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Domenica dilettante. Che schifo di tempo che fuori fa

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[Consapevole che spesso le citazioni di cui infarcisco i miei post possono risultare peregrine, ho pensato di aggiungere alcuni link. Si tratta di video trovati su youtube che vi mostreranno immediatamente quello a cui faccio riferimento. Potete visionarli dopo aver letto l’intero pezzo o aprirli di volta in volta. Sono forse io il guardiano dei miei lettori?]

Questo post era stato concepito in un momento di grande sperpero adrenalinico. Guardavo la televisione e inveivo. Ero a tal punto coinvolto, che avevo dichiarato a voce alta (un solo spettatore pagante) la mia risoluzione: avrei potuto scrivere questo post soltanto in napoletano, perché solo in quella lingua avrei potuto manifestare efficacemente il mio stato d’animo. Sì, va bene. Ma poi per fortuna ci si calma. Il cuore rallenta e ci si rende conto che scrivere in una lingua che si padroneggia solo nella sua forma orale, sarebbe una fatica esagerata, come cercare di sopire il senso di colpa di Franz Kafka. Arriva il tempo dei compromessi. Ho deciso così di lasciare in napoletano solo le parti in cui l’ira starnazzante di Paperino domina il mio discorso (fornendo comunque adeguata traduzione tra parentesi quadre). Mentre pensavo tutto ciò, naturalmente, il mio fumante cervello è stato appagato e l’urgenza di reagire alla violenza che stavo subendo da Rai3 è scemata. Mi sono impigrito e non ho scritto più nulla. Fino ad ora.

“Che tempo che fuori fa” fa più schifo del tempo di Milano. In uno studio televisivo, circondati da un pubblico di scimmie ammaestrate (in verità potrebbero essere le stesse scimmie spaziali di cui parla Palahniuk in Fight Club), due uomini siedono uno di fronte all’altro separati dalle rispettive scrivanie. Sulle scrivanie due schermi. E sugli schermi stronzate come quelle che avete voi davanti agli occhi. Qualcuno di voi lettori, malato di citazioni, potrebbe vederci la riproposizione dei famoso duetto di Donald e Duffy Duck in Chi ha incastrato Roger Rabbit: l’indimenticabile scena del pianoforte in cui i due cartoni suonano la Rapsodia ungherese N. 2 di Lizst. No, non è così. Quelli si rivolgevano le spalle e poi erano uno bianco e l’altro nero. Invece Fazio e Gramellini sono entrambi bianchi: rigorosamente bianchi, uomini, perbene e senza un briciolo di sana crudeltà. La loro ironia è sottile e affilata come lo è la comicità dei Cinepanettone. Anzi diciamocela tutta: questa trasmissione è proprio come un cinepanettone, solo che è destinata a un pubblico sedicente intellettuale. Per quelli insomma, che una volta Alberto Sordi descriveva come “quelli così, col dentino, che pavlano con la evve”, i vecchi snob, i quali hanno perso la loro originaria crudeltà e barattato la spocchia e il rifiuto con la penosa compassione.

Allibisco, diceva da bambino il protagonista del film Auguri professore. Lo diceva un po’ vergognandosi. Era una delle parole speciali che riservava a momenti di vita raffinata, quando non doveva reagire con un supremo “a sfaccimma e chi te mmuort” (in italiano suonerebbe lo sperma dei tuoi cari defunti, ma è un insulto mortale quindi perde di efficacia una volta tradotto). Anche io allibisco. Non riesco a capire come possa riscuotere successo uno spettacolo televisivo così esteticamente insignificante. Non sono soltanto i melensi e strappapplausi discorsi (scimmie pronte? Via, applausi) a disturbarmi, quanto proprio la bruttezza dell’evento. Semplifichiamo. Cosa cazzo me ne frega di passare mezz’ora o più della mia vita a guardare due persone che parlano tra loro uno di fronte all’altro? Quando non parlano, guardano un pc. Quando non guardano il pc, leggono da un foglio. Sì, avete capito bene. C’è il tizio seduto a destra che legge per tutto il tempo le sue “notizie della settimana”. Le legge. Ora. Immaginate di andare a teatro e osservare un tizio che legge un libro. A meno che non sia un formidabile attore, stiamo pagando il biglietto per assistere allo spettacolo di uno che legge. Non riesco a immaginare niente di più noioso, tanto più se il lettore cerca goffamente di guardare in camera di tanto in tanto per ricordare che non sta leggendo solo per sé stesso o per l’altro seduto di fronte a lui, ma anche per il pubblico. Una trasmissione del genere sarebbe intelligente perché informa, parla di arte, di libri e di politica? E’ una trasmissione brutta e questo la rende poco intelligente. Lo sperpero, i colori, le danze, la musica, la grossolana ironia di Frassica in Indietro Tutta erano pacchianate, certo, ma così sapientemente orchestrate valevano centomila vaneggiamenti intellettualoidi di Che tempo che fuori fa. Se l’intelligente annoia non è intelligente, è solo soporifero.

