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Un viaggio sentimentale attraverso Francia e Italia. Ancora sull’aereo

Per quanto mi fossi ripromesso di lasciare all’intelligenza del mio lettore la possibilità di completare quei luoghi di quest’opera allusivi e per forza di cose incompleti, in modo che potesse avvertire al tempo stesso la stima che l’autore nutre per le sue capacità immaginative e la deliberata volontà dell’autore di non annoiare il suo interlocutore rendendolo completamente passivo nella lettura della presente opera, sento il bisogno di specificare brevemente il titolo del capitolo che si srotola di seguito. Ciò mi è parso necessario non tanto per gli affezionati lettori, quanto per il frequentatore ritardatario o addirittura grillino, il quale potrebbe trovarsi a leggere questo capitolo pur avendo completamente ignorato gli altri. È proprio per lui che sarà necessaria la seguente precisazione. Naturalmente quest’accorgimento non vuole privilegiare in alcun modo il lettore salta fossi a scapito del fedelissimo, al quale anzi colgo l’occasione per porgere i miei più sentiti complimenti per la sua costanza, nonché per esprimergli la mia intestino-duodenica gratitudine, dato che senza la sua eroica pazienza quest’opera non potrebbe mai proseguire, lasciando inenarrate le vicende di quello che fu il viaggio sentimentale senza dubbio più avvincente dai tempi di Yorick stesso. Siccome sarebbe per me motivo di rammarico scoprire di aver recato irritazione o, ancor peggio, noia al mio lettore affezionato, gli raccomando di saltare senza indugio le spiegazioni che seguiranno – seppure, ci tengo a rassicurarlo, non riguarderanno l’interezza del capitolo – in modo che la sua lettura continui ad essere piacevole.

Ho accennato che la specificazione di cui tanto ho sentito l’esigenza riguarda il titolo di questo capitolo. Esso, infatti, non allude, come potrebbe sembrare ad una lettura slegata dal contesto, a un nuovo capitolo in cui la vicenda narrata si svolge nuovamente sul mezzo di trasporto non terrafermico, quindi alla continuazione di un capitolo che precedentemente raccontava le peripezie di un uomo, in questo caso la prima persona che narra le vicende, su un aereo. D’altra parte non intende richiamare alla mente nemmeno l’idea di un capitolo in cui il personaggio principale si ritrovi ancora una volta sull’alato mezzo dopo esservi già stato in precedenza. Dunque, il valore di complemento di stato in luogo per il titolo va assolutamente escluso, visto che quanto detto fino a questo momento non lo giustificherebbe in alcuna maniera. Di conseguenza sarà chiaro che il titolo vuole semplicemente indicare un altro capitolo in cui si discute dell’aeroplano e di quello che la sua presenza suggerisce. Si tratta perciò di un complemento di argomento, forse un po’ latineggiante o comunque attempato rispetto alla prassi linguistica attuale, ma dal mio punto di vista quanto mai efficace per esprimere con poche parole l’essenza del capitolo in questione. È certamente vero, e sarebbe un’obiezione che mi aspetterei dal mio alquanto competente, e perciò ristrettissimo, pubblico, che avrei potuto opportunamente esprimere la stessa nuance di significato attraverso la formula “Dell’aereo”, ancora più latineggiante, perché letterale, che avrebbe richiamato immediatamente alla memoria la consuetudine titolistica antico-medieval-moderna. Tuttavia una soluzione di questo genere avrebbe potuto trarre in inganno almeno due categorie di lettori, seppure in base a motivazioni di carattere diverso: da una parte il lettore impressionista avrebbe pensato a un complemento di specificazione avulso dal contesto, e avrebbe cercato attraverso un notevole e dispendioso sforzo cerebro-ermeneutico di completare, non necessariamente affidandosi alla filologia, l’espressione, o quanto meno di dare un significato convincente e ricostruibile all’isolamento forzoso inflitto al suddetto complemento di specificazione. In questo secondo caso è verosimile che egli stesso avrebbe provveduto l’interlocutore di turno di una fitta bibliografia appositamente approntata, in modo da mostrare tanto l’irragionevolezza delle ipotesi scartate, quanto la poderosa persuasività di quelle da lui preferite.

