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Kung Fury. Cintura nera di trash

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Non sono solito consigliare filmacci da guardare con spirito goliardico. Per questo c’è qualcuno che nel campo si può dire un vero maestro, ossia Lupocattivo del divertentissimo blog Cinemanometro. Accade, tuttavia, che ieri sera dopo che ebbi preparato delle tenerissime scaloppine di pollo al marsala e pepe verde, mio fratello Luca, il mio fratello preferito, mi inviti a vedere un film di mezz’ora che promette bene. La definizione era più o meno questa: “un cinese che fa kung fu e qualcosa che ha a che fare con videogiochi e Hitler; si chiama Kung Fury e possiamo vederlo in alta definizione su Netflix”. Non so resistere a proposte tanto indecenti, così io e la mia sedia da scrivania ci trasferiamo nella stanza a fianco.

Comincia il film. Bastano poche decine di secondi per capire che questo film è destinato al complimento supremo in materia di film di exploitation, perciò non posso che esclamare “in questo film c’è tutto!”. Per cominciare un’inaudita violenza di strada perpetrata da personaggi che ricordano molto i delinquenti  stereotipati degli anni Novanta: giubbini di jeans o di pelle smanicati e no, zazzere, fasce nei capelli cotonati, occhiali da sole e guanti da motociclista. Ah, e ovviamente un uzi a portata di mano.

In questa città violenta dove anche un videogioco da sala può animarsi, diventare un robot e cominciare a seminare distruzione, far esplodere teste, incendiare carrozzine (“la carrozzina!”, direbbero i colleghi di Fantozzi), la legge è tutelata dalla solita polizia inefficiente stritolata dalla burocrazia, preoccupata più a disegnare la quadratura del bilancio che a mantenere l’ordine. Fortunatamente questa truppa di brocchi può ha a disposizione il suo fuoriclasse, il piedipiatti perfettamente dentro gli schemi essendo fuori dagli schemi: l’uomo che chiamano Kung Fury (e solo dio sa se non si tratta di un nome azzeccatissimo per un tale esemplare di stereotipa crudezza hardboiled).

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Kung Fury, l’uomo, non tradisce le aspettative (e nemmeno il film lo fa, sia chiaro). Ricorda nemmeno troppo vagamente il personaggio della celeberrima serie di videogiochi Street Fighter, solo che indossa un chiodo e una maglietta rossa. Ha la voce profonda del Batman di Nolan, l’eloquio asciutto del giudice Dredd e la solenne inespressività di Steven Seagal. Per la prima volta lo incontriamo nella sua tana, circondato da candele e arredi di pessimo gusto in compagnia di una tizia che se lo mangia con gli occhi palpandogli il braccio. La musica con sax solista fa tanto situazione iniziale dei vecchi film porno, quelli che avevano pure una trama e che tanto amava un mio vecchio compagno di scuola. Insomma, la sceneggiatura fa di tutto per convincerci che Kung Fury quando non sia impegnato a spaccare culi, passi il tempo a infuriare tra le lenzuola. Egli insomma è la incarnazione di quella virilità pecoreccia fiore all’occhiello del cinema d’azione, l’uomo che tutti vorrebbero essere perché, ma questo lo crede lo spettatore, tutte le donne si strapperebbero i capelli in preda all’isteria per averlo. Gli stereotipi piedipiatteschi ci sono tutti: “lavoro da solo”, la restituzione del distintivo, il capo rompicazzo, il compagno di volante e di mille avventure perduto durante un picco di maschissimo affetto (per altro con una kill di pregevolissimo livello splatter). Quello che invece è davvero nonsense ma alla fine sembra non fregare a nessuno è il collega Triceracop, mezzo uomo mezzo triceratopo.

L’entrata in azione di Kung Fury è un saggio di pacchianeria: nessun effetto speciale è risparmiato, non importa quanto sia esagerato; né i voli con la luna sullo sfondo, né lo scontro su una gru a chi sa quanti metri d’altezza, né tanto meno la pellicola che fa le bizze mentre una colonna sonora elettronica da brivido pompa nelle casse. La ridente cittadina come se non bastasse è preda anche dell’incubo americano per eccellenza: no, non mi riferisco a Richard Nixon rieletto per la quinta volta. Parlo di Adolf Hitler. In questo caso si attinge senza vergogna alla teoria complottistica che vuole l’arianissimo baffetto nascosto da qualche parte e intento a tramare ancora contro gli Iuessei, Iuessei, Iuessei! Robaccia naturalmente, ma non è colpa degli americani se Hitler ha dato agli Stati Uniti la grande occasione di richiamarlo eternamente come avatar del male assoluto ogni volta che c’è da rinvigorire l’orgoglio americano. Insomma, Hitler è tornato e riesce a far fuori un intero reparto di polizia sparando attraverso il telefono. Ma c’è di più. La storia ufficiale forse aveva taciuto una sconvolgente verità: Hitler non era il condottiero di un popolo di allucinati ma un eccezionale un maestro di kung fu, ribatezzatosi Kung Fuhrer, il cui solo scopo era ottenere una conoscenza profondissima dell’antica arte marziale cinese, arrivando ad ottenere i poteri del prescelto di cui parlava una misteriosa profezia (strano che non si chiami il guerriero dragone e non abbia le sembianze di un panda).

