, parla di arte, di libri e di politica? E’ una trasmissione brutta e questo la rende poco intelligente. Lo sperpero, i colori, le danze, la musica, la grossolana ironia di Frassica in Indietro Tutta erano pacchianate, certo, ma così sapientemente orchestrate valevano centomila vaneggiamenti intellettualoidi di Che tempo che fuori fa. Se l’intelligente annoia non è intelligente, è solo soporifero.

Cosa si legge in studio, poi, è un altro discorso. Un penoso discorso. Si condanna ciò che condannerebbe anche il più efferato dei seviziatori. Ci si commuove con gli espedienti più viscerali e prevedibili. Si parla alla pancia così come fa la più trash delle trasmissioni di MTV, ma con una differenza: la palta di un Geordie Shore è al di là della morale, Che tempo che fuori fa è immorale. Le stronzate sono stronzate, sono oltre il bene e il male. Le stronzate confezionate con l’etichetta di prodotto di qualità, invece, sono criminali. Il nostro amatissimo programma si presenta, infatti, con i vessilli di chi raccoglie, conserva e promuove la cultura di un Paese, quando invece non fa altro che mettere in una vetrina ad hoc il prodotto appena uscito: il disco di Ligabue, il libro di Gramellini, l’autobiografia di Verdone. Siamo ancora nel regno della pubblicità, della promozione, ma della più bieca: la pubblicità che ti dice cosa leggere e cosa guardare se vuoi sentirti sopra la media, o meglio sopra quelli che vanno a vedere i Cinepanettoni. Anticonformismo conformato, non so se mi spiego. Innocuo se sei colto e spocchioso. Pericolosissimo se non hai potuto perdere tempo a studiare per oltre metà della tua vita. Lo verifico ogni volta che torno a casa, alla casa di mio padre, quando scorgo nella mia biblioteca, stipati accanto ai giganti della letteratura, i libri che Fazio e Gramellini hanno pubblicizzato durante l’anno. Naturalmente non mi preoccupo di quello che accade al mio vecchio: perché alla fine torno a casa io (come Sam nel Signore degli anelli) e per ogni Gramellini letto, per ogni P. Giordano che si è intrufolato nello scaffale, il mio vecchio leggerà tre Balzac, due Fitzgerald, un Salinger e un Mann. Mi preoccupo, invece, del resto degli italiani appassionati di lettura, i quali credono ingenuamente (gli italiani o sono provinciali o sono emigranti, c’è poco da fare) di leggere il meglio della letteratura, garantito dall’autorevole trasmissione di Rai3, canale noto per il suo servizio pubblico (espressione che mi fa vomitare come l’odore del lievito madre), e invece si ritrovano la testa riempita con spazzatura che difficilmente persisterà nella memoria collettiva per più di due anni. Mi preoccupo e faccio male, perché so da un pezzo che gli uomini sono stupidi e non c’è altro da dire su questa faccenda.