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La letteratura fa ridere: Allegro ma non troppo di Cipolla.

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Forse ora le cose sono cambiate. Ma ai tempi in cui ero uno studente di liceo, avevo un’idea di letteratura piuttosto monocromatica: in base alle mie letture, spesso sollecitate dalle pagine delle antologie, mi ero convinto che le grandi opere avessero tutte un carattere serio. All’epoca non ero un grande lettore di romanzi, leggevo quasi esclusivamente poesie e per di più in traduzione, perciò posso dire che non avevo nemmeno un’idea precisa di cosa fosse la poesia, la versificazione. Poi vennero l’Università e i primi esami di Storia della letteratura. Era il tempo delle poche poesie e dei pochi brani da leggere per passare un esame, mentre al di là dell’arcobaleno il manuale parlava di questi sconosciuti scrittori come Pulci e il suo Morgante e più avanti Sterne, Swift; e poi il meno sconosciuto ma mai letto Cervantes e Manzoni. Manzoni! Un po’ mi vergognavo quando dovevo dire ad alta voce che Manzoni mi piaceva più dei giganti del romanzo francese ottocentesco. E che mi faceva pure ridere. Ah e poi quell’esilarante Parini. Mi incagliai nelle mie letture e mentre studiavo quegli elenchi di nomi dal manuale, non mi importava di sorbirmi un poema cavalleresco di mille pagine su un gigante assoldato tra le fila dei paladini di Carlomagno, e che all’esame non sarebbe stato altro che quattro righe da nominare per ottenere l’approvazione di chi mi interrogava o al massimo un “giusto”. Ogni piacere ha un prezzo e quello che pagai io fu un anno e passa fuori corso.

La scoperta, d’altro canto, fu fondamentale per gli sviluppi della mia vita. Sapevo che la grande letteratura poteva far ridere. Ma ridere davvero. E allora, siccome mi piace ridere in compagnia, oggi ho deciso di raccontarvi queste panzane di vita vera e in più di consigliarvi un libro che mi ha fatto sbellicare dalle risate: Allegro ma non troppo di Carlo M. Cipolla (la M.  sembrerebbe essere un’invenzione dell’autore, gran buontempone, come vedremo). Poiché il libro non è piovuto dal cielo, ma è stato frutto del consiglio di un amico dotato di cognome e soprannome (ha anche un nome, ma tendo a non usarlo), è mio dovere ringraziare il timido Zagni.

Allegro ma non troppo raccoglie due saggi umoristici scritti con rigore e una prosa brillante. La storia editoriale del libro è interessante e la trovate qui. In breve, i due saggi nascono in lingua inglese e come due distinte pubblicazioni private. Dato il loro irresistibile successo, vengono alla fine  tradotti in italiano e riuniti in un libro che diventa un clamoroso long seller.

Il primo saggio è una rapida ricostruzione della storia europea dalle invasioni barbariche al XIV secolo dal promettente titolo: Il ruolo delle spezie (e del pepe in particolare) nello sviluppo economico del Medioevo. L’altro è invece un trattatello su ciò che Cipolla descrive con lessico e sintassi da maestro Jedi come “una delle più potenti e oscure forze che impediscono la crescita del benessere e della felicità umana”, cioè la stupidità. Il saggio, infatti, si intitola con sobrietà accademica: Le leggi fondamentali della stupidità umana.

Come funzionano questi due saggi? Il meccanismo è di marca inglese, targato Jonathan Swift. Si tratta una questione triviale o paradossale con assoluto rigore argomentativo e con serietà . Swift, per esempio, lo fece nella sua Modesta proposta: per impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro Paese e per renderli utili alla comunità, fornendo una soluzione brillante e dettagliata ai problemi di fame e di indigenza dell’Irlanda. Dio solo sa quante risate mi regalato quel libretto fotocopiato che il ripostiglio di casa nasconde da qualche parte.

Nel primo saggio Cipolla decide di dare credito a luoghi comuni, come quello sul potere afrodisiaco del pepe, e di ricostruire la storia medievale spiegando contingenze ed eventi a partire da tali premesse poco credibili. Accettato il ruolo del pepe nello sviluppo di una società, per esempio, è possibile spiegare ogni oscillazione demografica dell’Europa medievale con la disponibilità più o meno grande di pepe. Persino la crociata non sarebbe altro che l’invenzione di un asceta. L’irresistibile desiderio di pasti sobri ma pepati di Pietro l’Eremita sarebbe il principale motivo che indusse l’uomo a riunire l’Occidente nella crociata in Terra Santa.

Nella sua ricostruzione Cipolla non esista a mettere alla berlina il lavoro dei colleghi storici. Come quando, parlando del matrimonio tra Luigi VII ed Eleonora d’Acquitania , commenta con un’iperbole un po’ fantozziana la frase della sua fonte:

Il matrimonio però non era destinato al successo. “Eleonora non era probabilmente la donna più adatta per un uomo così sensibile come Luigi VII”. Con questa frase uno storico inglese si aggiudicò il premio mondiale dell’understatement.