Cosa si legge in studio, poi, è un altro discorso. Un penoso discorso. Si condanna ciò che condannerebbe anche il più efferato dei seviziatori. Ci si commuove con gli espedienti più viscerali e prevedibili. Si parla alla pancia così come fa la più trash delle trasmissioni di MTV, ma con una differenza: la palta di un Geordie Shore è al di là della morale, Che tempo che fuori fa è immorale. Le stronzate sono stronzate, sono oltre il bene e il male. Le stronzate confezionate con l’etichetta di prodotto di qualità, invece, sono criminali. Il nostro amatissimo programma si presenta, infatti, con i vessilli di chi raccoglie, conserva e promuove la cultura di un Paese, quando invece non fa altro che mettere in una vetrina ad hoc il prodotto appena uscito: il disco di Ligabue, il libro di Gramellini, l’autobiografia di Verdone. Siamo ancora nel regno della pubblicità, della promozione, ma della più bieca: la pubblicità che ti dice cosa leggere e cosa guardare se vuoi sentirti sopra la media, o meglio sopra quelli che vanno a vedere i Cinepanettoni. Anticonformismo conformato, non so se mi spiego. Innocuo se sei colto e spocchioso. Pericolosissimo se non hai potuto perdere tempo a studiare per oltre metà della tua vita. Lo verifico ogni volta che torno a casa, alla casa di mio padre, quando scorgo nella mia biblioteca, stipati accanto ai giganti della letteratura, i libri che Fazio e Gramellini hanno pubblicizzato durante l’anno. Naturalmente non mi preoccupo di quello che accade al mio vecchio: perché alla fine torno a casa io (come Sam nel Signore degli anelli) e per ogni Gramellini letto, per ogni P. Giordano che si è intrufolato nello scaffale, il mio vecchio leggerà tre Balzac, due Fitzgerald, un Salinger e un Mann. Mi preoccupo, invece, del resto degli italiani appassionati di lettura, i quali credono ingenuamente (gli italiani o sono provinciali o sono emigranti, c’è poco da fare) di leggere il meglio della letteratura, garantito dall’autorevole trasmissione di Rai3, canale noto per il suo servizio pubblico (espressione che mi fa vomitare come l’odore del lievito madre), e invece si ritrovano la testa riempita con spazzatura che difficilmente persisterà nella memoria collettiva per più di due anni. Mi preoccupo e faccio male, perché so da un pezzo che gli uomini sono stupidi e non c’è altro da dire su questa faccenda.

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Domenica dilettante. La pizza

Darioshow

Ci risiamo. E’ la solita storia del cuoco, pizzaiolo, parrucchiere, calciatore, comico, politico di turno che realizzata una fortuna grazie alla sua indubbia professionalità decide di tirare fuori dal cassetto il romanzo che vi aveva sempre stipato e di darlo finalmente in pasto agli editori assetati di sangue fresco. I vampiri sono dei formidabili gourmet e sanno bene che la stitichezza media dello scrittore di nicchia (Joyce, Verga, per fare qualche nome che comunque non vi dirà molto) rende il loro sangue, quel poco sangue che ancora pulsa nei loro eburnei e violacei cadaveri surgelati, amaro come la bile. O sang’ e chi ve mmuort’, ma o capisc ca si facimm ascì o libr’ e stu strunzill ce facimm nu sacc e sord? Sangue rosso come le rose rosse; vivo, pulsante, pornografico. Il libro del VIP come feticcio per entrare in empatia con lui, per cercare di scovare anche in lui lo sporco segretuccio che titilla la fantasia demente di ogni idolatra. E la ressa che si fa intorno poi, ha l’odore ributtante dell’acquitrino: R. invitato alla trasmissione di RaiUno. R. invitato su La7. Stasera quell’imbecille di R. da Fazio. Imbecille, poi. Va bene, ma andiamoci piano. Non è che se una persona è diventato un magnate della pizza napoletana partendo dal nulla, deve essere proprio un cretino. Potrà essere un ignorante, un povero di spirito, un illetterato, persino un analfabeta. Però, imbecille. Dai, non esageriamo.

E se per una volta, invece le cose non stessero così? Se per una volta uno degli uomini più ricchi del mondo, non fosse altro che un povero cristo che a trent’anni ha ripiegato sul suo hobby – l’approssimativa pizza che preparava per qualche amico il sabato sera- perché il suo lavoro sembrava la più triste e solitaria delle felicità che aveva sognato? Un povero cristo che ogni notte per vent’anni, dopo una giornata trascorsa tra l’odore fragrante e leggermente pungente della pasta madre, dopo aver dato la buonanotte alla sua famigliola devota, si  rintanava el suo studiolo per dedicarsi al suo vero lavoro? E se quel mattone di seicento pagine fosse il più denso megalito letterario dai tempi di Horcynus Orca?

“Benvenuto signor R., finalmente ho il piacere di conoscerla. E’ stato da Letterman qualche anno fa. Ma il nostro show ha un tono culturale più alto e noi  l’abbiamo invitata solo in qualità di scrittore. E’ uscito il suo primo libro. Allora, Signor R., di cosa parla?”, disse Conan cercando di conservare quella compostezza che era dote specialissima del suo collega Letterman. “Lo sa che per far lievitare l’impasto di una pizza ci vogliono più di dodici ore?” rispose R.. Conan guardava in camera perplesso.