Dall’altra parte il lettore mangereccio, abituato a non farsi troppe domande, per lo più retoriche e insinuanti, se non quelle necessarie per demolire un romanzo la cui trama non regga le sue aspettative di credibilità. Tale lettore avrebbe forse giudicato non del tutto perito l’autore, accusandolo di essere incapace persino di controllare adeguatamente le bozze che l’editore gli avrà di sicuro inviato di tanto in tanto per assicurarsi che i presunti refusi individuati dalla sua squadra di correttori lobotomizzati non fossero invece delle deviazioni dalla norma (o sarebbe meglio dire devianze dell’artista egocentrico-edipico) appositamente selezionate per non venire incontro alle facoltà mentali del lettore. In un accesso d’ira, poi, avrebbe probabilmente scaraventato il libro contro la parete più prossima alla sua posizione, esclamando a voce alta, in modo che lo sentisse il vicino impressionista, o eventualmente percussionista, che non si potevano pubblicare libri con errori così grossolani, perché anche il lettore, in quanto consumatore, ha i suoi diritti e tra questi c’è quello di ottenere una merce che sia adeguatamente confezionata e priva di errori di fabbrica. Perché, in fondo, un libro contaminato dai refusi, persino nel titolo poi, e che diamine, dove è davvero imperdonabile, è come una mela bacata, e voi ve la comprereste al mercato una mela bacata? Per questo motivo principale e per altri, che non sarà il caso di sviluppare ulteriormente se non dopo un’attenta meditazione da parte di chi scrive sulla struttura dell’opera a cui sta lavorando, il lettore mangereccio avrebbe finito per relegare l’opera nel limbo delle letture abbandonate, non concedendole nemmeno l’ormai linguisticamente abusato beneficio del dubbio riguardo all’esatta attribuzione delle responsabilità che a detta sua avrebbero decretato il fallimento del libro. Egli non avrebbe di certo sprecato il suo tempo palatale per redigere un’estenuante lettera di protesta presso l’editore, per quanto quest’ultima gli avrebbe consentito di ottenere  molto probabilmente una copia omaggio di qualunque fosse stato il best seller da pubblicizzare di lì a pochi giorni. Sarebbe, invece, passato alla pasto successivo, come d’altra parte dovrebbe fare ogni ragionevole degustatore dopo essersi preoccupato di rinfrescarsi la bocca per meglio distinguere i sapori della portata da assaggiare.

Mi accorgo solo ora che lo spazio-tempo a mia disposizione per questo secondo capitolo sull’aereo è terminato senza che potessi effettivamente parlare dell’argomento alluso dal titolo. Quindi dovrò per forza di cose, persino a costo di essere considerato dal mio paziente lettore un pessimo architetto, rimandare le questioni sull’aeroplano al prossimo capitolo, il quale sarà opportunamente dotato di un titolo che ne sottolinei la gemellarità con quello che sta termina ora.