In altri casi Cipolla dà credito e a cita ampi passi di teorie storiche che hanno tutta l’aria di essere strampalate. Sapete perché i Vichinghi sono stati così zelanti nell’infestare con le loro incursioni l’Europa del sud? Ecco una brillante spiegazione:

Una recente pubblicazione norvegese afferma che notevole importanza ebbe il “ruolo delle donne nella bellicosa società scandinava. Fiere e formidabili le donne vichinghe sapevano all’occasione diventare anche pericolosamente infide e in ogni caso non si lasciarono mai sottomettere”. Non fa meraviglia che i mariti di donne così formidabili optassero per lunghi soggiorni all’estero.

Passiamo al secondo saggio. Spesso vi siete chiesti perché una persona commetta qualcosa che per voi è chiaramente insensato. Vi siete arrovellati costruendo ipotesi, verificandole, correggendole e poi alla fine avete gettato la spugna di fronte all’inspiegabile. Quando leggerete Le leggi fondamentali della stupidità umana, avrete a disposizione una risposta economica e giusta nella maggioranza dei casi. Suona più o meno così: “perché è stupido”. Cipolla vi condurrà con rigore, chiarezza, non risparmiando mai definizioni precise ed esempi chiarificatori per le sue teorie. Il tutto al modico prezzo di 8,80 euro. Vi starete chiedendo per esempio cosa sia esattamente uno stupido? Eccovi una definizione precisa che non genera fraintendimenti e che corrisponde alla Terza legge fondamentale:

Una persona stupida è una persona che causa un danno a un’altra persona o gruppo di persone senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé od addirittura subendo una perdita.

Non potete immaginare quanto tempo risparmierete nella vostra vita grazie all’approfondimento e alla memorizzazione di queste poche leggi: potrete finalmente dedicarvi a problemi complessi e irrisolti senza essere disturbati da una domanda come: “perché un uomo per sentirsi alternativo compra i suoi abiti presso una grande catena di distribuzione proprio mentre persone abbigliate proprio come lui fanno la stessa cosa?”.

Ah, un altro preziosissimo insegnamento che viene da Cipolla e che potrebbe salvarvi la vita è questo: non sognatevi di poter utilizzare a vostro vantaggio la stupidità di una persona. Mai. La natura irrazionale dello stupido, infatti, è assolutamente imprevedibile:

Uno può illudersi di manipolare una persona stupida e, sino ad un certo punto,  può anche riuscirci. Ma a causa dell’erratico comportamento dello stupido, non si possono prevedere tutte le azioni e reazioni dello stesso ed in breve si verrà stroncati  e polverizzati dalle sue imprevedibili azioni.

Come avete potuto notare, ho dato largo spazio alle citazioni dirette. L’ho fatto per una ragione precisa. Gran parte del divertimento che ho vissuto leggendo Allegro ma non troppo (e che ho rivissuto quando ho compilato questo pezzo) deriva dal modo in cui Cipolla usa la lingua. La sua comicità non nasce tanto da neologismi o da un lessico particolarmente ricercato, quanto dalla naturalezza e dal rigore con cui si traggono conseguenze da idee palesemente campate in aria; oppure tale comicità nasce da battute di spirito di inusitata eleganza come: “Solo gli allocchi potevano guardare al futuro con ottimismo”; o ancora da commenti sornioni come: “L’uomo era signore e padrone assoluto. Cosa ne pensassero le donne nel loro intimo, non si sa”. E’ più facile mostrarvelo e magari rischiare di strapparvi una risata, anziché cercare di spiegarla o parafrasarla.

Per questo non posso lasciarvi senza un’ultima perla che vale più di qualsiasi mio commento: sapete cosa dà impulso alla metallurgia nel Medioevo? La richiesta di armature? Di armi? Di campane? Di cannoni? Ma no. Siete fuori strada:

Nacque così in quel contesto socio-culturale l’idea della cintura di castità: un crociato dopo l’altro prima di partire pensò di mettersi al riparo da brutti scherzi facendo serrare la propria moglie nella scomoda (per la moglie) ma rassicurante (per il marito) cintura. Furono tempi d’oro per i fabbri e la metallurgia europea entrò in una fase di forte espansione.