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Per Kung Fury arriva l’ora, dunque, di viaggiare nel tempo ed accoppare Hitler. Ma perché non accopparlo nel presente, si chiederà giustamente il mio lettore? Perché altrimenti non si potrebbe aggiungere alla sterminata lista di citazioni del film anche il paradosso del viaggio temporale che tanto mi fece arrovellare nel primo Terminator. DeLorean in arrivo, dunque? Nemmeno per sogno. Qui per tornare indietro ci si serve di una specie di monopattino fluttuante e dell'”hacker più potente del mondo”: Hackerman, un buzzurro che assomiglia in tutto e per tutto a quel cantante svedese conosciuto come Gunther (mettete la dieresi sulla u) ma che non canta Ding Dong Song. Anche se la spiegazione del viaggio nel tempo tramite supporto informatico fornita da Hackerman con linguaggio tecnico usato a caso confonde prevedibilmente il protagonista tutto kung fu e niente cervello, essa si rivela efficace. Poco importa se il fascino per la tecnologia che è capace di suscitare è paragonabile a quello che susciterebbe un chiodo, anzi è l’ennessima occasione per mettere alla berlina la Hollywood delle interfacce da videogame a 8bit e le consuete barre monitoranti il progressivo completamento delle operazioni. Oh, quasi dimenticavo la chicca: Hackerman diventa immediatamente un mito nel momento stesso in cui indossa il suo Nintendo Power Glove, oggetto tecnologico di indicibile fascino che credo il pubblico italiano ricordi soprattutto per la sua apparizione ne Il piccolo grande mago dei videogames. Sono certo che in quegli istanti i miei occhi brillassero.

Con il viaggio nel tempo il film comincia la sua rapida discesa verso la fine, così che il grado di tamarragine supera ogni limite. L’uso del deus ex machina è spudoratissimo. Il primo salto nel tempo è un fallimento, così che Kung Fury si ritrova in un’imprecisata “epoca dei Vichinghi, che consente al regista di sbizzarrirsi in vedute di paesaggi incontaminati. Incontaminati, certo, ma tutt’altro che sicuri, dato che vi scorrazzano Laser-Raptor che sparano luce dagli occhi e toponiche vichinghe con mitragliatrici da elicottero cavalcano dinosauri. Il protagonista sembrebbe giunto a un punto morto, ma non è così: per fortuna a portata di mano c’è un attempato, vanesio e un po’ goffo dio Thor formato gigante che con il suo martellone può inviare il protagonista nella Germania nazista.

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E’ fatta. E’ l’ora dei conti. L’ora di una notevolissima sequenza di combattimento, in cui Kung Fury accoppa decine di nazisti con elmo da Dart Fener, creata scimmiottando i picchiaduro in 2D di una volta, così che lo stacco tra ciò che accade sulla superficie piatta in primo piano è completamente avulso da quanto si vede sullo sfondo gremito di nazisti, in verità lo stesso moltiplicato in trilioni di esemplari, che non si sa bene cosa facciano. Qui, amici miei, si citano senza dubbio i reali dello splatter fatto videogame: quei pionieristici primi tre Mortal Kombat, ai quali oltretutto sono ispirate anche un paio di kill in stile Fatality tra cui la sottrazione della spina dorsale, marchio di fabbrica di Sub Zero). Il resto è rissa sfrenata con l’intervento risolutivo dei personaggi già visti, pronti a salvare le chiappe a Kung Fury: tra essi spicca la versione robotica di Hackerman, capace addirittura di riportare in vita il protagonista già crivellato dalla smitragliata a sorpresa di Hitler dal palco (una citazione da The mask forse?). Devo dirvi anche che appena di parla di morte e resurrezione, lo sceneggiatore non può fare a meno di trasformare tutto in un cartone animato e rappresentare l’aldilà nella grottesca maniera degli autori di Dragon Ball?

Questo è più o meno Kung Fury. Una grossolana accozzaglia messa insieme con grande maestria e senza esagerare nei tempi, tanto da terminare proprio quando sta per sopravvenire la noia. A suo modo credo possa essere considerato un film colto, con una quantità forse ai limiti della legalità di quelle che Leo Ortolani definisce “strizzatine d’occhio”. Penso che ogni essere umano di sesso maschile che abbia visto almeno una decina di film d’azione dovrebbe vederlo, perché Kung Fury è un film onesto: una cazzata che non fa finta di essere altro.

Ah ultima raccomandazione: guardatelo con la giusta compagnia, perché gli sguardi complici al vicino ghignante non sono un optional.

 


Un’odissea nello spazio


Usbergo


Salutandovi indistintamente


Come lacrime nella pioggia


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