Un viaggio sentimentale attraverso Francia e Italia. Pilot

Chiusi l’ultima pagina del libro di Sterne con una sensazione sinestetica: un misto di turbamento oculare, compiacimento uditivo, solleticamento palatale, irrequietezza olfattiva e, ahimè, una consistente dolcezza sulle mani mi invasero. Pensai che quel viaggio che Yorick non aveva portato a termine, dato che era tornato ad essere il teschio ghermito dalla mano di Amleto e delle centinaia di più o meno sue dozzinali personificazioni, doveva essere in qualche modo ripreso da me. Anzi se devo essere del tutto franco – e spero che il lettore perdonerà la solo apparente altisonante arroganza proprio per questa mia onestà – a un certo punto mi sentii proprio investito da un sentimento che non saprei definire se non approssimativamente facendo riferimento al campo tematico delle epifanie religiose. Sterne mi aveva parlato attraverso le parole di Yorick attraverso la traduzione di Foscolo, consegnandomi una missione che solo un folle non avrebbe onorato con la sua totale devozione. E’ difficile a questo punto nascondere quanto mi sentissi orgoglioso e soddisfatto: coinvolto in un progetto che attraversava i secoli, potevo ben dire che la mia vita stava prendendo la piega che avevo sempre desiderato; infatti sarei diventato nel giro di pochi secondi un vassallo, un cavaliere errante, un chierico vagante, un personaggio letterario sotto mentite spoglie, un autore di libri di scarso successo e, tanto per finire, uno scrittore odiato dalla gran parte degli studenti italiani.

Il curriculum era quanto mai allettante, ma al di là di ciò era l’onore di una così illustre investitura a farmi inchiostrare mentalmente pagine e pagine, nonché a far sì che percorressi con gli occhi della mente chilometri e chilometri di asfalto, terriccio, erba calpestabile, fitto sottobosco. Purtroppo sono costretto ad ammettere che in quel momento di grande elevazione spirituale a risuonare nelle mie circonvoluzioni cerebrali non erano le parole del principe danese ingiustamente accusato da Freud di rapporti torbidi con la madre, ma quelle di un bravaccio dal ciuffo irretito e dalla baldanza camorristica: nelle mie orecchie mentali continuavano a vibrare le parole “S’ha da fare, s’ha da fare”. Non negherò al mio lettore che provai un discreto senso di colpa di fronte a quel tono di voce così insolente: sebbene non fosse in alcun modo paragonabile al senso di colpa che nel corso della mia vita precedente e successiva provai per le vicissitudini di ogni essere umano, devo ribadire che si trattava comunque di un sentimento piuttosto fastidioso. Era difficile per me tollerare che un pensiero tanto sublime fosse espresso con una forma tanto sconcia. A quel tempo, infatti, mi immaginavo ancora la voce dei bravi come un misto del timbro gutturale tipico delle fumatrici napoletane e di quello in falsetto di alcuni dialettofoni di sesso maschile delle mie parti.

Oltre al senso del dovere espresso attraverso le parole di Don Lisander, mi spingeva a intraprendere il mio viaggio la natura stessa del viaggio. In quel tempo ero estremamente affascinato dall’idea del “viaggio sentimentale”. Ciò che mi attraeva più di ogni altro allettante ricordo collaterale, era proprio l’espressione “viaggio sentimentale”. Sebbene Sterne la spiegasse in una delle sue tassonomie esplicative, non avevo bene capito cosa significasse e per questo mi era ancora più cara. Pensavo che sarebbe stata certamente un’esperienza sopra le righe intraprendere qualcosa di cui non avevo nemmeno una precisa intelligenza. Non di meno, per accantonare qualsiasi senso si colpa che avrebbe potuto attaccarsi alla mente in seguito, decisi di controllare meglio quale potesse essere effettivamente il significato di “Viaggio sentimentale”. Mi conoscevo bene e sapevo che se successivamente avessi scoperto che il mio viaggio sentimentale si discostava del tutto dalla vera essenza di un “viaggio sentimentale” sarei stato colpito da una crisi isterica così devastante da far invidia a qualsiasi personaggio femminile della letteratura russa. Il risultato della mia verifica non diede  frutti: né wikipedia né alcunché mi riuscì a chiarire quale fosse effettivamente la qualità principale di un viaggio sentimentale. Naturalmente ciò non mi scoraggiò, ma mi collocò in una posizione nella quale mi sentivo molto a mio agio: avrei potuto intraprendere il mio viaggio senza ulteriori complicazioni; ero molto entusiasta di poter gridare nella mia stanza a polmoni da asmatico spianati il grido amletico: “Andiamo…in Inghilterra!”