Domenica dilettante. Brutta abitudine

Ho preso una brutta abitudine. Mi permetto di usare questo spazio per parlare di me stesso, poiché sono consapevole che queste righe potrebbero aiutare chiunque la vita abbia gettato nella mia medesima situazione. Mi piacerebbe che questo post diventasse una specie di rifugio per quelle persone che riconoscono di aver contratto questa brutta abitudine, affinché possano raccontare la loro storia e sapere una volta per tutte che non sono sole al mondo, ma che qui in questo spazio virtuale c’è e ci sarà sempre qualcuno pronto ad ascoltarle e a consigliarle. Mi piacerebbe anche che si immaginassero le parole di questo post come delle sedie disposte a cerchio, dalle quali ognuno di noi a turno potrebbe alzarsi e prendere la parola; sempre che, ovviamente, si sentisse pronto a quel grande passo che fuori di qui potrebbe sembrare invece una cosa da niente, che chiunque abbia un briciolo di cervello dovrebbe intraprendere.  Chiunque scriverà qui sarà apprezzato per il suo coraggio, il suo passo sarà adeguatamente considerato: sarà visto come il passo di un gigante, perché il primo passo verso la guarigione è sempre diventare consapevoli dei propri problemi. Poiché sono conscio della portata rivoluzionaria di un post del genere e della grande capacità di diffusione che tale proposta potrebbe dimostrare, vorrei pregare tutti coloro che lo leggeranno di pensare seriamente a quali sono le vere ragioni per le quali vorranno condividere queste righe. Anzi vorrei chiedervi di non farlo qualora la vostra intenziose fosse soltanto quella di mostrare l’ennesima idea sfavillante originata da una mente blandamente schizofrenica. E’ un’occasione importante che si offre e sarebbe un peccato vederla sprecata perché diluita nel chiacchiericcio networkaro. Diffondendo a sproposito state togliendo purezza al messaggio di questo post, si finirebbe per sottrarre ad altre persone bisognose di conforto, comprensione e speranza, una preziosa occasione per riprendere una vita priva di consuetudini pericolose.

La mia brutta abitudine non è il fumo. La mia asma infantile che fa capolino nella mia esistenza nei momenti di grande giubilo, ricordandomi di non esagerare nemmeno nella manifestazione di allegrezza, è sempre stata un efficacissimo pretesto per scongiurare le insistenti offerte dell’amico di turno proponente con noncuranza fumante un solo tiro. Poi le sigarette, via andiamo. Cinque euro ogni ventina. Non sono le dita nelle orecchie o nel naso la mia brutta abitudine. E non sono nemmeno le droghe pesanti e leggere. Ho sempre vissuto nel terrore di alimentare con sostanze psicotrope il bovarismo chisciottesco rivelatosi in me sin dalla giovane età e accentuatosi quando la presenza del doppio balcone in una stanza di collegio diede una sensibile accelerata ai più trascurabili sintomi di una schizofrenia destinata un giorno alla conquista di un premio internazionale. No, niente panna. E nemmeno le puttane. Come potrei con i sensi di colpa che già mi affliggono per qualsiasi azione attui o meno. La mia brutta abitudine non è mangiarmi le unghie in preda ad attacchi d’ansia, che comunque grazie al cielo non mancano. E nemmeno quello schifo commerciale chiamato Nutella.

E’ questa la mia brutta abitudine. Ogni giorno accendo la Tv per avere un po’ di compagnia, per avere una voce che riempia il silenzio della mia cella monastica. Quella della Tv non è la voce di chi ti parla, la voce di chi ti fa domande come al telefono. E’ piuttosto una voce come quella delle persone che hai in casa quando vivi in famiglia: non ti interessa quello che dicono, anzi è sicuro che se solo provassero a comunicare con te sarebbero soltanto deigli insopportabili disturbatori; conta invece che siano lì a parlare; pronti a rasserenarti per il solo fatto di esserci. Ho capito che si tratta di una brutta abitudine perché in nessun modo mi piace quello che vedo. Certo che brutta gente che c’è in Tv. Non mi riferisco chiaramente ai bei visi sbarbati o quelle gambe agganciate a culi che si promettono particolarmente profumati. Penso, invece, ai tanti volgari signorotti imbarbariti nella maleducazione che discutono nei salotti su cui l’obiettivo della telecamera è puntato. Politici o intrattenitori, i talk show italioti sono tutti uguali. Qualunque discussione finisce sistematicamente in un fastidioso brusio, persino più osceno della premiata scorreggia nazionale. Allora mi chiedo, volendo però chiederlo a qualcuno che non guardi la Tv per una brutta abitudine proprio come me , come si può vivere con interesse l’aggressività di queste scimmie nude esibentesi in performance di celodurismo dettate verosimilmente dalla fregola? Come si fa a trarre il sugo di quello che dicono se io non si riesce a vedere altro che il membro lungo e sottile dei nostri antenati ritto come una spada a minacciare l’altro e ingolosire la femmina di turno? E’ la forma che mi disturba, la forma idiota e bracalona che la Tv porta ogni giorno a casa mia. Domani non l’accendo. Ce la faccio. Voi cosa dite? Qualcuno di voi ne è uscito? Ah scusate, avevo dimenticato di presentarmi: mi chiamo Franz Kafka, ho centoventinove anni e guardo la Tv.


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